A Kassel – di Claudia Ferrini

“dOCUMENTA (13) is dedicated to artistic research and forms of imagination that explore commitment, matter, things, embodiment and active living in connection with, yet not subordinated to, theory. These are terrains where politics are inseparable from a sensual, energetic, and worldly alliance between current research in various scientific and artistic fields and other knowledges, both ancient and contemporary. dOCUMENTA (13) is driven by a holistic and non – logocentric vision that is skeptical at the persisting belief in economic growth”.
(Carolyn Christov-Bakargiev)

Chiarissime le premesse della curatrice di dOCUMENTA 13, brillante e puntuale il modo in cui queste sono state tradotte in un meccanismo espositivo coerente e funzionale, perfettamente calibrato in ogni componente teorica, poetica, tecnica, didattica. Tanto che l’unicità dell’esperienza fruitiva è data dall’esatta sensazione di appartenenza a un sistema avvolgente ed estremamente esteso di civiltà e cultura, in cui la libertà di espressione, reinvenzione e giudizio accompagna la conoscenza approfondita e l’assorbimento di un patrimonio comune.
A Kassel ogni scetticismo è privilegiato rispetto ai dogmi, le diverse forme del sapere si intrecciano e interagiscono tra di loro per indagare, anche attraverso il passato, l’immediato presente e le sue urgenze. Il miglior presente, ma soprattutto il peggiore. Si delineano così i tratti di una riflessione artistica che si pone come un dato immanente e un impegno attivo nello scambio dialettico tra politica, economia, sviluppo, ambiente. Una mostra può essere pensata come osservatorio e piattaforma di incontro in cui le complesse relazioni tra realtà collettiva e intimità individuale trovano una autorevole e cosciente trattazione poiche affidata ai gesti, alle materie, agli strumenti propri degli artisti tanto quanto al contributo dello spettatore critico, invitato ad elaborare un discorso propriamente analitico, nello specifico di questa edizione, sulle debolezze, sui conflitti e sulle politiche economiche internazionali, attivando l’intero sistema di segni e sollecitazioni incontrati.
Nelle sua struttura essenziale, la documenta si pone come una rete, un sistema articolato di traiettorie, contrapposizioni, rifrazioni e specificità, ma soprattutto di confluenze e sinergie tra visivo e verbale, figura e concetto, significato e sua assenza, obiezione e rivelazione, arte, politica, letteratura, filosofia, scienza. Ed è degna delle maggiori attenzioni critiche anche per il rispetto e l’equità con cui si rivolge all’oggetto artistico declinato in pittura, scultura, fotografia, installazione, video, happening, performance, progetto curatoriale.
Frammentata in differenti poli fisici e concettuali, a Kabul, Alessandria/Cairo e Banff, la manifestazione resta inscindibilmente legata agli spazi della città di Kassel, ed è sorprendente la qualità degli interventi con cui il tessuto urbano è stato ripensato per l’occasione, modificato in parte, nella tutela e valorizzazione della sua struttura, oltre che infiammato da un sentir comune che rende partecipi tutto e tutti di una dimensione “magica”, “altra”.
Il fulcro espositivo risiede nel palazzo neoclassico del Museum Fridericianum, tuttavia la mostra prende posto non solo nelle tradizionali sedi, i white cubes, gli spazi museali della documenta-Halle e della Neue Galerie, ma anche in edifici devoti alle scienze naturali, all’astronomia e alla fisica, come l’Ottoneum e l’Orangerie. Si appropria di spazi borghesi di diversa natura, luoghi in uso, luoghi dimenticati, attraversa il Museo dei fratelli Grimm sublimandosi poi tra i fili d’erba, la luce del sole e le cabine allestite specificamente per ospitare le opere del Karlsaue Park e negli spazi industriali alle spalle della stazione. La città, importante stabilimento di produzione d’armi durante il secondo conflitto mondiale, perciò rasa al suolo dagli alleati, racconta la sua e altre storie insistendo sull’attualità; nomina l’Afghanistan, il Libano, l’Egitto, la Siria. Ed è significativo che le iniziative di un movimento autonomo di protesta sociale, ribattezzato dalla Bakargiev “dOccupy”, siano state comprese, accolte in Friedrichsplatz e analizzate in un’ottica di reinvenzione dello spazio e della cosa pubblica.
Indicativa anche la scelta di affidare a Ryan Gander, l’inventore di mostre immaginarie, il prologo lievemente provocatorio di una narrazione complessa di storie altrettanto complesse, a tratti sfuggenti ma vive e presenti. Gander firma la sua interpretazione con un soffio di vento, una lieve brezza in cui identifica l’Assenza, incaricata di sospingere il visitatore verso la rotonda del Fridericianum: il cervello, lo spazio associativo di ricerca e sintesi, il manifesto programmatico dell’intera manifestazione. Non a caso sui vetri della sala è collocata l’opera, la sigla, il segno scritto di Lawrence Weiner “The middle of the middle of the middle of” come introduzione a Tacita Dean, Sam Durant, Antoni Cumella, Mohammad Yusuf Asefi, ai bomb ponds, le ferite inferte alla terra di Cambogia durante la guerra del Vietnam, fotografati da Randy Vattana, ai video documentari di Ahmed Basiony sulle insurrezioni di piazza Tahrir del 25 gennaio 2011.
Una scelta convincente quella di dare alla mostra un’impronta olistica e non logocentrica per costruire, attraverso la discontinuità e l’eterogeneità delle opere, un apparato critico pungente che consente di esercitare gli intelletti e stimola le abilità intuitive nel processo di decodifica dell’insieme. I vasi i ceramica di Giorgio Morandi dialogano con i ready made di Man Ray, i cinque esperimenti di fisica quantistica di Anton Zeilinger con le fotografie di Lee Miller scattate nell’appartamento di Hitler a Monaco, i diagrammi di Mark Lombardi denunciano apertamente gli scandali economici e finanziari dei nostri tempi e dialogano con due mosche tsetse, una femmina fertile e il suo sterile consorte, esposte in una teca trasparente da Pratchaya Phintong per riflettere sulla drammatica epidemia della tripanosomiasi in Africa.
Le opere di Ida Applebroog indagano le principali nevrosi e le complessità della psiche umana, si concedono interamente allo spettatore, autorizzato a portare via disegni, studi, note dell’artista riprodotti a stampa, e si fondono con lo spazio, similmente all’installazione sonora di Susan Philipsz, incentrata sul tema della deportazione, e all’ “Artaud’s Cave” di Javier Tellez, film-installazione ambientato in un ospedale psichiatrico di Città del Messico al fine di esplorare i dualismi sano-normale, insano-patologico.
In rappresentanza dell’Italia, si evidenziano il manifesto radicale della non produttività dell’arte “The challenge” di Francesco Matarrese, il film di Nanni Balestrini della durata di 2400 ore, il progetto di una possibile “diversa mente”, tratteggiato a matita da Gianfranco Baruchello nel 1962, in cui ogni processo di percezione, immaginazione, produzione di ipotesi richiede l’abbandono degli stereotipi, delle logiche convenzionali, del sistema causa-effetto, e “Monumentary Monument IV”, doppio gesto scultoreo di Lara Favaretto che impiega materiali di recupero per comporre masse drammatiche, espressive e monumentali di macerie, sospese in bilico funambolico tra eternità e caducità.
Kassel è sfondo e contenitore di un’arte dichiaratamente “ceaselessly posed in life”, le cui ragioni etiche vengono concentrate per produrre risorse utili, responsalizzare le coscienze, organizzare le emozioni. Con un sostrato tanto fertile, si possono formulare principi nuovi svuotandoli attentamente dei difetti della retorica, della corruzione, degli schematismi gerarchici.
Il contributo principale di questo raffinato volume antologico, è la sua capacità di espandere ad libitum i confini dell’immaginazione, facilitare lo scambio di informazioni e ampliare le superfici di sensibilità affinchè, conclusasi la documenta, il dibattito avviato resti aperto e aggiornato.

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