Gocce_ di Paolo Panetto -TESTO FINALISTA-

Testo inedito.

Limiti, vincoli, a malapena qualche possibilità: non sono questi i punti di partenza per eccellenza? Come sempre, ecco è così che ci piace vedere la questione [1].

Sono queste le parole con cui Jan De Vylder dello studio architecten de vylder vinck taillieu accetta la proposta di disegnare la copertina del numero 954 di Domus. La copertina, completamente bianca, è l ‘introduzione ideale alla presentazione di tre case progettate in Belgio dal suo studio. Nella successiva intervista, viene introdotto e definito il termine contesto, non solo come luogo con cui inevitabilmente rapportarsi durante ogni operazione compositiva e progettuale, ma soprattutto come sommatoria di persone, eventi culturali, limitazioni, vincoli. La ricchezza espressiva dei loro progetti sembra proprio nascere da questa complessità. Fare di necessità virtù.
L ‘intervista descrive in modo approfondito l ‘approccio progettuale dello studio belga riferendosi alle tre case, indagandone differenze, caratteristiche e continuità logica. Esplicita l ‘idea che il progetto deve lasciare aperto un margine, uno spazio di adattabilità. Non si tratta di costringere le persone ad abitare in un concetto. Si tratta di imparare, come architetto, a lasciare che il concetto cambi e si trasformi in architettura reale [2].
Adattabilità, il progetto disponibile ad accogliere nuove variabili. La pagina bianca.
Il linguaggio architettonico è scarno, a volte rude, lo-fi per dirla con una definizione tipica di qualche band primi anni Novanta. Una trascuratezza apparente ma studiata e dettagliatissima che ormai è diventata l ‘etichetta dello studio, e, come tutte le etichette, forse, anche il limite.

La cosa che appare più interessante del lavoro realizzato dallo studio architecten de vylder vinck taillieu è il bisogno di tornare a riflettere sul senso delle operazioni progettuali che compongono un progetto di architettura.
Saper affrontare l ‘imbarbarimento[3] attraverso la riscoperta della vera essenza del costruire e dei linguaggi dell ‘architettura. Non un ‘architettura facile, superficiale, composta da suggestioni e citazionismi trovati in rete nei siti di architettura più noti che quotidianamente elencano progetti troppo spesso simili.
Dopo aver descritto la geniale intuizione di Larry Page e Sergey Brin e la nascita di Google, Alessandro Baricco introduce il concetto di superficie al posto di profondità. Parlare di profondità è la possibilità per contrastare un imbarbarimento in atto, che non deve essere pensato necessariamente con un ‘accezione negativa. Il fenomeno è in corso e tutti ne siamo immersi. Baricco lo legge, lo interpreta e lo scarnifica.
Per un architetto la parola profondità significa prendersi tempo. Significa approfondire. Il fenomeno del moltiplicarsi in rete di siti che sono dei grandissimi e completi elenchi di architettura contemporanea, rende disponibile una quantità di informazioni e suggestioni impensabile fino a pochi anni fa. L ‘imbarbarimento comporta rapidità, il Barbaro analizzato da Baricco si costruisce sistemi passanti che ti rilanciano continuamente in avanti, o meglio, che ti fanno scivolare in superficie.
Una quantità di architettura contemporanea è a disposizione nei principali siti di architettura. Tutto è presentato senza giudizio (o pre-giudizio), in una sorta di appiattimento continuo. Inoltrarsi in questi cataloghi è una pratica ormai in uso, che permette di essere molto rapidi e fluenti nelle ricerche, ma, allo stesso tempo, approssimativi e superficiali. Chi non sa andare in profondità non può apprezzare la complessità del progetto, restando in superficie si rischia di scivolare via, passare ad altre cose, più visivamente affascinanti.
├ê un fenomeno in corso, anche la critica contemporanea ne è in balìa e, ad esempio, la fama che J├╝rgen Mayer H. si sta costruendo attraverso alcuni progetti di edifici istituzionali in Georgia, ne è l ‘esempio più calzante. Superficialità, specchietti per le allodole.

Francisco e Manuel Aires Mateus da anni portano avanti una delle ricerche più interessanti sulla costruzione dello spazio architettonico e sulla sua rappresentazione. Una riflessione costante sulla spazialità e sul senso del fare. Sul significato, ad esempio, che assume progettare un ‘apertura in un edificio, del riquadrare una bucatura che seleziona una porzione di paesaggio, un ‘inquadratura che va dotata di un significato architettonico e costruttivo. Dall ‘idea di cornice si passa al controllo degli spessori, degli allineamenti, della complanarità delle parti, di come si gestisce il profilo e le teste della pietra e i raccordi. Profondità.
I loro lavori sono uno dei migliori esempi di coerenza di un percorso di ricerca ventennale, un percorso partito lentamente grazie alla realizzazione di una serie mirabile di case unifamiliari in Portogallo e alla definizione di una rappresentazione bidimensionale fatta di alternanza di campiture bianche e nere che è diventata il manifesto dello studio. Una scansione cromatica che rappresenta in pianta e in sezione l ‘idea stessa della scansione spaziale che sta alla base della loro architettura. Si tratta di uno dei pochi studi contemporanei che ha saputo coniugare a una significativa capacità ideativa e costruttiva, una nuova idea rappresentativa, ossessiva e assoluta.
L ‘intervista fatta a Manuel e Francisco Aires Mateus presente in apertura de El Croquis [4] a loro dedicato, bella e approfondita, risulta fondamentale per comprendere un tipo di approccio al progetto che in questi anni non era emerso e riconduce ad alcuni concetti che sono stati espressi da Jan De Vylder e che vale la pena evidenziare. Parlando della casa di Alenquer, i Mateus raccontano un episodio interessante. Il progetto nasce come il recupero di una casa esistente e l ‘intenzione era di ripensare la spazialità interna, un tema caro allo studio che sarà portato avanti nel loro progetto successivo, la casa a Azeit├úo. A cantiere quasi iniziato la copertura e i solai crollarono trasformando l ‘edificio repentinamente in un rudere, lasciando in piedi la sola, spessa, traccia muraria di sette metri di altezza. A questo punto le condizioni cambiarono il progetto doveva mutare, il contesto in qualche modo si è modificato, bisogna pensare a un nuovo progetto che trovi nuove ragioni e senso. Il vero tema portante del progetto diventa la ricerca delle tensioni spaziali tra il nuovo corpo edificato e i muri, tra il nuovo e la rovina il cui stato viene cristallizzato attraverso una finitura in intonaco bianco. Fare di necessità virtù.
Altro tema fondamentale nella conversazione è la rivendicazione a interrompere il processo progettuale, a fermarsi, a ritrovare in una pausa le ragioni delle scelte. Prendersi il tempo per cancellare tutto quello che è in più, smussare il superfluo, cercare l ‘essenziale.

Bisogna abbandonare l ‘idea, figlia del Moderno, dell ‘architetto creatore, idea pericolosa, che illude, che fa sognare un potere che l ‘architetto non ha.
Non si tratta di un atteggiamento remissivo o pavido. Non si tratta dell ‘immobilità che racconta Francesco Targhetta in Perciò veniamo bene nelle fotografie[5], un romanzo in versi sulla condizione della generazione nata tra la fine degli anni Settanta e l ‘inizio degli Ottanta, cresciuta guardando le tv private e mangiando merendine piene di conservanti. Non si muove nessuno, qua, perciò veniamo bene nelle fotografie. Racconta di un vuoto interiore, che immobilizza, di una condizione generazionale diffusa, il tutto è strutturato intorno a un unico grande vuoto. Targhetta però si riferisce a un ‘immobilità che alla fine diventa attesa. Si tratta, invece, di individuare le nuove regole del gioco, assimilarle e muoversi tra gli ostacoli aprendo vie inedite. Assumere, da un certo punto di vista, l ‘andatura claudicante, incerta e asimmetrica di Cheyenne / Sean Penn in This must be the place di Paolo Sorrentino.
L ‘architetto che cerca di leggere la complessità contemporanea deve sapersi districare come un contorsionista tra un insieme di leggi, regolamenti, vincoli, figure professionali, deve saper unire richieste contrastanti, gusti della committenza e nevrosi personali. E deve sapersi insinuare in quell ‘unico interstizio libero. Il contesto contemporaneo è più complesso di quello descritto da Christian Norberg-Schulz alla fine degli anni Settanta. Oggi la faccenda è drammaticamente più difficile, le variabili che entrano a far parte e servono a definire il termine contesto sono numerose, contrastanti a volte dissonanti. Ritornano le parole di Jan De Vylder, la capacità di adattamento progettuale e la ricerca di senso dei Mateus, ritornano i Barbari.
Baricco sostiene che siamo in piena mutazione e dobbiamo dotarci di branchie per sopravvivere e adattarci. In pieno imbarbarimento bisogna saper stare in superficie per saper leggere la contemporaneità e allo stesso tempo fare profonde immersioni sul senso e il significato delle cose.
Il vero talento è sapersi districare in questa concatenazione di variabili.
Il progetto contemporaneo deve saper andare in profondità alle scelte. Ogni scelta deve essere debitamente soppesata, nulla è facile, tutto deve dotarsi di senso. E di pazienza. Come una goccia che costantemente scava nella roccia e va in profondità.

Non hai padroni. Lo so.
E non hai limiti e non hai risposte
ma solo un vago senso di eleganza
per questo ti insegno la pazienza
è così che ogni goccia di me scava la tua schiena
lentamente
con un ritmo costante
è così che ogni goccia di te scava la mia schiena
lentamente
con un ritmo costante
Paolo Benvegnù, La schiena, 2008

Paolo Panetto

Note:
[1]Dear Jan De Vylder, dear Inge Vinck, dear Jo Taillieu, in Domus, n. 954, gennaio 2012, Milano, p.I
[2]Con poco o niente, in Domus, n. 954, gennaio 2012, Milano, p. 323
[3]Alessandro Baricco, I barbari. Saggio sulla mutazione, Milano 2006
[4 ]Aires Mateus 2002- 2011. Construir el molde del espacio in El Croquis, n. 154, 2011
[5] Francesco Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie, Milano 2011

DATI PERSONALI:
Nome: Paolo
Cognome: Panetto
Data e luogo di nascita: 18 maggio 1977, Treviso
Professione: architetto

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