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Le mura parlanti. Note sulla carica semiotica della fortificazione come espressione di dissenso_ di Claudia Matoda

Estratto dal testo edito pubblicato su sottoposto a valutazione per Lexia 13 (2012).

In Segni, storia e progetto dell’architettura (1973), Renato De Fusco propone un’ipotesi di studio che
unisce la linguistica di De Saussure ad una lettura purovisibilista di stampo fiedleriano. Egli motiva la
propria scelta metodologica con la vicinanza d’impostazione dei due intellettuali; nell’analisi del corpus
scientifico di entrambi, De Fusco rileva una medesima impostazione che darebbe maggiore efficacia
operativa all’accostamento. Egli sottolinea come in Fiedler conoscenza e forma della realtà siano
considerate coincidenti, così come nell’opera del celebre linguista il segno sia un’unione di un’immagine
acustica e di un concetto. L’analogia maggiore si riscontra nel legame linguaggio-realtà (De Fusco 1973,
p.15):
Infatti, Fiedler scrive: Nel linguaggio noi non possediamo un’espressione della realtà, ma
una forma di essa; analogamente de Saussure afferma: la lingua è una forma e non una
sostanza. Non ci si compenetrerà mai abbastanza di questa verità, perche tutti gli errori
della nostra terminologia, tutti i modi scorretti di designare le cose della lingua provengono
dalla supposizione involontaria che vi sia una sostanza nel fenomeno linguistico.

La scelta di abbinare la semiotica al purovisibilismo (e di conseguenza alla Raumästhetik lippsiana, che
collega la potenzialità dinamica delle forme alla stimolazione di riflessi) ha portato De Fusco al
riconoscimento del significato come spazio interno mentre il significante come spazio esterno.
Queste due definizioni sono più complesse delle comuni, hanno un’accezione più complessa di quella di
vuoto incluso in un perimetro e soprattutto sono esplicitamente connesse alle teorie schmarsowiane
tardo-ottocentesche, che vedevano nella spazialità interna la caratteristica fondante l’architettura.

La lettura proposta da De Fusco in più sedi, che permea il suo corpus scientifico ed è stata
espressa in più occasioni in suoi ed altrui interventi nella rivista Op.cit. (da lui diretta e consacrata alla
critica dell’arte), è permeata dal tentativo di trovare un’unità minima di architettura e dalla definizione
di un sistema di segni e sottosegni. Tali ricerche si sono cristallizzate nella lettura di edifici eccezionali (ad
esempio la Rotonda di Palladio o il Tempietto bramantesco di San Pietro in Montorio), considerati
quindi, grazie alla propria unicità, significanti. Un’impostazione simile, come già osservato da Eco (1971),
si presenta certamente interessante ma troppo limitata rispetto ad un problema semiotico che mira alla
comprensione di sistemi più ampi e generali di creazione del senso. I due limiti evidenziati dalle
esperienze di semiotica dell’architettura si condensano nel termine parzializzazione. Pochi dati, edifici
isolati studiati come avulsi dal terreno di cultura architettonica e dalla serie in cui si svilupparono,
mancanza di attenzione alla serie. Le inquietudini metodologiche evidenziate da Claudio Tiberi (testo
postumo: 2011) e risolte seguendo un criterio basato sull’utilizzo da Hammad (2003) per gli ambienti
della cerimonia del the in Giappone, portano a immaginare possibili nuovi esiti per lo studio semiotico
dell’architettura. Volli (1977), allo stesso modo, evidenzia come sia presente una componente inconscia
dell’ideologia dell’architettura e della semiotica in grado d’intaccare l’approccio ad uno studio
dell’architettura (e della storia dell’architettura) come linguaggio e come sia sentito il problema di
un’unicità di linguaggio.
La fortuna della semiotica dell’architettura nel campo della progettazione (Gregotti, 1977) e
della critica contemporanea è nota (Calabrese 1977, Volli 1977, Tafuri 1977, De Rossi 1988, Volli 2000).
Tale diffusione deve però essere considerata con attenzione, distinguendo con cura i tentativi
progettuali e critici rigorosi dalle sperimentazioni che hanno trasformato la parola semiotica in
un’etichetta da apporre su esperienze spesso non significative. Come evidenziato da Calabrese (1977), il
vincolo rimane ancora oggi quello di non riuscire a superare, nel settore applicativo, taluni esempi
eccellenti, falsando però l’impostazione dello studio (Calabrese 1977, p.24):
come credere che si possa desumere la nuova lingua italiana analizzando i vincitori degli
ultimi premi letterari. In sostanza, cioè, continuando ad avere occhi solo per i monumenti.
Noi riteniamo che sia necessaria una revisione dell’ipotesi metodologica, associando a una matrice
saussuriana un’impostazione di lettura dell’edificio di stampo iconologico. Perche? Per una velocità di,
potremmo definire, ritmi dei due differenti metodi. Analogamente alla necessità di avere due ruote che
si muovano alla stessa velocità per consentire di non girare in tondo, subendo la differenza di ritmo di
uno dei due strumenti di locomozione, allo stesso modo giudichiamo inadeguato associare a una
disciplina basata sulla fattualità come il purovisibilismo (collegato inoltre generalmente ad una visione
puntuale) una disciplina basata sull’individuazione della carica semantica e dell’interpretazione dei
sistemi comunicativi come la semiotica (collegata invece ad un approccio sul lungo periodo, che mira
all’individuazione di una forma). L’iconologia rappresenta, per la sua natura seriale e continua di flusso,
invece una risposta di velocità comparabile a quella semiotica per la propria struttura; l’iconologo
(Argan 1975), attraverso la ricostruzione dell’esistenza precedente di un’immagine, dimostra la
necessità di una serie con significati storico-allegorici. L’iconologia panofskiana ricostruisce la tradizione
dell’immagine, raccogliendone il maggior numero possibile e ricostruendo lo sviluppo, la continuazione
(e di conseguenza la frattura) della tradizione di un’immagine. Come sottolineato da Brandi (1967, p. 26)
il punto di partenza fondamentale per impiantare un’analisi strutturale di tipo linguistico è di
individuare il discontinuo, i segmenti in cui scomporre un continuum. L’applicabilità del metodo
iconologico all’architettura non deve essere dimostrata; gli ottimi risultati ottenuti da Rudolf Wittkower
e Richard Krautheimer rappresentano una solida base di partenza metodologica.
Un ulteriore elemento da sottolineare è l’importanza del tipo nell’impostare uno studio
semiotico dell’architettura. Il tipo, come sottolineato da Argan (1966), è frutto di un procedimento
riduzione di una serie di variabili formali, mentre la semiotica trova linfa nella molteplicità e nella
ricchezza. Certamente se si comparasse, leggendola come una pratica di significazione, la transizione da
una serie di esemplari alla forma tipo devitalizzata, si potrebbe ragionare su forme semanticamente
interessanti; tuttavia riteniamo che si potrebbe fare ciò inserendo solo il tipo nella serie, passando
quindi ad un approccio iconologico.
Applicabilità del metodo iconologico all’architettura e contestuale associabilità dell’iconologia
alla semiologia: queste riteniamo siano le basi per la creazione di un nuovo asse di studio di semiotica
dell’architettura.

Claudia Matoda

DATI PERSONALI:
Nome: Claudia
Cognome: Matoda
Data e luogo di nascita: Torino, 05-12-1984
Professione: Dottoranda, architetto

 

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