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L ‘etnologo nel metrò e l ‘architetto a teatro – di Maria Clara Ghia

L ‘etnologo nel metrò e l ‘architetto a teatro – di Maria Clara Ghia

Autore: Maria Clara Ghia
pubblicato il 23 Gennaio 2012
nella categoria ALTROcheARCHITETTURA di Maria Clara Ghia, Parole

Il Roma Europa Festival che si è da poco concluso ha portato in città tre spettacoli davvero interessanti.

Che meraviglia il teatro. Può rivelare il mondo meglio di qualsiasi altro luogo. Tecnologia impeccabile al servizio di un messaggio il cui protagonista indiscusso, sul palco e seduto in platea, è l 'uomo. Un messaggio che davvero ci racconta, per immagini, spesso senza troppe parole, la condizione contemporanea. Forse perche abbiamo di fronte problemi talmente complessi che solo l 'astrazione teatrale riesce a sintetizzarli, ancora meglio della narrazione cinematografica che gioco forza rischia di essere troppo verista.

Lasciamo Marc Auge sui metrò parigini a osservare la realtà così com 'è e andiamo a teatro per immaginarne una diversa di realtà, nuovi uomini e nuovi spazi.

Tre spettacoli per raccontare il nostro tempo. Il primo è Prometheus Landscape di Jan Fabre, al teatro Olimpico: il ribelle Prometeo imprigionato sul Caucaso, sospeso a una serie di funi che citano senza sottigliezze le trasgressioni del bondage giapponese, è esposto a ogni tipo di intemperie, violenza, spasmo, tortura. Eppure Prometeo, irresistibilmente scatenato, regala agli uomini la risorsa del fuoco. Il mito della tecnica che spinge l 'uomo a superare ogni sorta di limite, come Fabre scardina ogni regola imposta dal linguaggio teatrale. Una rappresentazione straziante e veritiera delle minacce a cui la nostra epoca ci sottopone.

Poi Il velo nero del pastore di Raffaello Sanzio Societas, al teatro Vascello. Il titolo è tratto da un racconto di Nathaniel Hawthorne del 1836. Romeo Castellucci si serve del testo non per una narrazione, ma per l 'estrazione di figure primarie portate in scena con essenziale oggettività visiva. Immagini e suoni, neanche una parola, proiettati sul pubblico che non può semplicemente osservare ma è costretto a reagire, se non altro emotivamente, per difendersi dalla forza dell 'impatto.

Castellucci usa il fuoco della tecnica e ne decreta la vittoria sul sacro. Una locomotiva sul palco si avvicina minacciosa verso le prime file e arriva a un passo dal limite del palcoscenico. Un supporto orizzontale scende davanti al sipario abbassato e su di esso nove lampadine, una per volta, vengono accese da motori azionati da piccole eliche. Una per volta le lampadine si surriscaldano, scoppiano, fumano e scatenano nel teatro un forte odore di bruciato. Nel cuore dello spettacolo, al centro della scena, una splendida attrice viene colpita infinite volte da un assordante schianto cacofonico e da una mitragliante luce stroboscopica che proietta inesorabilmente, sulle quinte di fondo, una croce.

Lo spettacolo finisce. Ci si domanda se debba ancora succedere qualcosa, si resta in attesa. Una prova aperta, che scatena domande. Un 'opera impenetrabile e non interpretabile, immagini che si mostrano per quel che sono senza rimandare a nient 'altro, senza portare allo spettatore alcun messaggio familiare ne rassicurante, soltanto un sentimento di estraneità e spaesamento. È la fine del mondo.

In conclusione lo spettacolo Displace di Muta Imago, sempre al Vascello. Uniche superstiti quattro donne, esempio di forza e allo stesso tempo di estrema vulnerabilità, Le Troiane di Euripide. Il palcoscenico si trasforma in una spiaggia postapocalittica, su cui con un botto assordante si abbatte un muro di pietra, il muro della storia degli uomini.

La memoria è tangibile nel crollo così come in ogni opera sono già presenti le rovine. Questa memoria le donne cercano di conservare, arraffando timorose, minacciate da chissà quali catastrofi, le pietre del muro crollato. Come le note del Lamento di Didone di Henry Purcell, leitmotiv di tutto lo spettacolo, che restano nella mente anche a musica finita: Remember me, but forget my fate.

Displace è la rappresentazione di uno sradicamento, di un mondo distrutto, sulle cui lande desolate rimane solo l 'uomo. Una pioggia purificatrice bagna le donne e trasforma la polvere in fango, di nuovo un forte odore accompagna la forza dell 'immagine, finche il suolo martoriato del palcoscenico viene trasformato dalle quattro attrici nella prua di una grande arca con cui ripartire, alla ricerca di terre non più desolate e di nuovi mondi da abitare.

Un messaggio fin troppo chiaro. L 'architettura come memoria del nostro passato e l 'architettura come rifugio in tempi di catastrofe e crisi: ecco ciò che ci resta.

Charlotte Gainsbourg costruisce un riparo di legno sotto cui condurre il figlio quando ormai non c 'è più nulla da fare, il meteorite Melancholia sta per arrivare: altra immagine di eccezionale lirismo quella della fine del mondo secondo Lars Von Trier, due donne e un bambino che si stringono sotto una capanna mentre dal fondo dello schermo una luce devastante brucia tutto ciò che incontra, fino a inondare lo schermo stesso.

Temiamo la fine, siamo in cerca di un inizio, l 'architettura la porteremo con noi. Ma in che modo? Un po ' stanchi di ostentazioni tecnologiche, sperperi economici, procrastinazioni realizzative. Rivogliamo un 'architettura che ci parli del tempo in cui siamo, con i piedi per terra, con in testa la crisi, e basta piangersi addosso. Un 'architettura che ci faccia immaginare nuovi mondi e che dalla crisi ci aiuti a uscire fuori.