6.1.16: Johansen e l ‘informale

Parte 6:1956-70, Capitolo 1: Una nuova era

1.16 Johansen e l ‘informale

John Johansen studia alla facoltà di Harvard sotto la direzione di Walter Gropius, dove si laurea nel 1939. Suoi compagni di corso sono Ieoh Ming Pei, Paul Rudolph, Bruno Zevi. Segue un apprendistato negli studi di Skidmore, Owings & Merrill e di Wallace Harrison, in quel periodo impegnato, insieme- ma sarebbe meglio dire: contro- Le Corbusier, alla realizzazione del progetto del palazzo delle Nazioni Unite. Tra il 1955 e il 1960 insegna a Yale, in un momento magico in cui vi confluiscono personalità diverse, tutte orientate a mettere in discussione i dogmi dell ‘International Style: Louis Kahn, Philip Johnson, Eero Saarinen, Paul Rudolph, il critico Vincent Scully ( frequenta Yale anche il giovane inglese James Stirling: dei suoi progetti ne parleremo tra poco). Nel 1955 Johansen scrive sulla rivista Architectural Record un saggio dal titolo, Space-Time-Palladian, che denuncia una inclinazione in senso neoclassico. Inclinazione che si concreta nella realizzazione di alcune abitazioni realizzate sui presupposti dei principi di ordine, ritmo, simmetria, come per esempio la Villa Ponte (1957), sospesa o appunto come un ponte- sopra un corso d ‘acqua. Colpito dalla Chiesa di Ronchamp realizzata da Le Corbusier, dal palazzo del ghiaccio di Yale di Saarinen, dagli esperimenti di Kiesler sulla Endless House, dagli echi della scissione del Team 10 e dalla nuova sensibilità artistica che porta alla pittura informale, Johansen affianca alle ricerche neo-palladiane anche una intensa produzione di abitazioni biomorfiche, insieme organiche e informali, realizzate con gusci ottenuti attraverso la tecnica del cemento armato spruzzato da lui sperimentata per la American Concrete Association e descritta nel manuale Sprayed Concrete Construction (1955).

 

Lo Spray House Project #2 del 1955 rassomiglia a un fiore avvolto da petali che lo proteggono, attraverso i quali filtra la luce del sole. Pavimenti e pareti e soffitti si susseguono in forme voluttuose senza soluzione di continuità, diventando all ‘occorrenza anche i supporti in muratura per i letti, i divani e gli altri mobili della casa.

Nel 1956 Johansen ne realizza, per la fiera mondiale di Zagabria, una versione semplificata, ma, in assenza di un idoneo cemento, e’ costretto a utilizzare una armatura di supporto compromettendo il presupposto strutturale del guscio autoportante, studiato insieme con l ‘ingegnere Mario Salvatori. Sempre nel 1956, progetta la Spayform Weekend House, un guscio dalla forma semplificata che, nella distribuzione in pianta, ricorda la Dymaxion House di Buckminster Fuller, il geniale inventore anch ‘egli gravitante intorno all ‘Università di Yale.

Le abitazione biomorfe di Johansen influenzano i giovani architetti più sperimentali. Tra questi gli inglesi Archigram della cui produzione parleremo in un prossimo paragrafo. Uno di loro, Michael Webb, scrive nel 1957: Johansen era il nostro eroe: ogni suo progetto era una innovazione non solo rispetto alla normale passi, ma anche rispetto alle sue opere precedenti. Che straordinario amante del rischio! Che magnifico giocatore!.

Progettista versatile, Johansen realizza anche opere meno futuribili, ma sempre di altissima qualità, tra queste l ‘Ambasciata americana a Dublino (1964), il Clowes Memorial Hall and Opera House (1964-66) e il Florence Virtuue Housing (1965). Altre ne seguiranno: per esempio la Goddard Library del 1968, articolata in un magistrale gioco dei volumi neoespressionisti che ricorda le parallele e non meno brillanti realizzazioni di Rudolph quali l ‘Art and Architecture Building a Yale (1958-64).

Ad affascinare Johansen e’ soprattutto la sperimentazione di forme innovative. Nel 1960 progetta una casa cinetica, composta da un nucleo centrale fisso sul quale si innestano corpi che si muovono lungo binari. A partire dal 1965 ( sarà completato nel 1970) lavora al suo capolavoro: Il Mummers Theater ad Oklahoma. L ‘idea e’ ripresa dai congegni elettronici dove i componenti sono inseriti in uno chassis e collegati tra loro attraverso fili. Nel Mummers i componenti sono le sale teatrali e i fili i percorsi. Da qui un insieme frammentato ma estremamente vitale, un piacevole caos di volumi serventi e serviti sottolineato anche dai materiali – il cemento e le lamiere colorate- usati secondo una logica neobrutalista fatta di accostamenti azzardati, spesso stridenti. L ‘immagine e’ inconsueta: prefigura l ‘ High Tech e , insieme, il decostruttivismo. Del resto, per tutta la vita, Johansen sarà un precursore e un innovatore con una continua attività di ricerca che lo porterà, ai giorni nostri, a pensare a case realmente organiche che, come organismi biologici, sono in grado di apprendere dai comportamenti umani e di modificarsi conseguentemente.

 

Licenza Creative Commons
Questa opera (testo e immagini) è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia.

 

1 Comment

  1. Staff ARCHIGITALE(c) 17/09/2012 at 16:17

    lÔÇÖaffinamento delle tecniche di rappresentazione e industrializzazione dei costrutti architettonici, l’amplificazione del reale per mezzo delle nuove metriche e dei nuovi vocabolari in grafica e fotografia, l’entropia emozionale degli “utopismi”, iniziavano a spingere verso “concept” comunicanti processi di crescita volumetrica, morfogenesi, automazioni astratte degli involucri abitabili… tutte sensazioni di ubriachezza da potenziamento dei mezzi di comunicazione!

Scrivi un commento