Brutalismo, obiezione di coscienza?_ di Fabrizio Aimar

Testo inedito.

You have to give this much to the LuftwaffeÔǪwhen it knocked down our buildings, it didn ‘t replace them with anything more offensive than rubble. E ‘ questa la lapidaria sentenza di Carlo d ‘Inghilterra, principe del Galles, imputata alla corrente inglese Neo-Brutalista. Acerrimo detrattore e severo critico del Movimento, non ha esitato a definire tali strutture mucchi di cemento, chiaramente lungi dai propri etimi tradizionalisti di stampo pre-moderno dell ‘abitare, ben espressi da Leon Krier a Poundbury, nel Dorchester (1991). Analisi che sa di epilogo di un movimento smarcatosi dalla teorizzazione dei CIAM, sia urbanistica che progettuale, per approdare ad un ‘audace estetica della fabbrica in chiave sociale. Sembra immediato perciò il suggerito sillogismo tra il cemento e l ‘architettura brutalista, nella quale esso viene impiegato rivelando spesso la consistenza delle casseforme di legno usate per la fusione in situ delle notevoli geometrie ripetitive angolari. Dicotomia vista come principio fondante di una corrente, che, se si analizzano le cause della genesi, nasce come un ‘opportunità di risposta all ‘esigenza di economicità nella ricostruzione dell ‘Europa del secondo dopoguerra. Solidità e sobrietà, fuse nelle geometrie funzionaliste del Movimento Moderno, ne hanno sancito il successo, sia per l ‘arricchimento formale dello stesso, sia per il carattere monumentale e scultoreo degli edifici. Ma non è così. Il risvolto sociale è quello di un ‘ideologia utopica, d ‘integrazione e protezione, di un umanesimo ritrovato di stampo anti-borghese, al punto da far porre a Reyner Banham il quesito se il New Brutalism fosse questione di etica o estetica. Una sorta di onestà del costruito che mutua i corrispettivi dall ‘Outsider Art, in antitesi al dilagante vernacolo empirista sostenuto, fra gli altri, da Nikolaus Pevsner. Ma furono proprio questi i motivi della sua passata gloria e dell ‘attuale passione e flagellazione. Caratteristica rilevante di questi edifici è la geometria marcata e rettilinea, che spesso richiama al blocco e la cui combinazione col cemento grezzo conferisce doti d ‘imponenza e scenograficità. Inoltre, l ‘attribuzione di un interesse visivo nonche tattile ad una superficie la cui grana costitutiva era anche texture di facciata, la rese adatta ad alti scopi sociali di rappresentanza, trovando impiego in edifici governativi, d ‘intrattenimento e commerciali. Grande rilevanza mediatica perciò, quasi sovraesposizione sia in termini economici che comunitari, la quale incontrò un ‘opinione pubblica pressoche concorde nel celebrarne gli onori ma spettatrice quasi caustica durante la sua condanna nel relativamente recente periodo del declino formale e soprattutto programmatico. Il degrado materico fu la seconda grande causa di crisi di questi complessi, che ricercano nel dialogo chiaroscurale generato dalla luce la loro forza visiva, commiserandosi invece in una debolezza quasi endemica all ‘azione degli agenti atmosferici. Ciò non toglie che tale crisi possa essere stata accentuata dalla qualità scadente dei materiali impiegati, frutto del concitato quanto difficoltoso clima postbellico di ricostruzione. La commistione di tali negatività raggiunse il suo apice quando si cercò di piegare tale corrente alla produzione delle case popolari, applicandovi concetti socialistici e ricercando un forzoso dialogo intimistico quasi solipsistico di matrice sartriana. Avulse per definizione dal contesto sociale e storico, rendono lo stile scostante e poco comunicativo ed al contrario vengono ripudiate da chi le abita, disilluso dalle sconfessate promesse e generando forme di ribellione fino all ‘atto vandalico ed al graffito. La grande matericità dei complessi, però, lasciava ben poca iniziativa alla modifica e così l ‘abbandono, ed in alcuni casi la demolizione, vennero colte come uniche soluzioni possibili. Fu così che lo straordinario St Peter ‘s Seminary di Gillespie, Kidd e Coia (1961/66) giace tuttora in stato di abbandono, mentre il Tricorn Centre di Portsmouth di Owen Luder e Rodney Gordon (1966) venne demolito nel 2004. Analogamente, diverse altre opere della corrente non sono immuni a feroci critiche e sono oggetto di proposte di profonde revisioni quali lo Yale Art and Architecture Building di Paul Rudolph (1958/1963) o il complesso abitativo Robin Hood Gardens di Alison e Peter Smithson (1968/1972). In ognuno di questi casi, però, emerge con chiarezza che la causa comune dell ‘oblio di questa corrente è la scarsa manutenzione di tali edifici, la quale li ha accompagnati ad una morte indotta più che per la condizione autistica degli stessi. Per contro, invece, alcuni di questi sono sopravvissuti indenni al clima revisionistico, poiche ben progettati ed adatti allo scopo, quali l ‘Aula della Delft University in Olanda di Jaap Bakema e Johannes van den Broek (1959/1966) ed il Johnson Art Museum della Cornell University di Ithaca a New York di I. M. Pei (1972). Ed in Italia, quale atteggiamento si ha verso tale corrente? Anche nel Bel Paese dominano incuria ed abbandono, e solo ultimamente pare vi siano dibattiti sul tema. Trascuratezza ed oblio che tormentarono integralmente fin a pochi anni fa il geniale Istituto Marchiondi Spagliardi di Vittoriano Viganò (1957) e che tuttora intaccano l ‘Ospedale Ortofrenico di Potenza di Marcello D ‘Olivo (1965/68) e la magnifica Casa Sperimentale a Fregene di Giuseppe Perugini (1969). L ‘essere negletto pare dunque un substrato comune, sul quale spesso s ‘innesta la volontà della riplasmazione o dell ‘abbattimento, come nel recente caso del Municipio di Roccaverano di Giulio Balbo (1977/85). Opera quest ‘ultima figlia di un audace quanto piccato confronto con il contesto storicista del paese in cui sorge, interessante per l ‘iniziativa di rilettura e di commento del sito urbano. Tale esperienza è risolta con un rivisitato linguaggio d ‘ispirazione lercorbusiana nel trattamento materico delle superfici, quello del beton brut, stabilendo un aperto dialogo con l ‘elemento costruttivo principe del luogo, la pietra. L ‘opera risente dei forti influssi neo-espressionisti del primo lirismo del Premio Pritzker tedesco Gottfried Bàhm, quali la Wallfahrtskirche a Neviges (1964/66) e la Kirche Christi Auferstehung a Colonia (1968), mediati dall ‘insofferente uso della linea spezzata propria del secondo futurismo torinese. L ‘incisività della plastica scultorea dei volumi lascia intendere, nelle lavorazioni, l ‘abilità di sapienze artigianali non comuni nelle casserature delle forme e la fraseologia globale della composizione valse le lodi di Bruno Zevi. Proprio egli stesso, nel suo testo Storia dell ‘Architettura Moderna, ci ricorda: (ÔǪ) la corrente brutalista non raggiunge mai piena autonomia, è sempre tributaria dei maestri contro cui si ribellaÔǪha evitato che la crisi del razionalismo scivolasse nei vernacoliÔǪnel neoliberty e nel decorativismo. Battaglia quanto mai dura, per la forte affermazione del linguaggio del New-empirism nel contesto italiano, il quale sfociò in un aperto regionalismo critico che seppe a Banham di un ‘afasica ritirata dal Movimento Moderno. Figlie di questo manierismo estetizzante sono le critiche che a tutt ‘oggi attaccano tali opere, alle quali non è stato perdonato il forte impegno sociale per gli usi connessi, come non di meno la semplicità materica, per le quali propugnano una volontà di cambiamento. Una sorta di damnatio memoriae come nel caso del Municipio di Roccaverano, dove l ‘identità dello stesso è in forte pericolo per l ‘ipotesi di capitozzatura della torretta. Sicuramente è corretto poter ripensare a tali strutture adeguandole alle mutate esigenze funzionali e soprattutto di contenimento energetico delle stesse, ma pur rispettandone l ‘identità costituita. Vale la pena ricordare, a questo punto, la celebre affermazione addotta da Le Corbusier nel suo testo Vers une Architecture del 1921: L ‘architecture, c ‘est avec des matières bruts, etablir des rapports emouvants. Resta fermo il fatto che tali interventi, assai simili ad un atto di labile cosmesi, servano a non prendere coscienza del perche di quel decadimento, mentre ci si dovrebbe porre il dubbio su quali siano i ruoli adeguati alle nuove condizioni che si profilano. Perciò, se si parla di rifunzionalizzazione, essa non deve essere un pretesto che sa di escamotage interventista, ma piuttosto di un codice assunto sotto condizione, per evitare che il mutato modello di riferimento rischi di compiacersi del proprio provincialismo. All ‘interno dunque di un dibattito che rischia di divenire angusto, c ‘è da sperare che questa contaminazione non produca un esperanto formale, assai simile ad un ‘obiezione di coscienza.

Fabrizio Aimar

DATI PERSONALI:
Nome: Fabrizio
Cognome: Aimar
Data e luogo di nascita: 04/08/1983, Asti
Professione: libero professionista architetto

Scrivi un commento