Parte 6:1956-70, Capitolo 1:

Una nuova era

1.1 Una nuova era

Proviamo a immaginare questo secolo diviso in due ere. La prima è segnata dalla modernizzazione e dal meccanicismo. Comincia ai primi del novecento con l’esplosione della grande industria, l’avvento dall’automobile, la scoperta della relatività, la fondazione della psicanalisi, la costruzione del Bauhaus, la nascita delle avanguardie dal cubismo all’astrattismo, al surrealismo, all’espressionismo, al dada. E’ un periodo che si apre inneggiando alla forza rigeneratrice della tecnica e della ragione, ritenuta in grado di introiettare anche il soggettivo e l’irrazionale, e si conclude con i disastri di due guerre che si susseguono nell’arco breve di un ventennio. La cappella di Ronchamp e le dense pennellate dell’informale -che possiamo leggere come le più alte espressioni della disillusione – ne suggellano la fine.

La seconda era è quella dei mass media, del consumismo, del boom economico. E’ segnata dalla televisione, dal satellite, dal computer, dalle videoconferenze e dai telefoni cellulari. Non si è ancora conclusa, ma ha avuto un momento di particolare intensità tra gli anni Sessanta e i settanta con la letteratura beat americana, le teorie di Marshall McLuhan, la decostruzione filosofica, le nuove filosofie della scienza, la protesta giovanile, la lotta contro le discriminazioni, la rivoluzione sessuale.

La prima era è segnata poeticamente da uno slogan Le Corbusier: architettura o rivoluzione. E cioè: senza la razionalizzazione economica e formale dello spazio della casa, del quartiere e della città non c’è salvezza per la società di massa del ventesimo secolo .

La seconda ne capovolge il senso trasformando l’opposizione in affermazione: architettura è rivoluzione. Senza nulla voler togliere all’azione politica o sociale, e anche destrutturando e ristrutturando il modo in cui il pensiero concepisce lo spazio e quindi il modo in cui vede e organizza il mondo, che c’è qualche sia pur flebile speranza: quella di spezzare la subdola pigrizia mentale richiesta dalle istituzioni e l ‘ appiattente conformismo preteso dal potere, generando nuovi valori e tracciando nuovi indirizzi di conoscenza.

Orientate l’ una verso i cambiamenti dei processi -produttivi di manufatti o generativi di senso- e l’altra verso i cambiamenti dei comportamenti o dei linguaggi attraverso cui il soggetto si relaziona con la realtà, le due ere sono distanti tra loro, quasi geologicamente diverse. Riconosciamo ancora come attuale una canzone degli anni Sessanta o Settanta, mentre sorridiamo, come davanti a un reperto storico, ascoltandone una degli anni Quaranta o Cinquanta. Consideriamo a noi contemporanei Joseph Kosuth o Robert Smithson, mentre avvertiamo un senso infinito di lontananza davanti alle pitture pre e post cubiste. Ci sentiamo ancora coinvolti davanti alle 16 Jackies di Warhol , non più davanti alla Geltrude Stein di Picasso.

Qual è la data che separa le due ere? Sicuramente non il 1945, anche se segna la fine della guerra. Il brutalismo, l’informale e l’action painting di Pollock risentono – sia pur capovolgendo l’ottimismo meccanicista in un soggettivismo denso e disilluso- delle problematiche costruttiviste d’anteguerra.

Qualcosa di nuovo nasce, invece nel 1956 in concomitanza con tre avvenimenti storici, segnati anch’essi dalla ricerca della ridefinizione del concetto di libertà: la protesta razziale negli Stati Uniti, la denuncia dei crimini di Stalin in Unione Sovietica, la rivolta antisovietica in Ungheria. Sono:

In America i contatti tra Jasper Johns e Rauschemberg con il gallerista Leo Castelli, che permetteranno il lancio commerciale della prima generazione di artisti Pop.

In Inghilterra le opere esposte nella mostra This is Tomorrow. E in particolare quelle del padiglione del Gruppo 2 , curato prevalentemente da Richard Hamilton.

A Dubrovnik la definitiva rottura del CIAM, i congressi internazionali di Architettura Moderna, l’ultima roccaforte del modernismo, per opera del Team 10.

A questi tre avvenimenti se ne aggiunge un ultimo dal forte impatto simbolico. Sempre nel 1956 muore in un incidente d’auto, provocato da guida in stato di ebbrezza, Jackson Pollock. Con la sua morte si chiude, di fatto, la stagione creativa dell’espressionismo astratto.

 

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