Premio Ad ‘A: intervista a Lucio Rosato o di Roberta Melasecca

Ultimo appuntamento con i protagonisti del Premio Architettura d ‘Abruzzo: oggi siamo con l ‘arch. Lucio Rosato, vincitore con La casa che guarda il mare o Ortona o Chieti.

Lo studio dell ‘arch. Rosato è situato a Pescara, in uno dei tanti palazzi a 7 piani che costituisce il tessuto urbano del capoluogo abruzzese; ma ad accogliermi, in una torrida giornata estiva, non è stato il freddo luogo dominato dall ‘aria condizionata, ma una fresca brezza marina che penetrava dalle ampie finestre spalancate su di un salottino familiare. Abbiamo parlato di architettura, ma anche di vita, di verità, di presente e di futuro.

Una definizione della sua architettura.

Rosato: In effetti la sua è una domanda molto generica e allo stesso tempo così profonda e assoluta: più che la parola definizione io userei la parola ambizione, ambizione e desiderio che la mia possa essere un ‘architettura necessaria. Ho la convinzione che l ‘architetto debba operare un processo di dismissione e di ricerca verso un ‘architettura del vuoto: non abbiamo bisogno di altro pieno, abbiamo forse bisogno di architettura, di attenzione allo spazio e all ‘essenzialità del vuoto necessario.

Parole chiave per definire il processo creativo dei suoi progetti.

Rosato: Non credo nella creatività: non si tratta di un processo creativo ma di un processo di costruzione. Le parole che definiscono i principi della mia architettura sono verità, eticità, essenza, razionalità, sogno, poesia. Quando inizio un nuovo progetto ricerco anche delle parole specifiche che mi possano introdurre dentro e verso la soluzione di quel progetto: da esse comincio a costruire la mia architettura.

Pensando alla casa che guarda il mare: architettura come estensione del paesaggio?

Rosato: Io non credo nel paesaggio, quindi non potrei lavorare sull ‘estensione di una cosa nella quale non credo. La casa che guarda il mare è una casa che gioca sugli avvistamenti: sarebbe più semplice affermare che essa si confronta con il paesaggio ed entra a farne parte come se fosse sempre stata in quel luogo; però, come ogni architettura, il tentativo di quella casa è invece di stabilire un rapporto tra l ‘uomo e la natura e quindi di provare a costruire la vera architettura. L ‘architettura, permettendo tale dialogo, viene ad appartenere alla natura in quanto altra natura che si relaziona con essa, diventando elemento di conciliazione e di correttezza: io sono l ‘uomo, tu sei la natura, io sono l ‘architettura. Nella casa che guarda il mare il desiderio è quello di stabilire una relazione di osservazione: quando il progetto è stato selezionato per l ‘Almanacco di Casabella, ho inviato delle foto che io stesso avevo scattato e che ritraevano quello che io osservavo da quella casa. Questo è un po ‘ il senso del mio lavorare nell ‘architettura: l ‘architettura serve per vivere, per guardare e conoscere il mondo e non per essere autoreferenziale, come oggi troppo spesso accade.

Nella casa che guarda il mare è affrontato il tema del tetto giardino di Le Corbusier o la dissacrazione di esso di Villa dall ‘Ava di Koolhaas?

Rosato: Qualunque progetto può essere considerato un processo di continuazione dei principi dei grandi maestri. Ho concepito un edificio in cui il tetto è la vera casa: il resto, quello che è dentro e sotto, è solo un ‘appendice; la vera casa è sul tetto, raffigurazione di un pontile, di un lungomare trasposto in collina, in alto da dove meglio si può guardare il mare, per far sì che il mare sia più grande del cielo.

Architettura come oggetto o come spazio?

Rosato: L ‘architettura non può non avere a che fare con lo spazio e con il rapporto natura, spazio e tempo.

Dobbiamo ormai considerare superata l ‘affermazione che pittura, scultura e architettura partecipano ad una stessa idea di spazio a partire da angolazioni disciplinari diverse. L ‘arte sconfina nell ‘architettura e l ‘architettura nell ‘arte: fino a che punto?

Rosato: Sono arrivato oggi a non credere nell ‘arte: l ‘arte è un ‘invenzione della mente, è una costruzione preromantica che noi, in questa società di decadenza postromantica, ci portiamo ancora dietro come un bagaglio pseudoculturale; l ‘arte, quella che normalmente viene definita arte, è riconducibile al rapporto tra spazio e tempo e non è niente altro che un ‘estensione dell ‘architettura: quindi, quello che esiste è soltanto l ‘architettura, che poi porta con se degli aspetti che noi normalmente attribuiamo a delle specifiche categorie. Definisco il mio operare al fuori dei canoni ufficiali dell ‘architettura come altra architettura, non nominando così le parole arte, scultura, pittura: altra architettura è quella che apparentemente non risponde ad una necessità impellente, non risponde sicuramente alla richiesta di una committenza. Tuttavia voglio precisare che l ‘architetto non è a servizio della committenza ma della società e quindi ha un ruolo ben preciso che è quello, ancora illusorio, di rimettere in discussione gli equilibri del mondo e, si spera, in positivo.

Architettura, cinema, scenografia: quale il confine tra reale e irreale?

Rosato: Il confine potrebbe essere lo specchio, un elemento con il quale io spesso lavoro: rappresenta una condizione di limite che pone l ‘interrogativo se sia più vera la realtà o la realtà riflessa. Spesso la verità è dentro lo specchio, al di là di un confine invalicabile che noi possiamo solo osservare attraverso la conoscenza di noi stessi: l ‘architettura si colloca su questo filo, che segna il passaggio tra le due condizioni di realtà e realtà riflessa, in modo da trovare l ‘equilibrio che le permette di restare in piedi, di non cadere e di giocare come un funambolo. Ogni progetto che abbia a che fare con l ‘architettura, con la poesia o con qualunque mestiere artigianale è finalizzato alla modificazione, non risolta però semplicemente nel cambiare in funzione di qualcosa di nuovo: non abbiamo bisogno di innovazioni fine a se stesse, abbiamo bisogno invece di una vera modificazione che possa cambiare la nostra realtà. E ben venga anche la componente illusoria se propedeutica per farci rimettere in discussione, se ci permette di guardare il quotidiano, affrontarlo e risolverlo in modo differente. Esiste in tutto questo un presupposto di positività: non è la scelta tra il bene e il male, ma è la scelta tra un bene ed un altro bene. Nell ‘architettura il problema forse è più ambiguo, perche molto spesso l ‘illusione scenografica ci costringe ad accettare quello che è il nostro contesto. In alcuni progetti, infatti, ho sperimentato il tentativo di costruire degli avvistamenti possibili: tale scelta tuttavia è stata controproducente, poiche è subentrata l ‘illusione di vivere in un contesto accettabile, avendo la visione solo di frammenti selezionati della città. L ‘architetto dovrebbe, invece, mettere l ‘uomo che vive la propria casa nella condizione di essere consapevole in ogni momento del luogo in cui vive, dello spazio reale, in modo tale che lo scontro e la non accettazione possa portare ad una modificazione del proprio pensiero e del proprio rapporto con la città: senza illusione essere consapevoli che la città non esiste, essere consapevoli del mondo reale e in esso scoprire gli strumenti per cambiarlo.

Il progetto al quale lei è più affezionato e perche.

Rosato: Potrebbe essere uno dei tanti progetti non realizzati, ma forse potrei parlare della Casa di Tonia che è una stanza che ho concepito per mia madre e che parla dell ‘architettura dell ‘assenza e della necessità a volte di togliere qualcosa, di togliere una stanza da una casa: è una stanza costruita senza soffitto perche ha perso la sua funzione. Questo progetto mi piace perche tenta in maniera concettuale di ragionare sull ‘architettura necessaria e sull ‘idea che io riprendo da Michelucci: così come si aggiunge una stanza quando nasce un figlio, così si può togliere una stanza quando una madre se ne va.

Le ultime parole della sua biografia, pubblicata su vari siti internet, sono: vive e prende appunti a Pescara.

Rosato: Vivere è un po ‘ aleatorio: è un po ‘ sopravvivere in questa città. Prendere appunti invece è la mia vera condizione: per tante ragioni logistiche ma anche per un modo di essere, non potrei prescindere da questo, perche mi fa sentire libero e mi mette in una situazione di continua ricerca, che mi fa illudere che anche l ‘architettura non realizzata, ma soltanto pensata, possa dare un contributo fattivo alla modificazione della realtà. Intorno a me la città si costruisce, cambia ma non si modifica e il mio contributo è attraverso gli appunti: nessuno chiamerà me per costruire un frammento o una parte di questa città, ma io non voglio rinunciare alla costruzione della città. L ‘architettura diventa una sorta di poesia: anche la poesia cambia le cose e così anche un appunto di un ‘architettura pensata che inizia ad esistere come energia. Parlo spesso della concretezza del pensiero davanti all ‘astrazione della materia.

Dove va l ‘architettura italiana oggi.

Rosato: Va verso un formalismo tecnologico: la scuola italiana di architettura ancora si muove in questa direzione, pensando che l ‘attenzione alla tecnologia possa risolvere le questioni dell ‘architettura. La scuola italiana vive una decadenza violenta: basterebbe tornare a quelli che erano i principi veri della scuola d ‘architettura italiana che ha una profonda tradizione. Il mio auspicio è che si possa dirigere verso l ‘architettura necessaria, quindi verso la verità dell ‘architettura e verso il vuoto: il vuoto è quel qualcosa che stabilisce le relazione fra le cose, è un gioco di intervalli e l ‘architettura si trova all ‘interno di questi intervalli, fra un edificio e l ‘altro , fra un uomo e una casa, fra una cosa ed una casa. Ogni attenzione alla forma dovrebbe essere finalizzata alla ricerca di relazioni: a quel punto la forma non sarebbe niente altro che la conseguenza di una ragione, non sarebbe formalismo ma una nuova forma, ancora semplicemente forma, e quindi architettura; dalla forma non si può prescindere, ma la forma è una conseguenza e non una ragione prima.

Tre parole per l ‘oggi e tre parole per il futuro.

Rosato: Le tre parole per il futuro mi mettono in difficoltà, perche io sono nel presente; quindi iniziamo con le parole per l ‘oggi. Una è rivoluzione che è necessaria ed inevitabile, un ‘altra è verità e la terza perdono, perche solo attraverso il perdono c ‘è la possibilità di continuare. Quindi rivoluzione, verità e perdono. Per il futuro: se queste tre parole funzionano, varranno anche per il futuro, perche la rivoluzione è una rivoluzione continua: anche domani abbiamo bisogno di rivoluzione; la verità appartiene al presente, perche l ‘unica cosa che esiste e che è vera è il presente ed il futuro, nel momento in cui diventerà presente, sarà anch ‘esso vero; il perdono è un processo continuo: anche domani dobbiamo perdonare. Quindi le stesse parole che valgono per il presente saranno anche per il futuro, futuro nel quale però io non credo se non in quanto prossimo presente.

 

Le foto sono state gentilmente concesse dall’autore.

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