Antonino Terranova – di Mssimo Locci

di Massimo Locci

Lunedì 2 aprile, giorno in cui Antonino Terranova avrebbe compiuto 70 anni, amici e colleghi a pochi mesi dalla sua scomparsa l’hanno ricordato con un reading dei suoi scritti, una formula efficace e non commemorativa con decine di letture che hanno fatto emergere un percorso critico-progettuale non convenzionale, pluridisciplinare e volutamente discontinuo. Attraverso il collage vario e spontaneo dei contributi, con relazioni tra temi e contenuti governate dalla legge del caso, l’iniziativa è risultata una sorta di gioco ‘esquisito’ di stampo surrealista alla Breton.

Pur essendo stato una figura di rilievo nelle Facoltà di Pescara e di Roma La Sapienza (era professore ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana, o meglio di Composizione Architettonica come amava ripetere) per approccio intellettuale e modi comportamentali lo definirei un non-accademico: polemicamente vivace, curioso, provocatorio e aperto al nuovo. Nei testi, come nelle conversazioni, amava spaziare nei riferimenti, colti e prosaici insieme, tra arte e cinema, tra architettura e politica; alla fine della lunga rievocazione è emerso un pensiero ricercato, portatore di significati complessi e pieno di immagini figurate. In sintesi un ritratto di Antonino decisamente originale, poetico e ironico.

Anche io voglio ricordarlo con uno stralcio di un suo lungo (quando iniziava un discorso non era facile fermarlo) intervento ‘live’ a un convegno, cui l’avevo invitato nel 1988, sul recupero dei centri storici minori. Anche in quel caso tra le mille suggestioni, tra Carlo Scarpa e Woody Allen, ci ha fornito una lettura per quegli anni ‘derogante’ del problema, considerando anche che era Membro del Consiglio direttivo della “Associazione per i Centri Storico-Artistici”.

 

Dentro il dibattito sulla conservazione, sulla tutela dei centri storici in questi anni il rapporto tra progetto e materia è infatti pressapoco uguale a zero. La stessa nozione di centro storico è una nozione, ormai l’abbiamo capito, che è tesa ad astrarre, a rendere astratta la nozione di città storica, di città vivente. Dicevamo, quando se lo potevano permettere, “città di pietra”, per l’appunto. Renderla astratta e con ciò condannarla ad un destino di dibattito teorico, di piano di tutela, di una serie di operazioni completamente metodologizzate, scarnificate. C’è una T maiuscola che ha dominato il dibattito degli ultimi anni a proposito dei centri storici, ed è la Tipologia edilizia. E non vi è chi non veda come, di nuovo, sia un termine che tende ad astrarre dal concetto dell’Architettura. Non a caso è un termine che è entrato nella moda dell’Architettura negli anni della moda strutturista. L’importante era conoscere, studiare, riprodurre le strutture logiche sottese, le impalcature concettuali delle cose piuttosto che non le cose stesse. Figuriamoci che tipo di rapporto potesse esserci appunto tra queste impalcature concettuali (il tipo della casa a schiera, il tipo del lotto gotico, il tipo della casa a corte), e la concreta materialità, la matericità continua, la variabilità continua della materia all’interno della città storica, della città tradizionale, appunto della “città di pietra”. La tesi fondata sull’uso dell’analisi tipologica e della riproduzione del tipo edilizio come fattore di tutela dei centri storici è a mio avviso considerabile come il momento di massimo allontanamento “filosofico” tra il problema della città storica e i temi del progetto. (ÔǪ) In generale, forse c’è una difficoltà di ordine ideale, di ordine “filosofico” nel rapporto tra progettare e materia, intesa come materia naturale. E’ una difficoltà di rapporto tra uomo e materia, tra concezione dell’uomo nel mondo nella società della tecnica (la quale assume come proprio modo di proporsi nel presentare ma soprattutto nel futuro il progettare) e invece la matericità della pietra, intesa probabilmentecome strumento, come mezzo, come materia sottratta di spirito. Come materia sottratta di anima, nel momento in cui qualcuno presume che invece anima sia altrove che nella materia. Eppure era un certo Lucrezio a spiegare che l’anima era fatta di atomi così come tutti gli altri pezzi del corpo. Egli diceva anche che il mondo non ha centro e non ha limiti, cosa della quale si fa un gran parlare come se fosse nuova, come se fosse una difficoltà moderna o contemporanea. In fondo un pò di sano idealismo antico, piuttosto che post-antico, che post-moderno, farebbe bene a tutti noi. E allora occorrerebbe ripensare un attimo alla materia dell’architettura. La pietra non è che una delle materie dell’architettura. Ma è materia naturale. Dovremmo pensare nei termini di ciò che la pietra può contenere nel momento in cui la si assume non come strumento soltanto ma come “materia del mondo”, come materia del mondo che contiene in sè la “storia del mondo”.

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