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Biennale ILLUNInations- Venezia 2011

di Antonella Greco






La vigilia della Biennale è come quella di Natale: un’attesa spasmodica del regalo, della sorpresa che emerge dalla carta. Si aprono i cancelli… e la Biennale è già vecchia. La trovata, la chiave, il filo conduttore, in una parola il progetto, è già obsoleto. Se ne parla troppo, tutti dicono la loro, e allora ci si dedica come formiche operose al dilagare nei cosiddetti eventi collaterali, che spesso hanno un senso più evidente del filo conduttore della Biennale stessa.

Capita quindi di incontrare una sola vera opera d’arte, nella persona di Gillo Dorfles, scortato da Robert Storr e dal giovane Vincenzo Trione (che ne riferisce debitamente sul Corriere della Sera di sabato), nella doppia veste del critico-perplesso- e dell’artista, con una pittura e bella, e in qualche modo memore dei maestri di Forma1 degli anni Cinquanta. E che la gente lo voglia nell’inquadratura dei telefonini, anche suo malgrado, come succedeva con Tarantino in una Biennale cinema di qualche anno fa.

E allora, che dire della mostra principale (Illuminazioni) che non sia stato tutto detto? Che i tre Tintoretto sono una vera Illuminazione -in tutti i sensi- ma erano stati appena restaurati dalla soprintendenza e quindi meritavano di essere messi in mostra. Che Bice Curiger è deudente; perché dall’unica donna curatrice dal 2005, dopo le scatenate e almodovariane spagnole che scandalizzarono l’allora ministro Buttiglione con lampadari di tampax e scene di sesso cinematografico, russo e non, ci si aspettava un guizzo, un’idea, una riflessione persino.

E invece encefalogramma piatto, scopriamo tutti delle meravigliose ovvietà: 1. che gli artisti bravi continuano ad esserlo, con una predominanza preoccupante della Svizzera come luogo d’origine (ma quanti artisti ci sono in Svizzera?) con tre splendidi quadri animati di Pipilotti Rist. Poi ancora che Cindy Sherman è straordinaria, con una stanza a grisaille da cui emergono 4 grandi autoritratti, ma già lo sapevamo, infine che Sigmar Polke è stato un grande artista, ma già lo sapevamo. Ma anche che tutte le installazioni e i quadri delle corderie dell’arsenale sono niente rispetto a The Clock, film di 24 ore di montaggio di Christian Marclay in cui, in tempo reale, compaiono orologi che danno l’ora esatta della sala, e che a suo modo incentiva, oltre  la ricerca dell’identità dello spezzone, la costruzione di una storia con infinite varianti, infiniti attori, musiche, facce, orologi. E infatti ha vinto il Leone d’oro, mentre la gente sprofondava nei divani con infinito sollievo e applaudiva Clint Eastwood che buttava via il sigaro, poi guardava l’orologio (le cinque e un quarto) e sparava a Volonté. E cinematografiche a volte erano le immagini degli artisti, come la copia del ratto di Proserpina del Giambologna in cera con la figura in cera dell’artista in combustione che ne favoriva lo splendido -letterario- scioglimento.  E allora, ci si chiede, se un americano pazzo nato nel ’55, ricostruisce con miliardi di spezzoni con orologi una storia quasi plausibile in tempo reale, perché questa mostra è senza storia, senz’anima, senza progetto e senza ironia?

Così uno poi scopre che la fotografia è ancora la forma d’arte che ha un senso e che tutti amano e che l’artista più bravo è un sudafricano quasi ottantenne che presenta i ritratti in bianco e nero dei più vari delinquenti dei quartieri off limits di Johannesburg, ricostruendone labiografia. E che ancora fotografica è l’unicamostra  che si salvi ( a cura di Italo Zannier) nell’indeterminatezza cacofonica della mostra di Vittorio Sgarbi, dove la bravura di Benedetta Tagliabue è stata messa a dura prova da una zuppa di colori sgargianti, da media eterogenei e fastidiosi, da scritte tricolori che gridano vendetta, dall’ artigianato siciliano di Salemi da gustare assaggiandolo (pani, limoni, sant’Agate etc.), dalla bulimia di Gaetano Pesce che non ha trovato di meglio che copiare una famosa idea di Fabro (che però l’appendeva a testa in giù) e crocifiggere l’Italia in cera rossa su un vero crocifisso di legno, vere panche di legno, vere candele da chiesa. Un orrore. Così come la trovata dei due nudi veri, ma con seni palesamente di plastica, sui troni plasticosi dei suoi famosi spaghetti. Unica pausa in tanto frastuono il sottoscala gentile e poetico di Maria Dompè, artista romana di grande intuizione e bravura. Mentre il magnifico quadro di Carla Accardi, così come i due bellissimi Perilli, diventano invisibili.

Va meglio nei padiglioni nazionali, dove il racconto, la storia , la fanno da padrone. Così Boltansky che costruisce una macchina in cui morte e vita si contaminano e la nascita è un nastro trasportatore in una macchina sferragliante colle foto dei neonati che nascono in un secondo. Così il padiglione giapponese che col tratto gentile dei manga ci avvolge nell’indeterminatezza dello tsunami che tutto inghiotte e fagocita. Così l’atleta americano che corre su un tapis rulant su di un carro armato rovesciato, metafora della fatica di  Sisifo delle guerre americane del nostro tempo….

Rimangono gli eventi collaterali, dove la qualità la fa da padrone. Bravissimo Kiefer nella sua installazione di velari di piombo colorato nella Fondazione Vedova. Bravo Calzolari; troppo, in tutti i sensi, Schnabel, che dopo averci illuso con tre magnifiche opere site specific nel salone del Correr, prosegue con tutto il repertorio dai piatti in poi, con anche il ritratto della fidanzata vestita da sposa che nel quadro è identica a Frida Kahlo.  Perfetto anche il piccolo omaggio all’intelligenza e alla bravura strafottente di Pino Pascali a ben quarantatre anni dalla morte.

Ma già dal quarto giorno di vernice, c’è da scommeterci, si parla della prossima biennale e il massiccio catalogo, come dicono gli americani dei giornali del giorno dopo, è buono per foderare il secchio della spazzatura, e viene dimenticato in orizzontale sullo scaffale.

 

 

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