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di Roberto Sommatino
 
  
           
            Ventidue piccoli saggi, brevi, antiaccademici ed appassionati, per sostenere la tesi secondo la quale il design è l’intenzione che l’uomo manifesta attraverso la materia, con molteplici vantaggi da cogliere e qualche pericolo da cui guardarsi.
            Flusser è stato un brillante filosofo, ma è stato soprattutto un eclettico studioso di mass media e di linguaggio. All’inizio degli anni ’80 ha teorizzato la fine dell’era della scrittura a favore del ritorno del predominio dell’immagine; ma di un’immagine computazionale, come la definisce, e per questo capace, al contrario di quella preistorica e soprattutto della scrittura lineare, di afferrare l’inedita complessità del mondo contemporaneo. Qualcosa di molto simile a ciò che Mitchell chiamerà più tardi il pictorial turn. Occuparsi di design per Flusser è quindi inevitabile, perché significa affrontare nell’intimo questa nuova consistenza pulviscolare che ha assunto la realtà.
            Ed è anche per questo approccio radicale, oltre che per la sua straordinaria erudizione, che nel libro le tematiche trattate sono le più eterogenee e bizzarre: si passa dal rapporto tra gli sciamani e l’industria a quello tra la cibernetica e gli ombrelli, dalle somiglianze tra il mestiere del vasaio e quello del programmatore fino ai sorprendenti legami tra design e teologia. Ma sotto questi spunti insoliti e spiazzanti si cela sempre il vero fuoco della sua attenzione: il concetto di forma. Ad esso dedica un fondamentale e prezioso saggio, il secondo, che ha lo scopo dichiarato di precisare meglio il concetto di immaterialità, ripulendolo dei molti usi impropri che gli si sono incrostati nel tempo. Se è sufficiente la fisica di Einstein a spiegare che tutto è energia, sia la materia sia i campi elettromagnetici comunemente definiti immateriali, per chiarire invece che è errato definire immateriale la forma, Flusser propone una considerazione di questo tipo: la forma non è altro che l’apparenza stessa della materia, o meglio "la forma è il come della materia, e la materia è il che cosa della forma". Da ciò consegue che le forme devono essere riempite di materia per manifestarsi, e però "non sono né scoperte né invenzioni, ma contenitori per i fenomeni, cioè modelli"; quindi in un mondo altamente formalizzato come quello attuale sembra inutile distinguere tra informazioni vere e false, tra scienza e arte, bisogna piuttosto chiedersi quanto le informazioni siano utili e quanto le forme possano essere concretizzate.
            Ma, oltre ai temi trattati esplicitamente, nello scrivere questo volume Flusser compie egli stesso un atto di design, sul testo e soprattutto sulla scrittura. Intanto la sua decisione di pubblicare una raccolta di saggi prefigura già un approccio da filosofia minima, con tutto il portato di leggerezza e agilità che in un trattato scientifico, ad esempio, non gli sarebbe possibile. Inoltre, i titoli di alcuni paragrafi quali Perché le macchine da scrivere ticchettano? oppure Con tanti buchi da sembrare un groviera, rivelano subito che non ci troveremo davanti a nessuna sequela di rigorosi e noiosi passaggi logici, ma al contrario leggeremo ragionamenti leggeri, divertenti, fatti quasi ad alta voce, che sfiorano a tratti il flusso di coscienza. Flusser insomma sceglie la forma del saggio ludico, che, pur portando con sé il rischio di contraddizioni e di scarsa scientificità*, risponde molto bene alla sua primaria esigenza di afferrare la complessità dei fenomeni. E questa ragione ne farà la sua forma di espressione prediletta. Ma, come detto, Flusser lavora anche sulla scrittura, mezzo tanto necessario quanto inadatto a rappresentare fenomeni complessi e realtà frammentarie. Sprovvisto di ipertesti e confinato nel foglio di carta, nel tentativo di forzare i limiti del mezzo, egli adotta alcuni interessanti stratagemmi: per prima cosa disseziona le parole chiave, giocando da par suo con la loro etimologia; altre volte si esercita in coraggiosi slittamenti di significato e in spericolate abduzioni, dissodando a fondo la materia che tratta alla continua ricerca di nuove informazioni; o ancora, segue ragionamenti circolari che spostano continuamente il punto di vista sull’oggetto. Per dirla con Flaiano, disegna arabeschi per muoversi tra due punti: sa di non poter vincere del tutto la linearità del testo ma gli fa resistenza, divincolandosi come può. In questa traiettoria caotica, però, i suoi ragionamenti si caricano via via di nozioni, si arricchiscono di spunti promettenti e lasciano intravedere scorci di prospettive esaltanti. Un po’ come dalle parti di Mulholland Dr. tutto ciò non è sempre materia coerente, ma ottiene lo straordinario risultato di far emergere significati nuovi e imprevedibili in quello spazio dialogico che si crea tra testo e lettore, realizzando un originale ed efficiente esempio di sistema complesso.
            Per queste ed altre ragioni, Filosofia del design è un libro che, pur parlando al futuro, credo abbia la rara qualità di invecchiare lentamente. Le sue pagine saranno a lungo capaci di rilasciare dettagli che in prima lettura ci erano apparsi marginali o che troveranno un senso solo alla luce di nuove informazioni di cui disporremo in futuro. Certo, lavorando appena con l’immaginazione vi si possono riconoscere anche importanti anticipazioni della tecnologia che ci circonda, nascoste magari sotto nomi singolari, quelli sì invecchiati; ma se è solo questa aspettativa che vi solleticherà mentre vi accingerete (come spero) ad aggiungere il libro alla vostra wishlist, rivolgetevi pure ad autori di altro genere. Perché a differenza dei tanti futurologi che si esercitano a descriverci nei minimi dettagli sublimi scenari che puntualmente non si verificano, Flusser ci fornirà soprattutto di strumenti: bussole, leve, compassi e occhiali da lavoro per afferrare meglio la realtà che ci aspetta. Oltre ad una misurata eredità di ottimismo nei confronti della tecnologia, merce rara per una società come quella contemporanea che teme il futuro ed alimenta rigurgiti luddisti persino nelle nuove generazioni.
 
 
* Su questi temi, e in generale su Flusser, consultare lo straordinario lavoro di Paola Bozzi: 
 

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