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Di là dal fiume e tra i grattacieli – di Maria Clara Ghia

Di là dal fiume e tra i grattacieli – di Maria Clara Ghia

Autore: Maria Clara Ghia
pubblicato il 12 Marzo 2012
nella categoria ALTROcheARCHITETTURA di Maria Clara Ghia, Parole

Immagine tipicamente italiana: un gruppo di case raccolte intorno all 'unità di vicinato, una comunità di abitanti che si conoscono da sempre, che fanno crescere insieme le proprie famiglie, che si riuniscono in piazza la sera per mettersi al corrente delle novità reciproche. Un 'immagine che nel dopoguerra si è pensato di riscattare per dare alle città in ricostruzione un volto che fosse allo stesso tempo moderno ma legato alla tradizione: da Matera, al Tiburtino di Quaroni e Ridolfi, ai quartieri INA Casa. Un 'immagine che d 'altra parte si è configurata come limite nell 'espansione urbana e come ostacolo nella trasformazione delle città italiane in metropoli contemporanee.

Nella contrapposizione tra individualismo e socialità si gioca il tema del quartiere come luogo di identità culturale: in un contesto circoscritto ogni avvenimento, anche privato, assume toni corali. Nascere e morire di relazioni, aprirsi di possibilità poi frenate da impedimenti tanto sociali quanto psicologici, a cui spesso si affianca in letteratura la descrizione di un ostacolo fisico nella città.

Il Riccetto abitava alle scuole elementari Giorgio Franceschi. Venendo su dalla strada del Ponte Bianco, che a destra ha una scarpata con in alto le case di Monteverde Vecchio, si vede prima a sinistra, affossato nella sua valletta, il Ferrobedò, poi s 'arriva a Donna Olimpia, detta pure i Grattacieli [*]: grandi come catene di montagne, con migliaia di finestre, in fila, in cerchi, in diagonali, sulle strade, sui cortili, sulle scalette, a nord, a sud, in pieno sole, in ombra, chiuse o spalancate, vuote o sventolanti di bucati, silenziose o piene della caciara delle donne o delle lagne dei ragazzini. Tutt 'intorno si stendevano ancora prati abbandonati, pieni di gobbe e monticelli, zeppi di creature che giocavano coi zinalini sporchi di moccio o mezzi nudi.

In Ragazzi di vita è descritto il limite urbano, il passaggio dal centro alla campagna. Un punto di confine fisico: tra i protagonisti e la città Pasolini delinea sempre un ostacolo, un ponte, una scarpata, il magazzino del ferrobeton, che in romanesco diventa Ferrobedò. Per il Riccetto che cresce in borgata la città resta sempre al di là dell 'ostacolo. Il Tevere è il punto di confine per eccellenza. Il fiume come le loro vite scorre in un 'unica direzione, verso un destino simile. La striscia che filava tutta piena di schiume, di segatura e d 'olio bruciato, è torbida e intrappola i ragazzi. Si attraversa il fiume per dimostrare di essere grandi, di essere pronti: lo attraversa il duro, il Caciotta, e il Riccetto quando smette di fare il pischello. Mentre Genesio, destinato a non crescere, muore nel tentativo di attraversarlo.

Ma al di là del Tevere tutto cambia. Ciò che interessa Pasolini è la separatezza del mondo dei ragazzi dal corpo sociale. I ragazzi non hanno coscienza, men che meno politica. Si muovono spinti da esigenze elementari, come cibo e sesso. Sono autentica fisicità, energia esuberante, azione pura, riassorbita poi nel ritmo della vita di quartiere. Legati per sempre ad una fanciullesca ignoranza, ad un tipo di esistenza pre-culturale e pre-sociale. Lo stesso romanesco che usano li confina in questa separatezza. Quando qualcuno dei ragazzi entra a far parte del mondo degli adulti allora cessa di interessare l'autore. Riccetto cresce ed è spinto dal primo piano sullo sfondo, diventa spettatore intruso. Pasolini è attratto da una vita proletaria [*] la sua allegria, non la millenaria / sua lotta: la sua natura, non la sua coscienza. Solo il popolo nei suoi strati di vita più bassi gli sembra aderire ad una pura istintualità vitalistica.

Nel limbo dei Ragazzi di vita non succede mai nulla di definitivo, mai nulla che cambi le cose sul serio: l 'azione è avviata perche i ragazzi cercano soddisfazione alle loro esigenze istintive ma il risultato è vanificato da un 'improvvisa perdita che ripristina le condizioni di partenza. Valanghe d'immondezza, case non finite e già in rovina, grandi sterri fangosi, scarpate piene di sozzeria. L 'ambiente immobilizza, intrappola, violenta. Violenza dell 'ambiente piuttosto che dell 'anima: nessuno dei ragazzi è veramente crudele, sono tutti vittime, che per ignoranza e per bisogno si fanno coinvolgere dalle insidie di Roma.

 

Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi

strade intorno al porto fluviale,

tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale

è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,

alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera [*].

 

Stupenda e misera città,

che m'hai insegnato ciò che allegri e

feroci

gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza

della vita in pace si scopre, come

andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo

senza tremare, non vergognarsi

di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino

che suda contro le facciate in corsa

in un colore eterno d'estate.