Parte 6:1956-70, Capitolo 1:

Una nuova era

1.4 Gutai e Metabolismo

Gutai è una associazione di artisti fondata ad Osaka nel 1954 da Jiro Yoshihara. A caratterizzarli è l’allestimento teatrale delle loro opere, spesso in forma di happening; la scarsa predisposizione per il pennello e le tecniche tradizionali; l’uso di materiali comuni; un’attenzione, a volte ossessiva, per il corpo, inteso come veicolo di espressione estetica.

E’ l’azione, è il movimento, è il contrasto tra i corpi nello spazio, il pieno, il vuoto, la materia che è valore. E’ un ritorno alle origini della civiltà ,cioe al teatro sacro.

Ai riti Gutai seguono le performance degli artisti occidentali . Nel 1959 Allan Kaprow esegue i 18 Happenings in 6 Parts. L’ anno dopo Arman scarica 30 tonnellate di spazzatura all’interno della galleria Iris Clert di Parigi. Nel 1961 Yves Klein presenterà la Antropometries de L’ Epoque blueu, cioe una tela su cui due modelle, cosparse di colore, si rotolano, mentre un gruppo da camera suona musica e il pubblico assiste. Infine si forma il gruppo Fluxus e in Germania si comincia a parlare di Beuys, in Italia il terribile Piero Manzoni nomina Marcel Broodthaers opera d’arte vivente, negli USA Halprin, Rainer e Schneemann ruotano intorno ai workshop dell’ Judson Dance Theater.

Attraverso la commistione con il teatro, le discipline artistiche escono dal chiuso delle accademie; attraggono i giovani che le percepiscono come pratiche liberatorie e le assimilano alle recite pubbliche di poeti underground quali Allen Ginsberg e Gregory Corso, alle rappresentazioni del Living Theatre, ai concerti del rauco Dylan. Si acquista consapevolezza che ogni inconsueta relazione tra l’uomo e l’ oggetto stimola un originale atteggiamento esistenziale, diventa fonte di riflessione e veicola valori estetici. A condizione che interagiscano lo spazio che tali oggetti contiene, la materia che li definisce e il corpo che li percepisce .

Perde importanza la distinzione tra le arti. L’oggetto artistico si periferizza per fare posto allo spazio della vita, che ridiventa centrale. Così anche se le performance degli artisti avvengono in un ambiente teatrale fittizio – ma spesso sono allestite nelle strade o nelle piazze- l’obiettivo e lo spazio concreto, l’ esistere di tutti i giorni, la realtà metropolitana.

Il movimento metabolista, che si forma nel 1960 in occasione della World Design Conference a Tokyo, trasforma l’eredità Gutai in riflessione architettonica.

Promotori del gruppo il critico Noborou Kawazoe, Kisho Kurokawa e Kiynori Kikutake. Punto di riferimento: il già affermato Kenzo Tange. Altri aderenti e simpatizzanti: Masato Otaka, Fumihiko Maki, Takashi Asada e Arata Isozaki.

Le idee del gruppo vengono esplicitate nel documento Metabolism 1960, the proposals for new urbanism : le città mal si adattano alle condizioni di vita moderne; le strutture fisse e immodificabili non riescono a interagire con una realtà fluida, dinamica e mutevole fatta di situazioni, rapporti funzionali, flussi comunicativi; la ricerca dell’ordine e dell’armonico priva il contesto urbano dei suoi valori più autentici. Afferma Kawazoe: ” La nostra concezione per la città del futuro deve essere tale da comprendere in se il disordine, da ricavare in mezzo a esso un nuovo ordine”

L’estetica metabolista trova un suo naturale sbocco nelle megastrutture, grandi composizioni alla scala del quartiere o della città, che inglobano il sistema infrastrutturale. Le strade, le reti e le canalizzazioni, strappate dalla competenza degli studi di ingegneria, si trasformano in oggetto di riflessione architettonica, mentre si tenta seppellire l’ urbanistica, con le sue uniformi zonizzazioni e i suoi astratti standard quantitativi.

E’, in fondo, l’idea, ripresa e aggiornata, del Piano Obus per Algeri di Le Corbusier (1930) o dell’unità di abitazione di Marsiglia (1946): un doppio sistema costruttivo fatto da un sistema primario ( il nastro stradale o l’ossatura dell’edificio) e uno secondario ( le cellule abitative che con la massima libertà possono essere inserite all’interno della maglia strutturale prefissata). Ma vi è anche qualcosa di più e che proviene dalla riflessione sul concetto di struttura in questi anni indagato dalle scienze esatte e dalle scienze sociali e umane ( il libro Anthropologie Structurale di Levi-Strauss è del 1958).

La struttura è un organizzazione, quasi un organismo, che ammette gradi di libertà e può evolvere nel tempo, senza perdere coerenza e riconoscibilità. Da qui una città vivente – appunto metabolica- che garantisce l’ identità e la permanenza e, nello stesso tempo, si adatta facilmente al veloce cambiamento dei costumi e delle abitudini.

A essere metabolizzati, e cioe in ultima analisi consumati, sono i prodotti della società del benessere: e in questo senso il metabolismo è una variante del Pop. Ma, con l’avvertenza, che al caos della scala umana delle merci si contrappone l’ordine della scala superumana della macrostruttura, esattamente come al disordine dei produttori si contrappone la logica unitaria del mercato o dello Stato. Un elemento questo di collegamento con l’ideologia socialdemocratica del Team 10, che i giapponesi a più riprese frequentano: nel 1959 Tange rappresenta il Giappone all’ ultimo CIAM di Otterlo; Maki partecipa nel 1960 all’incontro del Team 10 in Europa e Kurokava attende alle riunioni del 1962 e del 1966 rispettivamente a Royaumont ( Francia) e Urbino. Peter e Alison Smithson, Louis Kahn e Jan Prouve sono invitati alla World Design Conference del 1960 a Tokyo.

Occorre, inoltre, sottolineare i contatti di Tange con la cultura americana. Tra il settembre del 1959 e il febbraio del 1960 l’ architetto giapponese è invitato da Pietro Belluschi presso la cattedra di Urbanistica del Massachusset Institute of Technology. Tange propone agli studenti il tema di un nucleo residenziale per 25.000 abitanti presso la baia di Boston. Divisi in sette gruppi di lavoro, gli studenti rispondono con altrettanti progetti. Il più convincente prevede una struttura primaria composta da portali a sezione triangolare che sostengono numerose piattaforme. Alcune di queste, collocate all’ interno, ospitano il sistema infrastrutturale di quartiere. Altre, collocate all’esterno, sorreggono nuclei abitativi realizzati con cellule tridimensionali prefabbricate. Nella parte bassa del portale, su tre distinti livelli, corrono la metropolitana, l’autostrada, la monorotaia.

Il lavoro didattico negli Stati Uniti, consente a Tange di mettere a punto le idee del piano per la Baia di Tokyo (1960), un lavoro che avrà enorme influenza sulle ricerche dei Metabolisti e grande eco sulla stampa internazionale. E ‘ una città galleggiante, che lega due estremi della baia fondata sul concetto di rete, cioè di un insieme di relazioni dirette (stradali, autostradali, metropolitane…) e indirette ( telefoniche, telegrafiche…) che sono in grado di integrare funzioni altrimenti atomizzate.

Da qui la scelta di un sistema lineare – al posto dei tradizionali schemi radiali o a scacchiera- che consente di organizzare un asse lungo il quale aggiungere elementi modulari; la netta divisione dell’organismo in elementi strutturanti, a cui è garantita una certa permanenza nel tempo, e di completamento, soggetti invece a una maggiore usura e obsolescenza; la interazione di attività diverse e complementari, accostate liberamente tra di loro.

Visti a distanza di tempo, i progetti per Boston e Tokyo possono essere letti come arrischiate proiezioni verso un futuro ipertecnologico; come il mostruoso e ricorrente sogno dell’architetto di dominare a tutti i costi una crescita metropolitana che gli sfugge. Ma negli anni Sessanta – segnati dell’esplosione della motorizzazione, del dilagare delle autostrade, dal mito del benessere a tutti i costi- la risposta appare convincente: individua una nuova dimensione urbanistica per l’architettura; fornisce soluzioni al problema delle comunicazioni e delle reti; garantisce alla prefabbricazione di componenti standardizzate un ruolo all’interno di una complessa strategia urbana; razionalizza il caos e il mutamento pianificandolo all’interno di una griglia di riferimento; ridisegna un nuovo ruolo sociale per il progettista, strappandolo da una condizione di esilio e di marginalità in cui l’estetica del gesto e del bel segno tendeva inevitabilmente a porlo.

E ‘ però nell’interpretazione poetica del tema che i metabolisti producono i loro risultati migliori.

Tower City (1959) di Kikutake ha una intensa dimensione paesistica data dallo skyline delle torri che campeggiano su gigantesche piattaforme circolari, ognuna delle quali ospita 3.000 abitanti. Marine City (1959) e Ocean City (1960) sono vibranti segni a scala territoriale. Agricolural City (1960) di Kurokava colpisce per il delicato contrasto tra gli elementi strutturanti , rigidamente ortogonali, e le leggere coperture a tenda che vi si ancorano. Helix Structure (1961), sempre di Kurokawa, affascina per la struttura a spirale, che allude poeticamente al DNA e all’organismo in crescita. Space City (1962) di Arata Isozaki comunica una inquietante tensione, di sapore piranesiano, anche per la scelta di elementi strutturanti cilindrici il cui fusto allude a immensi ruderi di colonne doriche.

 

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