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Parte 3: 1918-1933 – Capitolo 1: Commistione dei linguaggi (1918-1925)

1.12 Expo di Parigi

Il 1925 è per Le Corbusier anche l ‘anno dell ‘Esposizione universale di Parigi. Realizza un ambiente espositivo, il padiglione dell ‘Esprit Nouveau, con annesso un diorama che visualizza le proposte urbanistiche per una nuova città messe a punto a partire dal 1922 e un piano per il centro storico di Parigi, in cui propone di abbattere la città vecchia per fare posto a spazi verdi su cui insistono snelli grattacieli cartesiani.

 

Le Corbusier, Padiglione Esprit Noveau ( ricostruzione)

 

Il padiglione , escluso all ‘inizio con il pretesto della mancanza di posto disponibile, è costruito all ‘ultimo momento in una zona periferica dell ‘Expo.

Disegnato, in stile purista, è giudicato dagli organizzatori una mostruosità e circondato da una palizzata alta sei metri per nasconderlo al pubblico. Sarà necessario sollecitare l ‘intervento del ministro per l ‘Educazione nazionale, conosciuto attraverso Gertrude Stein, perche il padiglione possa essere finalmente restituito alla vista.

 

Eppure, come vedremo, non mancano all ‘Expo altre opere di architettura contemporanea offensive del senso comune, quale il padiglione russo disegnato da Konstantin Mel ‘nikov, l ‘allestimento City in Space di Frederick Kiesler o il padiglione danese progettato da Kay Fisker.

Ma mentre i primi due possono essere visti come scelte bizzarre di artisti stranieri e il terzo come una variante del classicismo modernista, la costruzione di Le Corbusier è un affronto diretto alla nazione ospitante, un esplicito disconoscimento dell ‘art deco, di cui l ‘Expo celebra il trionfo.

 

Il Deco e’ un gusto piuttosto che uno stile che spesso si esaurisce nell ‘accettazione superficiale di alcuni valori moderni o il geometrismo cubista, il dinamismo futurista, il simbolismo espressionista o stemperati da un eclettismo vorace, che non esita a contaminare motivi egizi, africani o babilonesi in prodotti lussuosi e di perfetta fattura artigianale.

Il Deco è l ‘arte che negli anni ruggenti fa accettare a una borghesia in ascesa le nuove linee dell ‘età della macchina e, insieme, il momento di reazione che gli contrappone la citazione classica, e il reperto archeologico.

 

Dal clima Deco si fanno influenzare architetti di eccezionale talento quali Frank Lloyd Wright o anche in questa luce sono da leggere le sue case californiane o, superficiali ma abili modernisti quali Robert Mallet-Stevens, autore di raffinate costruzioni parigine, o innovatori nel campo dell ‘arredamento quali Francis Jordain, Rene Herbst e Pierre Chareau, quest ‘ultimo, come vedremo a proposito della Maison de verre, sicuramente il più dotato dei tre.

 

Il clima che produce il nuovo gusto è determinato da una società cosmopolita, che legge Francis Scott Fitzgerald e si muove al ritmo del charleston e del jazz importato dall ‘America verso la fine del conflitto mondiale. Che scopre la musica e la danza negra dell ‘allegra e scatenata Josephine Baker che balla quasi nuda e affascina Loos e Le Corbusier mentre Man Ray accorre per fotografarla.

 

Il sarto Paul Poiret già dall ‘anteguerra propone sfarzosi modelli di bellezza e uno stile di vita dissoluto con figure esili e slanciate.

Prefigurano il culto della donna anoressica: quando crollerà la borsa, saranno chiamate le donne-crisi. Gabrielle Chanel, detta Coco, le veste con tailleur con gonna decisamente sopra la caviglia. I capelli sono à la gar├ºonne, le calze di seta rossa. I manichini in vetrina stilizzati.

Il modello maschile è l ‘ attore hollywoodiano Rodolfo Valentino la cui morte nel 1926 fa precipitare migliaia di fan in una crisi d ‘isteria collettiva, che porterà a numerosi suicidi.

 

L ‘Expo di Parigi, programmato sin dal 1912 per il 1915, spostato al 1925 a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, è la vetrina di questo gusto, esasperato ed estremizzato.

Ventuno gli stati presenti. Il padiglione italiano, disegnato da Armando Brasini, spicca per bruttezza.

Deludenti anche i padiglioni disegnati da Horta, la cui produzione sta regredendo verso un vuoto e pomposo accademismo, e da Josef Hoffmann, elegante come sempre, ma snervato in un estetismo di modanature ingigantite alla scala dell ‘edificio, che i critici dell ‘epoca definiscono una conversione al barocco italiano.

 

Si salvano il padiglione danese progettato da Kay Fisker, ritmato da corsi di mattoni rossi intervallati da fasce di cemento, il padiglione polacco, che colpisce più per la sua sognante bizzarria che per il valore architettonico, e il sobrio padiglione neoclassico della Richard-Ginori, disegnato da un trentaquattrenne promettente: Gio Ponti.

A

bbondano tempietti e mausolei. Il padiglione olandese disegnato da Jan Frederik Staal fa pensare agli edifici di culto orientali: è uno degli esempi meno convincenti della produzione della Scuola di Amsterdam; solleva l ‘ira e le critiche di van Doesburg, giustamente risentito per l ‘esclusione di de Stijl.

 

Sono i sovietici, con il padiglione di Konstantin Mel ‘nikov, gli unici a puntare su un ‘architettura decisamente contemporanea.

 

Mel ‘nikov è scelto a seguito di un concorso in cui sono invitati undici architetti, quasi tutti appartenenti all ‘ala artisticamente progressista, quali i fratelli Vesnin, Ladovskij, Ginsburg, Golosov. Il suo progetto, schiettamente moderno eppure appariscente e non privo di una certa retorica, lo fa scegliere, nonostante la giovane età e l ‘inesperienza dell ‘autore, la cui unica opera di prestigio eseguita alla data del concorso è la bara in cristallo sagomato per il feretro di Lenin.

 

Il padiglione realizzato è il risultato di una snervante opera di revisione, per stare nei tempi e nei costi, che porterà una notevole semplificazione del progetto iniziale, impostato su generatrici curve. Le revisioni, tuttavia, non nuocciono all ‘architettura. Nella versione definitiva il padiglione è un corpo di fabbrica prismatico tagliato in diagonale da una scala. I due triangoli hanno coperture con inclinazioni opposte raccordate da pannelli inclinati e incrociati che fungono da copertura alla scala stessa. Una torre, realizzata con un traliccio reticolare, posta su un lato della scala, funge da richiamo visivo. La costruzione, per motivi di economia, è interamente in legno. Il colore rosso fiammante. Lo stile costruttivista. Josef Hoffmann lo definisce il migliore edificio dell ‘esposizione. Mostrano interesse Perret e Mallet-Stevens. Le Corbusier lo apprezza tanto da familiarizzare con Mel ‘nikov, scarrozzandolo per Parigi. Non mancano ovviamente i giudizi negativi dei tradizionalisti.

 

Al Grand Palais viene presentato l ‘allestimento City in Space del trentacinquenne Frederick Kiesler, un artista che vive a Vienna, ha lavorato nel 1920 con Adolf Loos ed è entrato in contatto con il gruppo De Stijl nel 1923, quando van Doesburg, favorevolmente impressionato da una scena teatrale in movimento da lui allestita a Berlino, lo cerca e gli presenta Richter, Moholy-Nagy, El Lissitskij, Gr├ñff (la stessa sera, racconta, incontreranno Mies e parleranno di architettura sino a notte fonda).

 

City in Space è un progetto utopico di una città che fluttua nello spazio. Una città aerea e senza peso dove vige il principio statico del tensionismo contro quello dei momenti flettenti e dove sono abolite le pareti perche l ‘uomo soffoca.

Però che cosa sia il tensionismo nessuno lo sa. Infatti, quando Le Corbusier, che conosce Kiesler attraverso Leger, gli chiede come si possa reggere la città e aggiunge: Pensi di sospendere queste case agli Zeppelin?, questi gli risponde, evitando di approfondire il discorso: No, penso di sospenderle attraverso la tensione. (Per natura utopista, Kiesler perseguirà per tutta la vita temi ai limiti dell ‘impossibile.

A cominciare dal Teatro senza fine, che prefigura già dal 1923 e sviluppa in America, dove si trasferisce nel gennaio del 1926. Lo espone all ‘International Theatre Exhibition del 1926. Il modello è così innovativo da far apparire convenzionale il Teatro totale a scene mobili disegnato nel 1927 da Gropius per Erwin Piscator. Seguono la Space House, la Endless House e altri progetti che prefigurano un modo di vita più creativo, radicalmente alternativo. Amico di Duchamp e di tutta l ‘avanguardia americana o ne parleremo in seguito o realizzerà la galleria di Peggy Guggenheim.)

 

Qualche parola ancora sul padiglione disegnato da Le Corbusier. ├ê riduttivo vederlo come un ‘opera d ‘architettura in se conclusa, estraniandolo dalla proposta urbanistica illustrata nel vicino diorama. Il padiglione, infatti, è un modulo abitativo che trova la sua ragione solo in una prospettiva urbanistica.

Non una casa unifamiliare isolata, ma un blocchetto che si inserisce o ne prevede 64 per piano, 340 per isolato o negli Immeubles villas che circondano il centro cittadino lasciato ai grattacieli cartesiani.

├ê l ‘espediente per contemperare alte densità abitative e insieme o si osservi in pianta la forma a L che racchiude un generoso terrazzo o per dare a ciascun abitante una casa con un grande spazio all ‘aperto, a sua volta affacciato sul verde della corte: cioè, una condizione abitativa da villa anche a un banale appartamento situato al piano alto di un blocco intensivo.

 

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