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presS/Tletter n.19-2011

ESERCIZI DI ERMENEUTICA di Marcello del Campo
 
Vittorio Gregotti è uno dei più importanti architetti contemporanei (sulla quarta di copertina di Postmetropoli, libro scritto da Vittorio Gregotti)
 
IN EVIDENZA
 
LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: Seconda puntata della storia dell’architettura del 900
L’OPINIONE: Cosa accadrà nel 2016?
CARTOLINE: Cartoline di Renato Nicolini
AIAC TUBE: AiacTube/Architettura e Critica
DOCUMENTI: Simonetta Ciranna – Gerardo Doti – Maria Luisa Neri, Architettura e città nell’Ottocento. Percorsi e protagonisti di una storia europea
INCONTRI DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci
MOSTRE DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci
UNIVERSITA’ E DINTORNI: news di Nicolò Lewanski
LETTURE D’AUTORE: Sara Dini: Ferdinando Chiaromonte – disegni opere progetti
CORRISPONDENZE: Zaira Magliozzi: Festarch 2011, due piccioni con una fava
RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Milano timida
LA STORIA DELL’ARCHITETTURA: L’architettura del 1900 raccontata da LPP: 1.2 Sullivan e Wright
AFORISMI RISTRUTTURATI: Diego Lama produce ed aggiusta aforismi per il pubblico di presS/Tletter…
INTERMEZZO: Edoardo Alamaro: Scassanapoli. Audace colpo dei solidi ignoti comunali. Tutti i particolori in cronaca
RECENSIONI, COMMENTI, SUGGERIMENTI: Antonella Greco su La Biennale di Venezia
SGRUNT: Marco Maria Sambo: Critica militante
MEDIA E DINTORNI: Antonio Tursi: Politica 2.0
FRAME: Channelbeta: Stomaco Urbano
SEGNALAZIONI: Connecting brains shaping the world collaborative design spacesAlfabetizzazione all’ecologia ed alla qualità dell’architettura — XXI seminario internazionale e premio di architettura e cultura urbana
LETTERE: Andrea Costa: Salviamo l’architettura italiana del secondo novecento — Alessandro Dolci: Il Politecnico trucca i bandi? — Appello per il Palazzo ex Enel di Vittorio Chiaia e Massimo Napoletano — Christian Rocchi: Premi Inarch Ance e il disastro del sud — Rodolfo Corrias: Un collasso piu’ grave di quello di Pompei
TESTIMONIANZE: Intervista ad Antonio Tursi su Politica 2.0
 
 
La storia dell’architettura del ‘900 raccontata da LPP
Seconda puntata del racconto de LA STORIA DELL’ARCHITETTURA del ‘900. Chi ne perdesse qualcuna la troverà sul sito www.presstletter.com a partire dalle prossime settimane.
 
 
Cosa accadrà nel 2016?
Gli artisti sono almeno di un lustro più avanti degli architetti. Forse perché non hanno perso cinque anni nelle facoltà di architettura di Roma, Napoli, Milano, Venezia, Bari, Siracusa, Palermo. Più probabilmente perché il loro mestiere ha meno vincoli. E inoltre perché tra l’ideazione e l’esecuzione di un’opera d’arte passano meno anni rispetto a quelli richiesti da un edificio.
Azzardiamo, anche se per gioco, allora l’ipotesi che questa biennale d’arte di Venezia, recentemente inaugurata, prefiguri temi che verranno trattati in quella d’architettura del 2016.
Cosa possiamo prevedere?
Primo: che sostenibilità ed ecologia passeranno di moda, nel senso che non verranno trattati ossessivamente come oggi accade.
Secondo: che tutti i mezzi saranno considerati utili per produrre opere significative. Si passerà con disinvoltura dal linguaggio astratto a quello figurativo, dai media tradizionali a quelli più sofisticati, dall’inserto preso dalla realtà di ogni giorno al frammento colto e raffinato.
Terzo: che la ricerca formale passerà in sott’ordine rispetto ad altre: comunicative, emozionali, percettive, concettuali. Con il risultato che la parola “composizione” assumerà sempre minore importanza e buona pace di tutti i sostenitori dell’autonomia.
Quarto: che ancora nel 2016 faremo fatica ad uscire dal periodo di crisi creativa iniziato l’undici settembre del 2001. Produrremo, come ci fa vedere bene questa biennale molto svizzerotedesca, opere interessanti ma non tali (cfr anche il commento di Antonella Greco in RECENSIONI, COMMENTI, SUGGERIMENTI) da cambiare radicalmente il nostro punto di vista. (LPP)
 
CARTOLINE di Renato Nicolini
 
OTTO CARTOLINE SULL’ALTARE DELLA PATRIA
 
1.
Il 4 giugno compie 100 anni il Monumento a Vittorio Emanuele II, inaugurato nel 1911 come momento topico dei festeggiamenti dei 50 anni dell’Unità d’Italia. Chissà se questa ricorrenza è stata inserita nel programma dei festeggiamenti per il 150°. Se lo è stato, lo è stato sicuramente in tono minore. Sic transit gloria…
 
2.
Nonostante l’ascensore fermamente voluto dal Ministro Rutelli, che porta in un istante in cima alla terrazza panoramica con tanto di bar che corona l’Altare della Patria, senza la fatica di percorrerne a piedi le interminabili scalee…
 
3.
All’inaugurazione del 1911 non poté essere presente l’architetto del Monumento, Sacconi. Morto di crepacuore dopo la vittoria dello scultore Chiaradia nel concorso per il monumento equestre. Cavallo e cavaliere pesantemente realistici, totalmente dissonanti dall’armonia neogreca della Terza Italia, dopo l’Italia romana e l’Italia rinascimentale, vagheggiata dal Sacconi… L’architetto dell’altro grande monumento della nuova Italia a Roma, Guglielmo Calderini, invece si suicidò per gli scandali che accompagnarono la costruzione del suo Palazzo di Giustizia… Altra coerenza, quella degli architetti d’allora…
 
4.
E tuttavia, la cosa più bella che oggi resta della vicenda della Patria di Marmo, sono le due foto scattate dopo la fusione del monumento. La bicchierata con gli operai, ed il vermuth con le autorità. Come descrivere meglio l’Italia di allora?
 
5.
Il Monumento era l’esito di ben due concorsi. Il primo annullato per la vittoria dell’architetto francese Nénot, contro cui insorse lo “sdegno dell’arte nazionale offesa”. I bozzetti furono esposti per un anno nel neonato Palazzo delle Esposizioni di Pio Piacentini, e trovarono un cronista d’eccezione, Carlo Dossi. Il suo I mattoidi al Concorso per il Monumento a Vittorio Emanuele sta per essere opportunamente ristampato.
 
6.
Tormentone del clima culturale degli Anni Sessanta e Settanta fu la demolizione del Palazzo di Giustizia e del Monumento di Piazza Venezia. Italo Insolera e Bruno Zevi ne erano i più fieri teorici. Qualcuno ne calcolò persino i costi e i benefici. Poi, chiara dimostrazione di come il clima fosse mutato, nel pieno degli anni di Craxi, il processo del 1986 si concluse con la sostanziale assoluzione del Monumento del Sacconi. L’Italia da bere era cominciata…
 
7.
La mia tesi di laurea del 1969 (che ho recentemente ritrovata e ripubblicata sulla rivista Disegnare) voleva essere un intervento leggero e dissacrante, costruendo sopra il Monumento piccoli padiglioni, strutture effimere, segni minimi di modernità… Poi il tema mi ha preso la mano ed ho finito per demolire tutto, sostituendolo con una grande struttura per esposizioni, dominata da vuoto piuttosto che dal pieno…
 
8.
Il mio relatore, Ludovico Quaroni, finì per realizzare quanto non ero stato capace di fare nel progetto del gruppo romano alla Triennale di Milano del 1987… Quaroni interveniva sull’attico che corona il Monumento, demolendolo parzialmente e trasformandolo in una rovina. Omologandolo così al paesaggio dei Fori romani. In questo modo, essendo partito dal centenario del Monumento, posso rendere omaggio al centenario di Quaroni, nato anche lui nel 1911…
 
 
AiacTube/Architettura e Critica
 
AiacTube, Canale YouTube dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica.
 
— Questa settimana vi segnaliamo un piccolo filmato di ‘BlarcoTube’, nuovo iscritto al nostro Canale YouTube.
 
 BlarcoTube è un blog di “Invenzione e Critica” per promuovere l’arte contemporanea.
 
 In questo video, intitolato “Sequenza 01 2”, Blarco ci presenta in pochi secondi un brano di città, con luci colorate che illuminano finestre e nuvole che scandiscono velocemente il tempo.
 
 Buona Visione. Ecco l’indirizzo:
 
 Visitate lo Spazio YouTube e il Sito di BlarcoTube:
 
 
Simonetta Ciranna – Gerardo Doti – Maria Luisa Neri, Architettura e città nell’Ottocento. Percorsi e protagonisti di una storia europea
Biblioteca di architettura, urbanistica e design, Carocci, Roma 2011
€ 50,00
pp. 412 ISBN 9788843057306
 
L’Ottocento è per l’Europa un secolo di radicali e complessi mutamenti per l’instabilità degli assetti politici, economici e sociali, per le trasformazioni urbane e territoriali, le innovazioni tecniche, la modificazione di ruolo e significato dell’architettura in una moderna società industriale. Cambiamenti decisivi che hanno lasciato un’importante eredità al Novecento.
Comunque lo si consideri, l’Ottocento è un secolo di grandi tensioni, fase germinale dei valori nuovi e delle grandi trasformazioni dell’età contemporanea, attraversato da processi di più antica origine, che si snodano secondo itinerari tortuosi e incerti, sia negli sviluppi sia, soprattutto, negli esiti. Il processo di rinnovamento culturale che investe l’Europa, infatti, affonda le proprie radici nel secolo precedente, ma è con la Rivoluzione francese che quello stesso processo registra una decisa accelerazione. Senza dubbio, l’Europa dell’Ottocento coincide con l’epoca della sua egemonia sulla scena internazionale, almeno agli occhi del mondo occidentale, focalizzata sulla fiducia nel progresso, coinvolta nel processo di industrializzazione, fautrice del liberismo economico, sostenitrice di una borghesia imprenditoriale che richiedeva una profonda trasformazione delle città e l’esaltazione dei progetti d’architettura. A testimoniarlo è una produzione architettonica che si caratterizza per ricchezza di formule stilistiche e frammentarietà di sperimentazioni formali, per assenza di uniformità e compresenza di soluzioni che, se da una parte sono debitrici dei repertori tradizionali, dall’altra anticipano, anche se in misura e con caratteristiche differenziate da nazione a nazione, le future tendenze. Nell’un caso e nell’altro manifestano quel senso generalizzato di inquietudine e incertezza, tipico di una stagione creativa vissuta nel segno dell’eclettismo.
La struttura del volume risponde alla volontà degli autori di integrare e collocare la dimensione teorica e progettuale dell’architettura nel dinamico ed eccezionale processo di trasformazione urbana e territoriale che ha caratterizzato l’Ottocento. A tale obiettivo corrisponde la suddivisione del racconto storiografico nelle due parti, ‘Temi e problemi’ e ‘Città e architetture’: due chiavi di lettura e tracce narrative che vogliono stimolare riflessioni ad ampio spettro, inserendosi come un laser nella fitta trama dei percorsi culturali dell’architettura, lungo i quali si articola l’opera dei protagonisti di questa specifica storia europea.
La prima parte, ‘Temi e problemi’, si articola in quattro capitoli – Territori, città, architetture; Utopie, teorie, professioni; Arte, scienza, tecnica; Archeologia, storia, progetto – concepiti come quadri critico-conoscitivi, tesi a orientare l’attenzione dei lettori verso le grandi questioni e a offrire un’immagine d’insieme dello spirito dell’epoca. Tematiche che costituiscono la filigrana entro la quale si collocano la produzione architettonica e gli interventi urbani delle singole nazioni, vicende esaminate nella seconda parte del volume, ‘Città e architetture’, secondo una rigorosa scansione storico-geografica e analitico-cronologica degli eventi.
Intenzionalmente, nella prima parte gli argomenti trattati s’intrecciano più volte, rinviando uno all’altro nell’analisi puntuale: dal territorio all’architettura, ponendo al centro la violenta trasformazione della città; dalle utopie e teorie urbane al delinearsi di una separazione tra cultura tecnica e cultura artistica, con la conseguente distinzione, di formazione e carriera, della figura dell’architetto da quella dell’ingegnere; dall’arte alla scienza, attraverso la magnificenza e il pragmatismo delle esposizioni universali e delle sperimentazioni di antichi e nuovi materiali; dall’archeologia al progetto del nuovo fino al restauro, vissuti e reinterpretati attraverso la mediazione e la ‘strumentalizzazione’ della storia.
Nei sei capitoli della seconda sezione le grandi questioni si concretizzano e si confrontano con la storia e le figure di spicco delle trasformazioni urbane e architettoniche delle singole nazioni. Regno Unito, Francia, Germania, Italia e i due grandi ‘bacini’ dell’Europa nord-orientale e del Mediterraneo sono analizzati in controluce con i grandi temi che rendono l’Europa centro dinamico e fecondo del mondo occidentale del XIX secolo. Protagonista assoluta è l’architettura nella città, sulla quale è pure incentrato il fitto apparato iconografico elaborato come supporto indispensabile per una comprensione non astratta dei processi di trasformazione del manufatto e del suo contesto urbano e territoriale. Agli stessi processi di trasformazione è dedicato l’intermezzo a colori compreso tra le due parti del volume: una provocatoria rivisitazione delle grandi architetture e dei contesti urbani delle maggiori capitali europee ottocentesche oggetto di recenti interventi di recupero, trasformazione, ampliamento e restauro.
Indice
Introduzione
 
Parte prima – Temi e problemi
1. Territori, città, architetture
Fenomeni territoriali e urbani/Espressioni e immagini della città ottocentesca/La natura in città: parchi e giardini pubblici/L’igiene pubblica
2. Utopie, teorie, professioni
Le utopie e le teorie urbane/I teorici dell’architettura/La formazione e il ruolo dell’architetto/La figura dell’ingegnere
3. Arte, scienza, tecnica
Arte e scienza/Le grandi esposizioni/La pietra e il ferro/Un nuovo materiale: il cemento armato
4. Archeologia, storia, progetto
Lo storicismo e l’eclettismo/L’esperienza odeporica e il fascino dell’Italia/Lo "spirito della storia" e il progetto d’architettura/La genesi del restauro e del concetto di patrimonio urbano
 
Intermezzo – L’Ottocento oggi
 
Parte seconda – Città e architetture
5. Il Regno Unito fra età georgiana ed età vittoriana
La prima società industriale tra austerità georgiana e romanticismo/L’età vittoriana: dalle inquietudini degli anni quaranta ai trionfi dell’impero (1837-1901)
6. La Francia dal Primo Impero alla belle époque
Dal mito dell’Impero alla Restaurazione (1804-1830)/La metà dell’Ottocento: dalla Monarchia di Luglio alla fine della Seconda Repubblica (1830-1851)/La seconda meta dell’Ottocento e la belle epoque (1852-1900)
7. La Germania prima e dopo l’unificazione
Dagli ideali dell’Aufklarung alla supremazia dei valori borghesi (1800-1870)/Un’architettura per la nazione, per i Lander o per l’imperatore? Dopo il Deutsches Reich (1871-1900)
8. L’Italia fra Antico Regime e Unità Nazionale
Modernità e tradizione in età preunitaria (1800-1860)/Città, architetture e apparati ideologici dopo l’Unita Nazionale (1861-1900)
9. L’Europa settentrionale e centro-orientale
Belgio/Olanda/Austria e Ungheria (1814-1900)/L’Impero russo
10. Il mondo mediterraneo
Spagna/Nord Africa /L’Impero Ottomano
 
Bibliografia
Fonti delle illustrazioni
Indice dei nomi
Indice dei luoghi
 
INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
 
Architetture della memoria a Roma
Lunedì 6 giugno 2011, alle ore 17.00
Casa dell’Architettura, via Manfredo Fanti 47 Roma. tavola rotonda-presentazione del volume Architetture della memoria a cura di Fabio Benincasa. Interveranno: Amedeo Schiattarella, Luca Zevi, Franco Purini, Andrea Minuz, Marco Pacioni, Luigi Prestinenza Puglisi.
 
Il punto sul paesaggio a Milano
Il punto sul paesaggio. Esperienze internazionali a confronto / ciclo di conferenze. Milano 2011
15 settembre 2011: gilles vexlard_parigi
6 ottobre 2011: isabelle aguirre_la coruña
Sede e orari le conferenze si terranno alle ore 18.00 presso la fondazione falciola/camplus rubattino, via caduti di marcinelle 2 (milano est, zona ventura), 20134 milano. Le conferenze, ad ingresso libero, sono aperte al pubblico. Si richiede conferma di partecipazione via mail (acma@acmaweb.com) o contattando telefonicamente la segreteria del centro (+39 0270639293).
 
MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
 
Universo Rietveld a Roma
il MAXXI rende omaggio al maestro olandese, al suo mondo e alle sue influenze sull’arte e l’architettura di oggi per la prima volta in Italia una grande mostra presenta progetti, mobili, allestimenti, modelli, video. Dal 14 aprile al 10 luglio 2011. MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo. Via Guido Reni 4. Roma
 
UNIVERSITA’ E DINTORNI di Nicolò Lewanski
 
Meeting La città mutante, a Padova
Mettere a confronto alcune aree metropolitane europee e cercare di capire la realtà della condizione contemporanea, proporre scenari futuri per il Veneto Centrale e per Padova entro questo sistema, capire come l’economia possa esserne influenzata: questi i motivi che hanno portato il Laboratorio AZ ad organizzare il meeting di tre giorni chiamato La città mutante. Martedì 14 , Mercoledì 15 e Giovedì 16 Giugno presso il Centro Culturale San Gaetano, Via Altinate n.71. Confermare la partecipazione tramite mail a info@metroquadropadova.it Info: http://www.tarch.com/Lab_AZex.html
 
Premio Internazionale Architettura Sostenibile, a Ferrara
Cerimonia di premiazione della VIII edizione del Premio Internazionale Architettura Sostenibile Fassa Bartolo, illustrazione dei progetti vincitori e presentazione della prossima IX edizione. A cura della Facoltà di Architettura di Ferrara, in collaborazione con Fassa Bortolo S.p.A. Lunedì 6 Giugno alle 16.30 presso Palazzo Tassoni Estense, Facoltà di Architettura – via Ghiara 36 info: www.premioarchitettura.it
 
Francisco Mangado, a Ferrara
Lectio magistralis di Francisco Mangado nell’ambito di XfafX, ciclo di manifestazioni ed eventi organizzati dalla Facoltà di Architettura di Unife a celebrazione del Ventennale di attività. Martedì 7 Giugno alle 17.00,
Salone d’Onore, Palazzo Tassoni Estense in via Ghiara 36. info: www.materialdesign.it
 
4GDA, a Ferrara
Giunta quest’anno alla 16° edizione, la 4 Giorni Delle Arti dal tema Fast Forward è un momento di apertura della Facoltà a tutti gli ambienti culturali della città per allargare e approfondire il dibattito sui temi delle arti e dell’architettura. Da Martedì 7 a Venerdì 10 Giugno al giardino Sottomura, tra via Baluardi e via Quartieri. Info: www.bassoprofilo.org
 
 
Sara Dini: Ferdinando Chiaromonte – disegni opere progetti
**** Alla scoperta di un archivio inedito, per chi vuole conoscere un tratto di storia dell’architettura di Napoli tra le due guerre, e oltre… segnalo di Antonella di Luggo e Alessandro Castagnaro "Ferdinando Chiaromonte – Disegni opere progetti", Officina Edizioni, Roma, 2008.
Il volume, presentato alla Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II a Palazzo Gravina nell’aula Mario Goffredo, il 19 novembre 2008 alla presenza dell’allora Preside Prof. Benedetto Gravagnuolo e tra gli altri del Prof. Claudio Claudi de Saint Mihiel, attuale preside, e di Renato De Fusco, è la monografia attenta e scrupolosa che, attraverso preziosi contributi, rielabora il percorso storico tracciato dall’opera di Ferdinando Chiaromonte (Napoli 1 settembre 1902 – Napoli 11 dicembre 1985).
Antonella di Luggo, nata a Napoli nel 1960, architetto e dottore di ricerca in Rilievo e Rappresentazione dell’Architettura è Professore Associato presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi Federico II dove insegna Disegno dell’Architettura, Applicazioni di geometria descrittiva e Rilievo dell’Architettura.
Alessandro Castagnaro, nato a Napoli nel 1959, insegna Storia dell’Architettura e Architettura del ‘900 a Napoli presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi Federico II e Presidente ANIAI (Associazione Nazionale Ingegneri e Architetti Italiani e dell’Associazione Ingegneri ed Architetti della Campania Direttore della rivista Rassegna ANIAI.
 
Considerata a buon diritto dal Prof. Benedetto Gravagnuolo – che presenta il volume – "una prima ricognizione sull’opera del progettista della scuola razionalista", il volume delinea ed armonizza il non facile compito di un generoso, operoso e degno protagonista del dibattito architettonico del ‘900: tra i fondatori e docente Ordinario di vari corsi della Facoltà di Architettura di Napoli, Presidente dell’Ordine degli Architetti di Napoli ininterrottamente dal 1953 al ’61, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine, Ferdinando Chiaromonte, sancisce la sospensione della diatriba ottocentesca, essendo egli stesso architetto e ingegnere: nel volume sono ripercorsi circa 60 anni della sua attività e le connessioni con l’ambiente storico culturale dell’epoca.
Con linguaggio essenziale nei dettami della modernità, l’architettura di Chiaromonte si mostra particolarmente attenta agli aspetti costruttivi e tecnologici: un’architettura disegnata nel senso concreto del termine, cioè esplorata nel minimo dettaglio costruttivo allo scopo di garantire una perfetta esecuzione. Autore di “ Materiali della costruzione edilizia” (1950) e di “Elementi di costruzione edilizia” (1942 aggiornato e ampliato nel 1950), vero e proprio manuale che alla conoscenza delle tecniche costruttive murarie aggiunge quella degli organismi in cemento armato, Chiaromonte ha dato un significativo apporto alla materia antica e nuova della Tecnologia consolidandone e anticipandone contenuti, facendone un tutt’uno con la progettazione. La monografia colma una “grossa lacuna storiografica” – come osserva giustamente Antonella di Luggo – troppo a lungo notata soprattutto in ambito accademico. Ma Ferdinando Chiaromonte era un uomo discreto che credeva nel suo lavoro e questo gli bastava per condurlo con onestà e sapienza lontano da quello che oggi chiamiamo show business. Eppure è figlio d’arte, suo padre Gaetano Chiaromonte, allievo di Stanislao Lista, fu scultore e docente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, nella cui galleria si conserva una sua opera, il Ritratto di Achille d’Orsi del 1930.
 
Il volume consta di una parte introduttiva degli autori che ben contestualizzano la figura di Ferdinando Chiaromonte nell’ambito della storia culturale del ‘900: egli infatti ha operato come dice Castagnaro insieme ad autori “ che hanno firmato il meglio di quanto si è prodotto a Napoli in un arco temporale molto esteso” quali Carlo Cocchia, Luigi Cosenza, Stefania Filo Speziale, solo per citarne alcuni. L’autore, a proposito delle opere di Ferdinando Chiaromonte, parla di un “proto razionalismo colto con influssi olandesi e francesi che in particolare tra gli anni trenta e quaranta è presente anche in altre città Italiane”, ciò che ha permesso alla storia dell’architettura napoletana di uscire da un comune provincialismo. In una città sempre difficile da governare, seppe sollecitare interventi sul patrimonio storico artistico preceduti da una attenta analisi filologica. Dalla rilettura delle sue opere è chiaro che il suo dialogo con la cosiddetta architettura fascista, si esplica non nei termini si un asservimento al potere, ma nel senso di una rilettura classica dell’organismo architettonico, scevra di compromessi formali e stilistici. Interessante e approfondito l’apporto di Antonella di Luggo che ricostruisce con un’attenta analisi lo stile, il linguaggio delle diverse tipologie di intervento nelle quali si è manifestato Ferdinando Chiaromonte, sottolinendone la versatilità che “ gli apre la strada verso campi differenziati, i cui esiti sono caratterizzati dalla passione e dalla cura con cui segue non solo l’elaborazione del progetto ma anche la realizzazione dell’opera. In molte delle opere, Chiaromonte è infatti anche direttore dei lavori..”
 
Segue un prezioso regesto delle opere realizzate e dei progetti di concorso – tra i quali spicca quello per l’edificio dei grandi magazzini a Milano del 1932 per le Acciaierie Falk – quasi duecento le opere, riportate in schede, in ordine cronologico, quale esito di una ricerca interdisciplinare che ha visto partecipi, oltre agli autori, studiosi del Disegno e della Rappresentazione e della Storia dell’architettura. Tutte le opere sono pure collocate in una planimetria di Napoli, costituendo così un prezioso contributo per chi volesse vederle dal vero. Le schede sono state realizzate da vari dottori di ricerca in Rilievo e rappresentazione del costruito e in Storia dell’architettura quale Francesca Rinaldi che ha approfondito l’aspetto della intensa attività concorsuale del giovane Ferdinando.
 
Tra le opere di maggior pregio e a giusto titolo maggiormente rappresentate, oltre al più noto Palazzo della Provincia, realizzato a piazza Matteotti con Marcello Canino del 1938, vi è la Chiesa di S.Vitale Martire, opera realizzata a Napoli tra 1939 e il 1963 con evidente interruzione causata dagli eventi bellici: con il suo duplice ingresso e il suo duplice sagrato, fu realizzata in occasione del Piano di Risanamento di Fuorigrotta; sono riportate piante, sezioni, prospetti, prospettive e dettagli costruttivi e fotografie in corso d’opera che evidenziano l’idea progettuale in relazione al contesto e… la cura del dettaglio e della prospettiva. 
Belle le fotografie in bianco e nero dell’epoca, del Padiglione della Sanità, Razza e Cultura realizzato a Napoli in occasione della Mostra d’Oltremare tra il 1939 e il 1940: “la partecipazione alla Mostra d’Oltremare..” afferma Chiaromonte..” è un segno di adesione all’architettura moderna ..progettare secondo l’architettura fascista non significa inserire fasci littori o propendere per un particolare aspetto stilistico superficiale, ma aderire ad una architettura moderna, fascista non nella forma o nei contenuti, ma nello spirito”…
Apparato iconografico del tutto inedito oggi, di forti chiaroscuri nella rappresentazione dell’Albergo Caesar Augustus ad Anacapri del ’41, dove Chiaromonte opera sulla preesistente Villa Bitter della seconda metà dell’ottocento rispettando lo spirito mediterraneo del luogo.
Frutto della collaborazione con Giò Ponti, nel libro è anche rappresentato il Grand Hotel Parco dei Principi realizzato a Roma nel 1958: la tripartizione del volume è scandita, a partire dall’attacco a terra dall’alto basamento rivestito in pietra, da un fronte superiore sporgente caratterizzato dalle logge esterne delle camere e da una pergola che termina l’attico superiore. Rigore classico.
E questo solo per citare alcune opere: il regesto attento e scrupoloso le raccoglie tutte..sulla base dell’Archivio Chiaromonte e dell’archivio licenze di Napoli.
 
Interessanti i contributi di Nicola Franciosa "Il ricordo di un maestro", di Concetta Chiaromonte Dini, figlia del Nostro (ndr mia madre) e di Ferdinando Chiaromonte Jr (ndr mio cugino)    che ne delineano i tratti umani, dando un contributo fondamentale di conoscenza diretta attraverso il loro ricordo personale..che in parte è anche il mio.
 
Il volume, dell’Officina Edizioni per la collana Architettura e Arti, nel cui comitato scientifico figura Fulvio Irace, si conclude con una elencazione degli scritti di Ferdinando Chiaromonte ed una seria e approfondita bibliografia sul Nostro, più una di carattere generale, principalmente sulla storia di Napoli e sui metodi di rappresentazione.
 
Un testo dunque per i veri studiosi appassionati dell’architettura moderna, per gli studenti che sappiano che fare l’architetto significa esercitare la professione a 360° per la quale ci sono persone che hanno dedicato una vita intera..con amore e onestà intellettuale.
 
arch.Sara Dini
Phd in Tecnologie dell’Architettura
 
CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi
 
Festarch 2011, due piccioni con una fava
Dal 2 al 5 giugno, Perugia e Assisi sono state il centro mondiale dell’Architettura. Festarch 2011 ha avuto il merito di trascinare e concentrare in quattro giorni una grossa fetta della creatività internazionale nel cuore del centro Italia. E nulla ha scalfito questo evento mastodontico. Neanche la vernice che, negli stessi giorni, si svolgeva a Venezia per la Biennale d’Arte. Qualche defezione dell’ultimo minuto ovviamente c’è stata. Al posto di Jasper Morrison e Maurizio Cattelan un video mentre, Cino Zucchi, si è connesso con la platea via skype. Meriti e demeriti. Perché, in genere, il filo conduttore dell’intera manifestazione, e cioè “l’Anticittà – Fare città nell’ epoca della dissipazione urbana” non è stato quasi mai sviscerato e approfondito. Nè tantomeno citato. Si è assistito, invece, al classico avvicendarsi di conferenze, a volte anche senza dibattito in cui, la quasi totalità dei conferenzieri ha mostrato il proprio lavoro in maniera spesso solo didascalica. Per contrasto il successo di pubblico c’è stato, soprattuto nelle top lecture come quelle di Kazuyo Sejima, Elizabeth Diller, Enzo Mari, Rem Koolhaas, Bjarke Ingels e Peter Eisenman. Ma non era questo l’obiettivo primario della rivista Abitare, che ha curato e gestito il grande carosello. Perugia e Assisi aspirano a diventare, nel 2019, la capitale europea della cultura. E l’Architettura serve. E’ diventata indispensabile per sperare nella replica de “l’effetto Bilbao”. Con buona riuscita anche di Abitare che si è assicurata, così, il primato di unica e indiscussa mecenate. Punto di riferimento italiano per l’Architettura internazionale. 
 
RESTAURO TIMIDO di Marco Ermentini
 
Milano timida
Il bello delle elezioni. Passaggio delle consegne a Milano, 1 giugno: Letizia Moratti si allontana da palazzo Marino con una berlina blu blindata mentre Giuliano Pisapia se ne va da sindaco con la sua Panda gialla. Forse è tutto qui il segreto di una rivoluzione timida?
 
 
Parte 1 capitolo 1
Precursori
1.2 Sullivan e Wright
Wright è un personaggio multiforme e con difficoltà può essere classificato all’interno di un solo stile o tendenza.
Nato nel 1867, è di un anno più anziano di Mackintosh e di Behrens (1868), di tre di Loos (1870), di quattro più giovane di van de Velde (1863). Nel 1887, dopo aver lasciato a metà l’università, si trasferisce a Chicago, una città in piena espansione economica e in cui una nuova generazione di architetti sta producendo i primi grattacieli, grazie all’introduzione del sistema a ossatura metallica e dell’ascensore.
È un momento esaltante, segnato da continui avanzamenti tecnologici e da una nuova estetica fondata sulla sincerità strutturale, sul perseguimento dell’economia nella realizzazione, sul ripensamento dell’ornamento ridotto all’essenziale e, in ogni caso, razionalizzato in forme standardizzate e ripetibili. Nel 1879 e nel 1889 William Le Baron Jenney con i due Leiter Building realizza edifici commerciali con struttura in ferro. John Wellborn Root con il Monadnock Building del 1891, caratterizzato dall’ondulata sequenza di bow window e nelle magistrali rastremature degli angoli, si avvicina ai venti piani. Daniel Burnham con il Reliance Building realizza un prototipo di grattacielo con perfetti gradienti chiaroscurali.
Wright entra, dapprima, nello studio di Joseph Lyman Silsbee, assertore dello Shingle Style, un pasticcio eclettico ma immune da tendenze classiciste; poi lavora nell’ufficio di Beers, Clay & Dutton per trasferirsi definitivamente da Adler & Sullivan. È uno dei più importanti studi della città, gestito da due figure complementari: Dankmar Adler, solido sotto l’aspetto professionale e tecnicamente preparato, esperto come pochi di acustica, e Louis Sullivan, artisticamente geniale, esuberante, generoso, ma umanamente sprovveduto. Wright legherà subito con il secondo, di pochi anni più vecchio di lui (Louis è del 1956, mentre Adler è del 1944), definendolo “lieber Meister”, l’amato maestro. Insieme discutono a lungo, lavorando a numerosi progetti, tra cui l’auditorium di Chicago, un complesso polifunzionale nell’attico della cui struttura trasferiscono lo studio. Nel frattempo, sposa Catherine Tobin e, grazie a un prestito concessogli dal principale, acquista un terreno a Oak Park dove costruisce la propria casa e inizia, di nascosto, a svolgere un’attività privata collaterale, anche per mantenere una famiglia sempre più numerosa. Disegna una decina di abitazioni, corrette ma nessuna di particolare interesse. Servono a sondare le possibilità espressive di tutti gli stili: dal romanico al rinascimentale. Il lavoro viene scoperto da Sullivan, che lo licenzia per aver rotto i termini contrattuali di esclusività che lo legavano allo studio.
I tempi, dopo la prima fase pionieristica, stanno però per cambiare, diventando sempre più difficili per l’innovazione architettonica. Poco prima di essere licenziato, Wright partecipa con Sullivan all’esposizione colombiana di Chicago del 1893. Può così vedere l’inizio di una progressiva emarginazione del maestro, l’affermarsi dello stile Beaux-Arts, il trionfo di un retorico e bianco classicismo, la fine del periodo eroico della scuola di Chicago, l’esaurirsi della ricerca libera dai condizionamenti stilistici, l’abbandono di una creatività esuberante che, pur confrontandosi con la felicità formativa del liberty, non ne accetta le frivolezze ed è in continuo dialogo con le forme della natura.
Sullivan, in occasione dell’esposizione, realizza una stupefacente Golden Doorway per il Transportation Building che gli è affidato. È una serie concentrica di archi rientranti inscritta in un portale a riquadri prefabbricati caratterizzati da bassorilievi floreali. Ha insieme forza plastica e lirismo decorativo. Non mancano due piccole pagode laterali tanto belle da infischiarsene di ogni effetto kitsch. I commenti dei visitatori sono scioccati. Il corrispondente dell’australiano “Melbourne Argus” giudica l’opera come la peggiore dell’intera esposizione. Vi sono anche voci di aperto plauso. Il critico della “Revue des Arts Décoratifs” elogia l’edificio senza riserve. Il giovane Adolf Loos certo assiste all’esposizione: conserverà di Sullivan un buon ricordo.
Il destino di Sullivan, che dal 1895 si separa da Adler, è segnato da un lento e inesorabile declino, accelerato dall’alcolismo. Wright, nel pieno delle sue energie, aggiunge alla casa di Oak Park il corpo dello studio e inizia una brillante carriera di architetto. Delle sue opere residenziali abbiamo brevemente accennato. Vi sono poi gli edifici a carattere pubblico. Due spiccano: il Larkin Building di Buffalo e il Tempio unitario di Oak Park.
L’edificio per l’amministrazione della Larkin Co. di Buffalo, realizzato tra il 1904 e il 1905, è uno spazio unitario a tutt’altezza, segnato da un gigantesco ordine gigante su cui sono appesi i ballatoi destinati agli uffici. Sembra l’esatta antitesi delle case che si aprono lungo lo spazio della prateria. Sul fronte esterno appare come un forte assiro-babilonese in mattoni, ritmato da masse plastiche ad andamento verticale. Sul prospetto laterale, concepito come un portale, sono incastrati otto pilastri giganti che scandiscono le finestre e una loggia che buca il volume mettendo in risalto giganteschi quanto astratti capitelli, trattati come inserti scultorei. L’edificio è introverso, calamitato verso lo spazio interno, quasi a vietare ogni contatto con l’esterno per stimolare la completa concentrazione sul lavoro. All’interno è permeabile in ogni sua parte, per favorire la comunicazione ma soprattutto il condizionamento dell’aria. È considerato uno dei primi edifici ad aver adottato questa tecnologia innovativa.
Il Tempio unitario di Oak Park, a cui Wright lavora dal 1904, è fatto con pochi soldi, in calcestruzzo lasciato a vista. Lo spazio cubico dell’aula assembleare dialoga con il più basso volume del corpo di servizio, composto anch’esso sulla matrice di tre quadrati perfetti leggibili in pianta. Anch’esso chiuso in se stesso, è uno spazio centrale. Per esaltarne la funzione è illuminato dall’alto da un cassettonato chiuso a vetri. Ricorda gli edifici rinascimentali per il controllo dello spazio ottenuto tramite l’articolazione plastica, marcata ed evidenziata, alla maniera brunelleschiana, da fasce e inserti (in Wright, però, sono in legno) e per l’intensa, quasi scenografica luminosità.
Nel 1905 Wright si reca in Giappone, alla scoperta di una cultura che conosce e che ha già apprezzato durante l’esposizione colombiana, dov’era stato ricostruito un tempio. Il viaggio avrà su di lui una notevole influenza. La casa giapponese gli appare come “un tempio di suprema pulizia ed essenzialità”. È colpito dalla fluida spazialità di ambienti concatenati fra loro, separati da leggeri e scorrevoli diaframmi, dalla stretta integrazione tra edificio e natura. Impara dai giardini giapponesi l’arte di un ordine disordinato e l’artificio di miniaturizzare gli oggetti, per dare all’uomo la sensazione di una maggiore padronanza del proprio spazio esistenziale. Si lascia affascinare dalle stampe orientali, delle quali diventa un collezionista e la cui vendita gli permetterà, in seguito, di affrontare momenti economicamente difficili. La cultura giapponese, insieme a quella mesoamericana, che studia negli stessi anni ma approfondirà dopo la guerra, saranno le strade obbligate per sfuggire al classicismo e al formalismo Beaux-Arts. In questo, il suo profilo non è dissimile da quello degli artisti parigini e tedeschi che negli stessi anni scoprono le maschere africane e le culture primitive, sorretti dall’ipotesi che tali arti fossero più vicine al vero di quelle passate attraverso i filtri del formalismo e dell’accademia.
A partire dal 1905, Wright condensa il proprio credo in una serie di articoli dal titolo In the cause of architecture, che appaiono sulla rivista “The Architectural Record”. Sei i principi messi a fuoco. Costituiscono il nucleo dell’architettura organica. Sono: misurare l’arte attraverso la semplicità e il riposo; consentire tanti stili quante sono le persone; lasciare che un edificio fiorisca dal contesto e si armonizzi con l’ambiente; armonizzare o “convenzionalizzare” i colori con l’ambiente circostante così come avviene in natura; rivelare e non nascondere la natura dei materiali; costruire con carattere ed energia piuttosto che in accordo con gli stili predominanti. L’obiettivo è ambizioso: riconciliare architettura e natura per rimettere l’uomo al centro del cosmo vivente. Il grande focolare posto al centro di ogni Prairie House sarà l’esplicitazione simbolica di questa religione individualista e dai forti accenti panteisti.
Attraverso l’insegnamento e l’influenza di Wright, lo stile Prairie si diffonde a Chicago e nel Midwest. Conterà protagonisti di un certo talento. Tra questi: Walter Burley Griffin, George Grant Elsmie e William Gray Purcell. Saranno accomunati dall’amore per la dimensione orizzontale, per tetti lunghi e sporgenti, per la scelta di materiali naturali e anche per un modo inconfondibile nel presentare i loro progetti, immersi in un delizioso fluire di alberi e di fiori.
 
 
La borsa pesante fa l’edificio leggero
 
Il valore di un architetto è la capacità di passare da un fallimento all’altro con entusiasmo
 
Alla prima occasione elenca tutte le sue opere
 
Gli architetti che amano vincere battono quelli che odiano perdere?
 
Un buon incarico non si lascia, si perde
 
INTERMEZZO di Edoardo Alamaro
 
Scassanapoli. Audace colpo dei solidi ignoti comunali. Tutti i particolori in cronaca
Napoli, elezioni amministrative con scasso. “Abbiamo scassato tutto!”, hanno gridato. Destra, sinistra, lettieri, cartolieri, bassolini, altolineee, primarie, primari, secondari … E poi cacasenni, riformisti, centristi, futuristi, moderati, modernariati, passionari freddi universitari. I Masaniello 2011 hanno scassato tutto. Hanno rottamato e ruttamato anche i rottamatori. Un vero miracolo, nella Napoli 2011 depressa e sommersa d’‘a munnezza politica-amministrativa d’oggi. Ma pur sempre con il fuoco che volle (bolle, ndt) sotto il suo centrillo storico Unesco, anche se ingessato e (a) secco di risorse. E’ la Napoli anarchica di sempre; quella tutta vulcanica e troppo ardente. Così come la percepirono i viaggiatori e gli “inviati speciali” della stampa inglese antispagnola. A metà seicento, ai tempi della comparsa del “fenomeno Masaniello” metropolitano.
Ma “Giggino” De Magistris, capo-popolo dell’antipolitica d’oggi a Napoli, è un Masaniello erudito. Che sa leggere e scrivere le politiche domani. Che ha fatto il liceo classico giudiziario & giudizioso in esilio, in Calabria Saudita. Che ha fatto il parlamentoso europeo. Che ha la testa al solito posto. Cioè sul collo. Avvitata su spalle larghe popolari vincenti. E’ infatti tutt’altro che un plebeo. E’ un borghese da varie e non avariate de-generazioni. Made in Vomero, Napoli alta. Ma non altra. Anzi è N.N., della Napoli Nobilissima. Ma anche Napoli Mobilissima web, per via delle nuove tecnologie, una garanzia. Questo Masaniello 2011 “a sorpresa”, non ha quindi il complesso del provinciale. Quello –già visto- del sindaco che ammira ed aspira alla “grande borghesia” napolitana. Che poi lo usa e lo getta: Napoli è ardente, ma spesso troppo aderente.
Un tipo demagistrale così psicologicamente e sociologicamente (ben) fatto, può quindi “tradire” liberamente e tranquillamente la sua classe d’origine. Che non è acqua, ma sangue misto blu, si sa. Può soffiare sul fuoco profondamente: socia soscia Masaniè, …. questo è ‘o mumento!
«Soscia Popolo, soscia … soffia popolo, soffia … quanno ‘o popolo s’appiccia … soscia fuoco, soscia , … è fiamma viva, chi ‘o po’ cchiù stutà (spegnere) … soscia popolo, soscia De Magistris sindaco», gli aveva cantato Teresa De Sio. E questa Napoli folk rock; la Napoli-metropoli allegra, sorridente, arancione, comica fino arRizzo; autoironica, sapientemente dialettale e innovativa – ha strabattuto sul campo (e nel canto postmodern) la Napoli neomelodica e ingessata di Gigi D’Alessio al Plebiscito: 65,4 a 34,6%.
L’altra metà di Napoli si è astenuta dal cantare, sta a guardare ‘sta Piedigrotta, al momento. “E mo’ che farrà, Masaniello!?”, si domanda scettica. Vedremo. Vedrò dalla composizione della giunta comunale e (modestamente) vi dirò. Il 13 giugno, sant’Antonio, usciranno i numeri, si leggeranno i nomi e i cognomi degli assessori. E le paternità, le parentele e il luogo di nascita. Oltre alle progressioni di carriera e ai curriculum carrieristici. Oltre che i loro staff e le loro segreterie. E vi.. vi virò.
Certo, i nomi dei professori-architetti della Gravina che circolano al momento e monumento sono vecchiotti e consumati. Statte accuorte (attento, ndt) Masaniè, ca so’ Genoini e Scilipoti-poti, sti prufessoti!!! Talvolta preoccupanti le appartenenze e le loro provenienze familistiche. Ma la stampa li nomina per bruciarli, si sa, si spera. Nel malaugurato caso contrario, sarebbe la “Napoli 4 stagioni” di sempre; quella che affonda (e affonderà, corna, corna …) come sempre tutti i novismi e novisti. Senza la quale non si governa, pare. Come da convinzione diffusa, sfusa & a pacchetti. Necessariamente da spacchettare, pari e pare ancora (ma sarebbe meglio la Napoli dispari, nda).
“Giggino” si gioca tutto mo’ che sta nel Palazzo. Lui che è stato vuotato in massa dal popolo perché è l’Antipalazzo. Incarna il Contropalazzo di San Giacomino mio, Piazza Municipio, Naples. Piazza dove lunedì sera “Masaniello 2011” ha indossato la bandana arancione del capopopolo, alla grande! Ritratto veicolato trionfalmente dai media, descamisado e a pugni chiusi versus il Cielo. E con le spalle contro il Palazzo sullodato, mai affondato. Che scostumato, che scustumatto, stu Masaniello 2011!
Palazzo San Giacomino che cova & coca-cova vendetta. Tremenda vendetta, son certo! Che sta lì “siccome immobile”. Che a … a … aspetta Masaniello sindaco per cucinarlo. Per rosolarlo a fuoco lento burocratico. La vendetta è un piatto che si serve freddo, incartato in una delibera ad hoc. A passione fredda universitaria, che trappolone! Come si vede è sempre una questione di stili d’architettura. Di gusti e maniere. Di Palazzi e congiure di Palazzi d’Italia blasonati. Dai tempi dei Normanni, degli Angioini e degli angiolini napoletani. Fino agli angeli e santangeletti del Mezzogiorno a mezzagiornata d’oggi.
Riuscirà il Masaniello nuostro a scassare gli atavici equilibri del Palazzo senza scassarsi? Riuscirà a pensionare le badanti, le partecipate, i partecipatori, i rallentatori, i rassicuratori, i continuisti, i garanti, i garantiti, gli azzeccagarbugli, i nominativi-vi, i nominamorti universitari? E poi i senzapalle, i bassolinei pentiti, i dirigenti che non dirigono, i bloccatori di ogni ordine, grado e degrado comunale? Tutta quella genia snervante post birbonica italica che ben conosco? Ovvero tutte le “signorine scuola guidi” di San Giacomino nostro che avrebbero riformato anche Martin Lutero, ai suoi tempi? E che avrebbero ammollato anche i baffi di Stalin (e ammollarono le baionette di Murat)!??
Non lo so, non so dire; dipende dalla energia che ha dentro, dal grado di scustumatezza istituzionale che ha, Giggino Masaniello 2011.
Certo ha vinto e convinto contro tutti. Anche contro il suo stesso partito e dipartito, per il momento. “Ringrazio quelli della prima ora, quelli della seconda ora e anche quelli della terza ora …”, ha detto alla comica finale. Pardon, alla festa straordinaria di venerdì sera, sul lungomare. Prima delle elezioni, il 27 aprile, alla Rotonda Diaz. Sotto la statua di don Armando, il duca della Vittoria. E Mergellina mormorò: “Non passa ‘stu Lettieri, … bum bum”!! E così fu!!
Ho molti amici e conoscenze “della prima ora”. Io sono invece della “prima ora e mezza”. Molto scettico, quasi rassegnato alla disfatta. Irridente per necessità. Ma la speranza è l’ultima a morire, si sa. Ma io non lo sapevo.
Ero andato al comizio di apertura demagistrale a piazza del Gesù solo perché ero stato alluvionato di mail, il 16 aprile scorso. Per farmi vedere, e basta. Non disse quasi nulla, il de Magistris. Solo cose generiche, irrilevanti, per me “belfiorizzato unesco” della Napoli a Stenti. Ma quel Niente lo disse molto bene e in modo convinto. E poi quel niente suscitava anche entusiasmi, caxxo che bravo, che arte!! Notai, annotai, che de Magistris aveva una grande carica emotiva dentro. Una energia simpatica, contagiosa, coraggiosa. E poi teneva -e tiene- ‘a presenza! (non ve lo posso spiegare, nda). Oltre che ‘a faccia tosta vincente!
“Dobbiamo vincere al primo turno! Non mi fate fare il secondo turno. Non c’è tempo. Dobbiamo lavorare; avimma faticà; levà ’a munnezza ‘a tterra, ‘ammà scassà, ammà spazzà!!!”, andava gridando con consumata classe vomerese. Dire che rimasi perplesso è poco. “Ma è pazzo?”, confidai a un amico: “Vincere al primo turno??”. Poi mi presentarono al demagistrato, … lui si dava anima e (molto) corpo ai convenuti sotto il palco, … stringeva mani e braccia, … rompeva le righe e i ruoli … andava oltre gli schemi e gli schermi tv ….
Nel frattempo arrivò Antonio Di Pietro; montò subito sul palco per cominciare. S-manettava impaziente … ma lui, l’aspirante Masaniello comunale di Napoli, non lo filò proprio. Continuò imperterrito tra la gente sua; familiarizzava con quelli che lo dovevano votare; con gli elettori che dovevano fargli da moltiplicatori porta a porta, bocca a bocca, mail a mail: copia, incolla e gira. La catena ‘e Sant’Antonio, ‘a catenella ‘e Masaniello!!!
E’ stata la sua arma segreta, demagistrale; insieme (come detto), all’uso sapiente delle nuove tecnologie; del popolo di internet che si è schierato compatto (e gratis) con lui; per lui (ma che può anche rivoltarsi contro, con le stesse armi: statte accuorte, Masaniè, la ruota gira!!, nda). Quel popolo che ha seppellito-web Morcone, il prefetto di similferro spedito da Roma dal Pd (vero sconfitto a Napoli, nda) a commissariare il Comune, a salvare il salvabile centrosinistrato. Ma non aveva fatto i conti con Giggino ‘o pazzo!! Che ritrovai a un (quasi) confronto indiretto col Morcone al Teatro Trianon. A “Prossima fermata Italia”. Tempi obbligati d’intervento: 5 minuti 5. Poi scattava il gong di Nicodemo e non si sgarrava. E Masaniello 2011 non sgarrò: fu cronometrico, efficace, con un mix napoletano-italiano ben dosato, presa di spazio mediaticamente perfetta.
Nella sostanza non disse niente di amministrazione comunale futura. Solo slogan generici, promesse, premesse: rifiuti napoletani differenziati, … ma quel “tutto niente” fu ben cantato. Si vede che è nato nel ’69, dopo il ’68, nella società dello spettacolo & dell’informazione realizzata!! Nel mix virtuale & ir-reale. Si vedeva che il demagistrato era preparato sui giochi di parole. Quasi all’Eldorado, ma molto più spudorato. E un gioco di parole fu provvidenziale in un confronto televisivo con Lettieri, inadeguato candidato PdL. Distrutto, spiazzato da un quiproquo alla Pappagone: im/prenditore – prenditore. “Tu non sei un imprenditore, sei un prenditore di risorse pubbliche!”, gli disse “Giggino” di faccia. N’a capata televisiva, un giochetto da denuncia. E quello, il Lettieri – Cartolieri aspirante sindaco centro-destra a Napoli, lo ha infatti denunciato. Ma nel frattempo ha anche perso le elezioni, … oltre che la faccia e il PdL a Napoli.
“Abbiamo sbagliato candidato”, ha detto infatti ieri Silvio affranto, che affronto! “Ci serviva un Masaniello di destra …”, ha aggiunto. Silvio, non mollare, … Silvio dai, non ti abbattere, battiti ancora, … ora Masaniello sta nel Palazzo, con tutte le sirene attorno: sai che musica, altro che De sio!!! Ora deve fare la Giunta a mani giunte. Pregherò, pregherà, si piegherà, s’impegnerà. Tutto il sogno di “Giggino” potrà svanire. (Silvio coraggio, è solo una battaglia persa!!)
Perché – qui il punto – o Masaniello sarà capace di svoltare; di dar voce agli esclusi, ai trentenni; a dare la precedenza a donne e bambini, cioè ai minori e ai minorenni politici. O Masaniello svecchia e rischia il tutto per tutto buttando nella mischia in Giunta nuove fasce generazionali di qualità abbassando vertiginosamente la media d’età degli assessori (e i loro staff), o per lui è finita. Farà la fine di Bassolinea, quello che nel ’93 post “banda dei quattro napoletani” voleva riformare la macchina amministrativa del Comune. Che invece riformò lui a più miti consigli. Consigli di amministrazione partecipati. Speriamo di no. Altrimenti sarà stato solo un bel sogno di inizio estate a Napoli. (Silvio non ti abbattere, ci sono ancora buone possibilità, Silvio: ‘o Presepio è bello, tu sei bello! So’ e‘ pasture tuoje ca so’ brutti! Tienimi presente Silvio… tengo famiglia, a disposizzione!) Saluti, Eldorado
 
 
Antonella Greco su La Biennale
La vigilia della Biennale è come quella di Natale: un’attesa spasmodica del regalo, della sorpresa che emerge dalla carta. Si aprono i cancelli… e la Biennale è già vecchia. La trovata, la chiave, il filo conduttore, in una parola il progetto, è già obsoleto. Se ne parla troppo, tutti dicono la loro, e allora ci si dedica come formiche operose al dilagare nei cosiddetti eventi collaterali, che spesso hanno un senso più evidente del filo conduttore della Biennale stessa.
Capita quindi di incontrare una sola vera opera d’arte, nella persona di Gillo Dorfles, scortato da Robert Storr e dal giovane Vincenzo Trione (che ne riferisce debitamente sul Corriere della Sera di sabato), nella doppia veste del critico-perplesso- e dell’artista, con una pittura e bella, e in qualche modo memore dei maestri di Forma1 degli anni Cinquanta. E che la gente lo voglia nell’inquadratura dei telefonini, anche suo malgrado, come succedeva con Tarantino in una Biennale cinema di qualche anno fa.
E allora, che dire della mostra principale (Illuminazioni) che non sia stato tutto detto? Che i tre Tintoretto sono una vera Illuminazione -in tutti i sensi- ma erano stati appena restaurati dalla soprintendenza e quindi meritavano di essere messi in mostra. Che Bice Curiger è deludente; perché dall’unica donna curatrice dal 2005, dopo le scatenate e almodovariane spagnole che scandalizzarono l’allora ministro Buttiglione con lampadari di tampax e scene di sesso cinematografico, russo e non, ci si aspettava un guizzo, un’idea, una riflessione persino.
E invece encefalogramma piatto, scopriamo tutti delle meravigliose ovvietà: 1. che gli artisti bravi continuano ad esserlo, con una predominanza preoccupante della Svizzera come luogo d’origine (ma quanti artisti ci sono in Svizzera?) con tre splendidi quadri animati di Pipilotti Rist. Poi ancora che Cindy Sherman è straordinaria, con una stanza a grisaille da cui emergono 4 grandi autoritratti, ma già lo sapevamo, infine che Sigmar Polke è stato un grande artista, ma già lo sapevamo. Ma anche che tutte le installazioni e i quadri delle corderie dell’arsenale sono niente rispetto a The Clock, film di 24 ore di montaggio di Christian Marclay in cui, in tempo reale, compaiono orologi che danno l’ora esatta della sala, e che a suo modo incentiva, oltre la ricerca dell’identità dello spezzone, la costruzione di una storia con infinite varianti, infiniti attori, musiche, facce, orologi. E infatti ha vinto il Leone d’oro, mentre la gente sprofondava nei divani con infinito sollievo e applaudiva Clint Eastwood che buttava via il sigaro, poi guardava l’orologio (le cinque e un quarto) e sparava a Volonté. E cinematografiche a volte erano le immagini degli artisti, come la copia del ratto di Proserpina del Giambologna in cera con la figura in cera dell’artista in combustione che ne favoriva lo splendido -letterario- scioglimento. E allora, ci si chiede, se un americano pazzo nato nel ’55, ricostruisce con miliardi di spezzoni con orologi una storia quasi plausibile in tempo reale, perché questa mostra è senza storia, senz’anima, senza progetto e senza ironia?
Così uno poi scopre che la fotografia è ancora la forma d’arte che ha un senso e che tutti amano e che l’artista più bravo è un sudafricano quasi ottantenne che presenta i ritratti in bianco e nero dei più vari delinquenti dei quartieri off limits di Johannesburg, ricostruendone labiografia. E che ancora fotografica è l’unicamostra che si salvi ( a cura di Italo Zannier) nell’indeterminatezza cacofonica della mostra di Vittorio Sgarbi, dove la bravura di Benedetta Tagliabue è stata messa a dura prova da una zuppa di colori sgargianti, da media eterogenei e fastidiosi, da scritte tricolori che gridano vendetta, dall’ artigianato siciliano di Salemi da gustare assaggiandolo (pani, limoni, sant’Agate etc.), dalla bulimia di Gaetano Pesce che non ha trovato di meglio che copiare una famosa idea di Fabro (che però l’appendeva a testa in giù) e crocifiggere l’Italia in cera rossa su un vero crocifisso di legno, vere panche di legno, vere candele da chiesa. Un orrore. Così come la trovata dei due nudi veri, ma con seni palesamente di plastica, sui troni plasticosi dei suoi famosi spaghetti. Unica pausa in tanto frastuono il sottoscala gentile e poetico di Maria Dompè, artista romana di grande intuizione e bravura. Mentre il magnifico quadro di Carla Accardi, così come i due bellissimi Perilli, diventano invisibili.
Va meglio nei padiglioni nazionali, dove il racconto, la storia , la fanno da padrone. Così Boltansky che costruisce una macchina in cui morte e vita si contaminano e la nascita è un nastro trasportatore in una macchina sferragliante colle foto dei neonati che nascono in un secondo. Così il padiglione giapponese che col tratto gentile dei manga ci avvolge nell’indeterminatezza dello tsunami che tutto inghiotte e fagocita. Così l’atleta americano che corre su un tapis rulant su di un carro armato rovesciato, metafora della fatica di Sisifo delle guerre americane del nostro tempo….
Rimangono gli eventi collaterali, dove la qualità la fa da padrone. Bravissimo Kiefer nella sua installazione di velari di piombo colorato nella Fondazione Vedova. Bravo Calzolari; troppo, in tutti i sensi, Schnabel, che dopo averci illuso con tre magnifiche opere site specific nel salone del Correr, prosegue con tutto il repertorio dai piatti in poi, con anche il ritratto della fidanzata vestita da sposa che nel quadro è identica a Frida Kahlo. Perfetto anche il piccolo omaggio all’intelligenza e alla bravura strafottente di Pino Pascali a ben quarantatre anni dalla morte.
Ma già dal quarto giorno di vernice, c’è da scommeterci, si parla della prossima biennale e il massiccio catalogo, come dicono gli americani dei giornali del giorno dopo, è buono per foderare il secchio della spazzatura, e viene dimenticato in orizzontale sullo scaffale.
 
SGRUNT a cura di Marco Maria Sambo
 
Critica militante
 Antonio Gramsci scriveva così nel 1917: "Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo del novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti (…)".
 
 Ho trovato questa bellissima frase –prima del secondo turno delle ultime elezioni 2011– sul Magazine di Architettura “Ymag” seguita da una presa di posizione netta e da un invito ad andare a votare per mandare a casa Berlusconi e tutte le liste che lo appoggiano. Penso che il breve documento –firmato da Luca Molinari, Anna Barbara, Milena Sacchi, Simona Galateo, Davide Gamba, Laura Maggi, Gaia Bianchini e Alessia Mendichi– rappresenti un atto simbolico di grande importanza (http://it.ymag.it/schede.asp?id=9356).
 
 La domanda sorge spontanea: cosa c’entra tutto questo con l’Architettura? Risposta: ve lo ricordate Bruno Zevi? Nota alla risposta: penso di sì. E dunque, seconda domanda: come può esistere una Critica d’Architettura che si disinteressa della Società Civile, che si preoccupa solo dei riccioli delle ArchiStar, che non si sporca le mani prendendo posizione, che non si schiera mai, che si chiude nel ventre rassicurante e ovattato di un’accademismo per il quale l’unico problema è stabilire se è più moderno il ricciolo di Koolhaas, Hadid o Gehry?
 Forse sarebbe il caso di tornare a sporcarsi le mani e prendere posizione, di tanto in tanto, come faceva Bruno Zevi che ci ha lasciato un grande insegnamento: non esiste Critica d’Architettura senza impegno civile.
 
 
MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi
 
Politica 2.0
Ho il piacere di invitarti alle presentazioni del mio volume Politica 2.0. Blog, Facebook, WikiLeaks: ripensare la sfera pubblica (Mimesis, Milano, 2011).
Il volume verrà presentato l’8 giugno ore 17.30 presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati (Palazzo Marini – Via Poli, 19 – Roma) da Vincenzo Vita, Alberto Marinelli, Filippo Rossi, Michele Prospero, Vittorio Zambardino, Stefano Rodotà.
E il 21 giugno ore 18 presso la Casa della Cultura di Milano (Via Borgogna 3 – Milano) da Carmen Leccardi, Antonio Caronia, Giuseppe Civati e Gianni Vattimo.
 
 
Stomaco Urbano
Una CRRSU-centrale di raccolta di residui solidi urbani- é paragonabile a un grande stomaco urbano: aspira i residui dal punto in cui sono stati originati, li ingoia, li separa e li compatta per poterli evacuare per mezzo di camion in diversi punti di trattamento, riutilizzazione e riciclaggio.
Aspirare e compattare sono le funzioni specifiche della centrale. Una grande aspiratrice riesce a introdurre i residui nella centrale per mezzo di un condotto, funzionando come un grande intestino urbano.
Le macchine compattatrici impacchettano i differenti residui in formati geometrici dal ridotto volume, funzionando anche come classificazione nel dare la possibilitá di differenziare il trattamento successivo ed il riciclaggio.
 
La centrale alloggia giganteschi artefatti meccanici- turbine, decantatori, compattatrici, filtri,…-tutti connessi allo stesso condotto dei residui: un tubo sotterraneo connesso con ogni abitazione: sfintere del quartiere.
 
Allo stesso modo dell’analogia biológica, lo stomaco, l’intestino e lo sfintere che si conformano mediante una geometria dipendente dal suo funzionamento e dalle esigenze del “flusso”, la CRRU obbedisce alle proprie esigenze funzionali, che derivano dal flusso e dalla meccanica.
In questo senso, il formato che adotta la centrale deriva dal suo funzionamento meccanico e dalle condizioni volumetriche e direzionali tanto dalle macchine, come dei flussi che racchiude. La geometria dell’edificio dipende del rivestimento degli organi e dei movimenti interni. Il contenitore si distorce per poter digerire la spazzatura, cosí come l’intestino.
 
Architettura Bio-Morfica
 
Una CRRU é un edificio pulito, capace di convivere con il resto delle funzioni cittadine; non é un edificio che si deve nascondere, anche se la maggior parte delle costruzioni di questo tipo, sono degli edifici industriali chiusi ed insensibili al suo ambiente […]
 
 
arch. Roberta Di Loreto
 
 
Antonio Fioravanti: connecting brains shaping the world collaborative design spaces
Il prof. Gianfranco Carrara insieme al gruppo di ricerca, di cui faccio parte, si è fatto promotore di portare a Roma la prossima conferenza internazionale della serie biennale EuropIA, la 13^, che si terrà nella Saletta affrescata del Chiostro della Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale in via Eudossiana 18 – Roma dall’8 al 10 giugno p.v.
Il tema della Conferenza è: "CONNECTING BRAINS SHAPING THE WORLD COLLABORATIVE DESIGN SPACES" e riguarda la progettazione collaborativa sia nel campo dell’architettura, sia in altri campi.
Il sito della Conferenza ove trovare ulteriori informazioni è:
 
Alfabetizzazione all’ecologia ed alla qualità dell’architettura
CONVEGNO INTERNAZIONALE 21 giugno 2011
Palazzo Vecchio,   Salone dei Cinquecento,   Firenze
Alfabetizzare significa “fornire strumenti elementari per comprendere”. Alfabetizzazione è solo un primo passo verso la conoscenza, acutamente definita “risorsa infinita” perché a differenza del petrolio, del suolo e di ogni altra, più la si diffonde, più cresce; nel darla non ce ne si priva, anzi si moltiplica anziché esaurirsi.
         “Alfabetizzazione ecologica ed alla qualità dell’architettura” lega due temi. Il primo ormai permea l’immaginario collettivo. Nell’ecologia si fonde un complesso organico di conoscenze ed ’“alfabetizzazione ecologica” è l’azione che introduce ai principi della scienza che studia le relazioni tra uomo ed ambiente. Il secondo -qualità dell’architettura- è incerto perché nell’immaginario collettivo il termine “architettura” è offuscato da equivoci formali e linguistici, sembra ridursi alla forma dei singoli edifici ed alla triade vitruviana, non è percepito come “trasformazione dell’ambiente fisico per contribuire a migliorare la condizione umana”. Inoltre la qualità dell’architettura coinvolge opinioni, giudizi critici, valutazioni diverse: ogni sua definizione è parziale, discutibile, contraddittoria, niente affatto oggettiva. Messi insieme ecologia e qualità dell’architettura affermano che la qualità degli ambienti di vita è innanzitutto nelle logiche di relazione e che quindi non può mai esaurirsi nei caratteri di singole parti. Cioè, insieme, ecologia e qualità dell’architettura delineano una tensione, utopica, ma da perseguire.
 
Obiettivi
          avviare un processo di alfabetizzazione all’ecologia ed alla qualità dell’architettura allo scopo di sensibilizzare i cittadini, in particolare i giovani, alla qualità degli ambienti di vita.
          coinvolgere attivamente gli utenti finali, i committenti e gli operatori, sia pubblici che privati, è il vero presupposto per la formazione di tecnici consapevoli, predisposti correttamente verso la cultura della sostenibilità e della biocompatibilità.
          istituire un tavolo tecnico permanente teso a legare ecologia e qualità dell’architettura perché la qualità degli ambienti di vita risiede innanzitutto nelle logiche di relazione: i singoli interventi edilizi non sono che frammenti dell’insieme e devono  dialogare positivamente con l’ambiente, il paesaggio e le “stratificazioni” della memoria collettiva che caratterizzano ogni luogo.
Finora hanno disponibilità: Umberto Galimberti, Vittorio Silvestrini, Massimo Cirri, Piero Funi, Carla Giusti, Filomena Maggino, Felice Spingola, Nino De Lorenzo, …, …
 
Strumenti attuativi 
          pubblicità comparativa
          moduli didattici
          documentazioni-video sulla formazione della domanda attraverso dibattiti/lezione ed interventi di persone chiave
          formazione di “programmatori”, figure interdisciplinari per la traduzione della domanda in programma di progetto.
 
Relatori
Alcuni dei protagonisti del rinnovamento europeo dell’architettura rivolta all’uomo e all’ambiente; funzionari pubblici che hanno intrapreso azioni concrete per una più alta qualità ecologica; esperti e progettisti che nel corso degli anni hanno messo a punto e verificato proposte progettuali per ambienti di qualità.
 
Target
Il convegno è rivolto a cittadini, educatori, professionisti, operatori per la progettazione e la pianificazione
 
PROGRAMMA
Saluti rappresentanti istituzionali    (Regione, Provincia, Comune; prof. F. Bandarin ADG Cultura UNESCO)
9,30 – 13,00
Fritjof Capra, fisico quantistico e fondatore del Center of Ecoliteracy, Berkeley
Joern Copijn, paesaggista della Casa Reale e Botanico, Utrecht
Federico Butera, docente di Fisica Tecnica Ambientale, Politecnico di Milano
Berthold Burkhardt, ingegnere, Università di Braunschweig
Gianozzo Pucci, ambientalista e comunicatore, L’Ecologist – Firenze
modera:    Massimo Cirri, psicologo e conduttore radiofonico
15,00 – 18,30
Lucien Kroll, architetto e urbanista, Bruxelles
Domenico De Masi, sociologo, Università La Sapienza, Roma
Andrea Margheri, editore, Milano
Massimo Pica Ciamarra, architetto e saggista, Istituto Nazionale di Architettura, Roma
modera: Luciano Scalettari, giornalista, Famiglia Cristiana
coordinamento: Witti Mitterer, cofondatrice Bioarchitettura®, Università di Innsbruck
Convegno organizzato da: Bioarchitettura®, INARCH e Provincia di Firenze
Traduzione simultanea Ingresso libero
 
XXI seminario internazionale e premio di architettura e cultura urbana 
Tema: COSTRUIRE NEL COSTRUITO. Architettura a volume zero
Luogo: CAMERINO MC – I – Palazzo ducale
Data: 31 luglio – 4 agosto 2011
Temi progettuali:
– Conservazione e rinnovamento dell’edilizia storica
– Riuso degli spazi urbani residuali e delle fabbriche dismesse
– Recupero e valorizzazione dei territori periurbani
Scadenze:
Per l’iscrizione al seminario 27 luglio
– Per l’iscrizione al seminario e partecipazione al premio 08 luglio 
 
Il Seminario di Camerino ha finalità formative, di aggiornamento e approfondimento nel campo della ricerca e della pratica, nel confronto fra Università, Professione e Società civile, con spirito libero e aperto al reciproco apprendimento. I temi proposti riguardano la trasformazione dei paesaggi costruiti alla ricerca della qualità architettonica e della sostenibilità ambientale.
 
TEMI DI PROGETTO E DI CONVERSAZIONE
Costruire nel costruito … costruire il presente sul passato, senza ipotecare l’avvenire, unendoli senza distruggerli entrambi. (A. Sartoris)
 
Conservazione e rinnovamento dell’edilizia storica
Costruire nel costruito non vuol dire rinunciare all’architettura anzi, è proprio dal confronto fra nuovo e antico che si enfatizza l’intensità espressiva dell’uno e dell’altro; sia negli interventi conservativi in cui prevale la cura nel salvaguardare i caratteri e le matrici formali degli edifici, con materiali, tipi e tecniche costruttive conformi, che nelle ristrutturazioni in cui presentare con sincerità forme, materiali e tecnologie proprie della contemporaneità come espressione di una rinnovata urbanità, comunque in equilibrio con il paesaggio urbano conformato.
In entrambi i casi resta determinante la capacità di intervenire, da un lato, senza forzatura delle capacità prestazionali degli edifici storici e delle loro qualità architettoniche, dall’altro, senza mimetismi ma sviluppando una logica costruttiva compatibile, in grado di dialogare con le preesistenze.
 
Riuso degli spazi urbani residuali e delle fabbriche dismesse
La chiusura di attività produttive ha lasciato spazi abbandonati al degrado: dalle fabbriche ottocentesche, ricche di memorie storiche, con le residenze operaie ancora abitate a quelle del più recente periodo industriale, più decentrate e disabitate. In ogni caso esse rappresentano una opportunità per nuove forme di convivenza urbana oltre che per più motivate ragioni costruttive dell’architettura: funzioni produttive tradizionali e innovative, nuovi modi di abitare e di lavorare all’interno di inediti spazi rigenerati, rispondenti alla domanda della multiforme società contemporanea; spazi verdi, piazze, luoghi di incontro, di svago e di cultura. L’occasione di innestare inaspettate funzioni pubbliche e collettive nel tessuto urbano più marginale offre una speranza di aggregazione e di integrazione della attuale società multietnica e un principio fondativo per la città futura.
 
Recupero e valorizzazione dei territori periurbani
Negli ultimi decenni indistinte agglomerazioni edilizie si sono depositate al suolo come una coltre di detriti, sfrangiate lungo le infrastrutture o disperse in enclave nelle campagne. I territori agricoli periurbani sono stati oggetto di speculazioni fondiarie sia private che pubbliche con la continua urbanizzazione di nuove aree o considerati come riserve in cui scaricare le funzioni sgradite e i problemi irrisolti delle città.
Il tema che si pone è di recuperare i valori del contesto rurale con funzioni idonee alle proprie caratteristiche, incentivando l’uso agricolo e forestale dei suoli. Il processo di recupero e valorizzazione delle aree periurbane dovrà tendere a fornire servizi rurali alle comunità urbane in termini di attrezzature culturali e per il tempo libero oltre ai prodotti da coltura biologica a Km zero, in una logica di relazioni a rete, in cui i territori periurbani riacquistino la forza di contrastare la loro occupazione indiscriminata.
 
PROGRAMMA
Le giornate di studio comprenderanno sessioni con brevi relazioni programmate, comunicazioni e conversazioni interdisciplinari alternate a laboratori all’interno dei quali tutti gli iscritti potranno presentare i loro lavori e confrontarsi sui diversi aspetti dei temi progettuali proposti. Sarà allestita la mostra delle opere presentate dai partecipanti al premio con relativo catalogo a diffusione interna.
Nella giornata conclusiva, saranno assegnati gli attestati di partecipazione e i premi CAMERINO 2011.
Come sempre il seminario comprenderà la Festa camerte dell’Architettura con eventi d’arte, allestimenti e incontri conviviali.
Una monografia del seminario sarà pubblicata su ARCHITETTURA e CITTÀ, Di Baio Editore.
 
 
 
Intervista ad Antonio Tursi su Politica 2.0
Antonio Tursi, Politica 2.0. Blog, Facebook, WikiLeaks: ripensare la sfera pubblica, Mimesis, Milano, 2011, pp. 200, euro 16, pref. di Stefano Rodotà
 
1) Qual è la principale motivazione che ti ha spinto a scrivere “Politica 2.0”?
 
Oggi tutti dicono che la politica è in crisi. Giusto. Alcuni si spingo a dire che è finita. Ma forse ne abbiamo ancora bisogno. Forse ne hanno ancora e soprattutto bisogno i tanti giovani precari o gli esclusi dai processi di modernizzazione. Allora non serve diagnosticarne la crisi senza pensarne le possibilità di rilancio. Rivedere alla luce del nuovo scenario mediale un concetto chiave della politica moderna, quale quello di sfera pubblica, il campo nel quale si svolgono i confronti e gli scontri tra i diversi interessi sociali, mi è parso un modo per portare un contributo alla pars costruens che il pensiero politico dovrebbe urgentemente proporre.
 
2) Per rivedere il concetto di sfera pubblica esplori nel tuo volume diversi temi, dalle soggettività cibernetiche alle istituzioni neomedievali. In particolare, ti soffermi sugli spazi in cui attualmente si svolge l’azione politica.
 
È cambiato il nostro modo di percepire lo spazio rispetto a qualche decennio fa. Già con la televisione siamo andati oltre il senso del luogo. Ora con la Rete ci proiettiamo in uno spazio globale delle informazioni e delle emozioni. Questa nuova realtà è dispiegata capillarmente nei nostri tradizionali spazi quotidiani: oggi noi viviamo in una mixed reality, una realtà che fonde e confonde tradizionali spazi abitativi e ciberspazio. I giovani tunisini e egiziani hanno potuto invadere le tradizionali vie e piazze delle loro città utilizzando le più recenti tecnologie di comunicazione. Anche l’architettura ha subito una svolta digitale non solo nella pratica del progetto ma anche nella fase di ideazione: si sono affermati concetti come liquidità, metamorfosi, blob, pelle.
Naturalmente, come tutti i processi anche quelli legati agli spazi non sono esenti da rischi e controtendenze: oggi molte metropoli vedono crescere gli spazi separati (gated communities, bidonville) anziché gli spazi pubblici e di condivisione. Ma proprio per questo è grande la responsabilità di architetti e urbanisti nella ridefinizione dello spazio pubblico.
 
3) A chi principalmente consigli la lettura di questo libro?
 
Cito la richiesta che mi è giunta qualche giorno fa da una persona competente e appassionata: “A partire da una piattaforma come questa, credo che sia imprescindibile una tua presa in carico della politica molto più di quanto non faccia ora. Dovresti far leggere il tuo libro a tutti i politici della sinistra, che invece mi sembrano non capire quello che succede anche quando vincono. Occorre rimpinguare e rinnovare la cassetta degli attrezzi, e questo tuo libro offre suggerimenti preziosi sul come”.
 
4) Segue ora una domanda che prevede perfidia telegrafica nella risposta: a chi lo sconsigli?
 
A chi ha posizioni consolidate da mantenere e per il quale ogni novità sociale deve essere disinnescata nel suo potenziale di rinnovamento e ricondotta alle vecchie categorie che fanno comodo per mantenere lo status quo.
 
 
Il volume verrà presentato l’8 giugno ore17.30 presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati (via Poli, 19 – Roma) da Vincenzo Vita, Alberto Marinelli, Filippo Rossi, Michele Prospero, Vittorio Zambardino, Stefano Rodotà.
E il 21 giugno ore 18 presso la Casa della Cultura di Milano (via Borgogna 3 – Milano) da Carmen Leccardi, Antonio Caronia, Giuseppe Civati e Gianni Vattimo.
 
Lettere spedite a: l.prestinenza@libero.it
 
Andrea Costa: Salviamo l’architettura italiana del secondo novecento
Egr. arch. Prestinenza,
Le invio di seguito un appello per la salvaguardia dell’architettura italiana del secondo ‘900, messa a rischio dalle recenti modifiche al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (avvenute per Decreto Legge, senza dibattito parlamentare e senza che venisse approvata la normativa sulla Qualità architettonica attesa dai tempi della DARC…).
Su questo tema, che prima ancora che di natura giuridica è culturale, sarebbe molto utile un confronto a partire dalla vostra Newsletter.
E’ assurdo che dopo anni di dibattiti, mostre, pubblicazioni sull’architettura del secondo ‘900, il risultato è la sua improvvisa sottrazione dalla tutela. Quello che sembrava un patrimonio culturale condiviso è di nuovo in pericolo.
Le chiedo inoltre se potete fare circolare la petizione.
Grazie
Andrea Costa, Milano
 
Il Decreto Legge pubblicato sulla G.U. del 13 maggio 2011 (Semestre Europeo – Prime disposizioni urgenti per l’economia)ha introdotto una serie di modifiche al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, tra le quali si segnala l’innalzamento del limite della tutela per legge degli edifici pubblici e assimilati da 50 a 70 anni.
In questo modo un periodo fondamentale della storia dell’architettura viene sottratto alla tutela. Una molteplicità di opere di autori quali Gardella, BBPR, Libera, Moretti, Quaroni, Scarpa, Michelucci, solo per citare i nomi più noti, che sono la testimonianza materiale della ricostruzione e rappresentano l’originale via italiana all’architettura moderna oggi rischiano di essere manomesse o demolite.
Vi invitiamo a sottoscrivere entro il prossimo 12 giugno 2011 l’appello che trovate pubblicato sul link: http://www.petizionionline.it/petizione/salviamo-larchitettura-italiana-del-secondo-novecento/4205 che illustra in dettaglio le criticità di ordine culturale e giuridico contenute nel Decreto, che presenta inoltre gravi conseguenze anche dal punto di vista della tutela del paesaggio.
Le firme raccolte saranno trasmesse al Ministro per i Beni e le Attività Culturali, on. Giancarlo Galan, affinché nell’imminente dibattito parlamentare per la conversione in Legge del Decreto, siano eliminate dal testo tutte le modifiche al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
Fate girare questo appello
 
Il Politecnico trucca i bandi?
La facoltà di architettura di milano, architettura e società, indice i bandi per incarichi esterni che, com’è noto, servono alla valutazione comparativa per assegnare i corsi vacanti. Bene, il bando scade il 6 giugno ma un file in nostre mani sembrerebbe indicare che tanti posti sono già stati "assegnati"….
Ovviamente ciò contravverrebbe alle leggi e allo stesso regolamento del politecnico.
La magistratura è già stata informata.
La terremo aggiornato.
AlessandroDolci
 
Appello per il Palazzo ex Enel di Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano
All’arch. Salvatore Buonomo Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Bari, Barletta – Andria – Trani e Foggia BARI
Alla dott.ssa Isabella Lapi Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia BARI
«L’Università degli studi di Bari sta per ristrutturare il palazzo ex Enel in via Crisanzio. L’edificio potrebbe subire profonde e irreversibili trasformazioni, annunciate dal progetto definitivo approvato dalla commissione edilizia dell’Università nella riunione del 27 aprile 2011 e quindi dal Consiglio di amministrazione, il 3 maggio 2011. Il Palazzo ex Enel (originariamente Sgpe), progettato nel 1957 dagli architetti Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano, è una delle più importanti testimonianze dell’architettura del Novecento realizzate a Bari, con indiscutibili motivi di interesse non solo architettonico, ma anche urbanistico, storico e artistico. Ne sono prova il Premio InArch e la precoce pubblicazione su riviste di architettura e gli scritti critici di Bruno Zevi e Vittore Fiore su Architettura Cronache e Storia, L’Espresso, La Gazzetta del Mezzogiorno. L’opera è compresa tra le 60 architetture di qualità censite dal Politecnico di Bari in un catalogo acquisito dal Comune di Bari, depositato presso il Museo Civico e pubblicato nel volume Atlante del ‘900. Per la tutela dell’architettura contemporanea a Bari (Laterza ed.). Alla attività dello studio Chiaia & Napolitano e quindi anche al palazzo Enel che ne costituisce uno dei momenti di più felice espressione è stata dedicata nel gennaio 2010, nell’archivio di Stato di Bari, la mostra Costruire il moderno. Il palazzo Enel costituisce il primo esempio a Bari e nell’Italia meridionale in cui viene adottata la parete a courtain-wall. Per questi motivi e considerato il pericolo imminente che l’edificio subisca irreversibili modificazioni, fino alla perdita del bene culturale e alla perdita di un pezzo importante della storia e della cultura della Città, i sottoscritti chiedono che la Soprintendenza ai Beni architettonici e del Paesaggio di Bari, Barletta-Andria-Trani e Foggia e la Direzione regionale per i Beni culturali della Puglia appongano con urgenza il vincolo di tutela, ai sensi del Codice dei Beni culturali.
L’appello è sottoscritto da: Dino Borri (professore ordinario di Pianificazione territoriale, Politecnico di Bari) Antonella Calderazzi (professore associato di Architettura e Composizione architettonica, Politecnico di Bari) Arturo Cucciolla (professore di Storia dell’Architettura contemporanea, Politecnico di Bari) Francesco Moschini (professore ordinario di Storia dell’Arte e dell’Architettura, Politecnico di Bari; segretario generale dell’Accademia Nazionale di San Luca, Roma) Lorenzo Netti (professore di Disegno e Composizione dell’architettura, Politecnico di Bari) Rossella Ressa (capo delegazione del Fondo per l’Ambiente Italiano di Bari) Liliana Spagnolo (presidente di Italia Nostra, sezione di Bari) Nicola Signorile (critico dell’architettura) Elvira Tarsitano (presidente della Consulta comunale per l’ambiente) Carmelo Torre (presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, sezione Puglia).
 
Christian Rocchi: Premi Inarch Ance e il disastro del sud
Caro Luigi, prendo spunto da una parte del titolo "Premi Inarch Ance e il disastro del sud" tralasciando il premio Inarch Ance, che mi sa di grottesco per le motivazioni da te evidenziate (come si fa a dare un premio ad una committenza che sperpera i suoi soldi?) e perche’ questo mi genera acidita’ di stomaco, mentre cio’ che mi ha sempre colpito e’ il disastro del sud. E nel sud ci attaccherei anche il centro.
 
Un disastro? O un autolesionismo cieco? La cosa pubblica in molte regioni del centro-sud e’ vista come una terra di conquista. La cosa pubblica, poiche’ di tutti, non e’ di nessuno e quindi posso fregarmene. Posso lottare con gli altri per averne almeno un pezzo, accetto le regole della conquista. Raccomandazioni di varia provenienza.
 
Qualita’?, Professionalita’? Merito? Trasparenza? Niente, niente, niente, NIENTE!
 
E’ un panorama desolante. Non c’e’ solo la questione della distribuzione dei vari appalti di servizi in modo pressocche’ discrezionale, c’e’ un forte fondo dilettantismo nella gestione degli stessi, non c’e’ programmazione, c’e’ un pressoapochismo che lascia senza parole.
 
Non c’e’ una visione ampia, non ci sono obiettivi che non siano dettati da interessi biechi. Si e’ alla deriva. Sembra che si sia troppo occupati a correre appresso agli eventi cercando di fare una politica populista per creare consensi facili che pero’ non portano ad una valorizzazione anche economica delle risorse territoriali.
 
Ho letto da poco una lettera disperata di un abitante di Melilli. Melilli , Priolo, Augusta sono paesi siciliani rovinati dalla cecita’ dei politici dove il tasso di mortalita’ per tumori e’ maggiore del 15% / 20 % rispetto al tasso medio nazionale.
Per chi ha voglia di leggersela
 
Puo’ questo essere chiamato sviluppo territoriale? Puo’ essere chiamata ricchezza?
 
Stridente e’ poi vedere come alcune zone di Augusta, quelle volte verso Catania sono una meraviglia della natura, ancora piu’ stridente sentire parlare alcune persone del luogo delle zone dove sono sorte le industrie varie che sembra producono morte, nate in prossimita’ di zone tipo l’isola Magnisi (dove sembra siano sbarcati i primi greci che poi fondarono Siracusa).
 
Fa pena ammettere che per questi luoghi non c’e’ speranza. 
 
L’unica soluzione e’ quella di sempre: l’emigrazione. Oggi anche chi ha avuto la fortuna di studiare e di prendersi un titolo di laurea, se ne va.
 
Se ne va con il cuore in gola. 
 
Ed il politico allora analizza la situazione e dice: "questa questione dei ragazzi che si laureano e se ne vanno e’ una vergogna perche’ l’Italia ha investito sulla loro istruzione! " Non solo, ci dicono anche che se non troviamo lavoro nel campo per il quale abbiamo studiato per 10 anni (almeno tra liceo e universita’), allora non dobbiamo essere altezzosi e dobbiamo lavorare in quei campi manuali dove c’e’ tanta possibilita’ di impiego
 
Allora sorge forte un grido che e’ inarrestabile sale forte e si espande:
 
¡¡¡¡¡¡¡¡    V       A        F       F       A      N      *      *     *      *     !!!!!!!!!!
 
Per quei dementi di politici che ancora non l’abbiano capito il "BRAINS DRAIN" (i cervelli che se ne vanno) non e’ un problema, ma un effetto: effetto della loro mala gestione, effetto della loro inefficienza, effetto della loro inutilita’ !!!!!!!!!!!!!!
 
Ma le radici rimangono, quelle nessuno potra’ estirparle
 
IL CUORE RIMANE IN ITALIA, IL CERVELLO SE NE VA.
 
Chiudo invitandovi a dare un’occhiata allo studio sotto riportato e a riflettere se il problema siano i nostri giovani che se ne vanno o i nostri politici che, per nostra disgrazia, rimangono!
 
Lo studio europeo basato sull’analisi di quattro fattori (corruzione, stato di diritto, efficacia del governo e voce e affidabilità) ci relega in coda alla lista dei paesi europei:
 
"Based on these four dimensions, the study identifies three distinct groups:
(1) Denmark, Sweden, Finland, Netherlands, Luxembourg, Germany, Austria, U.K.and Ireland have a consistently high quality of government. 
 
(2) France, Spain, Belgium, Malta, Portugal, Cyprus, Estonia and Slovenia have a moderate quality of government.
 
(3) The Czech Republic, Lithuania, Hungary, Slovakia, Poland, Latvia, Greece, Italy, and especially Bulgaria and Romania have a lower quality of government."
 
Ma insieme ci dice, quello che gia’ sapevamo, che c’e’ una forte differenza tra le modalita’ di gestione tra i territori del centro-sud e del nord, e che 
la situazione del Lazio non e’ poi cosi differente, come si evince dallo studio europea.
 
———->sempre per chi abbia vogli dia approfondire
christian rocchi
 
Rodolfo Corrias: Un collasso piu’ grave di quello di Pompei
La distruzione “annunciata” del portale seicentesco del Girolamo Rainaldi presso le mura dei francesi (via dei laghi) in ciampino (roma).
 
Desidero insistere e far eco nel segnalare quanto è occorso in Ciampino (Roma) nella notte tra il 28 aprile ed il 29 aprile ricorrenza di Santa Caterina da Siena. Un bellissimo Portale direi non solo dell’area romana o laziale, ma del nostro Paese, di fattezze architettoniche straordinarie, realizzato in gran parte con il peperino grigio delle cave di Marino (Roma), oltre che di calcestruzzo riempitivo interno, (materiali questi privilegiati nell’architettura degli antichi romani). Tale mirabile Portale dovrebbe risalire alla prima metà del ‘600, o addirittura nel tardo ‘500, seppure una data ivi incisa ne indichi la realizzazione nella fine del ‘600. Quest’architettura é collassata miseramente in una miriade di pezzi, pezzettoni e pezzettini, disgregandosi, facendo confusione nelle rovine degli stemmi, dei pinnacoli, delle volute in peperino, con rischio che dei trafugatori compiano il resto della distruzione ormai in atto.
Risulta che la Soprintendenza ai Beni Architettonici del Lazio che ereditava dalle precedenti strutture Ministeriali della P.I. l’apposizione già negli anni ’30 del vincolo totale di questo Portale, avesse, di recente, intimato al proprietario privato di intervenire con lavori di preservazione statica su questo bene culturale che era intero ma in stato di pessima stabilità per cui in serio pericolo di crollo, per poterne in via preventiva evitarne il collassamento ed anche l’ulteriore degrado. Tale missiva ufficiale è stata inviata per conoscenza al Comune di Ciampino con preghiera della messa in sicurezza dell’opera.
C’è stata invece, solo una forte attività con impegno serio stavolta, solo di preoccuparsi di rendere edificabile l’interno di quell’area corrispondente alla tenuta dei "Principi Colonna di Marino", (la tenuta da tempo non appartiene più alla casata Colonna) in accordo pare, con i vari proprietari dei lotti ivi compresi; senza tenere in alcun conto dell’immensa preziosità pubblico-ambientale-storico-culturale dell’area, per contro, nulla si è fatto invece, per la salvaguardia di quel Portale, che, appunto nel giorno 29 aprile è andato miserabilmente in rovina. Nulla si sta facendo del resto nemmeno per i due straordinari Casali, i quali credo, risalgano per la peculiare struttura muraria ed edificatoria: il primo, detto dei Colonna (poi Severa) alla seconda metà del 1300, ed un secondo più moderno che potrebbe essere coevo per stile con il Portale, cioè, la prima metà del ‘600. Si segnala ancora, che si corrono, dato l’abbandono e quindi la mancanza di manutenzione, che anche per questi pregevoli Casali, il ripetersi di analoghi rischi di imminente distruzione (forse sperata).
A dispetto e per noncuranza culturale, non si pensa dunque alla salvaguardia dell’intera area della Tenuta che è una realtà preziosa complessiva ed unitaria, ma viene da pensare che si abbia cura solo per gli affari che ne deriverebbero rendendola edificabile, anche a prezzo del deturpamento ambientale e culturale di questo magnifico contesto irripetibile.
Alcuni cittadini di Ciampino hanno rilevato uno strano atteggiamento di un precedente Direttore regionale del Lazio che, in contraddizione rispetto a quanto richiesto da vari organismi di tutela e dalle associazioni che auspicavano e chiedevano l’apposizione del vincolo totale su tutta l’area, questi, riduceva il vincolo ad una serie minima di particelle catastali, solo quelle più vicine al detto Portale, ai due Casali, che in realtà sono anche tre perché ne esiste un altro, detto nelle cartine del primo novecento dell’IGM, Casale dei Francesi, in posizione d’angolo fra la via dei laghi e la via dell’Ospedaletto che conduce ad un altro Casale più distante ma al di fuori della tenuta, il quale è stato "restaurato", nel senso anomalo e corretto del termine avendo questo, perduto fra l’altro, per procedure non corrette di salvaguardia, tutte le sue prerogative affascinanti, originarie di Casale antico, detto quest’altro il "Casale dei Monaci".
In merito il dottor Carlo Morganti, medico, che si distingue in maniera eccelsa fra i cittadini di Ciampino per la straordinaria sensibilità rispetto ai valori artisti, storici, architettonici ed ambientali di questo magnifico territorio di Ciampino, (che ha nel suo perimetro, persino un tratto magnifico della "Regina viarum", l’Appia Antica! all’interno del quale si segnala il tempio dell’imperatore Galieno, anch’esso in condizioni fatiscenti e di pericolo), pare abbia segnalato alle autorità competenti tale strano ed "ingiustificato" atteggiamento almeno dal punto di vista della corretta tutela e della salvaguardia dei beni culturali.
A tutto questo si deve aggiungere che, a pochi metri del Portale del Rainaldi brutalmente collassato per incivile incuria e, quindi per indiretto dolo, e sempre a ridosso delle mura e del sito, si trova una minuscola chiesetta che affaccia con il suo prospetto di entrata verso la via dei laghi e, sembrerebbe che in giorni precedenti al fracassamento del vicino Portale la porta lignea sia stata inspiegabilmente aperta da ignoti, non si sa per quale ragione. Infatti, il solerte mio collega del MiBAC appartenente alla Direzione Beni Artistici e Storici ed Etnoantropologici del Lazio dottor Mario Caddeo che è il funzionario di zona ha avviato celermente le prime azioni di salvaguardia che rientrano nella sua funzione fra cui l’interessamento della tenenza dei carabinieri di Ciampino per poter così avviare le più immediate azioni di difesa in particolare dell’incredibile dipintura murale, ivi raffigurante la "Mater Dei" di autore, per ora sconosciuto, non solo ai cittadini ciampinesi ed alle relative pubblicazioni storiche edite in loco, ma anche, sembrerebbe agli studiosi. Detto dipinto murale è di arte moderna e risalirebbe, interpretando difficoltosamente le foto delle scritte ormai opalescenti all’anno mariano 1954 indetto da Papa Pio XII per il centenario del dogma dell’Immacolata Concezione sancito da Papa Pio IX.
Dato che in questo territorio sono ormai una decina d’anni che un gruppo sensibile di cittadini si sta prodigando anche per l’acquisizione sociale del magnifico comprensorio architettonico dell’ex "Collegio Sacro Cuore di Gesù" che si diparte dalla Piazza centrale ovale di Ciampino originando il particolare assetto urbanistico radiocentrico della progettata Città di Ciampino, che sarebbe dovuta essere secondo le buone intenzioni di allora la ben nota, ma dispregiata da tutte le amministrazioni comunali succedutesi, "Città giardino" e, non si capisce perché l’Amministrazione comunale appena uscente, abbia esitato sino al non voler mai modificare una vetusta ed irresponsabile variante al P.R.G. che trasformava tale area da zona originaria di servizi in edilizia privata e, perché la magistratura amministrativa (TAR e CONSIGLIO DI STATO) si sia così accanita contro la validità del vincolo totale di quest’area. Vincolo che trovava e trova più che mai avvallo oltre che dai tecnici esperti della Soprintendenza ai Beni Architettonici del Lazio da conosciutissimi esperti architetti, storici dell’arte e restauratori fra i quali: il professore emerito di Storia e critico dell’arte Maurizio Calvesi, la dottoressa Augusta Monferini, già Soprintendente alla GNAM, di Roma, il dottor Mario Ursino, vice Soprintendente della GNAM, Roma; l’esimio Professore della cattedra di restauro architettonico e valente esperto in campo nazionale ed internazionale, Paolo Marconi; l’esimio Professore Giorgio Muratore titolare della Cattedra in Storia dell’arte e dell’architettura contemporanea e di Storia dell’architettura contemporanea, grande combattente in campo della salvaguardia e socio onorario di Italia nostra; il conosciutissimo a livello internazionale cattedratico Professor Paolo Portoghesi, l’esimio Professore Benedetto Todaro, allora Presidente del Corso Magistrale in architettura Unione Europea, e, successivamente al vincolo poi anche Preside della Facoltà di Architettura di Valle Giulia di Roma; il Professor ed ingegner Giancarlo Cosenza docente presso la Facoltà di ingegneria di Napoli e figlio di Luigi, autore del progetto di ampliamento della GNAM di Roma; il Professor Architetto Renato Nicolini che è stato famoso assessore alla cultura del Comune di Roma ed inventore dell’Estate romana, nonché successivamente assessore alla cultura del Comune di Napoli; e tantissimi altri esperti a livello universitario; l’allora funzionaria architetto del MiBAC Laura De Lorenzo che con il sottoscritto, restauratore del MiBAC provvidero al coordinamento del relativo testo fra i vari sottoscrittori, inviato a tutte le autorità interessate, primo fra tutti l’allora Ministro dei Beni Culturali.
Questo territorio di Ciampino, possiede, fra le altre, anche una antichissima Mola, detta dallo scrivente la ex "Torre, Mola Cavona" risalente all’anno 1000, vicino vi sono i lacerti dei ruderi di due mole più piccole, tutte in grave stato di oblio ed abbandono noncurante.
Non lontana si erge, ancora, la Torre dell’acqua sotterra, medievale ma di origini romane, che assiste sotto al suo severo quadrato sguardo all’imperversare edilizio che mangia letteralmente, giorno dopo giorno un tratto esemplare dell’Agro Romano.
Parliamo pure della splendida ed importante Villa di Voconio Pollione, già messa in forza dagli scavi seicenteschi e settecenteschi, poi dai loro proprietari terrieri, dalle recenti incalzanti strutture. La massiccia e pesante, e, ritengo inappropriata per il contesto di agro romano della edificazione "moderna" dei carmelitani che insiste in maniera mortificante verso l’eccelso “Casale cinquecentesco della famiglia Maruffi”. Poi anche la sfacciata e non ben valutata volumetricamente e coloristicamente costruzione del Liceo Volterra che si presenta come un’architettura di serio impatto ambientale, non dialogante rispetto all’intorno, per carità volendone pure considerare la incontestata utilità sociale e culturale per la cittadinanza di questo fabbricato.
Non ultima la costruzione recentissima di opinabili e ritengo urbanisticamente inopportune case di civile abitazione all’altezza dell’ex passaggio a livello che, soffocano un antico casale che andrebbe vincolato e che già deturpavano con la loro costruzione le magnifiche mura de li francesi che dirimpetto recingono la detta tenuta dei "Principi Colonna" nonché l’ormai diruto Portale. Si ricorda che qui avvenne la decisiva e cruenta battaglia, vinta dal condottiero che creò la prima milizia di mercenari costituita da soli italiani, la Compagnia di San Giorgio, Alberico Vestri Barbianii, conte di Barbiano, Lugo, Cunio e Zagonara. Egli fu chiamato a tale incarico dal Pontefice italiano Urbano VI e Santa Caterina da Siena. Pontefice questo che contribuì, su incitazione proprio di Catarina a ristabilire la residenza dei Papi a Roma dopo decenni di residenze papali in Avignone e, quindi fece fronteggiare l’antipapa savoiardo francese, l’ex cardinale di Ginevra divenuto per elezione dei soli cardinali francesi nel conclave illegittimo di Fondi, l’antipapa Clemente VII con le sue truppe franco bretoni, nonché le truppe dell’antico Signore di Marino l’Orsini con l’appoggio del Cajetani, Conte di Fondi. L’abilissimo ed esperto condottiero Alberico da Barbiano, dopo oltre 5 ore di nefasta ed incruenta battaglia ebbe ragione de li francesi, da cui deriva il nome delle mura e la omonima via presso la tenuta poi divenuta Colonna, nuovi Signori di Marino. La battaglia si svolse il 30 aprile 1379. Non è forse un caso che il Portale sia collassato nel giorno in cui ricorreva Santa Caterina da Siena che aveva a cuore le sorti del papato romano!? Il 29 aprile! E non è forse un caso che il giorno successivo 30 aprile ricorreva San Pio V, papa domenicano come Santa Caterina da Siena che guarda caso diede nel 1561 il comando a Marcantonio Colonna Signore di Marino delle Galee pontificie nella alleanza contro la flotta ottomana nella battaglia vittoriosa di Lepanto!?
A molti personaggi non interessa la storia, per loro l’attività preminente è il conteggio dei metri cubi edificabili a dispregio di ogni ragione ambientale e di ogni cultura.
Osserviamo dunque in quest’area delicata urbanisticamente e di alta valenza storica, l’orribile impatto dovuto a causa dell’eccessivo impiego a faccia vista del cemento armato adoperato per la costruzione del sottopasso e del muro cementizio, di contenimento della nuova strada che accompagna l’orribile tratta ferroviaria, che era meglio interrare. Mura cementizie orribili. Interventi edilizi massivi avvallati in una città ormai al limite della sopportazione urbanistica di barriere di cemento armato, citate da Celentano nella via GlucK, che richiamano alla memoria (forse esagerando?) i nefasti campi di concentramento spinati del regime nazista. Tali muraglie cementizie alte o basse che siano, sono sfacciatamente fuori contesto, stonano. Esse si notano anche all’acqua acetosa e violentemente ora a ridosso della ex Torre Mola Cavona, ormai oltraggiata ed abbandonata ai rovi ed alla terra di risulta ed alle immondizie, colà sospinta nel recente cantiere stradale regionale della via doganale. Tornando al Portale non si può nemmeno escludere che le intolleranti e poderose vibrazioni prodottesi nel cantiere del sottopasso ed anche del cantiere delle poco apprezzabili fondazioni delle (forse inutili) nuove case lì dirimpetto alla tenuta Colonna abbiano decisivamente contribuito all’aggravarsi delle già serie lesioni presenti sullo storico Portale.
In considerazione del fatto che il grave collassamento indirettamente doloso del fantastico Portale seicentesco di ingresso principale alla tenuta dei "Principi Colonna" sulla via dei Laghi in Ciampino a Roma, risulta ormai essere il più grave fatto di incuria ai beni culturali in Italia, diciamo pure anche in Europa, nella sola ed evidente considerazione che il fatto occorso a Pompei riguardava semplicemente una "moderna" struttura cementizia ormai ammalorata che poco e niente ha causato alla parte archeologica sottostante, mentre qui a Ciampino si è distrutto per grave incuria e per pessima vigilanza una vera è propria pre esistenza barocca di altissimo valore culturale sia dal punto di vista architettonico che del Paesaggio storico consolidato, nonché della memoria della collettività così barbaramente violentata.
In sintonia con il documento che firmarono anni fa gli intellettuali e che il sottoscritto fece co-firmare dalla Sezione di Italia Nostra di Roma, (da cui nasceva fra l’altro un altro importante Comitato per la Salvaguardia del Complesso “Luigi Cosenza” di ampliamento della GNAM di Roma), già negli anni 2003-2004, documento, in cui si faceva cenno ad una reminiscenza di nuovi lanzichenecchi che agiscono indisturbati nel nostro Paese, possiamo oggi pensare probabilmente esservi un problema di incompetenza dell’attuale politica a largo raggio, di malcostume a carico di alcuni influenti personaggi di molti organi pubblici che dovrebbero garantire la Salvaguardia dei Beni, sempreché non vi sia un diabolico disegno di indebolire le strutture preposte di controllo, rendendole inefficaci a causa della scarsità di mezzi stanziati, materiali e personale ormai nella quasi totalità molto invecchiato ed ai cui pensionamenti non seguono più nuove assunzioni, peraltro necessarie, proprio per cui siamo tentati ormai di pensare: al fine di poter dare libero, incontrastato, ed indiscriminato sfogo speculativo volto alla distruzione del preziosissimo territorio Italiano.
Si fa appello con grida accorate, in particolare all’onorevole Signor Ministro per i Beni Culturali Giancarlo Galan, dunque anche alle varie personalità che leggono, che siano esse di potere e/o di cultura, affinché ognuno ritenga doveroso di voler intervenire a seconda della propria competenza a sostegno ed a risoluzione di quanto avviene a Ciampino contro i Beni culturali e contro l’ambiente, in primis per un rapido finanziamento della raccolta ed inventariazione dei pezzi superstiti del Portale Colonna seicentesco, necessari per il ripristino in fedele anastilosi. Poi il recupero alla cittadinanza del prestigioso complesso del Sacro Cuore di Gesù, che come prima idea di salvaguardia (2003) si chiedeva fosse destinato alla creazione della prima facoltà universitaria di restauro di beni culturali, poi questo primato, causa apatia romana, preso da Venaria reale in Torino.
Gli scempi non avvengono solo a Ciampino, possiamo dire con constata amarezza, essi dilagano in tutto il nostro incantevole territorio nazionale ed a danno dell’immenso patrimonio artistico-storico-ambientale della Patria che celebra il 150° di unità e purtroppo di incivili rovine prodotte da un insano, ignorante e disordinato egoistico affarismo da strapazzo, che a queste rovine culturali prodotte non può altro che far seguire, se tale processo incivile non venisse fermamente e rapidamente arrestato, una rovina più generale delle nostre istituzioni e del nostro, amato Paese.
 
Rodolfo Corrias
Segretario Territoriale aggiunto di Roma della FPS CISL Beni Culturali. 
Responsabile della conservazione e del restauro di opere scultoree della Soprintendenza GNAM, Roma del MiBAC.
 
Bozza dell’8 maggio 2011, inviato il 23 maggio 2011
 
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1 Comment

  1. vandelli marcello 04/05/2018 at 15:20

    Concordo pienamante

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