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Lo gnommero di Roma (o meglio: de Roma) – di Maria Clara Ghia

Lo gnommero di Roma (o meglio: de Roma) – di Maria Clara Ghia

Autore: Maria Clara Ghia
pubblicato il 27 Febbraio 2012
nella categoria ALTROcheARCHITETTURA di Maria Clara Ghia, Parole

La causale apparente, la causale principe, era sì una. Ma il fattaccio era l 'effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a mulinello [...] e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata ragione del mondo. Come si storce il collo a un pollo. E poi soleva dire, ma questo un po ' stancamente, ch 'i femmene se retroveno addò n 'i vuò truvà. Una tarda riedizione italiana del vieto cherchez la femme. E poi pareva pentirsi, come d 'aver calunniato 'e femmene, e voler mutare idea. Ma allora si sarebbe andati nel difficile. Sicchè taceva pensieroso, come temendo d 'aver detto troppo.

L 'Esquilino di Carlo Emilio Gadda in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Per il lettore, ancora di più per il lettore romano, è facile immaginare Don Ciccio che espone teorie sui fatti degli uomini di fronte al portone del palazzo dell 'Oro. Dice e non dice. Afferma e poi ripensa. Chi ascolta trae le sue conclusioni, l 'obiettività non è poi tanto importante. La sora Emanuela, la portiera, nei tratti fisici e nell 'espressività del linguaggio incarna il coro di personaggi di quartiere della società piccolo-borghese degli anni del fascismo, anni in cui modernità e arretratezza si mischiavano per le strade. Parlata greve, dialetto nelle forme più volgari, babele linguistica: metafore di una comunicazione basata sull'imbroglio. Italo Calvino parla della dinamica nella scrittura di Gadda come tensione tra esattezza razionale e deformazione frenetica: prima ancora che la scienza avesse ufficialmente riconosciuto il principio che l 'osservazione interviene a modificare in qualche modo il fenomeno osservato, Gadda sapeva che conoscere è inserire alcunche nel reale; è, quindi, deformare il reale. In questo vortice di relazioni che inesorabilmente coinvolge luoghi, cose, personaggi e infine autore e lettore, il disegno generale del romanzo si perde. Lo sfondo, fatto di dettagli, di inserimenti nel reale, emerge in primo piano e coinvolge i protagonisti in una successione di nessi logici, in un tessuto di reti che alla fine ne determinano l 'agire. Non è la verità che conta, tanto che il giallo resta senza soluzione. Conta la complessità del groviglio di corrispondenze in cui ogni evento è connesso.

Una città come Roma è teatro ideale per mettere in scena il mondo come garbuglio, per rappresentare l 'inestricabile complessità, la stratificazione su diversi livelli del reale, la giustapposizione di temi diversi, la presenza simultanea di elementi eterogenei che concorrono a determinare ogni evento.

Il mausoleo di Augusto, il progetto di Libera, Mussolini col piccone, San Rocco, Piazza Augusto Imperatore, l 'Ara Pacis, Richard Meier e i turisti a piedi nudi nella fontana. Oppure le Terme di Diocleziano, Michelangelo, Gaetano Koch, la Termini di Bianchi, la Termini di Mazzoni, la Termini di Calini e Montuori (e quella non realizzata di Quaroni e Ridolfi), le banchine con Jennifer Jones e Montgomery Clift che si baciano (e si scambiano parole scritte per De Sica da Truman Capote), le banchine di oggi con i romani che parlano con i cinesi che parlano con gli africani che parlano con i turisti e tanti tassisti che ti rispondono male.

L 'ipotiposi della catena delle cause va emendata e guarita, se mai, con quella di una maglia o rete: ma non di una maglia a due dimensioni (superficie) o a tre dimensioni (spazio-maglia, catena spaziale, catena a tre dimensioni), sì di una maglia o rete a dimensioni infinite. Ogni anello o grumo o groviglio di relazioni è legato da infiniti filamenti a grumi o grovigli infiniti. In questo spazio-maglia, da una parte aperto e interminabile dall 'altra stretto e avvolgente, siamo avviluppati. Roma non può non essere barocca, intricata e complessa, concava e convessa. Non solo per le meraviglie di Bernini e Borromini e Pietro da Cortona. Anche per le sue continue pieghe nel reale, per le sue curve che nascondono dietro meravigliose soprese, come le curve di una bella donna. A Roma non abbiamo poi così bisogno di leggere Leibniz e La piega di Gilles Deleuze. A Roma siamo barocchi per destinazione.