di Massimo Locci

Dopo le analisi scientifiche e le denunce degli ecologi degli anni ’70, caratterizzate da una forte visione catastrofica e negativa, il tema del consumo di suolo è tornato all’attenzione dei pianificatori, degli architetti e degli economisti. Quarant’anni fa il problema era percepito come sottrazione di superfici naturali e, quindi, di imminente esaurimento delle energie non rinnovabili. La definizione originaria di consumo di suolo s’identificava con il processo di antropizzazione, cioè nella progressiva trasformazione di aree naturali in agricole o mediante la realizzazione di nuove costruzioni e infrastrutture. Con questa accezione era ipotizzabile, semplicisticamente, che un processo virtuoso di arretramento dell’antropizzazione potesse rigenerare la naturalità. In verità in questi anni si è registrato il massimo dell’inurbamento con progressivo abbandono dei suoli agricoli e, paradossalmente, con l’aumento delle aree boschive. All’abbandono è seguita l’incuria e sempre più spesso registriamo danni ecologici rilevanti (incendi e alluvioni catastrofiche); peraltro senza che l’area ex-artificializzata riuscisse a ri-naturalizzarsi anche dopo decenni senza l’intervento umano. Nella nostra penisola solo riutilizzando i borghi disabitati e le costruzioni rurali, restaurando i muri a secco e facendo rivivere i gradonamenti agricoli si potrà ritrovare un eco-compatibile utilizzo dei suoli per nuove destinazioni, accettando anche quella tanto vituperata turistico-residenziale.

Oggi dopo varie pubblicazioni e confronti culturali, quali la Biennale d ‘Architettura di Venezia curata da Richard Burdett, è emersa la consapevolezza di una quasi totale impossibilità di governare il fenomeno dell’inurbamento e delle megalopoli. Il rapporto città-società, caro a Burdett, non è un binomio che riesce a limitare i danni . Anche sostenendo i temi della salvaguardia ambientale e delle metodologie interdisciplinari, gli esperti non riescono a produrre modelli efficaci, ne tantomeno una pianificazione più consapevole. Ci si limita a individuare strumenti d ‘analisi sempre più complessi o a far emergere un generico orientamento critico, sia verso la tecnica urbanistica, incapace di dare risposte concrete ai problemi che stanno emergendo, sia verso la sociologia, in affanno per effetto della globalizzazione.

In una recente conferenza all’IN/ARCH è emerso che il tema è del tutto irrisolto e che la lettura del problema può avere declinazioni diverse e in parte anche antitetiche. Per alcuni coincide con lo sprawl urbano (dispersione urbana), che può essere contrastato con la densificazione; per altri, non ritenendo il consumo di territorio un vero problema o disperando di poterlo contenere, la risposta è ancora interna alla disciplina architettonica e alla logica della trasformazione delle aree dimesse, con il recupero/ricilcaggio dei manufatti in disuso o sottoutilizzati. Legambiente, che con l’INU e il Politecnico di Milano ha creato un Osservatorio Nazionale sui consumi di suolo e che produce apposito un rapporto annuale, pone una serie di questioni connesse con il degrado di superfici idonee per la produzione agricola, alla riduzione della biodiversità e della qualità paesaggistica, compresa la “destrutturazione della forma urbana e dei suoi valori, connessi al sistema delle relazioni sociali di prossimità, con crescente inefficienza energetica e funzionale di un modello insediativo estensivo ad alta domanda di trasporto, alla conseguente generazione di inquinamento atmosferico”.

Un tema non affrontato è il ruolo della Rendita Urbana, un tema apparentemente vecchio in quanto si sviluppa a partire dagli anni ’70 ma che è estremamente attuale, perche oggi la rendita immobiliare ha acquisito un ruolo economico abnorme, con aspettative di utile per gli immobiliaristi pari al 30% dell’investimento. Quale industriale, imprenditore edile (costruttore) o professionista può immaginare qualcosa di simile. Il problema dei Fondi Immobiliari si regge proprio sull’espansione edilizia, prescindendo dalle effettive esigenze di spazi costruiti, pubblici e/o privati, inducendo perfino le Amministrazioni a esigenze “drogate” di volumetrie per attrezzature urbane in cambio di oneri edificatori. Con questi presupposti il fenomeno del consumo di suolo, dello sprawl e delle megalopoli è irrisolvibile.

Il tema è aperto: primo obiettivo è raccogliere dati e definire metodi di analisi e valutazione, sperando di individuare esperienze virtuose in Italia o all’estero.

Scrivi un commento