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di Luigi Prestinenza Puglisi

Semplificando, si può dire che oggi esistono due forme di globalizzazione. Di coloro che si muovono coscientemente sul terreno dell’internazionalizzazione della cultura, dei prodotti e delle tecniche. E di coloro che vi si oppongono, paventandone i pericoli.

I globalisti persuasi sanno che internazionalizzazione non vuol dire necessariamente che tutto deve essere uguale da Tokyo a Napoli, da Palermo a New York. Ma che tutto può essere utilizzato senza proibizioni e senza inibizioni: dal low tech all’high tech, dal tipico all’atipico, dall’industriale al post industriale. Gli anti globalisti, o sarebbe meglio dire i globalisti malgrado loro, accusano – con argomenti oramai uguali dappertutto e quindi anch’essi global – i globalisti persuasi. Ma poi presentano un prodotto più uguale, più tipico, ancora più insensibile alla ricchezza che può offrire uno sguardo disincantato sul mondo. Si prendano per esempio gli infiniti cloni di Siza o Souto de Mura, tanto per citare due architetti amatissimi in area -per usare una parola global che invece i tradizionalisti ritengono local- mediterranea. Fanno le stesse cose in Italia, Spagna, Portogallo e altrove. E allora? Allora dov’è la differenza? Quale è la specificità di questo finto local? (lpp)

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