Intervista a “Studio a3e” – di Roberto Sommatino

di Roberto Sommatino

Villa con biopiscina, Morlupo (RM)

Studio a3e nasce a Roma nel 2008 dalle ceneri del gruppo Bosleys, collettivo di ricerca architettonica attivo già dal 2005. Componendo le differenti competenze dei suoi soci, a3e si pone l’obiettivo di sviluppare architetture di qualità seguendone con determinazione ed entusiasmo l’intero processo ideativo, dal guizzo creativo di un concept fino alla definitiva realizzazione in cantiere. Rinnovando la natura originaria di gruppo flessibile e aperto verso tutti i professionisti delle diverse discipline connesse all’architettura, lo studio sviluppa un metodo di approccio al progetto che processa l’architettura alle diverse scale (individuo, spazio, territorio) cercando di ragionare in maniera flessibile “caso per caso” per fornire risposte concrete e realizzabili in forte relazione con la committenza e col contesto culturale e ambientale nelle quali si inseriscono. Il principale campo di ricerca e sperimentazione di a3e sono da sempre i concorsi di architettura, portati avanti parallelamente a progetti di interior design, grafica, fotografia, modellazione, web e multimedia.

Valentina Costa

Nata a Roma nel 1974, nel 2003 si laurea alla facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni”. Si occupa di architettura di interni, ristrutturazione edilizia ed urbanistica collaborando con diversi studi di architettura e imprese edili operanti sul territorio nazionale, curando la progettazione dalle fasi iniziali fino all ‘esecuzione in cantiere in veste di direttore dei lavori e, dal 2008, di Coordinatore per la Sicurezza nei Cantieri (titolo IV D.lgs. 81/2008). Nel corso degli anni ha rivolto la propria attenzione professionale alla progettazione di dettaglio, alla cantieristica e allo studio degli spazi abitativi, con particolare attenzione ai materiali e alle soluzioni d ‘arredo di cui spesso cura la progettazione esecutiva.

 

 

Piero Ventura

Nato a Cosenza nel 1974, nel 2003 si laurea alla facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni”. Dal 2004 inizia a collaborare con diversi studi di architettura di Roma di livello internazionale occupandosi di concorsi, progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva alle diverse, modellazione solida, rendering ed animazioni: dal 2004 al 2006 collabora con lo studio Ma0_emmeazero; dal 2006 al 2007 con lo studio CLO, dal 2007 al 2010 con lo studio Jean Nouvel Roma_n┬░10. Dal 2009 è docente di software CAD e di modellazione solida presso il Centro Europeo di Formazione Informatica di Roma. Si occupa anche di design, progettazione grafica e grafica web. Il suo percorso professionale si è sviluppato negli anni nella progettazione di complessi architettonici di ampia scala, curando l ‘intero processo dallo studio di fattibilità alla progettazione esecutiva.

 

Claudio Ampolo

Nato a Roma nel 1976, nel 2006 si laurea alla facoltà di Architettura “Valle Giulia”.Si occupa di architettura di interni nei settori commerciale, ricettivo e residenziale, collaborando con studi di architettura e design operanti in Italia e all ‘estero. Si occupa di allestimenti per eventi di rilevanza nazionale ed internazionale. E ‘ stato co-fondatore del gruppo di ricerca nITro (New Information Technology Research Office) ed ha collaborato con il LA.M.A (Laboratorio Multimediale di Architettura della Facoltà di Valle Giulia). Nel 2007 ha fondato con l ‘arch. Emanuele Tarducci lo studio In4mal (Interaction for Multimedia and Architecture Lab) occupandosi di comunicazione multimediale e visual design, rivolgendo il proprio lavoro all ‘integrazione di sistemi tecnologici ed interattivi nell ‘architettura.

link:

http://www.a3e.it/

http://www.facebook.com/pages/a3e-studio-di-Architettura/232634526788222

http://europaconcorsi.com/authors/888911427-a3e-Studio

http://www.archilovers.com/studio-atree/

 

 

 

Una breve definizione della vostra architettura.

a3e: Come gruppo non inseguiamo uno stile vero e proprio ne un segno riconoscibile come firma dello studio; cerchiamo la soluzione lavorando “caso per caso” su un concetto, un ‘estetica, una suggestione, un’immagine verificandola spazialmente e funzionalmente alle diverse scale dell’architettura: individuo, spazio, territorio.

Qual è il processo creativo da cui nascono i vostri progetti?

a3e: In quanto entità collettiva tendiamo a gestire la faccenda democraticamenteÔǪ per cui necessariamente il processo creativo segue delle fasi :apertura del tema, elaborazione, messa a punto e revisione on site; per gestirle efficacemente abbiamo elaborato un nostro Metodo che tende a non limitare gli individualismi ma a moltiplicarli: ognuno di noi è libero di approcciare il tema come meglio crede seguendo i propri flussi mentali arrivando molto velocemente ad un ‘ immagine personale, non ancora collettiva; ogni singolo contributo viene processato dal gruppo attraverso un dibattito veloce e serrato che ibrida le immagini e converge verso una soluzione nuova, unica, collettiva, condivisa, multipla; Il progetto pertanto è il risultato ottenuto dalla moltiplicazione dei contributi di ciascuno nel quale, alla fine, “l’autore” è sacrificato a favore dell’opera (collettiva).

Questo processo non funziona soltanto nella fase preliminare ma continua durante tutto il progetto e anche durante la realizzazione; il progetto viene difatti considerato aperto, cioè capace di continue riconfigurazioni anche durante il processo realizzativo, nel quale il confronto tra noi e il cliente si rinnova, e si apre a quello con le maestranze e con il cantiere nel senso più ampio; non ci nascondiamo ,quindi, dietro ad un progetto autoriale chiuso, ma interpretiamo propositivamente anche gli imprevisti e le difficoltà che nascono durante la realizzazione per apportare le integrazioni e le modifiche che riteniamo più corrette a recepire le esigenze e le aspettative nostre e del committente.

 

 

Ci parlereste del progetto che più vi rappresenta o al quale siete più legati?

Piero: Difficile: probabilmente le residenze in linea ad Itri è quello a cui sono più legato perche fu la prima volta che sperimentammo un progetto con la nuova formazione e nei nuovi studi del mandrione. Quello che più ci rappresenta, invece, lo dobbiamo ancora progettare. Il tema di Itri è un ‘abitazione ecosostenibile, a basso costo, per ceti popolari. L’idea principale si fonda sull’ibridazione tipologica della linea tradizionale col tipo a ballatoio creando spazi di condivisione ed incontro ad ogni piano e con l ‘idea di trasformare le facciate in un grande schermo interattivo la cui configurazione è funzione della scelta di ogni singolo abitante.

Claudio: Siamo uno studio giovane, i concorsi sono stati e continuano ad essere un terreno di confronto e conoscenza reciproca privilegiato, ma credo che la realizzazione degli esterni della villa Bretschneider a Morlupo sia stata un ottimo esempio di come intendiamo il processo che porta dai primi contatti con il committente, alle prime idee, fino alla realizzazione: ed è bello rendersi conto di quanto ci si possa stupire ed emozionare del risultato di un progetto anche se sulla carta (sullo schermo) lo si conosceva fin nel minimo dettaglio: probabilmente è (anche) per queste sensazioni che amo il mio lavoro.

Valentina: Itri è sicuramente il progetto che riassume la maggior parte delle tematiche sperimentate in esperienze precedenti; ma sono molto affezionata a Goodnight Moon (Doha) per l ‘approccio liberamente visionario; o anche alla Villa Bretschneider per l ‘uso dei materiali naturali tipici del contesto, l ‘immagine finale e il rapporto stimolante con il committente.

 

 

Quale architetto del panorama internazionale costituisce per voi un riferimento?

Claudio: Sono cresciuto universitariamente negli anni della decostruzione dell ‘architettura postmoderma, e, come molti, mi sono entusiasmato seguendo le proposte di Libeskind, Eisenmann, Hadid, Gerhy, Koolhaas, ecc. Oggi apprezzo maggiormente gli architetti che reputo ottimi professionisti oltre che ideatori più o meno visionari: aspetto con curiosità ogni nuovo progetto di Herzog e De Meuron, capaci di caratterizzare ogni loro edificio secondo un ‘idea forte, incisiva e mai banale; ammiro la purezza degli edifici della Sejima, l ‘eleganza delle realizzazioni di Carlos Ferrater e Peter Zumthor e resto affascinato dalla monumentale bellezza delle opere di Niemeyer. Ma non dimentichiamoci i capolavori di Nervi, Musmeci, Morandi…

Piero: Oggi mi piace più di ieri Nouvel ( specie quando si impegna), ma anche Mvrdv, Fuksas, Sejima, Ito… E potrei dirne un milione ma ognuno di questi ha fatto uno, due, cinque grandi progetti che mi hanno stimolato e mi stimolano e che porto dentro di me come esempio di approccio al tema, funzionalità, chiarezza compositiva.

Vale: Nessuno in particolare o più di altri. Mi piacciono i progetti che rappresentano visioni inedite, a qualsiasi scala, dei rapporti spaziali, volumetrici e di interazione, tra oggetto architettonico, contesto urbano e naturale, ed esseri umani.

 

 

Che ruolo rivestono l’informatica e le nuove tecnologie nel vostro processo ideativo e, in genere, come si riflettono nella vostra architettura?

a3e: Tecnologie e informatica fanno parte di noi da sempre, siamo una generazione nata con il PC.

Ci piace la ricerca su volumi e spazi ottenuti da geometrie complesse, verificarne virtualmente il risultato: da come la luce si poggia sulle superfici alla scelta dei materiali. Credo sia il nostro gioco preferito e, in attesa di realizzare, è un ottimo strumento di controllo con un investimento economicamente accettabile, per un studio ancora piccolo come il nostro, che dà risultati qualitativamente molto alti.

Siamo molto curiosi di quello che l ‘information technology sta in questo momento generando nella vita delle persone, amiamo l ‘idea di condividere in rete cultura informazioni e socialità dal cloud computing ai social network; ad un livello base sono una grande facilitazione per il nostro mestiere e per le nostre vite, ma per essere qualcosa di più devono necessariamente unirsi alla fantasia, all ‘inventiva, alla poesia, merce assai più rara di un Ipad o uno smartphone di ultima generazione.

Ci interessano anche molto le nuove frontiere aperte dall ‘interaction design specie quando è capace di generare interazione calda, partecipata ,ludica, poetica, quando cioè è capace di sviluppare nell ‘utente/attore delle emozioni e delle riflessioni. E per questo motivo crediamo che lo spazio architettonico inteso come habitat/contenitore di funzioni e quindi il progettista non può non tenere conto di questa trasformazione nella società.

 

 

Quanto c’è di extradisciplinare nella vostra architettura?

a3e: Il contributo di ognuno di noi nel processo creativo è di fatto multidisciplinare, in quanto frutto delle più svariate curiosità, esperienze, suggestioni o tensioni individuali che implementano l ‘esperienza collettiva. Credo che questa sia l ‘essenza dell ‘architetto, una sorta di calderone di esperienze culturali interpretate e veicolate in una visione complessiva e unitaria dello spazio e delle relazioni. Rivendichiamo la centralità dell ‘architetto nel processo creativo ed in quello realizzativo. Crediamo nella sintesi che l ‘architetto ,attraverso la sua cultura (ampia e disordinata), riesce a fornire come propria visione del mondo e della società ,come risposta ad un mutamento, come soluzione ad un bisogno e ad uno spazio.

 

 

C’è un artista, non architetto, col quale vi piacerebbe collaborare?

Vale: Jean Giraud alias Moebius, il fumettista francese (generazione Pratt), per tradurre in architettura le sue città (l’intervista è evidentemente precedente alla scomparsa dell’artista, n.d.r.).

Claudio: Mi piacerebbe collaborare con il teatro, in particolare con le produzioni sperimentali e d ‘avanguardia. Amo molto i lavori di Emiliano Pellisari, autore, produttore e regista, o più semplicemente artigiano teatrale come egli stesso si definisce, capace di creare spettacoli visionari, fantastici, onirici, in una parola emozionanti.

Piero: Banksy e BLU per la street art, amo molto anche lo Studio Azzurro: avrei voluto tanto realizzare il progetto del giardino di Fabrizio de Andre.

 

 

A quali riviste di architettura siete abbonati?

a3e: Detail, Mark, Wetteberbe Actuelle ,Frame, Domus, il resto lo consultiamo in rete.

 

 

Gli abbonati sono sempre meno. Tutta colpa della rete?

Piero: E’ soprattutto perche costano tanto! E’ una spesa significativa avere diversi abbonamenti. E poi sicuramente anche perche in rete trovi tanti nuovi progetti pubblicati, e questo è un peccato. Spero che la carta stampata non muoia.

Claudio: Il problema è anche che esiste una quantità di pubblicazioni esagerata: ne prendi una o ne prendi un’altra poco cambia. Le riviste che meritano un abbonamento non sono più del dieci percento.

 

 

Qual è il sito web di architettura che frequentate più spesso e perche?

a3e: Bazzichiamo su alcune webzine come Dezeen, Archdaily, Europaconcorsi cercando quello che ci interessa, spulciando nei siti personali degli studi architettura in cerca di aggiornamenti, suggestioni, occasioni.

 

 

Un maestro del passato al quale siete più debitori e perche.

Vale: Ne ho avuti parecchi, e ho contratto un debito con ognuno di loro cercando di approfondirli, a volte di imitarli, citarli, assimilarli: Walter dal cucchiaio alla città Gropius, Wright, Aalto, Brunelleschi, per i volumi e la luce, l ‘architettura romanica, il movimento Arts and CraftsÔǪ

Piero: Mnesicle, Brunelleschi, Borromini, Wright: Ordine, Spazio, Volume, Materiae Composizione!

 

Qual è il principale problema dell’architettura in Italia?

a3e: Oggi in Italia non c ‘è dibattito architettonico! Ne c ‘è voglia di farlo, neanche tra gli architetti. La percezione della gente sul mestiere di architetto sfiora il grottesco! La casalinga (di Voghera) chiama l ‘architetto solo per spostare il divano di casa, la televisione ne parla per un disastro o una nuova costruzione bizzarra, e lo stesso clima si respira nella rete; le architetture costruite in questo paese sono appannaggio degli ingegneri, dei geometri o di circoli ristretti di amici costruttori. Il risultato è che alle periferie massive dei grandi agglomerati degli anni 70 si sono sostituite le abitazioni diffuse, come cloni della pecora dolly sono tutte uguali, tutte colorate, alienate, alienanti. All ‘architettura s ‘è sostituita l ‘edilizia, dall ‘arte al mestiere! ├ê il mercato, baby e il denaro non dorme mai!

 

 

La città è una dimensione decisiva per la modernità, ma come sappiamo è in profonda crisi. E’ un fallimento della pianificazione tradizionale, non solo intesa come zonizzazione in senso stretto ma proprio come decisione imposta dall’alto, o è un problema di legalità?

Piero: Parlando dell’Italia, ormai abbiamo un tessuto di città consolidato e tutto quello che si fa lo andiamo a fare in periferia: si sa che in Italia non demoliamo nulla.

Valentina: Aggiungiamo e non recuperiamo, purtroppo.

Piero: Si esatto. Nel territorio laziale si sta diffondendo, ad esempio, un’abitazione quasi sempre simile e questo è frutto anche delle indicazioni del Piano Paesistico, che impone delle regole, delle forme, dei materiali, dei colori: se alla fine se fai la somma di tutte queste regole non possono non uscire tipologie simili.

Claudio: Manca anche un giudizio sulla qualità, che esiste in altri paesi, e che è un concetto fondamentale nel momento in cui si fa un progetto.

 

 

In Francia c’è una legge sulla qualità: in Italia servirebbe?

Claudio: Dovrebbe essere addirittura una qualità partecipata, ma in Italia non risolverebbe.

Valentina: Il protocollo Itaca ha cercato di dare delle linee guida sulla qualità riservandole al discorso della fattibilità ecologica: fonti alternative, standard da rispettare ecc. Parlando dell’Italia, a monte di tutto c’è un fattore culturale che manca di lungimiranza, cioè la pianificazione dall’alto negli ultimi anni ha preso atto di situazioni consolidate o comunque già in corso e non ha avuto la capacità di prevedere e di guidare; non tanto per imporre ma per dare degli scenari, per creare un ventaglio di possibili alternative che fossero improntate sulla qualità, non solo dell’edificato ma dell’uso del territorio e anche della vita sociale.

 

Ma alla fine la qualità è sempre ridotta ad un fatto prestazionale, quantitativo.

Valentina: Si esatto, è anche il modo in cui sono stati interpretati gli standard urbanistici: la rotonda col prato conta come verde pubblico.

Piero: Bisogna considerare che la nostra legge urbanistica è del ’42…

Vale: E abbiamo un piano regolatore che ha preso atto dei grandi investimenti dei centri commerciali per creare i nuovi centri metropolitani. Secondo me manca una prospettiva culturale nel vedere la crescita della città.

 

Cosa si può fare oggi?

Vale: Il recupero dell’esistente sarebbe un ottimo cambio di direzione. Per ora solo piccoli comuni lo stanno facendo, rispettando rigidamente i PRG.

Piero: Ragionando paradossalmente una strada potrebbe essere quella dell'”abusivismo”, inteso come una deregulation che riporti a concentrarsi sulla qualità e varietà dello spazio anche attraverso la costruzione spontanea. Dare la possibilità ad una casa di poter crescere, di aggiungere una stanza in più per il nuovo figlio, rispecchiare l ‘evoluzione del nucleo che la abita. Perche anche il fatto di rispettare certe distanze, certi standard urbanistici, ti porta ad avere una forma di città consueta e rigida, con meno qualità spaziale della forma “antica”, in cui gli edifici si incastravano l’uno nell’altro. I nuovi quartieri costruiti dai soliti noti, “stupidamente ben fatti” oggi sono assolutamente anonimi e banali. Fuori dall’Italia, in città in via di espansione come ad esempio Istanbul, trovi delle funzioni variamente dislocate negli edifici: un bar al terzo piano, una sala espositiva al quinto, una fascia di uffici al secondo tutti all ‘interno di un unico edificio residenziale. Una rete che qui in Italia sarebbe impossibile per colpa di un apparato normativo che ti ingessa. E’ chiaro che stiamo ipotizzando delle “folies” che non saranno mai realizzate senza una vera intenzione politica e culturale.

Vale: C’è anche molta poca cultura della strada. Nel nostro paese la strada si vive solo per attraversarla, mentre la strada è luogo d’incontro, di scambio, di socializzazione, di confronto, ecc. Noi tendiamo invece a chiuderci dentro degli ambienti,e quindi costruiamo palazzi invece di pensare a come riorganizzare la città.

 

 

Che ne pensate dei concorsi nel nostro paese?

a3e: Concorsi ne abbiamo fatti tanti e continuiamo a credere (dalla cupola di Santa Maria del Fiore in poi) che sia un ottimo strumento di controllo della qualità architettonica. Attualmente in questo paesino girano pochi concorsi, poco interessanti e pochi a procedura aperta cioè destinati a giovani progettisti, con premi davvero ridicoli. E questo non è un buon segno. Le pubbliche amministrazioni sviluppano bandi di concorso che poi per mancanza di fondi o volontà politica difficilmente arrivano alla fase realizzativa. I concorsi dovrebbero tornare ad essere campo di sperimentazione ed innovazione, uno stimolo al confronto propositivo ed all ‘approfondimento insomma al dibattito di cui sentiamo la mancanza.

 

 

Come giudicate la qualità della formazione universitaria in Italia?

a3e: Scarsa! Un neolaureato che va a lavorare a Londra da Zaha Hadid viene spesso equiparato ad uno studente del terzo anno laureato in Europa. In più la qualità del corpo docente e conseguentemente dei neolaureati stessi è bassa! E ‘ un circolo vizioso: l ‘architetto esce dall’università ansioso di mettersi alla prova ma presto scopre di essere impreparato ed ignorante, come i suoi professori; non avendo gli strumenti e lo spazio non riesce ad attivare un dibattito culturale intorno alla sua sfera e questo fa si che non si attivi quel circuito virtuoso di cui c ‘è bisogno per creare quella classe di architetti appassionati e capaci! Bisognerebbe rivedere un po ‘ di cose. L ‘obbligo di tirocinio sembra un primo passo dell ‘accademia verso il modo del lavoro, da cui è ancora troppo distante. Sarebbe interessante se gli atenei concepissero un corpo docente internazionale, invitando anche i grandi nomi dell ‘architettura a contribuire alla formazione degli implumi studenti, già dai primi anni. Si potrebbero poi semplificare i rapporti con gli altri paesi, magari rendendo anche più simili gli ordinamenti per invogliare non solo gli studenti ma anche i docenti a muoversi, aggiornarsi, confrontarsi e rinnovarsi.

 

Vale: Per quanto riguarda la nostra generazione, l’università ci ha individualizzati tutti. Le generazioni precedenti erano abituate a lavorare in gruppo e gli studi professionali dopo hanno continuato a lavorare in gruppo; E adesso il risultato di questa formazione è anche un po’ di diffidenza a lavorare insiemeÔǪ

 

 

Invece cosa succedeva appena si usciva dall’università? C’era collaborazione?

 

Piero: C’è stato un tentativo interessante a Roma fra gli anni ’90 e il 2000, che era proprio quello che riuniva tanti studi romani: da Ian+,Ma0, 2a+p, Stalker ed altri. Era un mega gruppo che in qualche modo nel progetto Stalker si identificava portando avanti una serie di collaborazioni: si chiamava “Carta bianca”. Oggi se ne sente solo una debole eco, ed è stata una grande perdita. Credo che questo tipo di esperienza si sia disciolta nel momento in cui non è riuscita a diventare concreta, realizzabile. Io l’ho vissuta da vicino avendo lavorato con Ma0: facevamo molti concept, molte sperimentazioni, ma ahime non si è tradotta in molte realizzazioni, per tanti motivi (politici, economici, culturali). ..Faccio un esempioÔǪ

Nel caso di Immaginare Corviale ad esempio la popolazione, tostissima, non ha apprezzato, anzi, ci hanno praticamente cacciato.

Ci fu l’occasione della Biennale con Vema; facemmo questa città ideale, (basata sulle continuità del verde, le isole abitateÔǪndr) ma poi alla fine tutte queste cose sono rimaste carta morta in Italia mentre lo stesso concept è stato viceversa apprezzato in Olanda diventando il masterplan della città di Almere.

Fra noi c ‘era dibattito, ricerca ; era una fase molto bella e molto propositiva della cosiddetta avanguardia romana che bisognerebbe riattivare in quanto indispensabile alla crescita culturale e critica della città stessa.

 

Parafrasando Loos: l’architetto è colui che rinnova la vita della gente proponendo nuove idee di spazio o colui che adegua lo spazio ai nuovi stili di vita emergenti?

 

Vale: Secondo me è l ‘ibrido perfetto, perche da un lato raccoglie registra e interpreta gli input esterni, i nuovi stili di vita, le necessità spaziali e le dinamiche di relazione traducendoli in architettura, ma nello sperimentare nuove relazioni spaziali, anche nell ‘utilizzo delle tecnologie innovative come suggestioni e strumenti di progettazione, propone relazioni nuove e modelli inediti.

Piero: la seconda che ha detto! Sono valide entrambe, ma nella realtà professionale adegui lo spazio al vecchio stile di vita !

 

 

L’architettura odierna vive un momento di stanca in attesa di novità che la rivitalizzino o attraversa un periodo di incubazione che sta per produrre esiti importanti?

a3e: Crediamo che viva un periodo di maturità, conseguente l ‘apporto rivoluzionario e visionario (e di cui c ‘era un gran bisogno) dettato dalla rivoluzione digitale! Oggi le architetture che si realizzano sono molto più interessanti di quelle di dieci anni fa o per lo meno si riesce a realizzarle! In effetti la fase d ‘avanguardia sembra conclusa, stiamo piuttosto attraversando un periodo che definiremmo di Manierismo digitale.

 

 

Addirittura di maturità?

Piero: Nel senso che tutta quella prima parte di sperimentazione, mi riferisco a quando Ben Van Berkel faceva quei diagrammi meravigliosi che erano già delle vere e proprio architetture (e che non sono quasi mai diventati architettura costruita), quella fase è passata. Oggi tutta quella spinta innovatrice si va muovendo verso la realizzazione. Attualmente anche le imprese sanno come realizzare un certo tipo di strutture complesse, pensiamo ad esempio alla nuvola di Fuksas, e quindi quel tipo di sperimentazione attualmente può raggiungere una realtà, un suo esistere.

 

 

Però ci sono ancora molti rami di ricerca in grande fermento sperimentale: interaction design su tutti. Non credete che per ora abbia avuto più successo la parte più superficiale dell’apporto digitale, la parte più formale forse?

Vale: E’ quello che dicevamo: è in atto una sorta di manierismo. Sono stati presi degli spunti, più che portate a termine delle ricerche, e sono diventati “paradigmatici”. Però poi alla fine l’architettura si è in un certo senso cristallizzata, cioè la ricerca formale si è bloccata. Maturità quindi anche nel senso di presa d’atto di certi risultati, senza però da lì in poi ripartire.

Piero: C’è anche il problema dei costi: alcuni progetti non sono realizzabili perche hanno dei costi insostenibili. C’è però un po’ più di maturità anche nel senso che certe soluzioni troppo costose vengono scartate e ci si concentra su aspetti propri dell’archiettura: gli spazi, la loro condivisione, ecc.

 

 

Emerge in ogni caso una forma di eclettismo formale: è figlio anche di un’età post-ideologica, o dipende solo dai software che consentano di sperimentare tutte le forme possibili con grande facilità? Secondo voi è un fenomeno positivo o negativo?

Claudio: Sotto l’etichetta digitale c’è tanta “roba”, ma spesso è anche una scappatoia, perche alla fine l’architettura si confronta ancora con gli agenti atmosferici, con la realtà e con una serie di elementi che saranno sempre quelli. Il digitale ahime ha anche aiutato tanta gente a confrontarsi poco con l’architettura reale e costruita, per virare verso un manierismo formale.

Piero: Io ricordo quando mi sono laureato circa dieci anni fa, è uscito il Dizionario di architettura avanzata, di Actar Studio; ebbene, aveva una quantità praticamente infinita di ricerche, ispirate alle cose più svariate: dalle branchie, ai movimenti di terra, al landscape, ecc. In quel momento penso si sia veramente spalancato un mondo: c’era chi si buttava sulla landscape architecture, chi andava invece verso la parte più scultorea. Non voglio dire che si sia aperto veramente tutto, però a parte le superfici digitali, l’interaction, c’era rimasto davvero ben poco da esplorare. In ogni caso, ha ragione claudio, bisogna sempre confrontarsi con la realizzabilità, con gli spazi, con un attacco a terra, con un appoggio, con un materiale.

Vale: Ma anche con una coerenza. Il Maxxi di Zaha Hadid, l’edificio-flusso che in digitale funzionava benissimo, a parte gli alti costi e la realizzazione incerta, quando si è confrontato con un contesto architettonico come quello italiano si è irrigidito moltissimo.

Piero: La nuvola di Fuksas se non sbaglio è del ’98, sono passati quindici anni e solo dieci sono serviti per capire l’esecutivo. C’era proprio un gap di costruzione, tecnologico, già nelle imprese.

Claudio: Questo è uno dei difetti maggiori dell’architettura digitale: la differenza che passa tra l’architettura, di Zaha Hadid nella fattispecie, e ciò che viene costruito. L’esito di tutto questo al momento è un grosso punto interrogativo.

 

 

Non è che tutta questa varietà sperimentale disorienta la ricerca tecnologica? Il nostro periodo non ricorda un po’ gli esordi del cemento armato: una tecnologia che non sappiamo ancora utilizzare nel suo senso profondo?

Vale: La ricerca digitale è troppo più veloce della pratica. Quando devi tradurre un disegno in costruizione ti manca il corrispondente strumento tecnologico, di know-how e persino normativo. Probabilmente stiamo pagando questo, ed è per questo che tutti gli esiti si appiattiscono su soluzioni analoghe, e vengono riproposte sempre le stesse cose. Poi probabilmente paghiamo si anche l’era post-ideologica: crollati i grandi pilastri manca un linguaggio unitario; però questa è l’era di internet, non c’è spazio per le grandi ideologie.

 

 

Descrivete il vostro committente tipo e il vostro committente ideale.

a3e: Oggi i nostri clienti sono prevalentemente privati, se escludiamo i concorsi. Il committente ideale appartiene, ahinoi, ad altre epoche storiche e culturali, è un individuo con ampi orizzonti culturali (nonche economici) con il quale instaurare un rapporto di condivisione e di fiducia che alimenti il processo creativo anziche frustrarlo. Descrivere il committente tipo è un po ‘ come fare il ritratto dell ‘Italia attuale per cui ti capita veramente di tutto: dal dirigente all ‘imprenditore, dal professionista all ‘ amico precario; ognuno con una sua cultura, un suo gusto e una propria personalissima immagine di cosa vuole che sia la sua casa o il suo negozio; è su questo materiale umano che lavoriamo, interpretando quello che c ‘è dietro ognuno un po ‘ come fa un pittore o un fotografo quando fa un ritratto. Raramente ti imbatti in un Cosimo de’ Medici o nel Duca di Urbino…forse quelli sono i committenti ideali!

 

Una breve definizione di architettura ad uso della “casalinga di Voghera”.

a3e: La casalinga di Voghera è la nostra condanna. Bisognerebbe impedirle di riprodursi. L ‘architetto per lei è solo quello che la accompagna da Ikea perche non sa come usare il planner per il bagno o non sa quale rubinetto scegliere.

Piero: Ultimamente abbiamo avuto un cliente che ha fatto di più che toglierci di mano la matita, come succede ogni tanto: il tizio si è presentato con un rettangolino di cartone dicendo:”Avrei fatto un plastichetto…”. Per carità: bisogna anche saper ascoltare, però c’è un limite. Diciamo che il nostro è un lavoro in cui ti devi fare apprezzare. E per farlo prima di tutto devi capire che cosa vuole realmente il cliente e reinterpretarlo. Come dire: i tuoi bisogni riesco a trasformarli in un’immagine corrispondente ad un’estetica che fa apposta per te. Non posso imporre niente, cerco di non impormi, però cerco anche di farmi apprezzare, altrimenti si sbatte contro un muro. Mi ripeto: è come in un ritratto, devo capire la psicologia del soggetto. Quando tratto con un cliente, infatti, se possibile, mi piace anche uscirci a cena, capire come è fatto, quali sono i suoi interessi. Poi, certo, subentrano anche i problemi legati ai costi…

Vale: A volte è difficile perche combatti con uno stereotipo che è quello dell’architetto eccentrico, un po’ matto.

Piero: Nel nostro progetto di Morlupo abbiamo avuto a che fare con una persona molto razionale, precisa, ed è venuto fuori un progetto pulito, dalle linee semplici, rigorose. Lui ne è stato entusiasta e vive intensamente la casa come mai prima: quel progetto è il suo ritratto esatto.

Claudio: Io sono un po’ più cinico e non vedo l’ora di poter dire di no a qualche cliente!

 

 

Perche in Italia l’architettura ha una considerazione comune così bassa? Perche oltre al pregiudizio sull’architetto eccentrico che fa spendere un sacco di soldi, tutti (o quasi) pensano di essere in grado di fare il nostro mestiere e si rivolgono a noi solo quando la legge, in qualche caso, ti obbliga a farlo?

Vale: E’ un problema sostanzialmente culturale. La figura dell’architetto è una figura molto complessa, perche è una professione tecnica e ha un ruolo tecnico molto preciso. E ha anche una conoscenza e una competenza artistica, nel senso della materia estetica. C’è però del buono in questo: certi principi base di architettura d’interni sono stati un po’ diffusi. E questo va bene, perche almeno si parla un linguaggio condiviso, però il problema culturale si presenta quando da parte del committente c’è un’ostinazione o una presunzione nel dire “siccome io leggo quella rivista o guardo quella trasmissione, io ne so più di te”. Tanto più che appena si “esce all’esterno” tutti vogliono o immaginano la casetta di Heidi.

Piero: Tra l’altro va ricordato che, per legge, gli ambiti esclusivi dell’architetto sono solo le carceri e i cimiteri, le uniche cose che non posso fare ne gli ingegneri ne i geometri, il che mi sembra un po’ pochino…

Claudio: Ci roviniamo anche la piazza da soli, accettando di fare un po’ tutto, specie appena usciti dall’università.

Piero: Diciamo anche una cosa: ci sono anche pochi architetti bravi. Una grossa parte sono dei caproni che non sanno dove mettere le mani, che si abbassano di rango e diventano un “tecnico incaricato”. Della nostra classe, escludendo coloro che hanno raccolto l’eredità paterna, pochi hanno avuto il coraggio di fare la fame e aprirsi uno studio per esplorare nuove strade.

 

 

Qual è l’edificio che avreste voluto progettare voi?

Piero: Il Guggenheim di Bilbao, quello di NY, la nuvola dell ‘ EUR, l ‘Eretteo di Atene!

Vale: La casa sulla cascata di Wright, il Maxxi di Zaha Hadid, ..un water front a caso, perche non lo scegliamo mai tra i concorsi, eh???

Claudio: Uno a caso tra quelli di Sejima, H&M, Zumthor.

 

 

Il nome di un vostro collega emergente che farà sicuramente strada.

Piero: Startt, Modo studio,Nabito, Coffice,Clo!

Vale: Gli a3e non sono niente male, quei ragazzi si faranno!

 

 

Come sarà l’architettura fra cinquant’anni?

Claudio: Capace di farsi comprendere per quello che è, e per l ‘importanza che ha all ‘interno della società. ÔǪalmeno lo speroÔǪ

Vale: Vorrei che tornasse ad essere spinta innovativa, incubatrice di stimoli, interprete di un ‘umanità migliore.

Piero: Boh! Più luccicante?

Villa con biopiscina, Morlupo (RM)

Villa con biopiscina, Morlupo (RM)

“Modul0┬░”, a3e + IN4MAL, modulo abitativo componibile

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“Trame d’ombra”, Itri, edificio per appartamenti

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Acropolis, Yereva, International Business Center

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“Goodnignt moon”, Doha

 

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