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Ryoji Ikeda alla Garbatella – di Maria Clara Ghia

Ryoji Ikeda alla Garbatella – di Maria Clara Ghia

Autore: Maria Clara Ghia
pubblicato il 4 Gennaio 2012
nella categoria ALTROcheARCHITETTURA di Maria Clara Ghia, Parole

È arrivato nel foyer del teatro Palladium con un cappellino nero calato fino agli occhi, occhiali neri anche di notte, felpa nera con il cappuccio, jeans neri, anfibi e zaino sulle spalle. Un 'età indefinibile, fra i quindici e i cinquant'anni. Poi il giapponese è salito sul palco e ha compiuto il suo piccolo miracolo. Un volto di porcellana impenetrabile, lo sguardo fisso sullo schermo del laptop, poche mosse sempre calmissime, come fosse stata una seduta di meditazione zen. In assoluto contrasto con l 'esplosione di suoni ai confini dell 'inudibile e di segni ai confini dell'invisibile.

Ryoji Ikeda ha messo d 'accordo tutti, esperti musicisti e ascoltatori dell 'ultima ora. Perche la forma artistica, se autenticamente espressa, parla un linguaggio talmente chiaro da non poter essere frainteso. Come un pugno nello stomaco.

Datamatics è un progetto che dal 2006 ha fatto il giro del mondo, fermandosi fra l 'altro alla Tate Modern e al Centre Pompidou. Finalmente e tornato a Roma, grazie all'organizzazione di DissLab: http://www.dissonanze.it/ryoji-ikeda-live-at-disslab

Un 'estetica rigorosa fino alla mania. Ammesso soltanto il sistema binario: l 'ultrasuono e l 'infrasuono, l 'uno e lo zero, il più e il meno, il punto e la linea (retta, inutile dirlo), il bianco e il nero (Ikeda è talmente fedele alla sua poetica da sovrapporre una striscia nera verticale lungo il dorso del suo mac per nascondere la mela di Jobs). Il tutto ripetuto all 'infinito, perche Datamatics è la traduzione in suono e video dell 'esponenziale e frastornante moltiplicazione di dati che permeano il mondo dell 'informazione.

Gli architetti faranno inevitabili paragoni con i lavori dei migliori progettisti giapponesi, Kazuyo Sejima fra tutti. Anche Sanaa riesce nell'intento impossibile di comporre in architettura, attraverso infiniti passaggi di rarefazioni e astrazioni, il caotico bombardamento di immagini da cui siamo sommersi.

Si tratta di un 'estetica che non possiamo comprendere fino in fondo. Meglio, si tratta di un universo di senso di cui possiamo solo contemplare la componente estetica, senza arrivare ad accedere al significato profondo. Come quando ci si siede a guardare, per ore, un giardino zen. La prima discriminante fra noi e loro è il rapporto con la storia: ineludibile per noi, per loro del tutto trascurabile. Eppure, se le fonti da cui attingono restano ignote, i risultati parlano chiaro. Scalano la parete est della montagna della forma artistica, una montagna che conosciamo bene, arrivano per altri percorsi alle stesse vette esplorate anche da noi in occidente. Non importa più parlare di minimalismo o di arte concettuale, termini che appena pronunciati già sanno di vecchio. Non importa che l 'indagine parta da aspetti solo parziali della complessità del contemporaneo, se poi la forma artistica è in grado di fare sintesi e aprire i sensi a una più profonda comprensione della nostra realtà.

Per gli approfondimenti, visitare il sito, splendido, di Ikeda: http://www.ryojiikeda.com/

Oppure, se si ha la fortuna di trovarsi dalle parti della Columbia University il 9 dicembre, assistere alla lecture Orders of Infinity: Datamatics, con Ikeda, Brian Greene e Benedict Gross.

Chissà. Continuiamo a sperare, prima o poi, di veder entrare Ryoji Ikeda anche nelle aule di qualche illuminata università italiana (freniamo i sorrisi sarcastici).