Midnight in Rome, con Renato Nicolini

di Maria Clara Ghia

Una scena di un film di Woody Allen: Owen Wilson si perde in un vicolo dietro Campo de’ Fiori, sale per caso sull’auto (non certo blu) di Renato Nicolini e si trova improvvisamente coinvolto nella manifestazione di chiusura del Massenzio 1981: gran temporale, fango dappertutto, Marion Cotillard nella parte di Madame Mitterand che si ripara dalla pioggia con una busta della spazzatura e 8000 spettatori impassibili che assistono alla proiezione del Napoleon di Abel Gance.

Sarà la mia indole nostalgica a farmi rimpiangere tempi che non ho vissuto. Ho sempre pensato che Roma dovesse essere magica in quelle estati del meraviglioso urbano. Un’intera città affidata alla forza creativa dell’immaginazione. Si riscopriva il senso della cittadinanza, si dava espressione al conflitto di idee, perché la cultura sul conflitto si basa e non sul consenso, si trasformava la massa da passivo magma indiscriminato in interprete assoluto e protagonista, tanti individui sovrani cui gli eventi facevano da sfondo, si invitava in centro “il popolo delle borgate”, per cui intere famiglie con plaid, nonni, ragazzini, pentole di pasta e sfilatini con la frittata si trovavano di fronte alle proiezioni della maratona del Pianeta delle scimmie, oppure ad ascoltare Evtushenko sulla spiaggia di Castelporziano, convivendo serenamente con un pubblico davvero di ogni tipo.

Al Sacher, per la presentazione della nuova edizione di Estate Romana di Nicolini (Città del Sole, Reggio Calabria, 2011), l’età media era quella di chi quegli anni li ha vissuti. Lo ripetevano con rammarico gli stessi oratori. Pochi i curiosi delle generazioni successive. Peccato. Senza confronto, senza rapporto dialettico, impossibile “superare i padri” (lo scriveva Pasolini incalzando i capelloni negli Scritti Corsari). Facile condannare senza appello gli anni settanta. Ma la macrostoria delle Brigate Rosse, del sequestro Moro, delle stragi, è altra cosa rispetto alla microstoria che ci racconta Nicolini in questo splendido diario.

Incontriamo nell’Estate romana, per presenza effettiva o per evocazione fantasmatica, Baudelaire, Galvano della Volpe, Aristotele, Vittorini, Mario De Renzi, Allen Ginsgerg, ovviamente Argan e Petroselli, Andres Neumann, Franco Evangelisti, Nietzsche, Costantino Dardi, Robin Hood, Bernini, Andrea Pazienza, Diderot, Sordi, Fabrizi, Roberto Benigni, William Borroughs, Pina Bausch, Montale, la Monroe, Wittgenstein, Diabolik e l’uomo ragno, Leopardi, Pindaro, Goethe, e mille altri che ho tralasciato. Ecco perché ce la invidiavano tutti: veniva Jack Lang da Parigi per impararne la lezione e trapiantarne i motivi in Francia, Nicolini veniva chiamato in America per consigliare sulla realizzazione nel downtown di Los Angeles di altre notti in altre estati…

Certo, le chanches che si avevano in quegli anni hanno oggi il sapore del miracolo. Bruno Restuccia, allora ventitreenne, ha raccontato di essere stato inaspettatamente coinvolto da un Nicolini allora trentaquattrenne ad una riunione ufficiale con tutti i membri dell’Agis. Da quell’episodio è partita l’organizzazione del Massenzio. Con un bella dose di coraggio, senza tentennamenti, “senza lacrimucce”, come direbbe Nicolini ricordando quelle di Margherita nel Faust.

Fortunata Roma ad averlo incontrato: una città e un architetto in un momento di idillio. A lei bastava farsi guardare. Lui capiva ciò di cui lei aveva bisogno (aiutato nell’interpretazione – questo va detto – da una serie impressionante di brillanti amici e collaboratori) e cospargeva il suo corpo, non armonico in ogni sua parte, di doni, musica, immagini, gente, poesia. Così lei poteva mostrarsi a tutti in una veste di miracolosa bellezza. La gente corre nelle piazze per andare a vedere/questa sera così dolce che si potrebbe bere. È la notte dei miracoli fai attenzione/qualcuno nei vicoli di Roma/ha scritto una canzone (La sera dei miracoli di Lucio Dalla è del 1980).

Non sono ricordi intrisi di nostalgia, piuttosto di sentimento dell’effimero, di desiderio, di energia, di possibilità, di porte lasciate aperte perché possano essere varcate di nuovo. Le condizioni verificate allora non sono riproducibili in quelle stesse forme. Ma le motivazioni sono incredibilmente attuali. Perché non sono motivazioni politiche: la città non è qualcosa da cui difendersi, qualcosa da dominare, non è territorio da governare, almeno non solo. La città è esperienza, emozione, luogo dei nostri valori simbolici. E la stessa politica non è questione di potere e di voti ma di democrazia e di progetti per il futuro. Che bello sarebbe ricominciare adesso. Liberare il matto che è in noi (il riferimento a Basaglia non è puramente casuale). Provare di nuovo quel “desiderio di essere inutile” di cui Nicolini parla nell’introduzione:

 

La cultura è della stessa famiglia dell’acqua, dei beni comuni, delle infrastrutture (materiali e immateriali) per lo sviluppo… In qualche modo la cultura è l’opposto, complementare, dell’acqua… L’acqua, se ricordo bene quello che ho letto in Adam Smith, il padre dell’economia politica, è la cosa più utile e nello stesso tempo quella che non vale niente. L’acqua è l’essenza del valore d’uso, come tale irriducibile al valore di scambio. Come merce, come valore di scambio, l’acqua deve valere zero proprio perché è il massimo del valore d’uso.

La cultura – per esprimere tutta la sua ricchezza – deve uscire anche dalla limitazione dell’essere valore d’uso. Paradossalmente, non deve servire a nulla e a nessuno […]. Come ha detto poeticamente Hugo Pratt, è il desiderio di essere inutile, qualcosa che va oltre i meccanismi di funzionamento della società esistente. È l’immaginazione del diverso possibile, la garanzia di non scambiare l’esistente per l’eterno.

 

 

 

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