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Modernità: sostantivo plurale – di Roberto Sommatino

Modernità: sostantivo plurale – di Roberto Sommatino

Autore: Roberto Sommatino
pubblicato il 12 Giugno 2012
nella categoria Parole, Ragionamenti di Roberto Sommatino

I timori di Frampton erano ingiustificati: la globalizzazione in architettura non ha portato verso l'omologazione; neanche oggi che il fenomeno ha assunto proporzioni imponenti, grazie ai social network e ai media individuali. Essa ha continuato piuttosto a trovare riserve rinnovabili di creatività proprio grazie alle dinamiche di scambio e di contaminazione attraverso le quali si svolge.

E non è solo un semplice fatto statistico: è ovvio che al crescere dei contatti fra le culture le combinazioni possibili aumentano in proporzione. Dipende invece da quel fenomeno di traduzione culturale degli usi e dei costumi che vede le buone idee attecchire, mutare e ibridarsi lontano dal luogo di origine, fino a diventare nuove tradizioni per nuove patrie. È la cosiddetta indigenizzazione, come l'ha ribattezzata Arijun Appadurai: l'esatto contrario del protezionismo culturale in cui si traduceva il Regionalismo Critico, con cui condivide però, paradossalmente, il medesimo riconoscimento per l'importanza delle specificità locali.

Un fenomeno sempre esistito ma che oggi ha contorni inediti a causa dell'altissima integrazione economica fra gli stati nazionali e della rivoluzione informatica nelle telecomunicazioni. Se servirono un centinaio d'anni perche i precetti religiosi degli Shakers americani diventassero il moderno design svedese, oggi, probabilmente, basterebbe appena una stagione.

Neanche la crescita esponenziale del web ha neutralizzato i processi di indigenizzazione. È illusorio infatti pensare che la rete abbia il controllo di ogni angolo del pianeta: in realtà su internet c'è ancora una parte minoritaria di tutta la cultura che si produce e, anche al suo interno, il web ha una geografia affatto omogenea, suddivisa in provincie, regioni e continenti culturali che non sempre sono completamente interconnessi.

Primo corollario di questa descrizione della globalizzazione è una modernità plurale concepita come una rete di più modernità, antagoniste talvolta e cooperanti altre, nel quale l'Occidente finisce per essere una provincia periferica. Si pensi del resto a fenomeni come Bollywood, ma anche all'invasione commerciale cinese dell'Africa Orientale, o a più recenti e clamorosi successi quali Ren Ren, un social network cinese che conta milioni di utenti ma che è praticamente sconosciuto dalle nostre parti. Come dire: la modernità avviene non solo lontano da noi e nostro malgrado, ma anche a nostra insaputa, persino sul web.

Se, guardando verso l'Occidente, il panorama architettonico ci appare polverizzato in una varietà formale sterile, o se ci sembra che la cultura architettonica a queste latitudini abbia raggiunto l'apice che prelude al declino, forse è giunta l'ora di rivolgere altrove le nostre aspettative. Se visti dall'Atlantico gli architetti sembrano praticare un sincretismo formale che si nutre in modo superficiale e indiscriminato di immagini dal web e che non lascia tempo ad approfondimenti concettuali, è verso altri orizzonti che dobbiamo ampliare il nostro sguardo critico. Sforzandoci cioè di non centrare orgogliosamente ad ovest il baricentro dei nostri ragionamenti, forse il tema di un'estetica architettonica convincente e condivisa assumerebbe contorni più chiari, e la crisi occidentale potrebbe avere minor peso e prospettive più rassicuranti.

E sarebbe forse anche meno frustrante l'attesa di un'informatica che ha pensato troppo a lungo di poter fare a meno del mondo materiale, trascurando uno sviluppo industriale che potesse supportare la propria - per ora, mancata - rivoluzione estetica.