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di Roberto Sommatino

1 Eva _ Concept tower ispirato al lavoro di Egon Schiele

 Eva _ Concept tower ispirato al lavoro di Egon Schiele

  

Crilo è il binomio progettuale formato da Cristian Farinella e Lorena Greco. Entrambi nascono nel 1982 e si laureano con lode in architettura presso l’Università “La Sapienza” con tesi dal titolo “Labes. Strategie per il riuso dell’archeologia in via Sannio”, studiando i rapporti tra archeologia e stratificazione nella città di Roma. Hanno fatto parte del gruppo Nitro (New Information Technology Research Office) con il quale sono coautori del testo “Architettura & Information Tecnology” a cura di Antonino Saggio. Hanno collaborato con riviste internazionali tra cui l’Arca di Marzo 2012 e Domus di Novembre 2011. Sono curatori grafici della rivista aperiodica “B_log” e hanno realizzato il Dataflow “Oltre il senso del luogo” per l’omonimo libro, di entrambi il curatore scientifico è Salvatore D’Agostino.Tra le pubblicazioni: Arhitekton, L’architetto italiano, Archeomatica,Arca e Domus. Tra le più importanti sul web: Domus web, Archdaily, Designboom, Drawing architecture. I loro lavori sono stati esposti alla Galleria d’arte e architettura “Come se” e alla “Festa dell’architettura di Roma” (Giugno 2010).

http://crilo.it/

 

 

Una breve definizione della vostra architettura.

 

Essendo all’inizio di un percorso, qualsiasi definizione sarebbe una forzatura. In questo momento il nostro sforzo è teso verso una dinamica processuale che si avvale dell’incompiutezza intesa come mezzo di ricerca. Quasi si trattasse di un anagramma, un ricercato disordine. Le lettere vengono appositamente accostate in modo casuale per creare una nuova parola, melodiosa e ingegnosa, che dica qualcos’altro. Questo modo di fare porta ad affinità visive e tematiche narrative inaspettate.

 

Quindi per voi l’architettura è un testo. Questo comporta numerosi riferimenti ma, senza scomodare Eco, volete spiegarci meglio cos’è per voi una parola in architettura? E soprattutto cos’è un anagramma?

 

L’architettura è un linguaggio e come tale ha le sue consonanti e le sue vocali. Rintracciare un vocabolario, per un architetto, può essere la ricerca di una vita. Si tratta di trovare un proprio meccanismo di riferimento. Un progetto di architettura se dice cose banali e le dice in maniera scontata, non può che avere un esito scontato. Invece è interessante rimettere in gioco proprio il linguaggio come aspetto narrativo e mescolarne gli esiti. Anche nell’architettura bisogna ricercare una sorta di intreccio che sia formale, narrativo e funzionale allo stesso tempo.

Questo rifuggire dalla linearità non vuol dire ricercare la complessità per pura contraddizione o come qualcosa da ostentare in una ricerca gratuita del superfluo. Si tratta semplicemente di lavorare con qualcosa di ricercato, in cui ogni parola deve essere ben scelta: succede nel tema narrativo di uno scrittore e pensiamo possa succedere anche in quello di un architetto.

A volte capita che si inizi un progetto con un plastico, uno schizzo, e poi lo si accantoni; ma dopo qualche tempo quell’idea che si è concepita per un progetto a grande scala ritorna, ad esempio, per un progetto più piccolo, come se tutto il bagaglio di idee ritornasse, anche tra i progetti molto differenti tra loro. E’ come se si trattasse di una formula sempre aperta…

 

Alla fine Eco l’abbiamo scomodato.

 

Si, nel senso che una composizione non è mai chiusa, non è mai finita. Non lo è neppure quando lo si costruisce, un edificio. Perché l’edificio continua a cambiare autonomamente e accadono cose inaspettate. Si potrebbe quasi dire che ci sono due realtà: una è quella della progettazione e del disegno, che ha una sua storia, un suo fascino e una sua dinamica; un’altra è quella del vissuto, cioè quando la gente viene a contatto con le architetture, vi entra dentro e le trasforma, e fa diventare un edificio un oggetto mutabile nel vero senso della parola. Per questa ragione immortalare pochi "frame" di queste dinamiche significa fare delle scelte fondative, perché poi l’architettura non ha molti "frame" a disposizione per mostrarsi, non è il cinema. Un edificio costruito, se va bene, esternamente ha quattro fronti per parlare, generalmente ne ha anche meno. Un progetto può essere efficacemente rappresentato con poco, bisogna saper scegliere: Utzon vinse il concorso per "le vele" con uno schizzo.

 

A proposito di distanza fra progetto e realizzazione, ma anche fra rappresentazione e architettura costruita: voi che curate moltissimo il disegno, mescolando tecniche manuali al disegno digitale, che strategie mettete in atto rispetto a questo gap?

Il compromesso è sempre presente e cerchiamo di mantenere il più possibile dei segni che originariamente erano dello schizzo, perché lo schizzo di solito è sempre molto più dinamico rispetto ai volumi realizzati. Il disegno di un progetto dovrebbe lavorare in gran parte sulla trasmissione di una sensazione e non solo sulla precisione del segno, per questo facciamo in modo che i nostri disegni siano "sporcati" là dove serve: da un lato per rendere il disegno digitale più caldo introducendovi quelle imperfezioni caratteristiche di quello manuale, dall’altro prendendo come riferimento una frase di Piranesi, "Con lo sporcar si trova". Ovvero indagare lo spazio attraverso il disegno, che è quello che lui fa dalle Carceri in poi, esplorando lo spazio attraverso il tratto, il chiaroscuro intrecciato, così fitto da sembrare una macchia sul foglio.

 

 

Qual è il processo creativo da cui nascono i vostri progetti?

 

Abbiamo stabilito un iter: non averne uno. Ogni progetto è una storia a se┬ü, l’input iniziale sempre diverso e imprevedibile. Quello che resta come certo all’interno del meccanismo creativo sembrano essere gli strumenti adoperati. Amiamo schizzare su carta e fare molte verifiche volumetriche attraverso plastici di studio e 3D. Essendo in due, l’aspetto più divertente è affrontare il tema del doppio: doppio il concept, doppio il plastico, doppio lo schizzo. Ci consola una frase di Le Corbusier: “…e più modesto è il problema tanto maggiore è l’immaginazione di cui vi è bisogno”.

 

Che ruolo rivestono l’informatica e le nuove tecnologie nel vostro processo ideativo e, in genere, come si riflettono nella vostra architettura?

 

E’ un ruolo sistemico che investe l’architettura e non solo. L’intera società fa oggi perno sul valore dell’informazione e della comunicazione, il che significa che abitudini e paradigmi del passato sono cambiati a vantaggio di nuove formule attraverso cui concepire il mestiere dell’architetto. Si pensa in termini di interconnessioni, di rete, di sistema, si fa largo uso di modelli informatici per simulare ogni attività o spostamento di informazioni. La tecnologia è alla portata di tutti e ad ogni ora del giorno. Non esiste più la divisione del tempo e a seguire neppure dunque dello spazio. Le attività quali il lavoro, il gioco, lo studio, la ricerca, si intrecciano e sovrappongono con la stessa facilità di cioò che accade in rete sullo schermo di un computer o per mezzo di esso. Allo stesso modo non sarebbe neanche lontanamente possibile concepire un edificio privo di varietà funzionale, perche┬ü noioso e ormai lontano dal nostro costume. Tutto questo significa reificare atteggiamenti dei nostri media digitali anche nel mondo fisico con piena specularità.

 

 

Ci parlereste del progetto che più vi rappresentata o al quale siete più legati?

 

Labes è un termine latino che indica un forte dislivello nel terreno, è il titolo di un quadro dell’artista italiano Nicola Samorì ed il nostro lavoro di tesi di laurea. Il progetto pone al centro l’archeologia e ne promuove il ruolo attivo nella città di Roma. Abbiamo studiato l’area a ridosso di porta Asinara in via Sannio seguendo le vicende legate all’arrivo della Metro C e al ritrovamento di numerosi resti archeologici ma sopratutto scoprendo altri 15 metri di Mura Aureliane al di sotto della quota stradale. La scelta da parte dell’amministrazione è stata quella di deviare il percorso della Metro e di ignorare questo patrimonio nascosto sentito come un impedimento ed un ostacolo alla progettazione.

All’intero di Labes al contrario, abbiamo pensato ad un programma d’uso capace di finanziare gli scavi archeologici in progress facendo convivere una mixitè di funzioni diverse tra loro ma ben radicate alla natura del sito. Il proposito era quello di fare dell’archeologia e dell’esistente un valore posizionale ed un reattore-attrattore di possibilità di sviluppo.

“Dal punto di vista spaziale e architettonico il progetto si articola sviluppando il tema stesso del dislivello, della sezione, dello scavo. Una serie di incisioni “chirurgiche” nell’area di via Sannio rivelano in parte la presenza di resti del passato, in parte danno accesso al nuovo progetto, in parte lungo le mura aureliane scavano ancora di più ritrovando il livello archeologico e da questo ricollegano la parte bassa della via con la parte alta di piazza San Giovanni. E’ una ricerca che a partire da Lucio Fontana e più di recente da Doris Salcedo mostra che attraverso l’atto della incisione si rivelano mondi e dimensioni nuove e inaspettate. Questo tema che è architettonico e funzionale ad un tempo, si sviluppa con un linguaggio astratto, fortemente dinamico e con un sistema costruttivo a grandi travature metalliche che formano pareti e solai e che permettono di risolvere con sicurezza le grandi complessità plastiche del progetto.” Antonino Saggio, relatore di tesi.

Da Labes in poi alcuni temi quali l’affioramento, la stratificazione e l’innesto, sono rimasti un punto fermo delle nostre ricerche compositive.

 

 

Quale architetto del panorama internazionale costituisce per voi un riferimento?

 

Stimiamo più di tutti artisti e pensatori a confine con la materia architettonica, generalmente i loro lasciti hanno traiettorie più potenti e visionarie degli specialisti dell’architettura costruita. In questo ambito Lebbeus Woods è una figura particolarmente affascinante e incisiva. Sono di riferimento per noi le sue simulazioni architettoniche supportate dall’altissimo valore estetico delle sue rappresentazioni. Le linee guida della progettazione di Woods subiscono processi di trasformazione vettoriale quali la polarizzazione, rotazione, traslazione fino a raggiungere un alto grado di complessità e libertà formale. I suoi disegni sono ad un tempo scherzi e studi serissimi dove poter scorgere la fine della guerra fredda e la pace in Israele, visione globale e architettura locale, attraverso il solo strumento del disegno, tradizionalmente a servizio dell’architetto.

 

 

Quanto c’è di extradisciplinare nella vostra architettura?

 

Tutto, o almeno è quello che ci sentiamo di dire. L’illustrazione, la grafica, la tipografia, il product design, il fumetto la nostra vera passione e l’arte in tutte le sue forme. La formazione di architetto è quanto mai ampia e ci consente di lavorare sulla grafica editoriale e per il web, ritrovandoci a nostro agio nell’elaborazione di grafici, infografiche, diagrammi e quant’altro, in fondo si tratta di elaborare e comunicare delle idee come se si trattasse di progetti architettonici. Quando possiamo amiamo riferirci al lavoro di artisti che stimiamo e che riscopriamo con gli occhi del progettista. Ad esempio “Eva” è un concept tower ispirato alla “Ragazza inginocchiata con vestito rosso-arancione”di Egon Schiele. “Una mano sulla fronte, l’altra incastonata dietro le spalle aguzze. Le forme ridotte al minimo, è poco più che una sagoma raddensata dal colore. Pulsa in lei qualcosa di recondito e inquieto. Un lungo segno ne indica l’insolita torsione” Salvatore Maresca

 

 

C’è un artista, non architetto, col quale vi piacerebbe collaborare?

 

Con più di uno, Gerhard Demetz e Nicola Samorì, due artisti il cui lavoro e le cui capacità superano di gran lunga la loro giovane età.

 

 

A quali riviste di architettura siete abbonati?

 

Nessuna. Acquistiamo però frequentemente Domus da quando la direzione è stata affidata a Joseph Grima perche┬ü di questi tempi ha saputo restituire al cartaceo la consistenza e la qualita che ci si aspetta da una rivista, differenziandola dalla logica web del rapido e del veloce.

 

 

Qual è il sito web di architettura che frequentate più spesso e perche┬ü?

 

Wilfing Architecture, a cura di Salvatore D’Agostino. Come scritto nel suo header, è una scialuppa di salvataggio in navigazione precaria.

 

 

Un maestro del passato al quale siete più debitori e perchè┬ü.

 

Le Corbusier. Non tanto per le singole problematiche affrontate o per le soluzioni architettoniche da lui elaborate, quanto più per il suo insegnamento di vita e di architetto: l’instancabile costanza nel mutamento.

 

 

Qual è il principale problema dell’architettura in Italia?

 

E’ un problema la cui natura è rimasta invariata nei secoli. Lasciamo rispondere un conterraneo di cui abbiamo immensa stima: “I giovani della nostra generazione, guardando lo sviluppo dell’arte italiana nel secolo decimonono, debbono arrossire di vergogna e piangere di disperazione. E’quasi incolmabile l’abisso d’ignoranza, di vigliacca apatia che separa l’Italia, chiamata con ironia archeologica il paese dell’arte, dalla sensibilità estetica degli altri paesi civili. Chi oggi considera l’Italia come il “paese dell’arte” è un necrofilo che considera un cimitero come una deliziosa alcova […] In Italia non manca il denaro, non manca la forza: mancano i cervelli moderni” Umberto Boccioni.

 

 

Firmereste una legge sulla qualità dell’Architettura, come quella adottata Francia? E’ una strada che vale la pena di percorrere o se non c’è un cambiamento culturare globale non serve a nulla?

La difficoltà è quella di definire la qualità, e soprattutto i suoi parametri. Secondo la normativa italiana, ad esempio, un parametro che esprime qualità nelle costruzioni è quello catastale, in cui si considerano le finiture o il possesso o meno di una piscina: fattori molto opinabili. In effetti dove questo genere di valutazioni è disatteso, come in Spagna, perfino la qualità degli spazi pubblici urbani è di gran lunga più alta, non tanto per merito del legislatore, che non ha avuto il bisogno di fare norme ad hoc, quanto per l’alto profilo di ditte e imprese all’interno delle costruzioni. In Italia purtroppo viene a mancare proprio questo background industriale e di produzione che riguarda le forniture di livello medio, o medio basso adottate nei lavori pubblici. Contrariamente il made in Italy si distingue in forniture edili di altissima qualità, riscontrando più mercato all’estero che in Italia: non è un caso che i nostri brand-design, in assoluto fatturino molto di più all’estero.

 

La città è una dimensione decisiva per la modernità, ma come sappiamo è in profonda crisi. E’ un fallimento della pianificazione tradizionale, non solo intesa come zonizzazione in senso stretto ma proprio come decisione imposta dall’alto, o è un problema di legalità?

Per quanto riguarda la crisi recente, tenendo a mente i lasciti della pianificazione del passato, pensiamo che il problema possa essere inquadrato diversamente: il dato significativo sembrerebbe la costante ricerca di iperstimoli da parte dei suoi cittadini, non più rintracciabili soltanto in una struttura fisica reale. A causa del frequente rapporto con la rete abbiamo un’abitudine così forte verso l’istantaneo, la velocità, verso una ben più articolata stimolazione sensoriale, tanto da cercare di ritrovare nella città odierna una sorta di corrispondenza laddove invece vi sono regole di vita completamente diverse: la gravità del suolo, la lentezza degli spostamenti, e così via. In questo caso sembrerebbe che ogni città risulti ad oggi inadeguata nell’offrire un modello culturale e di vita sociale che possa seguire in modo speculare le dinamiche web, e suona assai strano perfino ipotizzarlo, ma sarà forse questo il passo decisivo verso un reale mutamento, in grado di ampliare i modelli abitativi ed urbani esistenti e oggi in crisi. Siamo ancora in attesa di un simile modello di riferimento.

 

 

Ma credete che lo strumento di pianificazione sia indifferente oppure è proprio quello che non riflette un approccio sistemico che sarebbe utile in questo senso. Ci sono teorie sociologiche, anche non recentissime, che lo giudicano del tutto fallito: la Jacobs, che ipotizzava di ricominciare dalla scala minore e ripartire dalle singole esigenze di ognuno. Tutto ciò calato nelle città esistenti significa ripensare una pianificazione con un approccio sistemico maturo, oppure dimenticarla e ripartire dai singoli interventi che facciano da volano in alcune zone per recuperare brano a brano la città?

E’ molto difficile pianificare in un periodo di cambiamento globale una strategia vincente per tutti. Se ne esistesse una, dovrebbe insistere su una concezione completamente diversa di città. Non è la macroscala la salvezza, come teorizzava Koolhaas, non sono gli junkspaces, non si tratta di trovare una cifra significativa e di cambiarla: sostanzialmente non si è ancora trovata una soluzione a questo problema, né nella teoria né nella pratica. Forse non si potrebbe nemmeno partire dalle esigenze delle singole persone, perché avrebbero una visione simile alla casalinga di Voghera dei propri bisogni e dei propri consumi a medio e breve termine. Bisogna in ogni caso ascoltare il luogo senza imporre paradigmi dall’alto.

 

 

Che ne pensate dei concorsi nel nostro paese?

Lo strumento del concorso in Italia non è un promotore di qualità. I bandi dei concorsi fanno emergere un’Italia che continua ad attivarsi al limite dell’emergenza locale piuttosto che promuovere iniziative di ampio respiro e volte a soddisfare reali aspirazioni di crescita. Significativo l’atteggiamento di rinuncia verso l’Europan competition 2011, nessun tema è stato proposto nel territorio italiano, rimanendo difatti fuori dall’Europa anche solo per visibilità.

 

 

Come giudicate la qualità della formazione universitaria in Italia?

L’università italiana incentiva lo sviluppo di un grosso spirito di adattamento e con quello si può affrontare qualsiasi avventura post laurea.

 

 

Parafrasando Loos: l’architetto è colui che rinnova la vita della gente proponendo nuove idee di spazio o colui che adegua lo spazio ai nuovi stili di vita emergenti?

Entrambe le posizioni hanno un loro valido fondamento. Sapere ascoltare le necessità ed i bisogni immediati del cliente è molto importante per il mestiere dell’architetto ma allo stesso tempo il rivolgersi ad un progettista può significare la ricerca di una soluzione a problemi inespressi. Progettare, come nell’etimologia del termine, vuol dire gettarsi in avanti.

 

Descrivete il vostro committente tipo e il vostro committente ideale.

Il più delle volte ci capita di lavorare con committenti di mentalità aperta, che è anche la caratteristica ideale.

 

 

L’architettura odierna vive un momento di stanca in attesa di novità che la rivitalizzino o attraversa un periodo di incubazione che sta per produrre esiti importanti?

In un articolo apparso su Wilfing Architettura un anno fa, Salvatore D’Agostino osservava un fenomeno a cui pochi ormai rivolgono lo sguardo ma che a nostro avviso ci dovrebbe far riflettere proprio in merito a questa domanda.

“Dal 1956 al 2001 la superficie urbanizzata del nostro Paese è aumentata del 500% in questi anni si è preferito più un approccio di mera edilizia che architettonico. Si è costruito tanto ma soprattutto non si è diffusa una cultura ‘architettonica del costruire’. Le rare eccezioni di architettura non sono diventate delle regole ma episodi spesso controversi e dibattuti mediaticamente, mentre nel frattempo si è trascurato il 499% di edilizia spesso posticcia e pasticciata che a mio avviso andrebbe analizzata con più rigore critico.”

E’ un’analisi che riguarda non solo l’Italia e che ci fa pensare che l’architettura che più si costruisce non è né┬ü in attesa di novità né┬ü in un periodo di incubazione, rimarrà inalterata e sempre fedele alla logica del bisogno. Il restante 1% continuerà ad evolversi probabilmente non attraverso radicali mutamenti ma all’interno di un’imperante eterogeneità del senso estetico e sociale.

 

 

Un’esercizio contro l’autorefernzialità: datemi una breve definizione di architettura ad uso della "casalinga di Voghera".

La casalinga di Voghera è qualunque persona priva di esperienza e conoscenza tale da sviluppare un pensiero elastico in merito all’architettura. I suoi riferimenti derivano da modelli già visti in televisione o riproposti nei centri commerciali. Non sappiamo dire se l’architetto abbia o no il compito di educare la casalinga di Voghera, sicuramente si troverà a dover interagire con lei.

 

 

E’ necessario spiegare l’architettura alla casalinga di Voghera? Voi dite che non sapete se spetti questo compito all’architetto, ma pensate sia necessario? Come vi comportate quando vi capita?

 

Ci sono due tendenze secondo noi, una delle quali è tutta disciplinare e quindi in seno alla materia ed è quella per cui se l’architetto è una professione specialistica, non si dovrebbe sentire l’esigenza di spiegare, di educare. Chi si rivolge ad uno specialista lo fa per le sue competenze, non si domanda mai ad un medico chirugo con quali ferri intenderà operare.

 

 

Allora perché quasi tutti credono di poter fare gli architetti e quasi nessuno pensa di potersi sostituire ad un ingegnere o ad un chirurgo? Cos’è che li fa sentire autorizzati a mettersi sullo stesso piano dell’architetto che gli sta davanti?

Spesso è un gap culturale proprio rispetto alla formazione dell’architetto, nel senso che è una figura poco riconosciuta, in Italia soprattutto. Abitare è una delle sensazioni fondamentali dell’uomo, sull’abitare ognuno sente di poter dire la propria e lo fa in una maniera viscerale, intimistica, specie quando si tratta della propria casa. Ciò ovviamente non accade con i committenti pubblici, perché non c’è una figura di riferimento. Però questo è solo un aspetto, e potrebbe essere anche limitante intendere il problema solo in questa maniera. L’altro aspetto è quello che l’architetto abbia il compito in una certa maniera di educare. Educare significa anche far comprendere quello che stai facendo, e questo lo fanno sia i medici che le altre professioni specialistiche, ma lo scambio deve essere sempre uno scambio di mezzo, in cui l’educazione avviene, ma avviene anche il rispetto della figura professionale. La faccenda deve essere abbastanza biunivoca, se c’è solo un aspetto e manca l’altro il tutto non funziona.

 

 

Avete detto più volte che l’architetto è uno specialista al pari di altri: ma qual è la specialità dell’architetto?

 

E’ una specialità “fluida”, nel senso che l’architettura è una materia di confine tra la scienza, la tecnica, l’arte, la pura sensazione, l’emotività, ed entrano in campo moltissime altre "faccende" come la sociologia, la vita delle persone, eccetera.

Munari diceva "l’architetto è quel quasi nulla che fa la differenza"; averne uno che faccia quel "quasi niente" cambia però moltissimo le cose. Il problema è inquadrare anche il target di riferimento: non esiste un architetto se non esiste un cliente o una realizzazione. Si cerca di tirare in campo delle aspirazioni differenti, si cerca molte volte di sconvolgere i soli bisogni, e si fa quindi quello che si dovrebbe. Instaurando un dialogo tra l’architetto e il cliente si cresce entrambi, e da lì forse viene l’architettura migliore. Se il cliente è di buone vedute cerca di perpetuare questo rapporto anche in altre esperienze. Non sono pochi i clienti che entrati a contatto con un architetto, hanno poi deciso di chiamarne altri perché soddisfatti dei lavori dei precedenti. Sono famose ad esempio le esperienze del Campus Vitra, ma è stato così storicamente in molti altri casi noti.

 

 

Qual è l’edificio che avreste voluto progettare voi?

 

Non si tratta di un edificio ma di un’invenzione. Constant nella sua New Babylon focalizzò alcuni punti così innovativi, e per questo mai pienamente realizzati, da cui molti in seguito partirono per congetturare e idealizzare le proprie sperimentazioni sulla città nomade, istantanea, ideale, utopica, eteropica etc… Un pensiero fecondo e primigeneo che si è travasato in tanti senza soluzione di continuità. Senz’altro un grande lascito.

 

 

Il nome di un vostro collega emergente che farà sicuramente strada.

 

Davide Del Giudice.

 

 

Uno sguardo al futuro: come sarà l’architettura fra cinquant’anni?

 

Difficile davvero immaginarlo. Se avessero posto questa domanda all’indomani degli esordi del funzionalismo tedesco, tutti avrebbero potuto intuire il ruolo della leggerezza e della trasparenza che il vetro come nuovo materiale avrebbe potuto offrire ma nessuno avrebbe mai potuto presagire il cambio di due generazioni successive e lo sradicamento dalle dinamiche del meccanicismo industriale a favore della forma libera. Quindi cinquant’anni ci sembrano un lasso di tempo molto lungo da poter intuire, al massimo potremmo fare previsioni sui prossimi dieci o vent’anni. Ma ad ogni modo, il paradigma di riferimento architettonico sembra essere il mondo naturale. Sia esso codificato attraverso algoritmi parametrici, sia esso emulato attraverso meccanismi generativi di piante o organismi semplici, è la natura a tornare come grande motivo ispiratore, paradossalmente grazie all’uso delle più avanzate tecnologie. Questo presupposto, potrà significare in maniera manifesta un ritorno all’uso della forma come veicolo di significato, a contenuto globale, ecologico, e legato sempre più al contrastato rapporto dell’umanità con il pianeta. Nella peggiore delle ipotesi assisteremo invece ad un formalismo hi-tech privo di significato che saprà imitare per osmosi, il funzionamento degli esseri viventi senza per questo però potersi dire fautore di un reale mutamento nell’architettura.

 

 

 

 

Labes _ Plastico di studio

Labes _ Strategie per il riuso dell’archeologia a Roma_1

 Labes _ Strategie per il riuso dell’archeologia a Roma_2

 

 Folio _ Elaborazione grafica per Sicilcima

 

 Il paesaggio di "Oltre il senso del luogo"

  Biennials _ Infografica per Domus _952, Novembre 2011

 

Biennials _ Infografica per Domus _952, Novembre 2011

 

  Dataflow _ Oltre il senso del luogo

 

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