presS/Tletter n.02-2012

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ESERCIZI DI ERMENEUTICA di Marcello del Campo
The Millionaire
Delle quattro risposte una sola è giusta ma tutte, anche se palesemente false, potrebbero contribuire a individuare il personaggio e quindi la risposta giusta: chi risponde esattamente a tutte le 32 puntate (si inizia con la presS/T 24) vince.
 
Chi è il personaggio di questa settimana?
A: Gli piaceva far giocare sotto il sole
B: Gli piaceva passeggiare dentro casa
C: Gli piaceva abitare nella sua macchina
D: Se la fece con una ballerina
 
IN EVIDENZA
L’OPINIONE: Concorsi prevedibili o trasparenti
CARTOLINE: Cartoline di Renato Nicolini
AIAC TUBE: Archi LIVE : “Speciale Premio Fondazione Renzo Piano” sul nostro Canale YouTube
DOCUMENTI: Renato De Fusco: Restauro, verum factum dell’architettura italiana
ALTROchéARCHITETTURA:Maria Clara Ghia ci parla di Esperimenti con il tempo
UNIVERSITA’ E DINTORNI: News di Nicolò Lewanski
RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Rapina e spara
LA STORIA DELL’ARCHITETTURA: L’architettura del 1900 raccontata da LPP: 1.9 Il Futurismo
AFORISMI RISTRUTTURATI: Diego Lama produce ed aggiusta aforismi per il pubblico di presS/Tletter…
INTERMEZZO: Edoardo Alamaro ci parla di: L’opinione-contro
SPECIE DI LIBRI: Diego Terna: Perchè un uomo dovrebbe essere ben vestito
RECENSIONI, COMMENTI, SUGGERIMENTI: Libri descritti e valutati da Giulia Mura: “High density_ architetture per il futuro”a cura di Edouard Broto
IDEE: Luca Silenzi: Banche, grattacieli e sillogismi
SGRUNT: Marco Maria Sambo: Cruz Y Ortiz Arquitectos
MEDIA E DINTORNI: Antonio Tursi: Yemen da Web
SEGNALAZIONI: Master InArch
CONTRO-ARCHITETTURA: Massimo Locci: Agenzia Indipendente di Rating sui Concorsi
LETTERE: Edoardo Milesi e Paolo Bertalotti: sull’appello del Consiglio dell’Ordine degli Architetti
 
 
Concorsi prevedibili o trasparenti
Sulla pagina di Facebook ho ricevuto questo commento: “Luigi guarda che fare il critico non significa sempre sparare a zero su tutto e su tutti e insinuare sempre sospetti nella mente dei tuoi tanti lettori, quando non ci sono concorsi si dovrebbero fare concorsi , quando si fanno concorsi sono truccati, quando vince uno era meglio due e viceversa ……”
Il commento criticava le mie obiezioni alle giurie prevedibili: quelle dove è molto facile, prima che sia emesso il verdetto, individuare il futuro vincitore. Si tratta di un problema particolarmente spinoso. Perché la giuria prevedibile è, a tutti i sensi di legge, legale. Nulla, infatti, può impedire che in commissione si mettano giurati che hanno rapporti di amicizia, di vicinanza ideologica, di affari con il candidato in pectore. Nulla. A meno dell’etica, che invece dovrebbe suggerire giurie che siano l’esatto opposto e cioè imprevedibili. Difficile? Direi di no: basta per esempio chiamare progettisti o critici stranieri e persone estranee ai giochi locali. Oppure mettere in piedi due distinte giurie: una che seleziona i finalisti e un’altra che proclama i vincitori attingendo a questa rosa. Altre formule possono essere studiate. E potrebbe farlo anche l’agenzia di rating sui concorsi che newitalianblood, con un’idea tempestiva e brillante, ha recentemente lanciato. Unico neo: la nuova agenzia giudica i concorsi già banditi su criteri non completamente dichiarati, esplicitando solo i criteri di valutazione di larga massima e senza entrare maggiormente nei dettagli (lpp)
 
CARTOLINE di Renato Nicolini
 
CARTOLINA LIBERALIZZAZIONI
Non basta la parola, ci vuole un progetto. C’è l’esempio della professione dell’architetto. Da un bel pezzo, tutto è in mano alle Società d’Ingegneria… L’architetto più famoso d’Italia, Renzo Piano, come professionista (se non sbaglio) è fallito, e opera come stipendiato della Renzo Piano Workshop Building… La trasformazione della professione dell’architetto in quella di lavoratore dipendente non ha portato ad un aumento della concorrenza e della capacità, al contrario… Ha favorito in modo evidente la finanziarizzazione del settore delle costruzioni, dove le capacità tecniche contano ormai molto meno della capacità di trovare credito e muoversi sul mercato… Per quanto riguarda lo sviluppo d’Italia, questa trasformazione ha piuttosto frenato che accelerato lo sviluppo… Ha favorito, infatti, la propensione alle Grandi Opere, dalla TAV in Val di Susa al Ponte di Messina. Le Grandi Opere, in astratto, veicolano come nessun altra cosa la circolazione del Capitale. A condizione, però, che siano opere fattibili. Dopo due decenni di provvedimenti tipo Leggi Obiettivo, equamente diffuse tanto presso Prodi che presso Berlusconi, anche i più testardi si stanno convincendo che le opposizioni di carattere ecologico o sociale non si cancellano per decreto legge. Mentre è evidente a tutti il carattere (basta un confronto superficiale con gli elaborati del concorso per il Ponte di Messina degli Anni Settanta, esposti recentemente al MAXXI) perlomeno approssimativo, a tirar via, dell’”esecutivo” per il Ponte di Messina… La deriva dei continenti, che allontana Calabria e Sicilia, non si sconfigge con le pecionate. Ma c’è di peggio. In Italia, non è la prima volta che lo scrivo, si avrebbe bisogno di una cultura delle Piccole Opere. Progetti di messa in sicurezza del patrimonio pubblico, cominciando dalle scuole; progetti di recupero urbano, ricostituendo una rete di spazi e percorsi pubblici nelle città; progetti di trasformazione dell’hinterland da terra di nessuno, della metropoli diffusa, in spazi dove si possa abitare; progetti di messa in sicurezza del territorio dissestato, minacciato da frane, smottamenti, allagamenti e fiumi di fango; progetti di restauro paesaggistico. Tutte cose per le quali una rete in concorrenza di studi professionali garantirebbe qualità molto più delle società d’ingegneria… E allora, professor Monti?
 
CARTOLINA LA COMPETIZIONE NEL MONDO GLOBALE
E’ il piano delle merci e dei servizi “immateriali” quello dove si svolge la vera competizione tra Paesi, che decide la loro gerarchia nel mondo globale.   da tutti. Tutto può cambiare, nel nuovo mondo del 2012, ma non il fatto che la crescita di autonomia e di pluralità provoca curiosità, egemonia e sviluppo. Alcuni esempi di riformismo possibile… Scompaginiamo la noiosa ripetitività della Festa del Cinema di Roma… Aggiungiamo alla Mostra di Venezia la grande risorsa rappresentata dall’area dell’ex Ospedale Lido, dove potrebbero nascere i padiglioni della Biennale per India, Cina, e tanti altri stati emergenti che oggi non l’hanno ai Giardini di Castello…. Mettiamo benzina nel motore del MAXXI e del MACRO… A che serve spendere centinaia di milioni di euro delle loro architetture, per poi condannarli a morte per ritirata dello Stato (mascherata ideologicamente da “trasformazione in Fondazioni”…), mentre avrebbero dovuto fare concorrenza al Guggenheim, al Pompidou, a Londra, Parigi e New York come capitali della cultura?
 
CARTOLINA GUIDO CANELLA
Si è svolto a Milano, dal 18 al 21 gennaio, un Convegno internazionale sul pensiero, l’opera, l’insegnamento di Guido Canella. Uno dei “giovani delle colonne” del 1955, forse il più libero nella sua vis polemica. “Eretico permanente”, ho intitolato così la mia relazione. Essere eretico in Italia e per giunta a Milano, capitale della controriforma, non è certo facile…Per prepararmi ho passato una settimana a San Luca in compagnia dei 24 fascicoli di “Hinterland”, corrispondenti ai numeri 1-34, dal dicembre 1977 al giugno 1985, la rivista di cui Guido Canella è stato direttore e che prendeva il titolo da una programmatica attenzione al “luogo” della periferia milanese, dove i rapporti tra città e campagna stavano cambiando (ed allora non era affatto scontato dovessero volgere al peggio…). Un’eresia all’insegna dell’ “impuro” e del progetto come “sostanza di cose sperate”… Una considerazione sul modo in cui Canella ricercava l’”invariante tipologica”, obbiettivo comune con Aldo Rossi e Carlo Aymonino ma metodi molto diversi, tratta dall’osservazione del complesso scolastico di Pieve Emanuele: “la biblioteca scolastica è concepita in modo da poter essere utilizzata da biblioteca comunale, la palestra come palazzetto dello sport, l’aula magna come sala consiliare e spazio teatrale, il refettorio come mensa pubblica … secondo un disegno tendente a moltiplicare gli intrecci tra utenza esterna ed interna”. In Canella domina il senso del possibile: sul significato effettivo delle forme architettoniche decide l’uso. Nella sua idea di “moderno”, più che le tipologie astratte dei CIAM e del Weissenhof, dominano le impurità delle esperienze concrete, da Camillo Boito a De Finetti, dalla Scuola di Amsterdam di De Klerk alla Barcellona di Gaudì e del GATEPAC (con la foto di Sert e Torres i Claves davanti al Partenone nel CIAM del ’34), dalla Lione del Sindaco Herriot agli interventi di Badouin e Lods nella Citè della Muette nella banlieu parigina degli Anni ’30, da Schumacher ad Amburgo e Bruno Taut a Magdeburgo alla Francoforte di Ernst May… Un’esperienza che comunica ancora una sensazione di perennemente inappagata vitalità.
 
 
Archi LIVE: “Speciale Premio Fondazione Renzo Piano” sul nostro Canale YouTube
— Questa settimana vi segnaliamo la messa in onda su AiacTube della puntata numero 5 di Archi Live dedicata ad uno SPECIALE sul “Premio Fondazione Renzo Piano ad un giovane talento under 40”, Concorso bandito dalla Fondazione Renzo Piano in collaborazione con l’Associazione Italiana di Architettura e Critica.
 
Ecco l’indirizzo:
 
— Vi ricordiamo inoltre che potete vedere il nostro Format “Archi LIVE – Architettura dal Vivo” sul Canale 813 di Sky Italia “CeramicandaTGArchitettura”. Per informazioni sugli orari del palinsesto:
DOCUMENTI
 
Renato De Fusco: RESTAURO
verum factum dell’architettura italiana
 
Il titolo del libro non significa evidentemente che il «il restauro è il vero fatto dell’architettura italiana», ma costituisce un’espressione che contiene in sintesi varie intenzioni, temi e problemi che qui, in opposizione agli schemi tradizionali della letteratura sul restauro, intendo esporre.
Intanto le due parole verum factum rievocano la tesi di Gianbattista Vico, della quale Abbagnano scrive:«Formula di cui si servì G.B. Vico per esprimere il principio che l’uomo può conoscere solo ciò che egli stesso ha fatto, perché la conoscenza di una cosa è la conoscenza della sua genesi (De antiquissima italorum sapientia, 1710, 1). Ma questo concetto era desunto da Hobbes che lo aveva esposto nel De Homine (1658). Hobbes stesso aveva ridotto il dominio della conoscenza umana da un lato alle matematiche, i cui oggetti sono interamente prodotti dall’uomo, dall’altro alla politica e all’etica che anch’esse trattano di oggetti (leggi, convenzioni, principi) creati dall’uomo (De Hom. 10). Analogamente, Vico dapprima restrinse il dominio della conoscenza umana alle matematiche (nel De Antiquissima) poi lo estese al mondo della storia, nella Scienza Nuova (1725)»[N. Abbagnano, voce Verum ipsum factum del Dizionario di filosofia UTET, 1964, p.894].
Il precetto vichiano riguarda principalmente il problema della conoscenza, ovvero un processo soprattutto mentale; tuttavia non si può escludere da questo principio anche il riferimento ad un’attività conoscitiva che sia fabbrile, fatta materialmente con le mani; e poiché non tutte le cose da imparare si limitano a processi puramente mentali, ma comportano anche un’esperienza operativa (il progettare, ad esempio, e la conoscenza che ci dà l’esercizio delle arti e mestieri), in questo senso lo intendo in riferimento all’architettura e al restauro; cosicché queste discipline entrano a buon diritto nella cosiddetta «cultura materiale». In più, come si è letto, il verum factum sfocia nella storia, innegabile materia prima del restauro. Quanto all’aggettivo italiano che qualifica la nostra architettura, esso sta anzitutto ad indicare la specificità delle nostre fabbriche, l’«italianità dell’architettura italiana», cui dedicherò un apposito paragrafo; in secondo luogo, l’attributo è quantitativo, se è vero che abbiamo un patrimonio di beni culturali e storico-artistici tra i maggiori del mondo, questo ci impone di mettere ogni cura nel conservarlo e tutelarlo. Ma poiché, com’è stato osservato e ribadito dalla critica più recente, conservare comporta inevitabilmente modificare, donde la chiamata in causa sia «la cultura del recupero», sia «la cultura dell’innovazione». Cosicché questo binomio, per le ragioni dette sopra, non dovrebbe impegnare solo la cerchia degli specialisti, ma tutti gli architetti italiani e costituire il maggiore contributo del nostro paese all’architettura europea.
Che la problematica del restauro sia prevalentemente italiana rispetto agli altri paesi è riscontrabile in cento modo. Notando la carenza delle definizioni teoriche del restauro, Paolo Torsello scrive:«la cosa appare ancor più singolare se consideriamo che la riflessione sul restauro è oggi sostanzialmente circoscritta all’Italia: non se ne trovano tracce di un qualche rilievo concettuale in altri paesi europei, sebbene non manchino studiosi che si interrogano sul senso della disciplina. Più spesso, il dibattito europeo pare impegnato sugli aspetti tecnici, sui problemi di natura operativa. In altre parole, la domanda più frequente, ovunque, pare riguardare il come si restaura, piuttosto che il perché trascurando che non ha senso alcuna operazione tecnica indipendente da un fine, da un obiettivo scientifico, etico, culturale»[B. Paolo Torsello, Che cos’è il restauro? Nove studiosi al confronto, Marsilio Editori, Venezia 2005, p.9].
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Nel mio testo – dedicato soprattutto alle idee di restauro – oltre all’esposizione di nuove conoscenze e metodologie, si avversa la linea del «dov’era e com’era» – precetto della vecchia concezione del restauro – a favore dell’altra del «dov’era ma non com’era», espressione della nuova concezione. Adottando questi ed alti paradigmi, il testo diventa un saggio critico e polemico, informato al noto assunto, per cui ogni storia è storia contemporanea, valido per tutte, ma ancor più per quella del restauro.
Alla domanda sui destinatari di questo saggio rispondo che esso – oltre le cose dette in ordine alla teoria, alla critica e alle riflessioni concettuali – intende rivolgersi a tutti gli interessati a vario titolo alle costruzioni, proponendo il restauro come «via d’uscita», anche professionale, di fonte alla crisi dell’urbanistica, diretta conseguenza della malapolitica, a quella dell’architettura dominata dalle «trovate» dello star system, a quella dello stesso industrial design, un tempo orgoglio del made in Italy, ma ormai ridotto al livello della moda femminile. In breve, il saggio intende essere un «elogio del restauro» fondato su una delle poche certezze italiane: il già citato patrimonio di fabbriche e di beni culturali che va comunque tutelato ed innovato.
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Excursus storico dell’idea di restauro
Quando è nato il restauro? A questa domanda si può rispondere come per la storia:«La storia, come la filosofia, non ha inizio storico, ma solamente ideale o metafisico, in quanto attività del pensiero che è fuori del tempo; e, storicamente parlando, è ben chiaro che prima di Erodoto, prima dei logografi, anzi prima di Esiodo e di Omero, la storia già c’era, perché non è dato concepire uomini che non pensino e non narrino in qualche modo le cose loro». È corretto invece pensare che «l’apparizione di essa nel mondo, avviene quando si vuole semplicemente dire che si fa più vivo, in quel punto, il nostro interesse nell’investigarne il corso»[B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Laterza, Bari 1954, p173].
Segue una breve storia del restauro delle idee di restauro dal mondo classico ad oggi.
 
 
Esperimenti con il tempo
Venga con me, – disse K. – mi guidi, altrimenti mi sbaglierò, ci sono troppi passaggi –. Ce n’è uno solo, questo.
Si intravedono porte, gradini che non si sa dove conducano, angoli che nascondono chissà che cosa. Compiuto il primo passo, a volte in maniera inconsapevole, ci si trova soffocati fra le pareti di un corridoio di cui non si scorge la fine. Le gemelline di Shining.
Le carrellate di Kubrick nei corridoi sono la più perfetta metafora visiva dell’impossibilità di decidere della propria vita. Da un lato i protagonisti si illudono di guidare il proprio destino, dall’altro si confrontano con un’assoluta impotenza. A questa ambivalenza Kubrick accosta due costanti visive: la prospettiva centrale e il corridoio. La villa di Barry Lindon immersa nella campagna inglese nel pieno della sua scalata sociale e i corridoi dell’Overlook hotel percorsi da Daniel sul triciclo, mentre Torrance batte da giorni la stessa frase sulla macchina da scrivere: “All work and no play, makes Jack a dull boy”.
Seguire qualcuno nei meandri di un percorso. Attraverso le sale dell’Ermitage di San Pietroburgo: L’Arca russa. Alexander Sokurov segue in un magnifico, straniante, unico piano sequenza di 96 minuti, il marchese de Custine che accompagna nel palazzo un visitatore immaginario. Secoli di storia: attraversando sale e corridoi i due visitatori si muovono attraverso tutte le epoche. Incontrano Pietro il Grande, Caterina II, gli zar Nicola I e Nicola II, fino ai visitatori del museo dei giorni nostri. Nel gran finale siamo nel 1913 e l’esodo dei fantasmi dal palazzo diventa metafora dell’uscita dalla storia. Sono stanco del montaggio. Non voglio fare esperimenti con il tempo. Voglio portare sullo schermo il tempo reale. Non bisogna avere paura dello scorrere del tempo.
Sokurov è il maestro del tempo nel cinema. La sua telecamera segue i movimenti dei corpi attraverso percorsi continui e infiniti in cui spazi diversi si costringono e poi si dilatano. Nel suo ultimo film seguiamo un raccapricciante Virgilio: il diavolo in persona. Il movimento continuo del Faust, in spazi angusti dove i corpi sono costretti a toccarsi come non vi fosse via d’uscita, racconta il continuo vagare dell’uomo in cerca di risposte, in cerca di una soluzione per sconfiggere il trascorrere del tempo. L’azione è costretta negli anfratti scomodi di un villaggio minuscolo. Solo alla fine Faust è lanciato alla fine della storia e al di fuori del tempo, sullo sfondo di una natura tanto irreale da essere dimostrazione dell’inconoscibilità delle cose.
Un percorso per definizione non si abita, si attraversa. Non vi si svolge alcuna attività precisa. Si cammina per raggiungere qualche altro luogo. A prima vista, un elemento architettonico superfluo: lo scopo di un percorso è sempre al di là della sua esistenza. Per questo rimandare ad un al di là, il percorso dal moderno ad oggi è diventato uno degli ambienti architettonici più carichi di valore simbolico. È il luogo dove ci accorgiamo del tempo. Seguiamo un tracciato per tutta la durata della carrellata visiva (la ripresa cinematografica dovrebbe diventare il primo strumento di analisi dell’opera architettonica). Il tempo come dimensione fondamentale dell’architettura, seguendo un filo rosso che congiunge a balzi nel divenire storico Michelangelo con l’espressionismo, il barocco con l’arte astratta, Villa Adriana con l’architettura organica e con i passaggi dalla natura all’artificio degli spazi giapponesi. 
Nel 1993 Rem Koolhaas si chiedeva come dare vita al volume della Kunsthal di Rotterdam. Risposta: con la tensione centrifuga del percorso interno a spirale. Nel 2004 di nuovo è l’organizzazione spaziale del percorso che consente la prefigurazione sintetica dell’edificio per l’ambasciata dei Paesi Bassi a Berlino. È il percorso il nucleo formale del progetto, tanto che anche la maglia strutturale è studiata in funzione del suo andamento. Koolhaas non ha inventato niente: troppo banale citare la promenade architecturale o la spirale del Guggenheim.
Il tempo è la variante che determina la qualità dello spazio architettonico. Ciò è tanto più attuale in una realtà come quella contemporanea, in cui l’essere di passaggio sembra ormai imprescindibile condizione di vita. Sapere da dove si proviene, non necessariamente dove si sta andando. Angoli e gradini e porte nei meandri della letteratura kafkiana.
 
UNIVERSITA’ E DINTORNI di Nicolò Lewanski
 
Master Progettista Esperto in Tecnologie Emergenti, a Roma
Il master, dell’Inarch Istituto Nazionale di Architettura, affronta i temi e gli strumenti più innovativi emersi sulla scena della progettazione architettonica a seguito della rivoluzione digitale, articolandosi in una serie di corsi base ed alcuni laboratori progettuali intensivi. Inizio delle lezioni il 12 Aprile, iscrizioni entro il 12 Marzo.
 
Proprietà fondiaria e democrazia, a Firenze
Ciclo di due incontri a proposito dell’uso e del consumo del suolo e degli strumenti della pianificazione, organizzato dal dottorato di progettazione della Città, del Territorio e del Paesaggio.
Martedì 24 e 31 Gennaio presso il Dipartimento di Urbanistica e Pianificazione del Territorio Aula 7M, via Micheli 2 Firenze. Info: 055 2756437
 
Re-Thinking Shanghai 2012, concorso
Concorso aperto anche agli studenti per progettare un intervento architettonico visionario e sostenibile a Shanghai; il primo classificato sarà invitato per tre mesi allo studio 10Design’s per sviluppare il progetto. Iscrizioni entro l’1 Marzo. Info: www.10design.co/think/competitions/en/1/rethinking-shanghai-2012/the-brief/
 
Forest Skill, concorso
Concorso rivolto ai laureati tra l’a.a. 2005-2006 e l’a.a. 2010-2011 per trovare delle soluzioni progettuali per valorizzare il patrimonio boschivo italiano. I due vincitori del concorso potranno realizzare la propria soluzione progettuale grazie ad un budget di € 30.000 ciascuno. Info: http://www.ideatre60.it/node/10537
 
In-between: il disegno dei frammenti urbani, a Milano
Workshop di progettazione sulla zone Ventura a Milano in quanto realtà in crescita del Fuori Salone, ed in particolare sugli spazi di connessione con il nuovo distretto artistico/culturale. Le proposte elaborate faranno parte di una mostra durante le giornate del Salone del Mobile 2012. Dal 28 Marzo al 1 Aprile, info: http://www.acmaweb.com/5.0_news/5.2_agendacma/5.2.1_iniziative/5.2.1_iniziative.htm
 
Blue Award 2012
Concorso internazionale per studenti che riguarda la sostenibilità declinata nei tre ambiti dell’architettura, della pianificazione a vasta scala e dell’urbanistica, secondo una dimensione economica, culturale e sociale. Premi per 20000 euro, scadenza 1 Febbraio.
 
RESTAURO TIMIDO di Marco Ermentini
 
Rapina e spara
Va bene la crisi, va bene la manovra Monti ma è proprio così disastrosa la vita di un professionista? Leggo dalla cronaca nera sul Corriere di Firenze:” Architetto rapina e spara: due feriti!” Vestito da gangester, 40 anni, alto 2 metri, architetto romano con residenza a Londra si è presentato all’ufficio postale con una 44 magnum. Arrestato poco dopo ha dichiarato: “ Sparo per ripristinare la tariffa minima!”
 
 
1.9 Il Futurismo
(Le puntate della storia del 1900 si trovano su www.presstletter.com)
 
Marinetti propone il futurismo all’attenzione mondiale con un manifesto apparso suLe Figaro”, del 20 febbraio 1909. La scelta è una chiara presa di distanza da Roma e un riconoscimento di Parigi come capitale dell’arte internazionale.
D’altronde a Roma nello stesso anno sono ancora in corso i lavori del monumento nazionale a Vittorio Emanuele II, una torta nuziale pseudostoricista progettata dall’accademico Giuseppe Sacconi e inaugurata solo nel 1911 dopo ventisei anni di gestazione.
 
In questo contesto, il futurismo, pur con tutta la sua rumorosa spavalderia, rappresenta una possibilità di cambiamento e di reimmissione dell’arte italiana, altrimenti irrimediabilmente carducciana e pascoliana, nell’alveo della cultura europea.
Il programma enunciato nel manifesto concerne la letteratura. Ne seguiranno numerosi altri. Sono redatti dallo stesso Marinetti, da Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini, Depero e da altri intellettuali che confluiscono nel movimento. Nell’agosto del 1909, per esempio, esce Uccidiamo il chiaro di luna!, nel febbraio del 1910 il Manifesto dei pittori futuristi, nell’aprile del 1910 La pittura futurista. Manifesto tecnico, nel gennaio del 1911 il Manifesto dei Drammaturghi futuristi, nell’aprile del 1912 il Manifesto tecnico della scultura futurista, nel maggio del 1912 il Manifesto tecnico della letteratura futurista,nel maggio 1915 Scenografia e coreografia futurista, nello stesso anno Ricostruzione futurista dell’universo, nel novembre del 1916 La cinematografia futurista. Accanto a questi, numerosi altri: coprono quasi ogni aspetto dell’attività umana, cucina compresa. Arte e vita sembrano coincidere in tutti i loro aspetti.
Per Marinetti, come si vede già nel Manifesto del 1909, il contesto in cui si colloca il discorso futurista è metropolitano. Noi, sostiene, canteremo il fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche, le officine appese alle nuvole, i ponti simili a ginnasti giganti. E negli anni dal 1910 al 1912, mentre Kandinskij inventa a Monaco l’astrattismo e i cubisti sono al lavoro a Parigi, gli artisti futuristi, e in particolare i due più dotati – Boccioni e Balla –, descrivono la nuova città, fatta di luci, movimento, tensioni dinamiche. Prefigurando una grammatica formale che avrà non poche conseguenze sul nuovo spazio architettonico. Dinamismo, mutazione, leggerezza, interesse per le reti di comunicazione, spinta verticale, nuovi materiali, linee-forza, cromatismo sono temi che si trasferiranno dai quadri e dai progetti futuristi ai carnet dei giovani architetti europei, attraverso strade non sempre dirette, ma che la critica contemporanea sta cercando di ricostruire.
Gli artisti futuristi intessono con i cubisti rapporti d’amore-odio. Lo sbarco ufficiale in Francia è del 1912 per la mostra parigina alla Galerie Bernheim Jeune. Inoltre, contatti si registrano sia prima sia dopo l’evento. I futuristi rimproverano ai cubisti la tendenza alla staticità e un eccessivo formalismo, la mancanza di emotività, l’incapacità di intrattenere un rapporto pulsante con l’ambiente. E li accusano di plagio con un articolo dal titolo ingiurioso, I Futuristi plagiati in Francia, perché i “francesi” introducono elementi dinamici e linee forza nelle composizioni. Viceversa, gli italiani sono tacciati di provincialismo e di giacere succubi della retorica vitalista. Eppure, i futuristi eserciteranno un notevole influsso su Apollinaire, su Delaunay, Léger, gli orfisti, le avanguardie russe.
Il reciproco gioco delle influenze è palese. Tanto che già nel 1913 Boccioni a Parigi, insieme a Guillaume Apollinaire, lancia la proposta di un fronte delle avanguardie in cui avrebbero dovuto convergere futuristi, cubisti ed espressionisti. Vincono però, come sempre, le gelosie.
Dai pittori futuristi arriveranno idee e proposte alcune delle quali a tutt’oggi appaiono anticipatrici. Afferma Carlo Carrà: “Noi pensiamo […] a una architettura simile all’architettura dinamica musicale resa dal musicista futurista Pratella. Architettura in movimento delle nuvole, dei fumi nel vento, e delle costruzioni metalliche quando sono sentite in uno stato d’animo violento e caotico”. Prampolini nel 1914 sostiene: “L’architettura futurista deve avere una genesi atmosferica, perché rispecchia la vita intensa di moto, luce, aria di cui l’uomo futurista è nutrito”. Boccioni, sempre nel 1914, in un manifesto architettonico futurista rimasto all’epoca inedito: “Noi viviamo in una spirale di forze architettoniche. Fino a ieri la costruzione volgeva in senso panoramico successivo. A una casa succedeva una casa, a una via un’altra via. Oggi cominciamo a avere intorno a noi un ambiente architettonico che si sviluppa in tutti i sensi: dai luminosi sotterranei dei grandi magazzini ai diversi piani di tunnel delle ferrovie metropolitane alla salita gigantesca dei grattanuvole americani”.
Il manifesto L’architettura futurista, stilato da Antonio Sant’Elia, è pubblicato il 1° agosto del 1914 su “Lacerba”, la rivista che affianca il movimento. Sono parole anticipatrici, se consideriamo che ancora nel 1914 l’Europa è incapace – come mostra l’esposizione del Werkbund di Colonia – di declinare con sicurezza un nuovo lessico architettonico: “Gli ascensori non debbono rincanttucciarsi come vermi solitari nei vani delle scale; ma le scale, divenute inutili, devono essere abolite e gli ascensori devono inerpicarsi, come serpenti di ferro e di vetro, lungo le facciate. La casa di cemento, di vetro, di ferro senza pittura e senza scultura, ricca soltanto della bellezza congenita alle sue linee e ai suoi rilievi, straordinariamente brutta nella sua meccanica semplicità, alta e larga quanto più è necessario, e non quanto è prescritto dalla legge municipale, deve sorgere sull’orlo di un abisso tumultuante: la strada la quale non si stenderà più come un soppedaneo al livello delle portinerie, ma si sprofonderà nella terra per parecchi piani, che accoglieranno il traffico metropolitano e saranno congiunte, per i transiti necessari, da passerelle metalliche e da velocissimi tapis roulants.”
Nel 1916 l’architetto comasco troverà la morte nella Grande Guerra, cui aveva aderito entusiasticamente. Morirà anche Boccioni, l’altro genio del movimento. Dell’opera di Sant’Elia, così fugace, rimangono solo disegni e progetti per “inventare e rifabbricare la città futurista simile a un immenso cantiere tumultuante e la casa futurista simile a una macchina gigantesca”. Si tratta di prodotti stupefacenti, se consideriamo la giovane età dell’architetto, che nel 1914 ha appena ventisei anni e quando muore ventotto, ma non pochi temi e spunti sono ancora acerbi; così, nei disegni compaiono, insieme a notevoli anticipazioni, anche residui della cultura simbolista e decadente del periodo. Troppo poco per dare vita a un’architettura futurista, anche in considerazione della non gigantesca statura degli altri progettisti che si riconoscono nel programma: Mario Chiattone, Virgilio Marchi, Fortunato Depero ed Enrico Prampolini.
Sant’Elia e Chiattone saranno però studiati e analizzati dai protagonisti del Movimento Moderno, per esempio sulle colonne della rivista “De Stijl” da Robert van’t Hoff e da Jacobus Johannes Pieter Oud nel 1919; da Ludwig Hilberseimer e da Adolf Behne.
Ritorniamo all’idea di Boccioni e di Apollinaire del 1913 di un fronte comune delle avanguardie. Sarebbe stata una mossa risolutiva. Con il passare degli anni, nonostante il reiterarsi di incontri organizzati in vari paesi d’Europa, si finirà, invece, con l’alzare steccati tra i vari movimenti. A farlo saranno gli stessi protagonisti per rivendicare primati storici e originalità creativa. E a tal fine non esitano a fornire racconti inventati o imprecisi e a retrodatare opere ed eventi. Eppure, a guardarla senza preconcetti, la situazione artistica di questi anni appare magmatica, felicemente confusa, aperta alle mutazioni. Neanche la guerra, con il suo potere devastante, riuscirà a livellarla. Anzi, come vedremo, sarà proprio durante gli eventi bellici che alcune delle ipotesi artistiche più interessanti e trasversali troveranno una loro maturazione.
 
 
Costruire è umano, perseverare è diabolico
 
A chi ha paura dell’architettura non basta l’armatura
 
Chi progetta i fatti suoi, campa cent’anni
 
Donna al mouse, grande caos
 
Con i se e con i ma si fa l’architettura 
 
INTERMEZZO di Edoardo Alamaro
 
L’opinione-contro
“Anno nuovo, vita nuova”, titolava così l’ultima Opinione del 2011 di Lpp. Un elenco speranzoso di dieci desideri che, “siamo certi”, scriveva il Nostro, “nel 2012 si realizzeranno”.
Eccoli nell’ordine. “1: non si daranno più incarichi di progettazione ad personam ma solo attraverso gare, magari secondo il modello francese delle due fasi; 2: Paolo Portoghesi non regalerà più progetti o consulenze al sindaco Alemanno e gli suggerirà invece di ricorrere ai concorsi; 3: il Maxxi smetterà di fare mostre riciclate o sul riciclo e si occuperà finalmente di architettura contemporanea; … e infine (desiderio 10): coloro che vogliono collaborare alla PresS/Tletter la smetteranno di farci la domanda se la loro eventuale pubblicazione farà o meno titolo accademico. Non lo sappiamo, non ce lo siamo mai chiesto. Continueremo a non chiedercelo e ci auguriamo vivamente di no. Che non faccia titolo, né titolazione.”
Lpp, direttò, cumandà: ma sei impazzito? Lo smunti governo Monti ti è muntato in testa? La PresS/T deve girare, come ai bei tempi di Silvio (Silvio ci manchi, torna con Ruby …). La PresS/T deve (tendere a) far titolo di preferenza, pro accademica marchetta!! Ma secondo te, perché io ti collaboro da più di un lustro (non lustrato né il-lustrato a colori)? Una vita raminga la mia, tutta in bianco e nero, a/remunerata. Io scrivo Intermezzi solo e soltanto perché, in cuor mio, nel profondo, nell’intimo che mi rode e mi ode, so, sento …. so e sento che in fondo, … molto in fondo (dell’Al-amaro piatto quotidiano), c’è …. c’è il Sol dell’Avvenir mio universiStario!
 
Tu, Lpp, na sera ‘e maggio, me prumettisti ca sarria diventato “Ordinario d’Intermezzi” alla Sapienza Nova Nostra. E mo’ tieni ‘o curaggio e t’ho negà? Che l’Intermezzo non vale come titolo? Tu me dicisti che “avresti parlato con chi sapevi tu” … (e non mi hai voluto dire con chi, Lpp … ma io sospetto qual cosa, Qual Cuno …); tu me deciste che “avresti fatto in modo di … di fare istituire la Cattedra d’Intermezzi all’UniversiStà”. E mò addò sta?, che vuò fa? Tu te lo neghi? “Forse addirittura institutire un corso o ri-corso di laurea de l’aura antica defunta, intermittente”, me dicesti.
 
E la buonanima di Benjamin (uomo netto, … retto, riletto e ridetto da Cacciari che tutto caccia), ne è testimmone. Alle tue parole, infatti, Amin si rivoltò e ri-vuotò nella sua tromba per dire: “se seccude, come deve succedere, se l’Eldorado nuosto va in cattedra d’Intermezzi all’UniversiStà della Sapienza Nova, l’Aura Nosta sarrà così ripristinata e finalmente io – muorto e bbuono – sarrò infin ri-vendicato!”
Mo’ vuò fa piglià collera a Benjamino nuosto? Che già sta, secondo Cacciari, triste e malinconico, appecundruto e malaticcio di nustalghia. Tanto che pare Lilì Marleen nel ’43, … sotto quel fanal. Ma se fà, Lpp? E tu saresti hommo e parola contemporanea? Ma chi te crede cchiù? Ma qua “Opinione di Lpp?, Vavattenne, nun si proprio bbuono!!
 
E poi, sienteme a mme: se dell’Intermezzo non faranno titolo accademico; se non saremo riconosciuti dall’Aaalto, da quei papaveri e paperoni ‘e Mies che danno i posti e i pasti (a tavola dell’UniversiStà, ahhum…); se non saremo veramente PresS/Tletter di lotta e di sgoverno accademico, … avremo perso sulo tiempo d’architettura a scrivere.
Saremo presi in giro da tutti, a iniziare dal centro-sinistrato e tendenzioso, lo sai? Saremo considerati i più fessi dell’Italia web scontemporanea. Saremo sbeffeggiati e swebbeggiati. Ma te lo ricordi il famoso ’68? E soprattutto il successivo 69? Il sotto e ‘ncoppa d’Italia? (E po’ scrivi di Portoghesi a Roma oggi, ma te lo ricordi a Milano ieri?)
 
Il ’68 deve assolutamente continuare, nun po’ fernì mai: siamo, Samo-samenta, il ’68 web! La tradizione continua. E’ come il fascismo, come la D.C. e il PCI: è l’arco costrituzionale allargato all’Oltre e all’ventuale. Sta tutto ammischiato in Noi, dentro. Monti in vista, pil e contropil dell’avvenir. A NOI, Lpp!! Sei tutti Noi!!! Pigliammece l’UniversiStà!
 
Amma scassà Lpp! Dobbiamo andare in cattedra: jamme ja, funiculì-funiculà! Devono fare le tesi de l’aura sull’Intermezzo, sulla PresS/Tletter, sull’Opinione tua e nostra santa d’architettura. Sulle lettere, cartoline e fr-aforismi. Fare gli esami più difficili, quelli tosti e sudaticci, da ultima spiaggia di fine luglio, con le scolle ‘nfronte e con restauri molto timidi.
 
Si devono spremmere le cervella su quelle domande d’impossibili imprese ‘e presS/T: “Prego, mi parli del pensiero architettonico dell’Eldorado che si evince dalle PresST del marzo del 2009”. Oppure, sadico alla Alberto Sordi, l’esaminatore implacabile di architetti-archivisti povericristi: “Mi parli … dell’Opinione di Lpp … espressa nella PresS/Tletter n. 30 del 2007”. Silenzio del candidato. “.. Lo sapevo, non la sa … godo!!!
E giù citazioni, paragoni, filosofie aggiunte e pezzottate ad arte. Ma te immagini, Lpp: che soddispassione, la nostra!!! E che “paliatone” totoista, dall’aspirante architetto capo …
 
A proposito di paliatoni: l’hai sentita, Lpp? L’ha sentita la tragica gag dei “due capitani”: Gregovio de’ Falchi della Capitaneria del diporto di Licorno e Franchi Aschiettino, capitano della Concordiamo & ACostiamo che aveva abbandonato la sua nave. Scivolato poi su una scialuppa in mezzo al mare, in salvo ….
 
“Ascolta all’uovo la telefonata alla choc”, mi dice “Malaffari.it”, martedì, 17 gennaio 2012 – 14:24:00. E io ho ascoltato, da gioire, da rabbrividire. Come tutti gli italiani, come tutto il mondo web. Un intermezzo così hard io me lo sogno di scrivere la notte. Notte fronda. Nella tempesta del naufragio della PresS/T d’Italia cantata: ‘O capitan, c’è un uomo in mezzo al mar …
Tu dirai: “ma che c’entra l’architettura?” Io rispondo: “senti, senti … connetti…” 
 
“ … Aschiettino, lei si e’ salvato dal mare, ma io … io le faccio passare l’anima de’ guaje: ritorni a bordo, è un ordineee!”, dice il capitano coraggioso de’ Falchi. E ancora: “Aschiettino, lei ha dichiarato l’abbandono nave e adesso comando io!! Vada a bordo, ha capitooo!".
Povero Aschiettino! Di quel tipo umano io ne ho visti e sentiti tanti nella mia vita d’architettura. A iniziare dal ’68, dai nostri maestri dell’Università. Ne hanno abban -donate di navi. Di corsi e naufraghi d’architettura, i cotanti, i codardi … Molti di noi a bordo sono morti, qualcuno s’è salvato … vissuto a stenti e a zombi, feriti a morte dell’arte promessa. Pochi si son salvati per caso, per casi loro, in silenzio. Su zattere di fortuna, autocostruite ….
 
Anzi, per la verità di Aschiettini ne incontro ogni giorno. Amici e non colleghi abban-donatoni. Li vedo e li leggo a josa, ‘na zoza. Sono diventati degli struzzi perfetti, degli super-struzzica-denti indecenti. Ma io non mi sento un de’ Falchi giudicante. Anzi, solo un povero scricciolo…
 
Lo Aschiettino in telefonata sullodata, è d’area e accento napoletano. Ne capisco ogni sfumatura, ogni pausa, ogni mezza parola. Anche quella non detta. E’ arte nostra! Ma anche il de Falchi, il capitano coraggioso, è di parlata napoletana. “Comme’ stu’ fat(t)o? So’ sempre “le due Napoli”, le due Italia a confronto. Non c’è che fare!”, penso.
“Parli più forte!!!” ordina de’ Falchi all’Aschiettino. "Cumanda’, per cortesia … c’è stato un quiproquo … ", prova a rispondere questi. Ma quello lo interrompe bruscamente: "No, niente per cortesia, …”.
 
Eppure, tra “i due cumandanti” di Napule, io oggi “tifo” per Aschiettino. Tifo per Pulcinella-Pappagone che confessa: “…e piriché? pe’ mare nun ce stanno taverne!”. E cioè: "Cumandante, qui pe mmare e’ tutto buio a quest’ora di notte … qua non se vede propeto niente” … Qua nun ce stanno taverne, … né papà, né mammà … né tessere d’indindirindà … fa sulo friddo …
E poi qua è tutto abusivo, … niente piano regolatore della città galleggiante … che lo fanno tutti quanti, l’abusco … pe’ primma ‘a borghesia: si salvi chi può!!! …. E po’ mi avevano detto a scuola che la vita era tutta una crociera senza più Cristo. C’era tutto un bunga bunga italiano!!! Capità’, capite, capita: ‘e muorte so’ muorte, … che ce putimmo fa cchiù? Chi ha avuto ha avuto … tirammo a campà … simme ‘e Napule, paisà!!!
 
Ma l’antitaliano de Falchi (ma da dov’è uscito? dall’800? dal libro Cuore?), gli urla: "E che vuol fare Aschiettino? Vuol tornare a casa perchè e’ tutto buio? … perché sta casa aspetta a tte? Salga sulla prua della nave e mi dica cosa Lei può fare, (tu che può ffà, ndr) …; quante persone ci sono e cosa si può fare. Lo faccia ora!!” (Seguono indecenti mortacci in napoletano, censurati preventivamente: no pasaràn, nda).
 
Ma capitan Aschiettino non lo fece. Non lo poteva fare. Lui stava lì per caso, in mezzo al mare. Non è, non si sente “il capitano”. Faceva solo la parte del capitano, sulla scena … e s’è truvato dint’a stu guaje, mannaggia!!!
 
Note dello sceneggiatore: Idem per l’archichetto, variante: lo fa o ci è?
Le nostre città d’oggi sono state fatte dagli Aschiettini abusivi, non certo dai de Falchi, si sa. So’ – nella loro e-senza – casabusi-vive democratiche, vicine alla gente. Costituzione e costruzione familiare reale (e realizzata). Le altre architetture de Falchi sono ipo-tesi. Monumenti, atti eroici fuori tempo (massimo). A che servono? A che pro?
 
E poi, a pensarci bene, in effetti, il suo, quello dell’Aschiettino dell’Italia unita nel naufragio, voleva essere solo “un inchino”. Un gesto di cortesia, tanto per fare un piacere a un amico. Al comandante Spalummo!!! ASchiettino è sulo schietto, va capito per quel che è. Va a-schiusato per quel che fa. E’ un uomo d’arte all’antica contemporaneizzato. (E poi –ultim’ora- pare che gli fosse vicino, sulla plancia, anche una donna: ‘nu diavolo moldavo!)
 
Insomma, tutto quanto sopra posto e sup-posta, sapete che vi dico, a fine della commedia? Io sono per Aschiettino. Anzi, meglio: Io so’ Aschiettino, l’Italia tutta è a-schiettina. Quella registrazione telefonica è falsa. E’ un montaggio depistante e distante da vero.
Per questo motivo ai de’ Falchi superstiti d’Italia diamogli il foglio di via: non c’entrano con Noi dell’Intermezzo. Noi vogliamo andare in cattedra, alla Sapienza. Nuje vulimmo ‘o pposto all’UniversiStà del mare nostrum. Sulla città galleggiante. Vulimmo fare anche Noi ‘e comandanti (co la moldava vicino)! C’è spetta: è a democrazia nostra, quella ‘e Pappagone!!!
 
Besos, Eldorado
 
SPECIE DI LIBRI a cura di Diego Terna
 
Michael Edward Troy ha tradotto per l’editrice Metroverlag, nel 2011, alcuni scritti di Adolf Loos che riguardano la moda maschile e femminile, vista in una accezione molto ampia, cioè come forma di comportamento, di educazione, di buone maniere.
Il libro, dal titolo Why a man should be well-dressed. Appearances can be revealing, è un concentrato di frasi quasi esilaranti nel loro essere così puntigliose nella descrizione di un popolo “barbaro” come quello tedesco e austriaco, messo a confronto con la strabiliante modernità del popolo inglese. In questa raccolta di descrizioni, consigli, giudizi spiazzanti, la possibile ilarità che si può intravedere deriva da una sorta di ingenuità di Loos nel prendersi in carico dell’educazione di una intera nazione, del modo di rapportarsi dei suoi cittadini, delle maniere di porsi con il mondo esterno.
Eppure questo libro, così leggero a prima vista, ci fa sorgere alcuni interrogativi e riflessioni sulla professione dell’architetto e sul territorio proprio del suo lavoro:
1.Può oggi un architetto disquisire, con cognizione di causa ed esattezza di dettaglio, su una serie di argomenti che spaziano su campi così distanti tra di loro (dallo spazio architettonico, all’arredo, ai vestiti, al “bon ton”)?
2.E’ valido, oggi, quello che Loos propone con la sua critica, cioè pensare al ruolo dell’architetto come al referente di un’opera d’arte totale, che non vuole solo progettare architettura, cioè il contenitore delle vicende umane, ma che intravede anche la possibilità di regolare i modi in cui si esprimono le vicende umane stesse?
3.E’ possibile oggi pensare alla moda come ad una attività che possa referenziarsi ad un intero popolo? O, forse, ciò è reso impossibile da una estrema frammentazione di progetti e, soprattutto, di movimenti umani che mischiano ancor più le possibilità di definizione di uno “stile”?
4.L’architettura è ancora il campo privilegiato dal quale approfondire i dettagli della vita delle persone (prima con gli arredi, poi con gli oggetti, quindi con i vestiti e infine con i comportamenti) o sta esattamente avvenendo il contrario (la moda che fa architettura, l’arredo che si ingigantisce)?
Sono interrogativi a cui non è semplice fornire una risposta. E’ sicuro, però che le parole di Loos oggi, per quanto possano essere vere ed interessanti, suonano assolutamente stonate in un mondo in cui si persegue la logica della frammentazione dell’individualismo:
Now that we have estabished the basic premise and considered all eventualities we can formulate the following conclusion: an article of clothing is modern, when it is possible to wear it in one’s native cultural environment at a certain occasion in the best society and it does not attract any unwarranted attention. […] No nation has so many dandies as the Germans. A dandy is a person for whom clothes serve only one purpose: to stand out from the crowd.
 
 
 
a cura di Edouard Broto
Edizioni Links , 2010 – euro 35.
 
Il testo – molto iconografico e un po’ modaiolo – analizza una serie di progetti di architettura e urbanistica, raccogliendo un ampio ventaglio di proposte che rappresentano, in fondo, una delle sfide del XXI secolo: la crescita sostenibile.
Seppur letta, come dicevo, in chiave vagamente a-critica, la tematica è sviscerata attraverso una carrellata di immagini che offre una panoramica vasta sull’argomento.
Alcune parole chiave: ecologia urbana, alta densità, spazio pubblico, servizi, collettività. La ricerca, effettuata da Edouard Broto ( architetto e docente di urbanistica a Barcellona) mira a fare il punto sul bisogno contemporaneo che nasce da un lato dalla mancanza di nuovi spazi nelle città, e, dall’altro, dalla necessità di costruire nuovi edifici che siano integrati, green, efficienti, insomma grattacieli bioclimatici e autosufficienti. Si perché la “soluzione verticale” sembra apparire l’unica possibile a risolvere queste annose questioni. Lo spingersi oltre, con strutture bulbari, fitomorfe, al limite del collasso statico, insieme bellissime, utopiche ed irrealizzabili.
Sono così presentate opere costruite, in costruzione, masterplan in via di definizione o semplicemente progetti vincitori di concorsi ( e dunque ancora su carta) che hanno però in comune – nonostante i monumentali cambi di scala – il bisogno di rivolgersi alle generazioni future, per offrire loro tipologie abitative più rispettose.
Tra gli autori rappresentati molti dei grandissimi nomi del panorama architettonico attuale( e per questo un po’ modaiolo, ma doveva pur vendere..) geograficamente disposti lontani tra loro, e con impronte stilistiche diverse: BIG, Foster, MVRDV, OMA, Steven Holl, 3XN, Asymptote e MAD..
E le nuove proposte?
 
Voto: 5
 
Giulia Mura
 
 
Luca Silenzi: Banche, grattacieli e sillogismi
Il 2012 è appena cominciato e già girano perle come questa:
 
“Esiste una spiacevole correlazione tra la costruzione di grattacieli e i successivi crac finanziari globali”
 
Ad affermarlo non è il solito talebano anti-modernista, o un fautore del ritorno alla splendida era del mulino bianco, quando tutto era più genuino ecc. Si tratta di un serissimorapportodiBarclaysCapitaldiffusoloscorso 11 gennaio che si prende la briga di citare 18 edifici con il primato mondiale in altezza collegandoli a 10 diverse recessioni.
 
Lo hanno chiamato “Skyscraper index”. In pratica, nell’ultimo secolo e mezzo ogni gara a costruire grattacieli sempre più alti secondo il report di Barclays ha preannunciato fatalmente un’imminente recessione. Il ragionamento sembra filare: la costruzione del Chrysler Building e dell’Empire State Building a New York erano di poco precedenti il crollo di Wall Street nel 1929 e la Grande Depressione degli anni Trenta. La costruzione del World Trade Center a New York e della Sears Tower di Chicago anticipò di poco l’austerity negli anni Settanta, contrassegnata dal collasso dell’Opec e degli accordi di Bretton Woods. La costruzione delle Petronas Towers a Kuala Lampur e del Taipei 101 a Taiwan negli anni ’80-’90 preannunciò lo scoppio della bolla della new economy. E la costruzione del Burj Khalifa in Dubai ha introdotto la grande crisi globale di oggi, non ancora terminata.
 
Che dire. A parte che vedo già i londinesi ravanarsi nei pantaloni, visto che a breve verrà completatoTheSharddiRenzoPiano. Ma Barclays Capital non mi sta convincendo affatto, anzi. Per due ragioni.
 
Ecco la prima.
Anzitutto un sillogismo, seppure logicamente corretto, non dà automaticamente la garanzia della verità: dire che “ci sono state n crisi economiche” (premessa maggiore), che “tali crisi sono sempre precedute dalla costruzione di grattacieli da record” (premessa minore), e quindi “i grattacieli da record sono stati causa di tali crisi” (conclusione), mi pare un po’ forzato, tanto più in un rapporto di analisi di una banca di investimenti internazionale. La logica è solo apparente, dato che una delle tre affermazioni è palesemente non vera. Sarebbe come affermare che “Ogni animale vola”, “l’asino è un animale” e “dunque l’asino vola”: non funziona, sembra tutto logico ma una delle tre affermazioni è falsa. È uno dei trucchetti più simpatici della retorica, analizzato e classificato da Aristotele quasi 2.400 anni fa.Ecèancorachicicascacomeunboccalone.
 
Che ci siano state n crisi economiche è un fatto dimostrabile. Che tali crisi siano state sempre precedute dalla costruzione di un grattacielo da record è un’affermazione assurda, che può essere smontata facilmente: si omette di dire che, in tutta franchezza, le crisi economiche c’erano già prima della costruzione dei grattacieli. A ritroso, pensiamo al “panicodel 1825“, o al “panicodel 1792“, o alla crisi del ’600 successiva alla Guerra dei Trent’anni, o ancor più indietro alla crisi europea del XIV secolo; altre crisi ancora anteriori ci furono nel 476 con la fine dell’Impero Romano, esso stesso gravato nel III sec. di un’altro, pesantissimo tracollo economico. Per non parlare della crisi del mondo ellenico successiva all’invasione dei Dori intorno al 1200 a.C. In quei tempi, correggetemi se sbaglio, i grattacieli erano di là da venire.
 
Quindi concludere che le crisi economiche sono state causate dalla costruzione dei grattacieli è affermazione, oltre che di per sé discutibile, basata su presupposti falsi.
Ma anche ammettendo per assurdo, per puro esercizio intellettuale, tali presupposti come veri, potremmo dire: è ovvio che le crisi, i crac finanziari ed economici avvengono dopo fasi di relativo benessere, ed è altrettanto ovvio e del tutto legittimo che in tali fasi, negli ultimi secoli, qualche azienda/società/banca d’affari si sia voluta costruire una sede rappresentativa nella forma di edificio alto. Stiamo affermando delle assolute banalità, fatti che sono in relazione unicamente temporale tra loro. Tutto quì. Non c’è un rapporto di causa-effetto.
Senza contare – altra ovvietà – che la costruzione di un grattacielo, tanto più se da record, dalla concezione alla progettazione alla cantierizzazione alla inaugurazione ha tempi lunghissimi, dai cinque ai dieci ai quindici anni, tempistiche assolutamente non confrontabili, ad esempio, con quelle delle esplosioni delle bolle speculative o dei crac, i cui picchi si manifestano nell’arco di poche settimane, se non giorni.
 
E quì vengo alla seconda ragione per cui sono poco convinto dal rapporto. Il fatto che al suo interno, occupato a fare dei grattacieli i capri espiatori di questa ed altre situazioni poco piacevoli a scala globale, esso dimentica di citare alcuni dettagli.
 
Spesso in queste costruzioni ipertrofiche sono proprio le banche d’affari a pompare denaro, come investitori o come azionisti. EBarclaysCapital è, mi pare di ricordare, una di queste. Altro dettaglio mancante nel rapporto è che nella black list delle cause delle crisi globali (sopratutto di queste ultime del 2006-2008-2011) a naso io inserirei anche le banche di investimenti e i loro fondi tossici, che hanno necrotizzato l’economia occidentale già in tempi di apparente benessere. Che poi, dopo aver combinato il disastro, sono le stesse che in EuropastannoricevendodallaBCE (cioèdaicittadinieuropei) migliaiadimiliardialtassodell’1%, senza dover nemmeno dichiarare che cosa ne faranno. Così, tanto per completare il quadro. Altro che Skyscraper index.
 
Chiudo con un sillogismo facile facile, con una premessa maggiore e una minore ampiamente dimostrabili. Provate voi a scrivere la conclusione:
 
5.Barclays Capital è una banca di investimenti e afferma che i grattacieli sono causa della crisi.
6.Le banche di investimenti hanno investito nei grattacieli
7.Quindi: ___________________________________.
 
Buon anno a tutti, e speriamo bene.
 
12 gennaio 2012
 
SGRUNT a cura di Marco Maria Sambo
 
Cruz Y Ortiz Arquitectos
Il nuovo Rijksmuseum Atelier Building di Amsterdam, progettato dallo Studio di Architettura Cruz Y Ortiz, sembra procedere con la città, prendendo spunto dai suoi colori, dalle sue sfumature, dalla sua essenza. L’edificio non è un capolavoro, ma è un esempio di ottima Architettura, cosa assai più importante, per le nostre città, di qualche super-scultura fashion (che ogni tanto non guasta, alla lunga diventa stucchevole, come mangiare tutti i giorni da McDonald).
 
 
Sgrunt a tutti.
 
 
MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi
 
Yemen da Web
Lo Yemen è uno stato povero, instabile e generalmente trascurato. Da due anni però se ne parla di più: in ultimo all’interno del frame primavera araba, in precedenza in occasione di un fallito attentato su un aereo diretto a Detroit da parte di un giovane addestrato nelle basi yemenite di Al-Quaeda. Alcuni ricercatori di Urbino, in collaborazione con il nostro Ministero degli Esteri, hanno seguito la copertura dello Yemen nei mesi successivi all’attentato da parte della stampa sia europea che araba con l’obiettivo di comprendere come l’opinione pubblica segua gli eventi delle regioni "calde" del pianeta. In "Yemen: la crisi e la sicurezza", curato da Anna Maria Medici (Mimesis, 2011), dai 1500 record esaminati vengono fuori tre dati interessanti: 1. La stampa europea parla dello Yemen quasi esclusivamente in relazione alle questioni della sicurezza internazionale e del terrorismo; 2. Non si prende per nulla in considerazione la situazione interna del Paese; 3. Il legame individuato tra Occidente e Yemen è confinato agli aiuti di tipo militare da parte degli Usa. Evidentemente è questo un caso di studio che rivela una più ampia dinamica di misconoscimento da parte dell’opinione pubblica occidentale. In questo giocano un ruolo fondamentale i media: più attenti al clamore dell’evento che alla comprensione del contesto. Questo dato potrà essere ribaltato dal neogiornalismo digitale? Le nuove piattaforme riusciranno a dare un’immagine più ampia e approfondita dei contesti distanti? Si dovrà rivalutare il falso blog di Amina da Damasco rispetto ai limiti dei giornali tradizionali? antonio.tursi@gmail.com
 
["L’Espresso", 19 gennaio 2012]
 
 
Master PROGETTISTA ESPERTO IN TECNOLOGIE EMERGENTI
dal 12 aprile 2012
Il Master è improntato alla ricerca e alla sperimentazione tecnologica, mettendo a sistema, in un unico processo progettuale, la lettura di un contesto locale attraverso le più avanzate metodologie di mapping, l’elaborazione di una proposta progettuale basata sull’esplorazione di geometrie complesse ed emergenti, verificate attraverso momenti di fabbricazione digitale e sviluppate attraverso processi di script (Rhinoceros+Grashopper+Galapagos+Python etc.), la traduzione di questa geometria in un modello costruttivo interattivo (Revit), e l’elaborazione di una strategia di comunicazione del progetto attraverso immagini, video e piattaforme web (3D Studio Max+Vray, Adobe Premiere, After Effects).
 
Master PROGETTISTA DI ARCHITETTURE SOSTENIBILI
dal 21 maggio 2012
A partire dai concetti di ECOLOGIA ed ECOSISTEMA, sino ad arrivare ai software per l’ANALISI TERMO-FLUIDODINAMICA degli ambienti, alle logiche di progettazione diIMPIANTI AD ENERGIA RINNOVABILE e di impianti per la GESTIONE SOSTENIBILE DELLE ACQUE, il master propone un approccio integrato alla progettazione nel quadro di una più generale attenzione per la qualità architettonica, per le esigenze degli abitanti e l’insieme del contesto.
 
CONTRO-ARCHITETTURA di Massimo Locci
 
Agenzia Indipendente di Rating sui Concorsi
Per produrre architettura di qualità e per fornire risposte tecnicamente attente ai committenti e alla collettività il confronto concorsuale è sicuramente lo strumento più efficace.
A chi governa si richiedono capacità di pre-visione, domande e regole chiare, trasparenza nelle procedure, impegni economici concreti per realizzare le opere. Ai progettisti, oltre al rispetto pieno del Bando, evitando furberie e pastette, si richiede soprattutto innovazione e coraggio nelle proposte, cioè propensione per la sperimentazione e rigore metodologico, ma anche un corretto rapporto etico nel rispetto dei costi preventivati per l’intervento, compresa la gestione e il contenimento energetico.
Lo strumento del concorso se ben condotto rappresenta una forma realmente democratica di liberalizzazione, in quanto aumenta la concorrenza tra progettisti, può consentire un risparmio per la collettività e migliora le soluzioni architettoniche.
Non bisogna dimenticarsi che gran parte delle migliori opere del nostro Novecento sono state realizzate dopo un concorso, spesso progettate da giovani, i quali volentieri aderiscono ai nuovi linguaggi espressivi. In questi anni, infatti, molti hanno studiato all’estero e hanno affinato una maggiore capacità di misurarsi sul piano internazionale. Proprio rispetto agli scenari internazionali ( cercando di avvicinarsi ai migliori esempi) è indispensabile aumentare il numero dei concorsi, definire regole e procedure certe, dare concretezza operativa alla consultazione. Oltre che superare il tanto discusso problema dell’anonimato, è indispensabile rompere le reti di alleanze tra giurati, estensori dei bandi e concorrenti.
La trasparenza è il primo veicolo per la correttezza e la qualità. Per questo motivo è importante l’iniziativa lanciata da Newitalianblood che istituisce un’Agenzia Indipendente di Rating sui Concorsi di idee e progettazione, che ne valuterà con parametri oggettivi l’affidabilità. Finalmente potremo orientarci tra concorsi seri e concorsi “spazzatura”.
"In analogia con le Agenzie di rating che forniscono giudizi circa l’affidabilità degli investimenti economici su titoli obbligazionari, imprese e governi, Newitalianblood.com valuterà i più significativi concorsi di idee e di progettazione.
I bandi più affidabili riceveranno una quintupla A, che deriva dal totale soddisfacimento di 5 criteri generali che suggeriscono trasparenza, competenza e volontà di realizzare le opere. Gli indicatori presi in considerazione, a volte semplici altri complessi, sono: 1.Giuria, 2.Programmazione, 3.Bando, 4.Finanziabilità, 5.Realizzabilità.
Mano a mano che l’affidabilità diminuisce, dalla classe AAAAA la valutazione si abbassa al livello B, C, D, E, e infine F con l’ultima lettera che indica la totale inadeguatezza del bando di concorso e quindi dell’ufficio che ne ha la responsabilità tecnica e dell’Amministrazione o dell’Ente che ne detiene la responsabilità politico/strategica"
La serietà di Newitalianblood, coordinato da Luigi Centola, sono note e testimoniate dalle numerose attività di programmazione e organizzazione di oltre 15 concorsi internazionali, svolte in questo decennio . Altrettanto adeguate sono le credenziali del Direttore di Rating Nib, Santo Marra, che ha svolto sia il lavoro di estensore di bandi per pubbliche amministrazioni sia, con il suo gruppo SUD’ARCH, ha acquisito una discreta esperienza nei concorsi; tra gli altri ha vinto e realizzato il Parco della Memoria nel Comune di San Giuliano di Puglia.
Speriamo che l’Agenzia certifichi una prevalenza di concorsi di progettazione e registri una significativa riduzione dei concorsi di idee che, negli ultimi anni, sono stati fin troppo utilizzati. Troppo spesso, infatti, sono finalizzati a creare un consenso per i politici locali o a porre questioni vagamente problematiche. Sul piano del confronto concorrenziale le diverse proposte servono solo per acquisire visibilità, per qualche catalogo, per carriere universitarie o politiche.
Come esplicitamente chiedeva Francesco Orofino nella sua provocatoria Moratoria per i Concorsi di Idee, pubblicata un anno fa su Edilizia e Territorio, a meno che non si obblighi i committenti ad “affidare al vincitore la realizzazione dei successivi livelli di progettazione”.
Per quanto mi riguarda mi accontenterei che, per tutti i concorsi, la stazione appaltante si impegnasse a mettere preventivamente a bilancio i fondi per pagare i premi e le parcelle (accendendo una specifica fidejussione) ma anche per la realizzazione dell’opera. La non realizzazione, infatti, è un danno per gli studi sia per quanto attiene il fatturato, sia per l’esperienza non maturata e il mancato ritorno d’immagine che rappresentano un requisito fondamentale nelle Gare di Appalti Pubblici in Italia e per le procedure concorsuali a livello internazionale.
Massimolocci.arch@gmail.com
 
 
Lettere spedite a: l.prestinenza@gmail.com
 
presS/Tletter
 
Edoardo Milesi: sull’appello del Consiglio dell’Ordine degli Architetti
Caro Luigi
Dal n. 01-2012 DOCUMENTI “Siamo Architetti che vivono e lavorano in questo Paese….”.
Leggo subito con interesse pensandolo scritto da architetti immigrati, perseguitati politici, extracomunitari, transfughi da paesi in guerra e scopro solo alla fine che è firmato dal Consiglio dell’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e provincia e che è già stato pubblicato sul Corriere della Sera.
Bene, ma dove erano gli Ordini quando gli architetti da progettisti dell’abitare, professionisti stimati, ammirati, ricercati, colti ed eleganti, con un posto importante nella società (pareva così quando nel 1978 mi sono laureato e iscritto all’Ordine degli Architetti) hanno rinunciato al progetto e sono diventati faccendieri, accondiscendenti di beceri costruttori, complici in truffe ai danni dello stato e dei cittadini, inaffidabili al punto da farci costringere entro umilianti leggi speciali (vedi le varie edizioni della Merloni).
Eppure si è costruito molto in questi anni. Ora a seguito di una pausa forse anche fisiologica e necessaria, siamo al punto di dover supplicare una fantomatica “politica” che ci ridia “per legge” la dignità che ci siamo giocati?
Non vale forse la pena cominciare un serio mea culpa e ridare agli Ordini il dovere, condotto con grande rigore in altri paesi (vedi Spagna dove le sedi degli Ordini sono soprattutto un riferimento culturale), di vegliare e far applicare norme deontologiche pensate per una professione che ha enormi responsabilità sulla qualità della vita dell’uomo?
Il diritto all’architettura è un diritto di tutti dice la lettera, ma si esercita col “progetto” che nel nostro paese si è perso, è sparito a favore della convenienza economica di breve respiro e delle clientele (dice sempre la lettera). Su questo più che chiedere alla politica di confrontarsi con noi forse vale la pena che gli Ordini si confrontino con gli iscritti ponendo, ad esempio, riserve su false competenze, notule senza progetto, comparaggio come modus operandi, iniziando a investire in cultura e in ricerca più che in costruzioni.
L’Ordine, per essere credibile, mentre ci difende dalla politica deve cominciare a difenderci da noi stessi.
Edoardo Milesi
 
Paolo Bertalotti: sull’appello del Consiglio dell’Ordine degli Architetti
Spett. redazione,
leggo sempre con piacere le e-mail che regolarmente mi inviate.
Ogni tanto ho pensato di inviare qualche considerazione personale poi …..
ho sempre deciso di non disturbare.
Questa volta sono stato particolarmente coinvolto dal documento: "Siamo Architetti che vivono e lavorano in questo Paese…"
Condivido la speranza di ritornare a progettare architettura, ma …..per progettare architettura penso che occorra ripulire le città.
Credo però che non possiamo pensare di aumentare la cubatura costruita, non possiamo cementificare il territorio e non possiamo occupare con le nuove costruzioni il terreno non edificato.
Penso allora che occorra mettere a punto una strategia per: "Rottamare l’edilizia e costruire architettura"
Vi invio un breve articolo che ho scritto una decina di anni fa mentre stavo attraversando la città di San Paolo (in Brasile) nel periodo delle ferie estive e quindi quasi vivibile, quasi accettabile, con pochissimo traffico veicolare, con i posteggi liberi e con tutti i servizi accessibili.
Vi ringrazio per le e-mail e mi auguro che possiate continuare a mandarci i vostri pensierini e le vostre proposte.
Tanti cari saluti
Paolo Bertalotti
(Senior professor del Politecnico di Torino)
 
 
 
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