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un’estetica altra

 

Nata a Venezia nel 1914, dopo la Laurea in Archiettura conseguita a Roma, iniziò la sua carriera nello studio di Giò Ponti a Milano. Negli anni seguenti documenta la distruzione che afflisse l’Italia negli anni della guerra, partecipando anche al Congresso Nazionale per la Ricostruzione.

Fonda con Bruno Zevi il settimanale La Cultura della Vita. Nel ’44, si trasferisce in Brasile, dove realizza la maggior parte delle sue opere e collabora con Burle Marx.

E’ stata una delle pochissime donne architetto di successo sulla scena internazionale: una rarità anche in considerazione del periodo in cui ha svolto la maggior parte della sua opera (anni ’50-’60).

 

Lina, in Brasile mette in atto una rivoluzione del gusto estetico dovuta forse ad una sensibilità che porta all ‘insofferenza verso i luoghi comuni di una civiltà europea da esportazione.

La proclamazione del diritto al brutto già presente nei suoi disegni si invera nelle opere costruite che hanno la capacità di mettere in soggezione lo spettatore.

 

Picasso, Le Corbusier e Man Ray avevano già inglobato da tempo la violenza dell ‘arte africana nel mondo figurativo delle avanguardie.

Gustav Klimt e Egon Shiele, sporcando la bellezza l ‘uno con il prezioso l ‘altro con l ‘erotico (che oggi viene differentemente compreso come innocente erotismo), avevano messo in discussione i confini del sublime con l ‘estenuazione delle sensazioni.

 

Come lucidamente afferma Luciano Semerani (in occasione della mostra del 2004 presso la Galleria internazionale d ‘arte moderna di Ca ‘ Pesaro, a Venezia) il mondo di Lina, che Zevi ha inserito nel brutalismo, ha piuttosto il suo motore nel desiderio.

Darridà sostiene che la nozione di bellezza è inseparabile dall ‘esperienza del corpo. Concetto che aiuta a comprenedere l ‘arte di Schiele. L ‘esperienza della bellezza sarebbe inseparabile dalla relazione e dal desiderio per l ‘altro. Questo altro per Lina è l ‘architettura, anche se il desiderio non porta alla bellezza ma, al paradosso. Ma il paradosso è umano, denuncia la dimensione irrazionale che la vita può avere. Il che potrebbe significare, sul piano dell ‘architettura e del design, rivedere i confini del gusto.

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