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Psicopatologie metropolitane – di Maria Clara Ghia

Psicopatologie metropolitane – di Maria Clara Ghia

Autore: Maria Clara Ghia
pubblicato il 13 Febbraio 2012
nella categoria ALTROcheARCHITETTURA di Maria Clara Ghia, Parole

Io conosco la micidiale campagna e la fuggo non appena mi è possibile pur di avere il privilegio di vivere in una grande città, che alla fin fine, comunque si chiami e per brutta che sia, sarà sempre per me cento volte meglio di qualsiasi campagna. La città di Thomas Bernhard è Vienna. Una Vienna nella quale vive in costante conflitto fra desiderio di omologazione e volontà di differenziarsi, scardinare convenzioni, manifestare follie. Come Woody Allen che non vuole diventare socio di un circolo che accetti di annoverarlo fra i suoi membri, anche Bernhard respinge ogni occasione che lo porti a confrontarsi con i suoi simili: ho sempre detestato il tipico caffè viennese, eppure di continuo sono entrato nel tipico caffè viennese, in quanto a Vienna ho sempre sofferto della sindrome-di-andare-al-caffè. Ho sempre detestato i caffè viennesi perche in questi caffè sono sempre stato messo a confronto con gente come me, la verità è questa, e a me non piace essere messo di continuo a confronto con me stesso, comunque non in un caffè dove ho deciso di entrare per sfuggire a me stesso mentre è proprio in quel caffè che poi vengo messo a confronto con me e con gente come me. Riconoscibilità della città (e della scrittura di Bernhard), dei suoi quartieri, delle sue strade, dei suoi caffè, riconoscibilità degli individui che in quei quartieri abitano, su quelle strade si muovono, in quei caffe si ritrovano.

È arrivato invece un tempo in cui quartieri, strade, caffe si sono fatti uguali ovunque nel mondo. È una metropoli quella che abbiamo sotto gli occhi. Nel nostro sconfinato campo visivo, appare come un gigantesco animale. Un 'infinità di arterie si protendono fino alle estremità di un corpo inafferrabile, vi fanno circolare il sangue e ne rigenerano di continuo le cellule. Trasmettono nuove informazioni, e raccolgono quelle vecchie. Comunicano nuovi bisogni, e raccolgono quelli vecchi. Al ritmo di queste pulsazioni, il corpo si accende in più punti, si infiamma, si contorce. Potrebbe essere la descrizione di una metropoli qualsiasi dal finestrino di un aereo: Berlino, Delhi, Istanbul, Lagos, Buenos Aires, Shanghai, Los Angeles, Milano. Si tratta di Tokyo, la metropoli per antonomasia. Il punto di osservazione si sposta su una zona residenziale in periferia: file di casette con il giardino, tutte uguali, costruite insieme, per lo stesso tipo di famiglie. Come se fosse possibile trovare due famiglie uguali che abitino allo stesso modo case uguali fra loro. Dall 'indistinto della notte metropolitana al riparo della zona residenziale protetta. La ricchezza della metropoli risiede nello scambio continuo, ogni interruzione è uno spreco di spazio e ogni separazione è uno spreco di vita. Murakami Haruki descrive l 'indifferenza dell 'individuo rispetto al mondo, indifferenza in cui si rifugia nei momenti di dolore aggiungendo alla propria sofferenza anche quella prodotta dalla solitudine. Allo stesso tempo Haruki coglie la dissoluzione dell 'identità metropolitana. Per tre giorni non feci che andare da un cinema all 'altro vedendo film dalla mattina alla sera. Dopo aver visto tutti i film che si proiettavano a Tokyo preparai lo zaino, andai alla stazione di Shinjuku e salii sul primo rapido che trovai. Non ricordo niente di dove e come viaggiai. Ricordo con chiarezza i paesaggi, i suoni, gli odori, ma ho cancellato dalla memoria i nomi dei luoghi. Nei posti ospitali la gente veniva a portarmi cibo e zampironi per difendermi dagli insetti, in quelli ostili chiamava la polizia e mi faceva cacciare dai parchi. Ero indifferente a tutto. Tutto quello che volevo erano posti sconosciuti dove potessi dormire in pace.

Il desiderio di farsi trasparente è quello che si prova nelle città minacciate, nelle città in stato di assedio. Nelle città sulle cui strade si viene puniti se non si seguono determinate regole di condotta, città non più così lontane dalle nostre, città delle guerre, delle rivoluzioni, delle repressioni, delle manifestazioni in piazza, della violenza, dei milioni di morti, città che vediamo ogni giorno riprese e fotografate.

Le emozioni individuali si consumano quasi tutte e quasi sempre fra le mura domestiche. Le strade, le piazze, sono luoghi di transito frenetico e di falsificazione emotiva. Il film Una separazione di Asghar Farhadi è quasi integralmente girato in interni domestici. La protagonista insegue per strada il vecchio per cui lavora, viene investita da un 'automobile e perde il bambino che porta in grembo, di cui oltretutto nessuno è a conoscenza perche le sue forme sono totalmente nascoste dal chador. L 'Iran di Farhadi, la Teheran di Nafisi, l 'immaginaria Persepolis di Satrapi.

New York dopo l 'attentato. Manhattan senza le Twin Towers. Al cambiamento del luogo corrisponde l 'alterazione dell 'immaginario collettivo. Affannarsi a sostituire la forma della città della memoria con quella presente. Jonathan Safran Foer: inventare dei grattacieli per i morti, costruiti verso il basso? Potrebbero stare sotto i grattacieli per i vivi, che sono costruiti verso l 'alto. A volte penso che sarebbe pazzesco se ci fosse un grattacielo che va su e giù mentre il suo ascensore resta fermo. Sarebbe anche utile al massimo, perche se sei al novantacinquesimo piano e un aereo si schianta sotto di te, il palazzo ti può portare a terra, e tutti si salverebbero.