presS/Tletter
 

presS/Tletter n.08-2011

ESERCIZI DI ERMENEUTICA di Marcello del Campo

 

Purini racconta di essere stato bocciato in fisica

Da qui l’interesse per la metafisica?

 

IN EVIDENZA

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: Mostra di sette architetti siciliani alla Casa dell’architettura a Roma da martedì 22 marzo

L’OPINIONE: Opzione nucleare

CARTOLINE: Cartoline di Renato Nicolini

AIAC TUBE: AiacTube/Architettura e Critica

DOCUMENTI: Un documento eccezionale. In occasione del convegno internazionale di Selinunte (11-14 marzo) da noi organizzato, il critico William J.R. Curtis ci manda un importante contributo che fa il punto della situazione d’oggi: A Meditation on the Broken Columns of Selinunte….

INCONTRI DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

MOSTRE DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

UNIVERSITA’ E DINTORNI: news di Nicolò Lewanski

CORRISPONDENZE: Zaira Magliozzi: Selinunte Experience – 10/14 Marzo 2011

RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Casa Batman

OCCHIO ALL’ECOLOGIA: Francesca Capobianco ci parla di: Transition Towns e Ecovillaggi

AFORISMI RISTRUTTURATI: Diego Lama produce ed aggiusta aforismi per il pubblico di presS/Tletter…

CRONACA E STORIA: Arcangelo di Cesare continua con Cronache e storia: marzo 1961

INTERMEZZO: Edoardo Alamaro: Peppe Macedonio: la gratuità artigiana

IDEE: Marco Baschirotto: Il paesaggio arbitrario

SGRUNT: Marco Maria Sambo: Selinunte Internazionale

LA STORIA IN PILLOLE: Rossella De Rita ci parla di: Roma e gli ebrei

MEDIA E DINTORNI: Antonio Tursi ci parla di Benedetto disordine

FRAME: Channelbeta: Ampliamento scuola elementare/media – San Piero a Seve (Fi), Italia di Fabio Capanni Workshop

SEGNALAZIONI: Conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2011 del Premio Internazionale Ischia di Architettura “IL PREMIO DEGLI ALBERGHI E DELLE SPA PIÙ BELLE DEL MONDO” — Master in architettura per la cooperazione e lo sviluppo — La kunsthalle più bella del mondo

TESTIMONIANZE: Luca Guido: Università per ricchi

LETTERE: Maurizio Vitta: La critica di architetturaPaola Rossi: Cemento Romano

IN OFFICINA: la rubrica di Mario Miccio di approfondimento di mostre e eventi: Video arte e sound and light design nella notte TRICOLORE DI ROMA

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA

 

Mostra di sette architetti siciliani alla Casa dell’architettura a Roma

Acquario Romano, Piazza Manfredo Fanti dal 22 al 31 marzo.

Architrend / Arrigo / Cusenza-Salvo / Iraci / La Monaca / Scau / UFO

I lavori dei sette studi sono anche consultabili nel libro: “Architettura contemporanea. Sicilia”, Mancosu Editore

 

L’OPINIONE

 

Opzione nucleare

Chi scrive è un nuclearista convinto. Che cerca di sostenere la posizione facendo l’esempio degli aerei. Costruendoli sappiamo già con certezza che più di qualcuno cadrà provocando centinaia di morti. Ma ciò non toglie che, almeno per i lunghi spostamenti, continuiamo a preferirli alle automobili che producono più morti e oltretutto sono più lente. E all’andare a piedi, che produce meno morti ma bloccherebbe le nostre attività.

Gli incidenti nucleari recentemente accaduti però non possono non farci riflettere, costringendoci a mettere in discussione le nostre convinzioni. Anche se sarà riopportuno ritornare sul’argomento tra qualche tempo, quando avremo a disposizione dati più precisi e la risposta sarà meno emotiva e più ragionata. Se però il disastro di Chernobyl lo abbiamo potuto liquidare come un incidente attribuibile alla pessima tecnologia del socialismo sovietico e delle sue più democratiche mutazioni, non possiamo dire lo stesso per il super efficiente colosso giapponese. Un Paese con un sistema di controlli sicuramente molto più tranquillizzante di quello che immaginiamo potrà gestire le centrali nucleari e le scorie radioattive in Italia (in Italia infatti inefficienza di gestione socialista e capitalismo di rapina si mescolano in forme devastantemente originali) ….

Qualunque sia però la risposta che daremo nel prossimo futuro -nucleare/no o nucleare/si- non si possono sottovalutare le altre alternative. Molte delle quali, a partire dal contenimento energetico, coinvolgono attivamente la categoria dei progettisti. Il tema della sostenibilità ambientale ed energetica e di una corretta educazione degli studenti delle facoltà di architettura e ingegneria su queste tecnologie, mi sembra, diventerà più che mai un’urgenza della quale non potremo più non tenere conto. (LPP)

 

CARTOLINE di Renato Nicolini

http://www.renatonicolini.it/blog/

 

CARTOLINA BENI A SCADENZA

Sandro Bondi, il ministro a scadenza rinnovabile.

 

CARTOLINA IL NUOVO LA PALICE

Monsieur Tremonti ha detto:

La globalizzazione ha creato grandi problemi.

Stiamo provando a scrivere nuove regole per il mercato, ma è difficile.

Io penso: ciascuno deve un po’ vedere a casa sua. La cascata che sta avvenendo in Nord Africa è una cascata democratica. Ma la democrazia non è McDonald’s: non si esporta.

 

CARTOLINA TORRE D’AVORIO

Luigi Prestinenza Puglisi ha ragione quando fa la sua diagnosi sul malessere degli architetti, soprattutto a Roma. Persico avrebbe detto: l’inaridirsi in una questione di stile. Luigi nota che dopo Bruno Zevi è mancato qualcuno che sollevasse, con la sua stessa forza e sempre appoggiandola ad un’idea critica e personale di cultura, capace di proporsi come modello, l’aspetto morale della questione. Rispetto a lui aggiungerei altre mancanze: quella di Manfredo Tafuri, che a differenza di Zevi non ha lasciato purtroppo aspiranti eredi, dell’elegante snobismo di Carlo Aymonino, l’architetto più simpatico ed umano che abbia conosciuto (anche come collega di Giunta con Petroselli Sindaco), di Guido Canella, di Aldo Rossi, di Mario Fiorentino (che avuto modo di conoscere bene nella sua umanità da assistente nei suoi corsi), del senso dell’astrazione come via alla realtà di Nino Dardi.  Ho sempre avuto un’idea pluralista dell’architettura, perché la contraddizione è l’essenza della città, ed io mi definirei un architetto della città, dove ho lasciato profonde tracce effimere. Cos’è questa moralità dell’architettura? Se ho letto bene Wittgenstein si esprime come scelta estetica senza separarsene (non la moralità che mi è sempre parsa astratta di Giuseppe Pagano, ma quella inerente alle qualità dell’oggetto architettonico di Mario Ridolfi o di Luigi Moretti). Per questa via potrei arrivare fino a “Che” Guevara che spiegava  nel ’63 all’Avana a noi studenti rivoluzionari che volevamo combattere l’imperialismo americano come sarebbe stato ancora più rivoluzionario se, da architetti, avessimo aiutato a costruire edifici belli per i più (dire per tutti sarebbe stata utopia…). Questo oggi manca, la capacità di dare agli edifici questa qualità intrinseca, questa capacità di verità specifica che aggiunge qualcosa di importante alla nostra conoscenza precedente, edifici che a loro modo sanno cambiare il mondo. Questa incapacità complessiva è la conseguenza di una povertà di invenzione, di progettazione, di costruzione. Vorrei, paradossalmente, fare l’elogio della torre d’avorio contro il politicismo, il sociologismo, l’opportunismo, la caccia all’occasione oggi di moda. Naturalmente la “torre d’avorio” del più sperimentale dei grandi romanzieri prima di Joyce, Henry James, di cui voglio proporre alcune riflessioni un po’ adattate alla nostra misura. 

 

CARTOLINE HENRY JAMES

 

1.

“Ho sentito per lungo tempo di essere caduto in un periodo negativo: ogni segno, ogni indizio di qualunque minima aspettativa nei miei confronti, ovunque e da parte di chiunque, sono venuti meno. Una nuova generazione che non conosco,  e soprattutto non stimo, domina universalmente”.

 

2.

“Produrre ancora… produrre; produrre meglio di sempre, e tutto sarebbe andato di nuovo bene.”

 

3.

H.G.WELLS

Per voi la letteratura, come la pittura, è un fine, per me la letteratura, come l’architettura, è un mezzo, ha un uso.

H. JAMES

… non vi è alcun senso, in cui l’architettura esteticamente “serva”, che non possa attribuirsi con precisione a qualsiasi altra arte… E’ l’arte che costruisce la vita, che costruisce l’interesse, che costruisce l’importanza… e non conosco il sostituto per la forza e la bellezza dei suoi procedimenti.

 

4.

L’ITALIA HA PRESO IL POSTO DELL’AMERICA?

IL VECCHIO

Siamo i diseredati dell’Arte! Siamo condannati alla superficialità! Siamo esclusi dal cerchio magico! Il terreno dell’intuizione americana è un povero, minuscolo e sterile sedimento artificiale! Sì, siamo legati all’imperfezione! Un Americano, per eccellere, deve imparare dieci volte di più di un europeo! Manchiamo del senso più profondo! Non abbiamo né gusto né tatto né forza! Come potremmo averli? Il nostro clima è aspro e abbagliante, il nostro passato silenzioso, il nostro presente assordante… Noi poveri aspiranti siamo condannati a vivere in perpetuo esilio.

IL GIOVANE

E’ del tutto inutile parlare dell’assenza di un’atmosfera incoraggiante, di un terreno favorevole, parlare della mancanza di occasioni, di ispirazioni, di cose indispensabili. L’unica cosa indispensabile è fare qualcosa di bello. Non c’é niente che lo impedisca nella nostra gloriosa costituzione. Dovete inventare, creare, realizzare!

 

5.

C’è un fatto che dovreste sapere in anticipo; potrebbe salvarvi da qualche delusione. C’è dell’odio per l’arte, dell’odio per la letteratura, per quella autentica, intendo. Oh, le contraffazioni, quelle le trangugiano a quintali!

 

CARTOLINA PAOLO ANGELETTI

Ultimi giorni per la mostra di Paolo Angeletti, all’Acquario Romano. Per l’architetto la forma del pensiero è il disegno. Mario Ridolfi aggiungeva che saper disegnare è un dono, ma si può almeno insegnare a tener pulito il foglio, cioè a rispettare la limpidezza del pensiero. La mostra è preziosa perché mostra le tappe di formazione di un architetto delicato quanto profondo, dagli ex tempore di studente di disegno dal vero (quando questa materia esisteva ancora), alla progressiva sostituzione dell’invenzione alla rappresentazione. Romanzo visivo di formazione al progetto.

 

CARTOLINA PATRIMONIO E ABITARE

1.

Dopo la presentazione del libro curato da Carmen Andriani Il Patrimonio e l’Abitare, che nasce da un convegno all’XI° Biennale di Architettura di Venezia nel 2008 senza esserne la semplice trascrizione degli Atti e dunque è un work in progress, alla Casa dell’Architettura di Roma. Il nostro rapporto col passato è lo specchio del rapporto che abbiamo col futuro. E’ una questione di proporzioni e di dosaggio. Credo di aver detto chiaramente come la penso con l’uso della zona archeologica di Roma per l’estate romana. Il patrimonio è diventato centro vivo della città, rigenerato la pratica smarrita delle grandi idee (il parco archeologico, dal Campidoglio trasformato in museo vivo dall’Appia Antica al centro della città), gemmato pratiche di restauro (il piazzale del Colosseo, che deve molto all’allestimento effimero di Ugo Colombari e Peppe De Boni per Massenzio del “Napoleon”). Rimpiango le sopraintendenze di allora. Per otto anni (l’ultimo sono stato costretto ad emigrare all’EUR) , pur non essendo nel suo intimo completamente d’accordo, Adriano La Regina discutendo mi ha consentito di fare. Oggi si può fare tutto (le colonne finte di Valentino al tempio di Venere e Roma secondo me più gravi delle macchine elettriche accanto all’Ara Pacis dentro l’edificio di Meier), si costruisce ovunque, ma poco di originale. Allora ci siamo bilanciati: Argan – che era il mio Sindaco ed è stato l’inventore assieme a Brandi e De Angelis D’Ossat del sistema di tutela da cui sono nate le Sopraintendenze e gli Istituti Centrali – è insorto contro l’idea di allagare piazza Navona, ma  non contro l’estate romana, per cui mi considerava il suo Majakovskij”  (“mentre i vecchi, quando pensano di praticarla, sono portati all’avanguardia dei gamberi”).  Con La Regina a dire ancora di no a Roma, qualcuno forse si sforzerebbe di avere un’idea nuova, senza rifugiarsi nello sport, dalla Formula 1 alle Olimpiadi.

 

2.

Recandomi a piedi da Trastevere all’Ostiense, dove hanno studio Colombari e De Boni, per un concorso che stiamo facendo insieme, traverso il Tevere sul ponte di ferro, entro in via del Porto Fluviale e passo davanti alla ex sede della Federazione Industriale dei Consorzi Agricoli. Ma io la conosco!, penso… Ricordo che mi ci aveva portato Alberto Racheli, scomparso prematuramente da poco più di un anno, appassionato difensore delle testimonianze superstiti dell’architettura dell’Ottocento a Roma. Ero allora Presidente del Palazzo delle Esposizioni, e si pensava di realizzare lì un complesso multisale coordinate al Palaexpò… Non ne è rimasto praticamente nulla… L’entrata e quattro campate superstiti campeggiano malinconicamente in mezzo ad un cantiere… Vedo su un cartello le immagini dell’intervento di riqualificazione che prenderà il posto dell’onesto complesso distrutto. Un progetto di “valorizzazione” nel segno dell’aumento delle cubature, stile Botta alla Scala di Milano, col fastidioso fiocco – perfettamente  simmetrico – del timpano palladiano sulle macerie. Dal senso del passato all’insensatezza del presente.

 

CARTOLINA ARCHITETTURA E SCRITTURA

1.

Il 9 marzo, Alfonso Gambardella ha scritto:

Più gli architetti scrivono, meno progettano, meno lavorano; che tristezza…

 

2.

E Parole nel vuoto di Adolf Loos, allora?

 

AIAC TUBE

 

AiacTube/Architettura e Critica

http://www.youtube.com/architetturaecritica

 

— Un nuovo, piccolo filmato su AiacTube-Canale YouTube dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica: “Daniel Libeskind – Selinunte Micro Preview”,  pochi secondi di preview direttamente dal grande evento “Architects meet in Selinunte” 2011.

 

Ecco l’indirizzo: http://www.youtube.com/user/architetturaecritica#p/u/12/z_dFmVaxrd8

 

— Continua la collaborazione tra AiacTube e il Canale 850 di SkyACM Channel/Ceramicanda Tg Architettura”.

 

 Dopo la messa in onda del filmato realizzato per il Concorso “Un’idea per la ricostruzione-Proposte per l’emergenza” (http://www.youtube.com/user/architetturaecritica#p/u/36/-_cvzC-5yD0) e del filmato “Rem Koolhaas – Delirious Venice – Biennale di Venezia 2010 (http://www.youtube.com/user/architetturaecritica#p/u/4/3cbA8YCv-y0) è stato trasmesso su Sky -dal 7 al 14 marzo-il video "Alvaro Siza come una Rockstar – Festa dell’Architettura di Roma 2010" (http://www.youtube.com/user/architetturaecritica#p/u/5/5xQklwPBYh4).

 

  Per vedere il Palinsesto-850Sky, fate un click su questo link:

http://www.ceramicanda.it/source/home.asp?page=puntata&cat=131&dadove=3

 

 Iscrivetevi al nostro Canale, inviateci i vostri video, le vostre proposte, i link ai vostri filmati: le idee migliori verranno inserite su presS/Tletter, su AiacTube e saranno segnalate alla Redazione del Canale 850 di Sky.

(architetturaecritica@libero.itarchitetturaecritica@live.it)

 

DOCUMENTI

 

A CRITICAL VOICE WITHOUT THE CRITIC PRESENT…..

William J. R. Curtis    2nd March 2011  Copyright: William J. R. Curtis

 

A MEDITATION ON THE BROKEN COLUMNS OF SELINUNTE…..

 

Thank you again Luigi Prestinenza and the other organizers for the invitation to your splendid event in Selinunte in just over a week’s time. I would like to have come but alas it is impossible. So here then is a critical voice without the critic and historian present. It is so important just now to have open critical debates about the past, present and future of architecture. It is also essential to open the doors to younger generations who are often kept out of the account . It is always good to be surprised by fresh new ideas, as long as they are substantial and not just marketing tricks in the media game of fashion and promotion. In the end there is architecture itself and  the first duty of the critic is to evaluate constructed works.

 

What better place than Selinunte where the voices of the Mediterranean past whisper among the crumbling ruins and broken columns of Antiquity. And what do these voices tell us? Perhaps that we should listen more to the lessons of the Ancients, not copying of course, but extending some of the basics of architecture into new eras of modernity? Or do these voices in fact mock all of our ambitions by reminding us that all human creations will eventually collapse and pass away, that nature will still be there with all its unbelievable force long after the last human being has left this earth?

 

Architecture is a complex phenomenon which touches people on many different levels. Buildings may fuse together ideas and forms, images and materials, function and structure, social myths and poetic spaces. They occupy time in complex ways, crystallizing a present, transforming diverse pasts, anticipating unknown futures. Architecture is concerned with power but is never a direct expression of an ideology: it is an idealization of social and political processes and of institutions. Architecture is rooted in society but posesses a reality of its own.

 

The word ‘criticism’ comes from a Greek word signifying the separation of the good wheat from the bad . It is about identifying quality and rejecting the lack of it. In my opinion there are no recipes for criticism. As a historian and critic I am interested in penetrating to the anatomy of intentions within a work, the structures of thought, and the ways in which the architect translates multiple realities through the language of architecture. What architects create is more important than what they say, and I insist upon the direct experience of buildings themselves. Works of real interest transcend movements and ‘isms’ and posess a unique order of their own. The critic must remain open to fresh innovations, while retaining a sense of history and of what is fundamental in the art of architecture. I am interested in qualities which carry well beyond transient fashions. There is nothing more provincial than the present.

 

Of course there are many ‘modes” of criticism. In my case the most agreeable is the analysis and explanation of works that one happens to think are positive contributions. In recent years I think of my ‘discovery ‘ of the work of Aranda Pigem Vilalta, RCR  in Catlalunya, especially of their subterranean winery at Bell-lloc, the subject of a little monograph I wrote called La estructura de las sombras. The Structure of Shadows (2009). Sometimes they are works so modest as to be almost invisible such as the water organ at Zadar in Croatia by Nikolas Basic and others, which unites waves and sound and the enjoyment of the sea from a sort of theatre of steps. Just recently I discovered a beautiful small garden like a labyrinth in Santiago de Compostela designed by architects only 30 years old (Quintans and Ansede). And only a month ago published in Architects Journal a piece on a fine work in Dublin, the Alzheimer’s Respite Centre by Niall McLaughlin – a building which combines social engagement, contextual sensitivity, spatial intelligence, craft and a subtle transformation of modern examples.

 

Another ‘mode’ of criticism is that of the reflective monograph on the work of well known architects. Over the years I have written maybe a dozen such studies and published them in El Croquis on figures as diverse as Miralles/Pinos, Moneo, Siza, Navarro Baldeweg, Ando, and  Herzog&deMeuron – that is before H&DeM’s recent descent into fast track superficial ‘iconic’ architecture (e.g. their dreadful pyramidal skyscraper Projet Triangle for Paris). These essays and interviews are all based upon the direct experience of buildings on their sites, balancing up form, function, structure, ideas, and attempting to maintain a certain historical perspective on actuality. They are the opposite of polemical. They are analytical and carefully measured, based upon evidence of the buildings and projects. But there is still evaluation at a distance – for example I still think Igualada Cemetery (1985) is Miralle/Pinos’s best work, I still think that Ando has not matched the Koshino House (1981)…..in fact these writings are a sort of preliminary version of a history of recent architecture.

 

Then there is the polemical mode, the attack on things that are wrong, false or corrupt. Here the medium is often the daily or weekly press. Sometimes the press is not so courageous and in that case there is the web. When I wrote a piece on ‘Les Excès du star system: le Projet Triangle de Herzog&DeMeuron’  the French press, which is not very critical of the machinations of power behind architecture, refused to publish it, so it went out on a website. Today there are catastrophic projects such as Eisenman’s megolomaniacCity of Culture in Galicia that have to be exposed for  what they are but also placed in a social and geographical context. The article I did on this ‘The Illusion of Plans’ was first published in Architectural Review in October 2010, but then went rapidly to D’Architectures, to Bauwelt, to LaVanguardia Cultural, and just recently to Il Giornale dell Architettura..it was also pirated in Galego and in Portugese.

 

In such a case part of the problem is the gulf between pretentious theorising which is used to sell positions and oppositions, especially in the gaga world of North American academia. In these cases so called ‘theory’ (usually a recycled diet of French theories, poorly digested) is used as a tool of obfuscation. Such is the case with Eisenman who says one thing but does another. The Galicia project is in fact a copy of a land art piece at Gibellina in Sicily, the Grande Cretto by Alberto Burri, not far from Selinunte. But the Galicia project is discussed as if it was derived from mapping the urban and landscape context and juggling with geometry. Irony of ironies because this monstrosity in fact destroys an entire landscape and gives back something like a commercial centre or supermarket twisted about with algorithms in a pointless game of formalism

 

So the critic has to cut through the rhetoric. Jurgen Mayer for example markets his third rate, cliché ridden work through a mixture of jargon and industrial connections. He did a project of giant mushroom structures for a Plaza in Seville which was even included in a MOMA show on Spain (MOMA usually gets it wrong on contemporary work!!). Go to Seville and see the scandalous result which has completely ruined the Plaza de la Encarnacion with a megastructural monstrosity. ‘Fuck context’ said Rem, and that is what happened in Seville and would have happened to Cordoba had Koolhaas built his own disastrously out of scale Palace of Congresses across the River from the Mezquita. You do not have to be a genius to see how the corrupt star system got into bed with fast money, investment capitalism and globalised networks of power.

 

The critic has to be vigilant and to keep a distance from the cliques with their sycophants and ‘useful idiots’. At times criticism has the role of anticipating a disaster and exposing it for proper illumination and debate. Just now I am involved actively in such a case: the extension to Mackintosh’s masterpiece the Glasgow School of Art, a highly problematic project by Steven Holl.

This project is disastrously out of scale, overwhelms Mackintosh, and is a still-born diagramme wrapped in Holl’s usual iceberg clichés of smoked glass. Of course it was sold to the client with a package of popularised phenomenology (poor theorising again used to mask mediocre architecture). This debate is raging now, this very minute, and you can catch it on websites, those of Architects Journal, Architectural Record, and the Guardian….

 

http://archrecord.construction.com/features/critique/2011/1102commentary.asp

 

http://www.architectsjournal.co.uk/news/opinion/facing-up-to-mackintosh/8607805.article 

 

http://www.guardian.co.uk/artanddesign/2011/feb/25/mackintosh-glasgow-school-art-extension

 

Now back to Sicily…..one of the roles of the critic is to safeguard patrimony, modern or ancient. That is what I am doing when I defend Mackintosh’s Glasgow School of Art which is not only a key work of modernity, but also the best thing in British architecture since Soane and Hawksmoor. When I was in Sicily four years ago I went to Salemi and with great difficulty found what is left of a marvellous work: the Open Air Theatre designed by Francesco Venezia in 1983. After many enquiries I discovered it hidden under weeds, some of the stonework broken. As architecture it was in no way disappointing, truly an abstraction of a ruin linked to city and landscape, and I am happy that I included it in the 3rd edition of Modern Architecture Since 1900. But what a scandal that this fine work has been abandoned !!. Perhaps the meeting in Selinunte would be the occasion to bring this to the attention of ‘the authorities’, locally, nationally, internationally?

 

One last word from this ‘critical voice not present in Selinunte’.  I can imagine the spring flowers there coming out between the broken columns, and the warm wind or rain coming off the Mediterranean. How wonderful it would be to sit on a temple step and sketch, to discuss architecture into the night, to touch the ancient stones. But all of those present should stop for a moment and look south across the sea and think of what is happening on the other side in North Africa where people are risking their lives for freedom and the right to freedom of expression. We take these things too much for granted, although in fact freedom of expression is under threat in our ‘western world’ too, as it is subject to political manipulation. It is as well to remember that without the basic liberties and without a democratic spirit free of tyranny, an active and engaged culture of architectural criticism is impossible.

 

END

 

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

LuckyStrike talented designer award a Roma

LuckyStrike talented designer award, martedì 22 marzo 2011 ore 18.00. Spazio Risonanze. Auditorium Parco della Musica, viale Pietro Coubertin 30, Roma

 

Oltre i Bronzi di Riace a Roma

Oltre i Bronzi di Riace. Ampliamento del Museo Archeologico di Reggio Calabria. Un Progetto di Architettura tra restauro e innovazione ne parlano Paolo Desideri, Francesco Prosperetti, Roberto Banchini, Simonetta Bonomi, Alfredo Pirri coordina Rosario Pavia direttivo. Lunedì 21 marzo 2011, ore 20.00, ACER – via di Villa Patrizi 11.Roma

 

Unplugged Italy a Treviso

Alla Fondazione Benetton Studi Ricerche un incontro pubblico per presentare il libro "Unplugged Italy. Tracce di architettura italiana, un resoconto illustrato degli incontri interculturali che 8 studi di architettura italiani hanno vissuto ad Oslo. Venerdì 25 marzo 2011, ore 18.00. Fondazione Benetton Studi Ricerche Spazio Bomben, via Cornarotta, 7 – Treviso.

 

Architects Party 2011 a Genova

Architects Party 2011,Gli aperitivi negli studi di architettura d’Italia. Genova dal 21 al 25 marzo partecipazione su invito.

Luned’ 21 marzo, Pinna Viardo Architecture&Research, Simone Paoletti Architettura

Martedì 22 marzo, Marco Di Crescenzo Architetto

Mercoledì 23 marzo, 2xlrm Architetti Associati, Archifacx architetti associati

Giovedì 24 marzo 5+1AA, AMW Architetti Associati, Archinetwork

Venerdì 25 marzo Andrea Meirana Architetto, OBR Open Building Research

 

Akrai Urban Lab a Palazzolo Acreide

Sabato 26 Marzo 2011, alle ore 11.00, presso i locali del Centro Espositivo Museale delle Tradizioni Nobiliari di Palazzo Rizzarelli-Spadaro, nell’antico quartiere di San Paolo a Palazzolo Acreide, si terrà l’inaugurazione di una mostra dal titolo Akrai Urban Lab: Progetti per Palazzolo Acreide. La mostra mette in rassegna le migliori tesi di laurea in progettazione urbana e architettonica, prodotte da giovani neolaureati della Facoltà di Architettura in Siracusa, dell’Università di Catania, sulla città di Palazzolo e sul suo territorio.

 

MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

Mostra di sette architetti siciliani alla Casa dell’architettura a Roma

Acquario Romano, Piazza Manfredo Fanti dal 22 al 31 marzo.

Architrend / Arrigo / Cusenza-Salvo / Iraci / La Monaca / Scau / UFO

I lavori dei sette studi sono anche consultabili nel libro: “Architettura contemporanea. Sicilia”, Mancosu Editore

 

Mostra Pier Luigi Nervi a Roma

Mostra Pier Luigi Nervi, Architettura come sfida. Roma. Ingegno e Costruzione a Roma, a cura di Esmeralda Valente e Alessandra Vittorini. Fino al 20 marzo 2011. Museo MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma – via Guido Reni Via Guido Reni, 4 A – 00196 Roma -www.fondazionemaxxi.it

 

Salone dell’Arte del Restauro a Ferrara

Dal 30 marzo al 2 aprile 2011 Ferrara Fiere ospita la XVIII edizione del Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali, il primo e più importante evento nazionale dedicato all’arte del restauro e della conservazione del patrimonio artistico italiano.

 

UNIVERSITA’ E DINTORNI di Nicolò Lewanski

 

Corso di Perfezionamento in Architettura del Paesaggio e del Territorio, a Napoli

Il corso si propone di affrontare tematiche progettuali che intervengono nella definizione e riqualificazione del sistema degli spazi a verde della città contemporanea, e nelle procedure di trasformazione e controllo del paesaggio.

Iscrizioni entro il 31 Marzo, costo € 620,00, durata annuale. Info:

http://www.unina.it/studentididattica/postlaurea/perfezionamento/dettagli.jsp?cont=24

 

Conferenza di Hélène Binet, a Mendrisio

Nell’ambito del ciclo degli eventi pubblici, l’Accademia di architettura di Mendrisio ospita giovedì 17 marzo 2011 la nota fotografa Hélène Binet che presenterà i suoi lavori e racconterà il suo intenso percorso che da Lugano, dove è nata, l’ha portata a Roma, Ginevra, poi a Londra, dove attualmente vive. Un’occasione per riflettere sugli intrecci tra fotografia, arte, comunicazione e architettura. La conferenza, dal titolo Opere scelte 1988-2011, in italiano, prenderà avvio alle ore 20.00.

http://www.arc.usi.ch/binet_invito.pdf

 

Incontro 5avanti5, a Ferrara

Gli studenti della Facoltà di Architettura di Ferrara organizzano un evento di orientamento: 5 neolaureati della FAF tornano dal mondo fuori a raccontare le loro esperienze di vita e professionali dalla Tesi ad oggi, secondo un formato leggero e veloce che ricorda la Pecha Kucha night (20 slides per 30 secondi l’una). Lunedì 21 Marzo dalle 18.00 alle 21.00, alla Facoltà di Architettura di Ferrara, via Quartieri 8, Aula Magna D3. Segue aperitivo. Info: cercare l’evento pubblico di facebook 5avanti5.

 

Concorso di idee per progetto di capannone industriale

GREDA srl indice un concorso di idee aperto agli studenti universitari, per la progettazione di un capannone industriale in Carpi di mq 6.000 circa , energeticamente sostenibile, premiando il progetto capace di contemperare al massimo l’efficienza energetica e la gradevolezza architettonica, premiando il 1° classificato con € 40.000, il 2° e 3°con € 8.000. Iscrizioni entro l’11 Aprile. Info: http://www.studiolosiferrari.it/cms_rc/allegati/842__0713_11_000010_F.pdf

 

Aldo Cibic al 2° appuntamento di Talking IED, a Roma

Il concetto di Creative Commons può essere applicato al campo del Design, dell’Urbanistica e dell’Architettura? La conferenza del designer vicentino affronterà il tema prendendo spunto dal suo ultimo lavoro presentato alla XII Mostra Internazionale di Architettura a Venezia, Rethinking Happiness. Giovedì 24 marzo 2011 alle ore 18.00 presso la sede dello IED di Roma, in via Alcamo, 11 Info: http://www.ied.it/roma/blog/aldo-cibic/10790

 

CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi

 

Selinunte Experience – 10/14 Marzo 2011

Quattro giorni, ma sembravano quattordici, trecento persone ma sembravano tremila, più di venti nazioni rappresentate ma sembravano tutte, un piccolo centro della provincia siciliana ma sembrava il centro del mondo.

Un flusso ininterrotto di parole, concetti, filosofie, immagini, disegni, video, dibattiti, tavole rotonde, domande e risposte. Un melting pot culturale vero, autentico, fatto di scambi continui durante e dopo gli incontri ufficiali. Tutto questo e molto altro è successo a Selinunte la scorsa settimana dove, per diversi giorni, si sono alternati giovani architetti, critici, giornalisti, direttori di riviste, ma anche progettisti già affermati a livello internazionale. Un modo per conoscersi e condividere le proprie esperienze, per aiutare alcuni a uscire dal triste anonimato in cui la giovane età li relega, e per mostrare agli addetti ai lavori un’altra generazione che sta emergendo, magari lontano dall’Italia, a fatica, ma lo sta facendo. Senza la presunzione di voler mappare pedissequamente tutte le singole realtà, ma con la convinzione che qualcosa del genere andava fatto, ora.

Pronti per rifarlo di nuovo?

 

RESTAURO TIMIDO di Marco Ermentini

 

Casa Batman

Perché ci lamentiamo che nei media non si parli mai di architettura ? Al contrario questa settimana se ne è parlato, e molto: dallo scandalo affittopoli di Milano  e Roma alla curiosa casa del figlio di Letizia Moratti. Ai militari della Finanza si è presentato un loft perlomeno curioso:  bagno turco, piscina salata, camere da letto immense, ponte levatoio che sale in un enorme soggiorno con cinema privato e per finire una botola motorizzata che porta ad un bunker sotterraneo con poligono di tiro insonorizzato. La casa, un ex capannone industriale, subito battezzata dai giornali in “stile Batman” sembra che potrà essere regolarizzata grazie alla recente approvazione del PGT. Purtroppo ciò non potrà mai avvenire per la sua sfacciata architettura

 

OCCHIO ALL’ECOLOGIA a cura di Francesca Capobianco

 

Transition Towns e Ecovillaggi

La piccola città di Totnes nel Devonshire, non molto distante dal porto di Plymouth e dalla costa della Manica, un insediamento urbano di medie dimensioni con 23 mila abitanti, divenuta nel tempo una colonia di artisti attirati dalla mitezza del clima e dalla relativa economicità della vita, è recentemente salita agli onori della cronaca proponendosi come esperimento esemplare di una nuova cultura dell’abitare a fronte dei termini sempre più conflittuali della questione ambientale. L’Observer ne attesta il ruolo segnalandola come la città più ecologicamente avanzata del mondo: una delle prime e più organiche Transition Towns in Gran Bretagna. La denominazione di Transition Towns, Città della Transizione, anche sul piano semantico chiarisce la natura di passaggio delle sperimentazioni in atto sul tessuto urbano per renderlo idoneo alla sfida ambientale, senza rinnegare, cancellare o opporsi ad un passato storico assunto comunque come risorsa culturale. Queste esperienze identificano delle nuove comunità che in misura largamente autonoma organizzano un sistema di risposte alle pressioni derivate dal climate change, dall’esaurimento dei combustibili fossili, dalla crisi economica sia sul piano tecnologico diffondendo l’uso di sistemi ad energia rinnovabile, sia sul piano più propriamente culturale nell’organizzazione e nella distribuzione dei ruoli di tutte le componenti della comunità nella gestione del bene comune, in altri termini promuovendo l’adozione di uno stile di vita rispettoso dell’ambiente per creare le condizioni indispensabili e sufficienti di un futuro prossimo venturo. In Gran Bretagna  oggi se ne contano circa duecento e il loro modello va proponendosi anche oltre i confini, qualche ricaduta è presente anche in Italia.

Rob Hopkins, docente di permacultura e “padre fondatore” del progetto sei anni fa, osserva che le città di transizione sono città “in cui mantenere il livello di comfort e progresso tecnologico che abbiamo raggiunto, senza rischiare di retrocedere al Medio Evo” (vedi E. Franceschini, R2 la Repubblica, Nella Città perfetta, “Le città verdi. Totnes. Riciclo, bici e stufe a legna, così si vive nella bio-casa”, la Repubblica 22.02.11; www.transitionnetwork.org). A Totnes passato e presente convivono in armonia, vi sono le case in stile vittoriano, i viali lastricati di ciottoli, archi, guglie, le rovine di un castello del 1200, tetti ricoperti di paglia e altri materiali vegetali ma anche pannelli solari e fotovoltaici, collegamento internet a banda larga e televisori via cavo in tutte le abitazioni. Sottolinea, ancora, Hopkins che queste città “non sono la Coca-Cola […] Non ho trovato una formula magica da replicare ovunque […] Sono solo quello che ha cominciato”, avvertendo che non ci si deve aspettare che sia lo stato e il governo ad attuare delle misure per il cambiamento e che non sufficienti le iniziative di singole famiglie non correlate, ma è importante “creare una comunità di individui tenuti insieme dalle stesse convinzioni sulla necessità di un’energia e un modo di vita sostenibile. E poi fare in modo che questa comunità agisca, prenda un po’ di potere, cominci a modificare il sistema. Un movimento popolare dal basso. Se insistiamo, prima o poi chi sta in alto, i potenti, saranno costretti a venirci dietro”. L’elemento più notevole di questa esperienza è proprio nel suo carattere di processo, di work in progress, che si riflette nella flessibilità e nella modificabilità dell’agenda. Il metodo di lavoro sviluppa il tema della partecipazione, ne riferisce Enrico Franceschini nell’articolo dedicato: dopo un incontro di quartiere con l’illustrazione del progetto per iniziare un “approccio di transizione” c’è stato un coinvolgimento crescente delle persone fino all’elaborazione di progetti specifici con diverse finalità: risparmio energetico, riuso dell’acqua, riciclo dei rifiuti, promozione di sistemi di trasporto sostenibili, valorizzazione del verde (dagli orti privati al verde pubblico), valorizzazione delle risorse economiche locali (valorizzazione dell’agricoltura locale, delle fattorie e delle aziende locali, promozione dei prodotti locali, istituzione di mercatini del riuso). Successivamente segue la definizione di un progetto per una previsione di un arco di tempo tra i 15 e i 20 anni: l’obiettivo è nella costruzione di una comunità ecologica a basso impatto ambientale (viene predisposto il piano di azione per la diminuzione dei consumi energetici). Nello sviluppo del progetto un ruolo di rilievo è rivestito dalla fase del confronto con le altre comunità di transizione per valutare le eventuali modifiche da apportare. La valorizzazione delle attività locali è finalizzata alla diminuzione dei costi: ad esempio, la spesa è fatta via internet collegandosi con le fattorie e gli agricoltori del luogo, tagliando i costi delle filiere. Inoltre, Totnes si è dotata di moneta propria, la totnes pound, da spendere esclusivamente nel circuito locale per un valore di 1:1 con la sterlina ufficiale britannica. Questa comunità ecologica, come ribadisce Hopkins, è un open project che deve continuare a crescere e a migliorare se stesso non perdendo di vista il punto di partenza: “Fra dieci anni Totnes sarà più eco-sostenibile di oggi e nel 2031 ancora di più. Soprattutto speriamo che per quella data tante altre comunità abbiano seguito il nostro esempio” (vedi E. Franceschini, cit.).

 

In Italia il comune di Prato allo Stelvio, un paese a 915 metri di quota sotto il Parco, a 12 chilometri dalla Svizzera, con 3.300 abitanti, vincitore nel 2010 del premio Res-Champion per le fonti rinnovabili, attraverso un mix di sistemi che fanno affidamento alle risorse del vento, del sole, dell’acqua, del biogas, della legna riesce ad ottenere una produzione di elettricità pari a più del doppio dei consumi immettendola sul mercato. Ricorda Georg Wunderer, presidente della cooperativa per l’energia, che l’autonomia energetica è il frutto di sacrifici personali fatti dal 1985: le centrali esistenti, che funzionavano sfruttando i salti di acqua, risultavamo obsolete e richiedevano costosi lavori di riammodernamento, che stentavano ad ottenere prestiti bancari. Da qui la coraggiosa decisione di impegnare il proprio patrimonio personale per la costruzione di tanti piccoli impianti e di una rete di teleriscaldamento. Il teleriscaldamento è attivato in questo modo “sono 22 chilometri di tubazioni per portare acqua calda dalla centrale a biogas a tutti gli edifici del paese: grazie a questo sistema il calore prodotto generando elettricità non viene buttato […] ma si trasforma in energia utile. Il sistema funziona come un gigantesco termosifone in cui l’acqua parte a 90 gradi, passa per le case, torna indietro a 45 gradi, viene scaldata di nuovo e rimessa in circolazione” (vedi A. Cianciullo, R2 la Repubblica, Nella Città perfetta, “Prato allo Stelvio. Quel paese sotto il Parco ricco di mucche e vento vende elettricità all’Italia”, la Repubblica 22.02.11). All’interno della comunità si attiva un circuito virtuoso, ogni abitante partecipa alla produzione e gode della fruizione del bene comune: la centrale a biogas è alimentata dal letame raccolto dai pastori che riescono a produrre anche un buon concime per le colture, i boscaioli contribuiscono raccogliendo la legna, gli abitanti e le piccole imprese installando il fotovoltaico, la cooperativa per l’energia ha acquisito da un impianto eolico nella valle una parte della produzione energetica. Altri elementi di sostenibilità ambientale praticati a Prato allo Stelvio sono: il recupero della linea ferroviaria e la programmazione dell’intensificazione delle corse per diminuire l’uso dell’auto, la raccolta differenziata dei rifiuti, l’uso consapevole della risorsa acqua, l’attivazione di sistemi per il risparmio energetico per le case di nuova edificazione (possono fare affidamento al teleriscaldamento, alla geotermia, alla legna), la programmazione della riqualificazione green del patrimonio edilizio esistente ricordando che da noi le abitazioni consumano circa il 40 per cento dell’energia. Quest’esempio ha suscitato l’interesse di ben 13 comuni della Val Venosta.

Le eco-comunità di Totnes e di Prato allo Stelvio d’altra parte rinviano a quelle esperienze della cultura nordica che a metà del secolo scorso trovano la loro espressione più efficace negli ecovillaggi svedesi portatori di una modalità dell’abitare i luoghi in sintonia con il dato naturale e gli uomini radicata nelle culture locali. Può essere interessante ripercorrere brevemente la storia di queste esperienze nella cultura del nord-europa.

Tra la metà degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 in Svezia le politiche ambientali registrano all’attivo un crescente interesse per l’avvio di studi e sperimentazioni per la definizione di una nuova modalità dell’abitare in accordo con l’ambiente, un nuovo patto con la natura, consapevole del limite delle risorse, attento ai fattori umani: nascono gli ecovillaggi, quartieri residenziali per la classe media localizzati generalmente nelle vicinanze di quartieri già esistenti o in luoghi dalle forti potenzialità abitative. Fin dall’inizio l’ecovillaggio non si pone come un mero costrutto teorico ma è propositivo di uno stile di vita nuovo capace di inglobare i diversi aspetti del quotidiano, affidandosi alla partecipazione effettiva dei residenti e all’interesse per le tematiche ambientalie al loro esercizio: dal risparmio energetico all’utilizzo di tecniche costruttive eco-compatibili, al riciclaggio dei rifiuti, alla creazione di un circuito ecologico a livello di quartiere.

Nel corso degli anni ’80 questi modelli insediativi attirano l’interesse di organismi cooperativi, di studiosi e di organizzazioni nazionali per la casa. Tra le varie definizioni (cfr. M. Norbeck, “Chapter 1 Ecovillage: the Ideal and the Real” in Individual Community Environment. Lessons from Nine Swedish Ecovillages, 2004. Lo studio di Martha Norbek è stato finanziato dalla Fullbright Commission e dalla Swedish University of Agricultural Sciences per l’a.a. 1997-1998. Vedi il sito www.ekoby.org), presenti in letteratura, ne ricordiamo le più note: la prima di carattere più teorico è stata elaborata dagli studiosi americani Diane e Robert Gilman del Context Institute di Seattle per la Gaia Trust (1987), una cooperativa danese senza fini di lucro che poneva allo studio la questione ambientale in una prospettiva globale partendo dalla consapevolezza che l’intero pianeta è un organismo vivente e che l’umanità è parte integrante del tutto: nel 1994 la Gaia Trust fonda il Global Ecovillage Network per cui gli “ecovillaggi sono tentativi di creare comunità che lavorano in cui le persone possono vivere in modo sostenibile in armonia con ciascuno e con la natura”. Nel rapporto degli Gilman (1991) risalta l’insistenza teorica sulla necessità di una dimensione “a scala umana, un insediamento con caratteristiche ben definite, in cui le attività umane sono integrate nel mondo naturale in modo da essere di supporto per un sano progresso dell’uomo e in modo che continuino in futuro”. Per gli americani la comunità tipo poteva accogliere dalle 100 alle 500 persone. Nel 1989 il ricercatore svedese Folke Günther scrive un saggio dal titolo Ekobyar con il quale proponeva la diffusione di comunità con non più di 200 persone che sono “ecologicamente adatte, dove avviene la produzione di prodotti di base e i nutrienti essenziali sono trattenuti; non dipendenti da fonti esterne di energia, dove sono utilizzate fonti energetiche locali e rinnovabili; indipendenti da un punto di vista tecnologico, dove la conoscenza e i pezzi di ricambio sono disponibili a livello locale; stabili da un punto di vista sociale, dove vi è l’opportunità per le persone di svolgere la maggior parte delle loro attività e avere una loro identità”. Questa seconda definizione fa riferimento ad una visione ecosistemica e introduce la riflessione sui concetti di ecociclo (kretsloop), di autogestione e di autonomia. La terza definizione, con un’accentuazione decisamente più pragmatica, è stata messa a punto dal Boverket (the Swedish Board of Housing, Building and Planning) nel 1990 in occasione del crescente interesse, anche sotto il profilo economico, nei confronti degli ecovillaggi articolata in venti linee guida: dalla scala della pianificazione (localizzazione dell’insediamento, caratteristiche naturali e culturali del sito, numero di famiglie e organizzazione delle unità abitative, aspetti amministrativi) alla scala delle qualità fisiche (trattamento delle acque, vegetazione e coltivazione, riscaldamento e ventilazione, elettricità, tecniche costruttive e materiali, trattamento dei rifiuti, organizzazione attività). Per il Boverket il numero base della comunità tipo è di 50 famiglie, se più numerose si prevede l’organizzazione in unità “armoniose”.

Gli ecovillaggi di Tuggelite (Skåre 1984) e di Solbyn (Dalby 1987) segnano le prime tappe di un’esperienza progettuale incentrata sull’abitazione a risparmio energetico, dove generalmente è presente l’impianto di riscaldamento di quartiere supportato da sistemi individuali, e sulla definizione di una forte rete sociale. Dal punto di vista della localizzazione e della tipologia insediativa gli ecovilaggi presentano dei caratteri comuni: sono vicini ai centri urbani, raggiungibili con mezzi di trasporto pubblico, le sono distanze percorribili a piedi, in bicicletta, i servizi di base sono nelle vicinanze, le abitazioni sono organizzate in blocchi per costituire una dimensione comunitaria appropriata, la common house è in posizione centrale, spazi verdi, giardini, orti, boschi o comunque zone alberate per favorire la protezione dai venti sono integrati. I parcheggi e i garage sono posizionati all’ingresso del sito, sentieri di ghiaia conducono alle abitazioni. Anche dal punto di vista delle tecnologie dell’acqua e della vegetazione il concetto di comunità autosufficiente e autogestita gioca un ruolo determinante, alcuni ecovillaggi presentano l’allacciamento alla rete comunale per la fornitura di acqua potabile e per le fognature, altri sono dotati di pozzi propri. Tutte le eco-comunità studiano e approfondiscono le tecniche per il riciclaggio e il riuso delle acque (acque grigie, acque nere, acqua piovana) e il loro trattamento in situ (utilizzo di sistemi integrati, ad esempio fosse settiche a tre comparti, sub-irrigazione del terreno, disinfezione con raggi UV, bacini di raccolta, convogliamento delle acque trattate nei corsi d’acqua principali), è normalmente praticata la sperimentazione di diverse tipologie di toilet per trovare quella più efficace e funzionale: toilet a compost secco, toilet separate per urine e feci o ancora toilet a flusso controllato e toilet a comparti separati, queste ultime hanno dato risultati migliori. Altri elementi sono il riciclaggio dei rifiuti organici, la coltivazione propria di vegetali con serre comuni o individuali, orti e giardini, collegamento con le fattorie locali, diffusione di mercati ortofrutticoli a piccola scala.

Verde e acqua nell’ecovillaggio si fanno in certo modo protagonisti del progetto ecologico, momenti determinanti di una strategia ambientale e strumentazione tecnologica della sostenibilità (vedi F. Capobianco, “L’esperienza degli Ecovillaggi in Svezia” in Bottero M., Fabris L.M.F. (a cura di), Blu+Verde, acqua e vegetazione, risorse per l’ambiente costruitoWater and green resources for the built environment. Primo Congresso Internazionale. Atti del Congresso- Congress Proceeds, Libreria Clup, Milano 2006).

Gli esempi di Understenshöjden a Björkhagen (Stoccolma 1993-1995) e Kullön a Vaxholm (1994-2006) come anche i progetti e gli studi dell’architetto Sar/Msa Anders Nyquist (vedi www.ecocycledesign.com) rappresentano un ulteriore affinamento delle tecniche ecologiche aprendo contemporaneamente il discorso sulla dimensione urbana in vista del suo rinnovamento. F.C.

 

AFORISMI RISTRUTTURATI di Diego Lama

 

Anche in architettura: chi è stato molto servo esigerà molti servi

 

Mai visitare un edificio assieme al suo autore

 

Raggiunse una certa rilevanza nel mondo culturale collezionando schizzi di architettura

 

Bellissimi studi di architettura non sono garanzia di bellissimi progetti

 

La sua villa, a forma di palla, rotolò lungo il crinale

 

CRONACA E STORIA di Arcangelo Di Cesare

 

Marzo 1961

Argomenti degli editoriali in breve del 1961: sciopero degli studenti, situazione dei beni culturali e provvedimenti a sostegno per risanare il patrimonio edilizio.

La storia si ripete sempre, cambiano i soggetti ma i temi sono sempre gli stessi.

La ciclicità degli argomenti impone riflessioni al riguardo: come mai dopo cinquant’anni siamo sempre a farci le stesse domande? E come mai non abbiamo trovato risposte a problematiche immutabili?

Ieri uscivamo dalla guerra, oggi ci raccontano che siamo in crisi, ieri non esistevano abbastanza fondi per evidenti motivi, oggi questi fondi li abbiamo finiti, ieri si cercava di costruire un’identità nazionale, oggi d’identità abbiamo solo la carta……

Questo paese è afflitto da un serio problema di autolesionismo, che ci costringe a screditare tutto il patrimonio che abbiamo ereditato, e a farci confondere l’interesse comune con quello personale.

Negli anni ’60 nelle scuole di architettura si scioperava contro l’indirizzo didattico dettato dal personale docente, contro l’impostazione accademica e autoritaria che produceva risultati dogmatici e aprioristici, capace solo di comprimere l’educazione degli studenti.

Nel 2011 gli studenti scioperano contro la legge Gelmini.

Negli anni ’60, dopo le dimissioni di Guglielmo De Angelis d’Ossat dalla Direzione Generale delle BB.AA., si cercava un sostituto capace, come il De Angelis, di controbattere alle orde dei disonesti distruttori del nostro patrimonio artistico.

Il Governo dell’epoca comprese l’importanza che la cultura e l’arte di una nazione hanno nella stessa vita internazionale e, al posto del De Angelis, chiamò un uomo altrettanto incorruttibile, energico, risoluto e, soprattutto, duro nella difesa del nostro patrimonio artistico: Bruno Molajoli.

Nel 2011 il Governo costringe a restare incollato alla guida dei Beni e le Attività culturali, un Ministro che ha una voglia matta di dimettersi.

Negli anni ’60 il senatore Emilio Battista presentò un disegno di Legge dal titolo: “Provvedimenti diretti a favorire l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione”; senza nuovi oneri per il bilancio dello Stato, la legge consentiva di recuperare i mezzi finanziari per il risanamento del vecchio patrimonio edilizio.

I fondi per il credito erano tratti dalle indennità di anzianità al dipendente che i datori di lavoro dovevano accantonare. Queste somme vincolate dovevano essere investite dal datore di lavoro in titoli emessi dall’ I.N.F.I.R.-Istituto Nazionale per il Finanziamento della Ricostruzione all’interesse del 3.50%.

L’ I.N.F.I.R. concedeva mutui di congruo importo per l’acquisto, la costruzione e la straordinaria manutenzione, con un tasso di interesse, a carico del mutuatario, del 3.50%.

Con una linearità senza precedenti si metteva a disposizione delle opere di risanamento un capitale di decine di miliardi annui.

Nel 2011 il governo ha approvato il Piano Casa come volano per il mondo dell’edilizia.

Tiriamo le conclusioni: a fronte delle stesse problematiche riguardanti l’istruzione, il patrimonio artistico o l’attività edilizia, oggi, le risposte dei governanti, sembra non essere all’altezza di quelle date negli anni ’60 e non ci consola il fatto di essere tutti dentro una crisi profonda e globale.

Forse ci consolerebbe di più essere governati da statisti, perché per dirla con le parole di Alcide De Gaspari: “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni”.

Nel mese di marzo è presentato nella rivista l’edificio ad angolo tra via Tiburtina e via dei Fiorentini: è una costruzione interamente realizzata con elementi prefabbricati dall’architetto Massimo Starita e da Sergio Musmeci.

Le ragioni di interesse di questa realizzazione sono molteplici: dal dettaglio all’insieme, dalle soluzioni costruttive adottate ai particolari vantaggi tecnici conseguiti, all’economia di tempi e di costi al risultato formale.

In un periodo in cui la prefabbricazione è stata quasi del tutto dimenticata, fa piacere rileggere la realizzazione di questo vero e proprio “programma edilizio” concepito, progettato e realizzato in maniera da ridurre al minimo il margine lasciato alla solita pratica costruttiva o all’abitudine delle maestranze.

La sua progettazione si è dilatata fino a comprendere non solo i problemi che di norma si risolvono al tavolo di disegno ma anche quelli che si pongono, e si risolvono male, in cantiere.

Anche vedendolo oggi, con la patina del tempo e nella sua semplicità, si notano le proprietà di chi lo ha realizzato: ingegno, serietà, responsabilità e chiarezza.

In via dei Fiorentini è stata progettata una costruzione e non costruito un progetto.

Se decidevi di costruire un edificio con una cubatura di 100.000 Mc e sceglievi di realizzarlo con una prefabbricazione tipo quella adottata in via dei Fiorentini dovevi spendere 93 milioni di  lire……………………….………………………..pardon 48.030,49 euro.

 

Architetto Arcangelo DI CESARE  www.xxl-architetture.com

mail: a.dicesare@xxl-architetture.com, archang@libero.it

 

INTERMEZZO di Edoardo Alamaro

 

Peppe Macedonio: la gratuità artigiana

Tardivi riconoscimenti tra artefici & architettura, ma meglio tardi che mai. Ho fatto bene ad accettare l’invito che mi ha rivolto Franco Lista, architetto. Mi aveva telefonato, mi aveva detto: “Alla Saletta Rossa della Libreria Guida di Napoli facciamo una rassegna di ‘artisti campani tra memoria e pre-senza’. L’abbiamo chiamata ‘Novecento & Oltre’. Il primo incontro è per Peppe Macedonio ceramista (Napoli 1906 – ivi 1986, ndr). Non puoi non parlarne tu. Ci saranno testimoni d’epoca: Giuseppe Antonello Leone, Diana Franco e Giovanni Ferrenti. Oltre a un pensiero di Carlo Alberto Sciascia. Ti va?” “Si, mi va bene Peppe Macedonio: è stato un eroe, un santo quotidiano ceramico, ci sto, vi vediamo martedì”. E posai il telefono.

Feci quindi mente locale. Mi preparai per tempo, misi diligentemente tutto su dischetto: l’arte visiva va comunicata vedendola, aiuta. Andai nel mio archivio ed estrassi la cartellina “Peppe Macedonio”. Oltre ai miei scritti, numerosi, puntuali, comparativi tra vari autori e i riferimenti alti coevi (Guido Gambone, Picasso a Vallauris, Leoncillo e Toth a Roma, …), rilessi quelli di Gennaro Borrelli, fonte assoluta di conoscenze “macedoniche”. Dal primo suo scritto del 1972, redatto per una mostra alla sconosciuta galleria d’Arte “Il Tarlo” di Napoli, utilissimo cataloghetto corredato da una puntigliosa elencazione dei lavori fatti dall’artista: dal 1938, cioè dalla Società “i due fornaciari” con Romolo Vetere (un gran pannello maiolicato sul tema “Maternità e infanzia” che sta al MIC (Museo Internazionale delle Ceramiche) di Faenza, premio Faenza 1941, opera dello scultore Giuseppe Mazzullo e in basso a sinistra si legge ancora: “esecuzione: i due fornaciari” ….; fino a quanto scritto da Borrelli per la rivista “Napoli Nobilissima”, maggio agosto 1986, in occasione della morte di Peppe Macedonio, febbraio 1986.

Il famoso professor Roberto Pane, che con l’andare del tempo giganteggia sempre di più, appose una breve premessa al testo. Concludeva così: “…La parola che si riaffaccia alla mente è sempre, ossessivamente, la stessa: la gratuità. Essenziale condizione per la vita dell’anima: ciò per cui siamo costretti a combattere, nella fiducia e nella speranza che, contro ogni meccanica reificazione, essa possa sussistere ancora.”

La gratuità, l’esistenzialità, … o il dono, la vita dell’anima. Questo è un bel tema di riflessione per “l’Opinione” di LPP. In un mondo ordinato e burocraticamente pianificato, nucleare ed efficiente alla giapponese, catastrofico quanto basta, è questa una sfida, una tentazione, una via, una vita. Assolutamente libera, e pertanto “assurda”, esistenziale e non esiziale. Son cose, queste, che si sentono ormai solo in chiesa, talvolta, la domenica. Ma poi nei fatti feriali si predica bene e s’architetta male il prossimo tuo. Pane tuosto nostro napolitano colse in una sola frase il senso di una vita normalmente eccentrica. Mai parola fu infatti più giusta per sintetizzare la bellezza dell’arte plastica di Peppe Macedonio, scultore maiolicaro a dimensione architettonica, tutta a colori: l’ultimo erede di Santa Chiara, dei Chiajese, dei Massa. Del Settecento & Oltre mediterraneo, con solarità e gratuità … za ..zza!!

“Vissi d’arte, vissi d’amore, donai ceramiche”, sarebbe stato il giusto epitaffio sulla tomba di Peppe Macedonio. L’arte per tutti, anonima, corale; narrazione estesa e aperta ai semplici, ai poeti e ai bambini. Era il suo sogno, il suo segno, la sua cifra alta. Era un uomo antico, pre-moderno, un uomo venuto dal Medioevo. Per questo motivo forse non ha mai firmato un pezzo pubblico (solo, e microscopicamente, i bozzetti plastici: piccoli, intensi, rari, preziosi). Così come non firmavano i costruttori delle cattedrali. L’artista, l’architetto, per lui non esisteva come figura sociale a sé. Esisteva dentro l’artefice agente, in colui che fa con arte, con mestiere, con gratuità e felicità. Per donare senso all’esistenza … a Napoli tra le due guerre, negli anni cinquanta, .. cose incredibili a scriverle ora. (Ci son state anche mani d’arte sapiente ne “le mani sulla città”, nda).

L’artefice era, per Peppe Macedonio, espressione della comunità agente e coesa. Anzi l’artefice stava dentro di essa, con essa. Stava nell’amore, nella famiglia aperta e collettiva, nel solida-lirismo artigiano, sociale e plurale. Accogliente e culturale nel fare. Industriosa più che industriale, locale e terrona, anzi terrosa. Per questo motivo il suo museo era la città stessa. La città moderna che sale, ma che scende anche nell’antico, nella tradizione. E se si va ancor oggi per le vie di Napoli, per il Vomero degli anni quaranta – cinquanta (ad esempio gli edifici per civili abitazioni di Via Mario Fiore 14, 1947; via Scarlatti 211/E, angolo Mattia Preti, 1948; palazzo “Arcate” di Avena a via Aniello Falcone, 1948; Via Cimarosa, … Via Cilea nn. 64 e 74, “palazzo delle maestre”, 1957; via Caldieri, angolo vico Acitillo; via Belvedere 87, ecc .., nda); o si scende giù ai Guantai nuovi, al nuovo Rione Carità laurino (4 pannelli cantonali in altorilievo, scultura maiolicata policroma, arch. Salvatori, 1957, nda); o si va alla Mostra d’Oltremare, ai 1000 metri quadri Mille (W l’Italia!!!), maiolicati garibaldinescamente dal Macedonio per l’esedra della lunghissima fontana di Carlo Cocchia, risolta magistralmente in gres nel 1952-53 con la tecnica del “frammento lirico” (Borrelli) … o meglio del “rottame leggero” (eldorado); … o delle schegge maiolicate “impazzite” a Casalvelino (SA), 1971 … o se si va a Gallipoli (plastiche cinema-teatro e facciata “grattacelo” arch. Perna, 1968, .. o … o…, tutto ciò lo si constata de visu.

Macedonio se ne fotteva del curriculum, dei riconoscimenti dei critici d’arte, delle medaglie, delle coppe, delle prebende e delle postbande dei gruppi d’avanguardia. Era antico arte-Giano, fronte-retro. Per questo motivo poteva apparire antipatico, scostante, ambiguo. Con dentro di sé un non so che di prepasoliniano. Ma i ceramisti veri son fatti così, sono “a parte”, di parte. Perciò è una genia simpatica, in estinzione, in mutazione generica. Macedonio era un arteGiano isolato, lavorava su al vecchio Vomero di Napoli, in una fornace favolosa ad Antignano. In un luogo-luogo dove la poetica di Salvatore Di Giacomo scorreva ancora dentro le sue antiche vie, lastricate di piperno, tra le voci de mercato ….

E tutto questo appartarsi, non era fatto per snobismo inglese arts and craft “alla pummarola” (che forse pur aveva anche in sé), ma perché “teneva che fare”. Aveva da fare, da maiolicare tutto il giorno per mangiare con arte, coll’artigianato. Faceva ceramica architettonica, un tema oggi negletto. La faceva senza assistenza e contingenza. Macedonio riusciva miracolosamente a destreggiarsi con imprese di costruzione (come quella di Mario Maglise, .. o la “Merolla e Paderni” (Parco Sereno, 1957, ad esempio); nonché con architetti e ingegneri (Gallo, Ferlaino, arch. Avena, Mustica, Scogliamiglio, Perna (cinema Adriano e Maximum, pizzeria Triunfo alla Duchesca, farmacia alla Riviera di Chiaia, nda); arch. Amadelli, (cinema Modernissimo …). Tutte espressioni dignitose  e decorose di un gusto diffuso pubblico, di un rapporto civile tra arte e architettura a bassa velocità, pre-metropolitana dell’arte e “museo obbligatorio”, compreso nel ticket di viaggio.

Innumerevoli sono gli aneddoti che qui mi piacerebbe raccontare, … che hanno raccontato alla Saletta rossa della Libreria Guida, … se avessimo ancora gratuità d’arte. Se avessimo ancora tempo & spazio da perdere. Ma non ne abbiamo più. Era solo un intermezzo, mi dispiace. Alla prossima. Eldorado

Ps. Ho sentito che avete detto: no, no, … continua la favola. E io continuo, a gentile richiesta: LPP, abbi pazienza. Dicevo… mai fatto una mostra da giovane, in una galleria d’arte, Peppe Macedonio. Gliele fecero fare poi da anziano, morì ottantenne nel 1986. Mai fatto un giorno di scuola, anche da allievo. Infatti sta scritto: “Nato a Napoli nel 1906, figlio dell’avvocato Salvatore che lo aveva avviato agli studi classici per farne un medico, solo all’età di sedici anni, perduto il padre, Giuseppe Macedonio si iscrisse all’Istituto d’Arte di Napoli”. Errore: per la verità, allora, nel 1922, quel luogo formativo pubblico si chiamava ancora “Istituto d’arte industriale”, erede traviatello del famoso “Museo Artistico Industriale” e Scuole Officine del gran Principe Filangieri, che lo aveva fondato, nel 1880, l’ultima utopia del fare sistemico dell’arte applicata a e per Napoli: il Sogno del Principe, fallito.

Ma avvenne il miracolo Macedonio. Nell’Istituto d’arte industriale Peppe ci stette un solo anno. Capì al volo, a istinto, che quel Sogno, quel segno, quell’Utopia del Principe per una Napoli modernamente artigiana e mani-fatturiera, era diventato solo un incubo. Capì che la “gratuita dell’arte fabbrile” non albergava più nell’anima di quella istituzione. E se ne andò. A lavorare, a plasticare, a formarsi alla “Ceramica Mollica” a San Giovanniello … o dai “Fratelli Freda” alla Strettola di Sant’Erasmo, per un lavoro felice! Se fosse rimasto dentro l’istitutuzionale avrebbe sarebbe stato infelice. Ma stipendiato a vita, pensionato ab initio. Avrebbe fatto il burocrate dell’arte: l’assistente, poi il professore, l’ordinario … , e via, via… forse anche il preside o l’ispettore ministeriale. Perfino il sindacalista o l’assessore all’artigianato, chissà! Ma era un uomo libero, Peppe Macedonio. E se ne andò.

Ha inseguito sempre un sogno, il Sogno del Principe, lui che si sentiva un principe venuto dal medioevo (la sua plastica di vena espressionista veniva da lontano, da Wiligelmo o Antelami, da Amalfi, Atrani o Salerno mixate con gli arabi, … forse la capì & carpi a Vietri sul mare, negli anni trenta, in simbiosi con gli artisti espressionisti “tedeschi” alla Dolker, alla Kowaliska, … , quando stette alla Macs, in quel groviglio fecondo tra arredo, architettura, arte, artigianato, artefici, …. a costo sociale zero e innovazione di prodotto mille!

Insomma: Peppe Macedonio era un antistatalista per eccellenza: ha campato sempre senza assistenza, senza coperture, senza padroni, senza partiti, senza tessere d’arte, senza stipendio, senza aiuti statati, provinciali, circoscrizionali, comunali. Un artista liberista perfetto. Un antitaliano assoluto! Che eroe, anzi, diciamo la verità, di questi tempi: che fesso!!!

 

IDEE

 

Marco Baschirotto: Il paesaggio arbitrario

Osservando le recenti opere costruite nel territorio Veneto, la terra del cosiddetto miracolo economico, notiamo , di questi tempi, una curiosa e angustiante tendenza all’imitazione di modelliesteri del fare architettura.

Questa esterofilia nasce probabilmente dalla sotterranea esigenza di un distacco culturale dalla propria ingombrante terra a favore di una “internazionalizzazione della città di provincia”, fenomeno, questo, che andrebbe probabilmente analizzato in chiave sociologica oltre che

paesaggistico-architettonica.

Accade così che le nostre piccole città si ritrovino contaminate dalla ferrea volontà di architetti maturati nel giusto ambiente culturale, promotori impenitenti di un minimalismo formale determinato dalla malinconia per una “secolarizzazione mancata delle forme”.

Muri pressochè ciechi e impreziositi da un buon materiale di rivestimento, finestre posizionate nei giusti punti come neoplasicismo insegnò, l’inesorabile presenza della piazzetta davanti, spazio dell’anonimato funzionale solo a lanciare le linee dell’edificio e a celebrarne la sua presenza.

Sarebbe interessante, da questo punto di vista, esaminare la questione a livello psichiatrico, carpire l’inquietudine presente in ogni espressione dell’ego architettonico , valutarne le effettive buone intenzioni o coglierne invece le ispirazioni caotiche e desunte, le sottili inquietudini che conducono

inevitabilmente all’ansia da prestazione.

Episodi contemporanei frammentari e autonomi che convivono in un caos predeterminato dalle singole esigenze della committenza e dalle singole velleità progettuali; la formazione progressiva di microcosmi architettonici in cui ogni rapporto con la città e il paesaggio risulta spesso essere

assente, e, di conseguenza, la formazione di un retroterra culturale che praticamente elimina ogni senso di colpa, ogni possibile incertezza relativa al modo migliore di progettare determinati contesti.

Il paesaggio diventa, in quest’ottica, qualcosa di assolitamente arbitrario, luogo senza storia né cultura, lembo di terra paragonabile a ciò che può rappresentare la tela bianca per un pittore, una superficie di volta in volta reinterpretabile e in cui il protagonista ha la possibilità di muoversi con

assoluta libertà, assecondando i suoi più reconditi personalismi.

Si pongono, a mio modo di vedere, una serie di domande sul futuro del territorio, non solo relative ad un progettare sostenibile, oggi come oggi considerabile il minimo della pena, ma anche e sopratutto alla riesamina dei contesti e sul modo di intervenire in questi contesti ad un livello specificatamente architettonico; oscilliamo senza guide tra i due atteggiamenti possibili, un auspicabile recupero del genius loci e una progettazione che riesca invece spregiudicatamente ad “osare” formalmente e urbanisticamente: galleggiamo nel mezzo.

L’ammodernamento della tradizione, così come l’esterofilia a buon mercato, non sono più strade percorribili senza ricadere inevitabilmente in uno scollegamento dalla realtà dei contesti così come si presentano.

Viviamo una fase difficile per la professione e forse non ci si rende conto che parte della crisi è causata dagli stessi professionisti, colpevoli promulgatori di una mancanza generalizzata di cultura, che, in un futuro sempre più prossimo, provocherà l’inevitabile dominio dei monopoli di alcuni studi di progettazione e il conseguente allontanamento dell’affermarsi di un continuo confronto

partecipato sul futuro delle nostre città. Niente risulta oramai più onesto intellettualmente che prendere una netta posizione culturale in

merito alla progettazione architettonica e urbanistica del paesaggio.

In un momento storico in cui schierarsi risulta essere spesso segno di “poca apertura” o, peggio, di carenza culturale, appare al contrario quanto di più desiderabile e culturalmente profondo ripristinare il confronto tra “geniuslocisti” e decostruttivisti, augurandoci che da un dibattito di questo tipo nascano nuovamente stimoli per riaccendere il fermento creativo dell’architettura, oggi protagonista di una crisi da cui non sembra esserci una chiara via d’uscita.

 

SGRUNT  a cura di Marco Maria Sambo

 

Selinunte Internazionale

  L’evento “Architects meet in Selinunte” -che si è appena concluso in Sicilia- è  una tra le iniziative più riuscite in Italia negli ultimi anni.

  Centinaia di persone hanno assistito alle Lezioni di Libeskind, Wines, Cucinella, Benini, Onix e tanti altri, osservando i progetti dei giovani talenti provenienti da tutto il mondo, ascoltando critici di fama nazionale e internazionale. Il tutto in un clima allegro, di reale scambio culturale e di confronto sulle dinamiche d’architettura dei nostri tempi.

  Tutto ciò testimonia che per organizzare il nostro futuro non servono strutture precostituite, organismi culturali che hanno ormai fatto il loro tempo e che ci fanno addormentare. Serve dinamica culturale e tanta passione.

 

Sgrunt a tutti.

marco_sambo@yahoo.it

 

LA STORIA IN PILLOLE di Rossella de Rita

 

Roma e gli ebrei

Il ghetto di Roma fu istituito nel 1555. La ghettizzazione era una realtà conosciuta sia in molte città italiane sia in altre parti d’Europa. L’esperienza romana fu però particolare per la durata e il suo giungere ben oltre le soglie dell’età contemporanea.

La minoranza ebraica aveva fatto parte sin dalle origini della Roma papale ma aveva vissuto sempre in uno stato di subordinazione. L’erezione del ghetto, chiuso dal tramonto all’alba, aveva peggiorato le loro condizioni e le interdizioni economiche avevano limitato le loro possibilità professionali essenzialmente al commercio e ad alcuni rami meno importanti dell’artigianato, i cui locali non potevano essere ubicati fuori del ghetto.

Le trasformazioni politiche ed economiche avvenute nel XIX secolo ebbero ripercussioni anche sulla comunità ebraica. L’elezione di Pio IX, nel 1846, sembrò segnare il cambiamento di un’epoca. Il nuovo pontefice permise ad alcuni abitanti del ghetto di alloggiare nei quartieri vicini, fece diverse elargizioni economiche e dichiarò abolito l’omaggio che i rappresentanti dell’Università dovevano rendere in Campidoglio il primo giorno di carnevale. Il 17 aprile 1848 Pio IX fece abbattere le mura del ghetto e attribuì agli ebrei i diritti civili. Tenendo conto degli aspetti sostanziali, l’atto del Papa ebbe più un effetto simbolico che non reale, continuando per gli ebrei a essere limitate le possibilità professionali e i diritti che realmente potevano esercitare. Dopo la caduta della repubblica romana, la situazione tornò pressoché quella di prima, anche senza le mura del ghetto e tale si mantenne fino alla breccia di Porta Pia, quando gran parte delle comunità ebraiche italiane erano da lungo tempo completamente libere e anzi, molti israeliti avevano preso parte attivamente al movimento politico del Paese.

L’emancipazione per gli ebrei arrivò solo con il 1870. Due ebrei, Samuele Alatri e Settimio Piperno furono eletti al Consiglio Comunale. Nel 1874 Samuele Alatri sedette alla Camera nelle file della Destra e nel 1875 fu nominato presidente del Monte di Pietà di Roma.

Nel 1904, l’inaugurazione del Tempio maggiore si pose come un segnale forte di una nuova era d’integrazione e di libertà.

Raggiunta l’uguaglianza, innalzata una loro sinagoga, gli ebrei potevano sentirsi a pieno titolo cittadini della città di cui si consideravano anche, e non a torto, i più antichi abitanti. Nel 1907 divenne per ben sette anni sindaco di Roma un ebreo, Ernesto Nathan. L’integrazione era ormai avanzata.

Nel 1938 le leggi razziali imposero agli ebrei uno statuto di assoluta inferiorità, che da una parte riportava indietro le lancette della storia al periodo che precedeva l’emancipazione e dall’altra preludeva allo sterminio che i nazisti avrebbero realizzato. Gli ebrei romani erano emancipati da meno di settant’anni, alcuni di loro avevano visto bambini il ghetto. La maggior parte viveva ancora nell’antico spazio, o tutto intorno. Il ghetto non c’era più, ma nella mente dei romani era ancora presente. Gli ebrei si trovarono ancora una volta a vivere di piccolo commercio, che continuò fino al 1940, consentendo al ghetto di sopravvivere. Con lo scoppio della guerra, fu vietato.

 

MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi

 

Benedetto disordine

E sono dieci. Sono dieci gli anni passati da quando Wikipedia, l’enciclopedia virtuale, è nata su iniziativa di Jimmy Wales. Un enciclopedia «fatta da tutti, aggiornata in tempo reale, gratuita», i cui numeri sono imponenti: tre milioni e mezzo di articoli, 80 milioni di visitatori al mese, edizioni in 25 lingue, 100 mila autori. Ormai per controllare qualche notizia, per conoscere qualche dato approdiamo su Wikipedia con buona pace degli esperti dell’Encyclopaedia Britannica. Wikipedia si fonda su tre attributi che ci dicono qualcosa sul nostro tempo in generale. Wikipedia è «fatta da tutti», da chiunque abbia un interesse per un certo tema: richiede perciò il coinvolgimento attivo da parte dei lettori-autori. Naturalmente i suoi autori sono dei dilettanti, non certo degli esperti come quelli che compilano con meticolosità la Britannica. Cosa dunque rende affidabili gli articoli di Wikipedia? La possibilità che ognuno ha di aggiungere, correggere, integrare ciò che è stato scritto (e su questa base acquisire credibilità). Wikipedia si presenta sempre in mutazione, aperta ad ogni aggiornamento ma nello stesso tempo tende a un equilibrio, a una sorta di neutralità, cioè alla condivisione di ogni singola voce da parte della comunità. Infine, con i suoi numerosi hyperlink e i vari elementi che formano ciascuna pagina (testo, immagini, formati) e che sono sparsi in diversi computer, Wikipedia mostra come il massimo disordine dell’oceano digitale non sia ostativo alla conoscenza. Bensì, come nota David Weinberger nel suo “Elogio del disordine” (Rizzoli, 2010) offra l’opportunità per una conoscenza ritagliata sulle necessità di ciascun cibernauta.

antonio.tursi@gmail.com [“L’Espresso”, 10 marzo 2011]

 

FRAME a cura di Channelbeta

 

AMPLIAMENTO SCUOLA ELEMENTARE/MEDIA – SAN PIERO A SEVE (FI), ITALIA di Fabio Capanni Workshop

 

L’ampliamento della scuola Stefanacci, a San Piero a Seve in provincia di Firenze, si compone di un nuovo blocco atto ad ospitare spazi relativi alla didattica, alcuni locali da destinare alla segretaria ed una sala polivalente utilizzabile dagli utenti della scuola e dalla cittadinanza.

 

L’edificio si configura essenzialmente come una compenetrazione di due volumi di matrice rettangolare, convenientemente disassati tra di loro a ricalcare gli allineamenti della scuola esistente ed il confine del lotto.

 

La stereometria dei volumi e la loro articolazione compositiva, sono in vero mutuate dall’architettura tradizionale toscana e, in particolare, dall’architettura spontanea che punteggia le colline circostanti. In questa esatta cornice, la luce è strumento privilegiato per animare superfici e formare spazi attraverso la contrapposizione dialettica fra una cortina muraria continua ed opaca e un volume intessuto di una varietà di bucature che infrange quella cortina e letteralmente vi si incastra.

 

Se la massiva superficie di intonaco, rimembranza dei muri di delimitazione delle proprietà delle ville della campagna circostante, viene interrotta, esclusivamente in corrispondenza dell’ingresso principale, da una tessile increspatura d’ombra che conduce all’interno dell’edificio,  l’immagine del blocco finestrato che ospita gli uffici e i laboratori, tenta un’interpretazione del principio di necessità che informa l’architettura spontanea di quel frammento di paesaggio[…].

Fabio Capanni

 

arch. Roberta Di Loreto

robertadiloreto@channelbeta.net

 

SEGNALAZIONI

 

Conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2011 del Premio Internazionale Ischia di Architettura “IL PREMIO DEGLI ALBERGHI E DELLE SPA PIÙ BELLE DEL MONDO”

 

Giovedì 7 aprile 2011 alle ore 16:00 si terrà la conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2011 del Premio Internazionale Ischia di Architettura “IL PREMIO DEGLI ALBERGHI E DELLE SPA PIÙ BELLE DEL MONDO” presso la Libreria Internazionale Ulrico Hoepli, via Hoepli 5, Milano.

 

Contemporaneamente sarà inaugurata la mostra “Punti di Vista” del fotografo di architettura Moreno Maggi, vincitore del premio per la Fotografia d’Architettura PIDA 2010, la mostra dei progetti vincitori dell’edizione 2010, sarà proiettato il documentario sul premio“A Journey To Ischia” realizzato da Nathaniel Kahn e Francesco Conversano e sarà presentata la pubblicazione PIDA 2008-2010.

 

Interverranno:

Francesco Regine_sindaco di forio d’ischia

Luigi Prestinenza Puglisi_aiac

Gennaro Polichetti_ordine architetti napoli

Giuseppe Roscioli_federalberghi

Massimo de Falco_compasses

Giovanni Hoepli

Paolo Pisciotta_consiglio nazionale architetti

Federico Verderosa_anab

Emanuela Tittocchia_madrina dell’evento

Moreno Maggi_fotografo

Giovannangelo De Angelis_pida

 

L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

INFO: info@pida.it – arch. De Angelis 3485113889

LIBRERIA INTERNAZIONALE ULRICO HOEPLI hoepli@hoepli.itwww.hoepli.it – +3902864871

 

Master in architettura per la cooperazione e lo sviluppo

Il prossimo giovedì 24 marzo 2011 alle ore 14,00, presso l’Aula magna della Facoltà di Architettura, si terrà il terzo seminario sul tema dell’Architettura e Cooperazione nei Paesi in Via di Sviluppo (PVS) dal titolo “ANTICHE TECNOLOGIE PER UNA NUOVA ARCHITETTURA. Dalla geometria ortogonale alla geometria polare tenuto dall’Architetto FABRIZIO CARÒLA (N:EA Napoli)

Il ciclo di seminari fa parte delle attività culturali previste per l’AA 2010/2011, dal Dipartimento di AACM  dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria, diretto dalla prof.ssa Concetta Fallanca, con l’obiettivo di sensibilizzare studenti e professionisti sul tema dell’ Architettura e Cooperazione nei Paesi del sud del mondo.

L’iniziativa prevede l’organizzazione di sei incontri a cadenza mensile, avviati da Corrado Minervini a gennaio 2011, che vedono come relatori altrettanti professionisti specialisti nel settore, che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di architetto nei PVS.

Il ciclo di seminari è finalizzato al percorso preparatorio per la realizzazione del Master in Architettura per la Cooperazione e lo Sviluppo (MARCOS) e si colloca nell’ambito delle attività formative del Dottorato di Ricerca in Architettura, curriculum in Pianificazione e Progettazione della Città Mediterranea e Rilievo e Rappresentazione dell’Architettura Mediterranea.

L’iniziativa è promossa e organizzata da Concetta Fallanca, Irene Caltabiano, Laura Marino, Sebastiano Nucifora, Antonio Taccone, Alessandro Villari.

http://www.unirc.it/daacm/eventi-universita-reggio.php?act=detail&id=54

 

Ciclo  dei seminari

 

18 gennaio

Corrado Minervini

24 febbraio

Emilio Caravatti (Africabougou Monza)

24 marzo

Fabrizio Caròla (N:EA Napoli)

8 aprile 2011

Raul Pantaleo (TAMassociati Venezia)

Alessio Battistella (Ar.Co. Milano)

maggio 2011

Luca Bonifacio (Hope and Space)

Filippo Frazzetta (Acra Milano)

giugno

Gianni Vaggi (Università di Pavia)

Irene Caltabiano (Politecnico di Torino)

Nico Lotta (VIS Roma)

 

La kunsthalle più bella del mondo

Un progetto per il Centro delle Arti Contemporanee di Como

autunno 2010 – autunno 2012

presso Fondazione Antonio Ratti, Villa Sucota, via per Cernobbio 19, Como

 

La Kunsthalle più bella del mondo muove i suoi passi dalla consapevolezza di una peculiare condizione di crisi delle pratiche espositive dell’arte contemporanea.

Nell’arco di due anni, 24 eventi svilupperanno una riflessione esaustiva sul sistema dell’arte contemporanea, i suoi protagonisti, le sue istituzioni, i suoi territori, il suo pubblico, i suoi obiettivi e problemi. Verranno analizzati i diversi modelli di centri espositivi e le loro caratteristiche; le relazioni tra economia e arte; l’identità della figura del curatore; i dispositivi spaziali e gli allestimenti; le pubblicazioni e gli altri strumenti di comunicazione edi memoria. Curatori, artisti, critici, specialisti delle diverse discipline, italiani e stranieri, animeranno le 24 stazioni del progetto e contribuiranno a dare forma alla più vasta riflessione sul sistema dell’arte contemporanea fino ad oggi mai sperimentata.

 

La Kunsthalle più bella del mondo è un progetto concepito dalla Fondazione Antonio Ratti e dalla Camera di Commercio di Como (nell’ambito dell’iniziativa Laboratorio Como), con la collaborazione del Corso di Laurea magistrale in Arti Visive dell’Università IUAV di Venezia e del Centro ASK della Università Bocconi di Milano, con l’obiettivo della elaborazione di un programma originale per un futuro Centro delle Arti Contemporanee nel capoluogo lariano.

 

Laboratorio Como è un progetto della Camera di Commercio, avviato già da qualche anno, che rappresenta un momento di esplorazione ed analisi delle molteplici interconnessioni che uniscono crescita economica, innovazione, sviluppo urbano, cultura, creatività, valutando il ruolo che Como e il suo territorio possono assumere nell’attuale contesto evolutivo generale.

 

La responsabilità scientifica del progetto La Kunsthalle più bella del mondo è di Marco De Michelis, Direttore della Fondazione Antonio Ratti, con il coordinamento di Filipa Ramos .

Tutti i materiali via via prodotti costituiranno un archivio aperto, consultabile sul sito della Fondazione Antonio Ratti: www.fondazioneratti.org e su quello di Laboratorio Como: www.laboratoriocomo.it

 

Prossimi appuntamenti gennaio-giugno 2011

 

Giovedì, 27 Gennaio 2011 ore 18

VI. La Kunsthalle più bella del mondo II

Marco De Michelis interviews Carolyn Christov-Bakargiev

 

Thursday, 24 February 2011, 6pm

VII. From the Eighties until Tomorrow: The French FRAC’s

Keynote speaker: Nicolas Bourriaud (Paris)

Alain Quemin (Université Paris-Est)

Eric Troncy (Le Consortium Dijon)

Eva González-Sancho (FRAC Bourgogne)

Coordinatore: Andrea Lissoni

 

Giovedì, 24 Marzo 2011 ore 18

VIII. Producing for Exhibiting

James Lingwood (Artangel, London)

Nato Thompson (Creative Time, NYC)

Coordinatore: Paola Nicolin

 

Venerdì, 29 Aprile 2011 ore 18

IX. Non solo arte

Keynote speaker: Joseph Grima (Domus, Milano)

Maria Luisa Frisa (Pitti Immagine, Firenze)

Deyan Sudjic (DesignMuseum, London)

Carson Chan (writer, Berlin)

Coordinatore: Eva Fabbris

 

Mercoledì, 1 Giugno 2011 ore 18

X. Italian No-profit

Keynote speaker: Roberto Pinto (Uni Trento)

Emanuela De Cecco (Uni Bolzano)

Stefano Chiodi (Dams, Uni Roma)

Coordinatore: Marina Sorbello

 

Wednesday, 1 June 2011, 6pm

XI. Displays

Keynote speaker: Bruce Altshuler (New YorkUniversity)

Iwona Blazwick (Whitechapel, London)

Andrea Lissoni (HangarBicocca, Milano)

Mario Lupano (IUAV, Venezia)

Coordinatore: Stefano Collicelli Cagol

 

TESTIMONIANZE

 

Luca Guido: Università per ricchi

Università per ricchi: 40 mila euro di reddito per fare il professore a contratto. Chi mi conosce, conosce bene anche la mia opinione sull’ università e sulla riforma: penso che non serva alcuna riforma; le strutture universitarie, i loro apparati, i meccanismi di accesso all’ insegnamento e alla ricerca andrebbero totalmente ripensati, rivoluzionati. Allo stesso modo gran parte del corpo docente dovrebbe essere rinnovato e sostituito: alludo ai professori privi di qualsiasi vocazione e incapaci di fornire reali stimoli di crescita civile e culturale. Nel testo della legge di riforma si era vista qualche rara buona intenzione, ma gli emendamenti sono stati capaci di peggiorare per quanto possibile la situazione. In particolare un emendamento “antiprecari”, palesemente discriminante, che come riferiscono le cronache è stato voluto dal Pd ed è passato quasi sotto silenzio sentenziando l’ ennesima congiuntura politica tra parti virtualmente avverse. Tale emendamento pone come requisito di idoneità all’ insegnamento per gli incaricati non di ruolo un reddito superiore ai 40mila euro. Tutto questo per evitare forme di precariato, si giustificano i sottoscrittori dell’ emendamento, poichè bisogna scontare il fatto che molti contratti sono gratuiti o per poche migliaia di euro per un semestre. E così molti, da precari diventano disoccupati. Potranno continuare a fare i precari come collaboratori alla didattica, tutor o esercitatori, regredendo ulteriormente nella scala sociale ed in quella dei titoli universitari. Inutile dire che il provvedimento colpisce i più giovani e i volontari, spesso sprovvisti del fatturato richiesto. Il merito misurato col reddito è una mortificante discriminazione partorita da menti obnubilate dall’ ignoranza e dal pregiudizio, perché dimostrano tutta l’ incapacità della politica di riflettere ed immaginare le conseguenze delle proprie azioni. Ad un mondo fatto di cultura, onestà ed immaginazione viene anteposto quello basato sul reddito, a destra come a sinistra. Un mondo basato sul consolidarsi dei diritti acquisiti in una forma primordiale ed ancestrale. Al di là di tutto ho avuto numerose rassicurazioni da docenti che tale articolo sarà modificato, così come altri articoli. Spero che sia così, ma nel frattempo credo che sia necessario parlarne e combattere l’ inedia con l’azione.

Tuttavia nella vicenda c’è una cosa che mi lascia particolarmente amareggiato.

Giorgio Napolitano, nel promulgare la legge di riforma dell’ università, ha contestualmente evidenziato “talune criticità”, aggiungendo malinconia a tristezza.

In una nota diffusa dal Quirinale ed inviata al Presidente del Consiglio dei Ministri spiega infatti quali siano i problemi con parole meste, placide, dal tono burocratico e velatamente indifferente. Una composta osservazione che demanda ad altri le responsabilità.

“Promulgo la legge, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, non avendo ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere, correttiva della legge approvata a conclusione di un lungo e faticoso iter parlamentare. L’attuazione della legge è del resto demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali; quel che sta per avviarsi è dunque un processo di riforma, nel corso del quale saranno concretamente definiti gli indirizzi indicati nel testo legislativo e potranno essere anche affrontate talune criticità, riscontrabili in particolare negli articoli 4, 23 e 26. Per quel che riguarda l’articolo 6, concernente il titolo di professore aggregato – pur non lasciando la norma, da un punto di vista sostanziale, spazio a dubbi interpretativi della reale volontà del legislatore – si attende che ai fini di un auspicabile migliore coordinamento formale, il governo adempia senza indugio all’impegno assunto dal Ministro Gelmini nella seduta del 21 dicembre in Senato, eventualmente attraverso la soppressione del comma 5 dell’articolo. Per quanto concerne l’art. 4 relativo alla concessione di borse di studio agli studenti, appare non pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell’appartenenza territoriale. Inoltre l’art. 23, nel disciplinare i contratti per attività di insegnamento, appare di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale. Infine è opportuno che l’art. 26, nel prevedere l’interpretazione autentica dell’art. 1, comma 1, del decreto legge n. 2 del 2004 sia formulato in termini non equivoci e corrispondenti al consolidato indirizzo giurisprudenziale della Corte Costituzionale. Al di là del possibile superamento – nel corso del processo di attuazione della legge – delle criticità relative agli articoli menzionati, resta importante l’iniziativa che spetta al governo in esecuzione degli ordini del giorno Valditara e altri G 28.100, Rusconi ed altri G24.301, accolti nella seduta del 21 dicembre in Senato, contenenti precise indicazioni anche integrative – sul piano dei contenuti e delle risorse – delle scelte compiute con la legge successivamente approvata dall’Assemblea. Auspico infine che su tutti gli impegni assunti con l’accoglimento degli ordini del giorno e sugli sviluppi della complessa fase attuativa del provvedimento, il governo ricerchi un costruttivo confronto con tutte le parti interessate”. (fonte: http://www.repubblica.it/scuola/2010/12/30/news/napolitano_universit-10718988/)

Questa nota è un problema di altro ordine. Rappresenta quel genere di persona, efficiente, ligia al proprio dovere ed al proprio lavoro da poter apparire allo stesso tempo autorevole ed indifferente, burocratica e disumana.

Questo genere di persone, rappresentano il modello di efficienza e rispettabilità politica inauguratosi col contemporaneo, con il ’900.

Quando alle sperequazioni si risponde con tono sommessamente burocratico, ad evidenti ingiustizie si risponde con anestetiche osservazioni, la politica con l’ uomo perde quello che ha di umano. Ti viene in mente che forse di questo modello di persona e di politico non ce ne libereremo mai.

http://lucaguido.wordpress.com/

 

LETTERE

 

Maurizio Vitta: La critica di architettura

Caro LPP, lodevolissimi sono i tuoi appunti sulla critica dell’architettura. Meriterebbero ulteriori approfondimenti. Ne propongo uno: quale formazione culturale hanno i critici dell’architettura? L’architettura – almeno in Italia – offre un curioso spettacolo: gli architetti la studiano, la insegnano, la fanno, la criticano, la recensiscono, ne fanno la storia, ne definiscono l’estetica, la giudicano nei concorsi, in un processo di partenogenesi che non ha riscontro in alcun altro campo del sapere. Per contro, nelle facoltà di architettura le tesi di storia o di critica (al pari della quasi totalità delle materie umanistiche) sono pressoché inesistenti, mentre in quelle di lettere e filosofia si ignora completamente la materia. Così si ripropone la domanda di partenza: quale formazione culturale hanno i critici e gli storici dell’architettura?

Grazie per l’attenzione e buon lavoro

Maurizio Vitta

 

Paola Rossi: Cemento Romano

Sarà forse perché i 16 architetti romani intervistati da Diego Lama hanno in media 80 anni tant’è che in sala il 28 febbraio, alla presentazione del libro “Cemento Romano” erano assenti anche molti di loro. Insieme a loro, purtroppo, molti moltissimi giovani architetti e studenti di architettura.

Prestinenza interpreta l’assenza – sensibile visto che la sala era semivuota – come conseguenza della “sostanziale distanza  di questa cultura romana dalle dinamiche del nostro presente”.   Condivido questa considerazione che però rischia, anche questa, di avere un “carattere specificatamente locale” se, come mi hanno riferito, l’analoga presentazione di “Storia di cemento” a Napoli ha visto una sala strapiena.

 

Un saluto referente e grato a Pietro Barucci (89 anni molto ben portati) il quale, tra i pochi protagonisti cortesemente presenti in sala, ha saputo e voluto riconoscere davanti a tutti di aver concluso definitivamente il suo percorso di progettista quando, turista per caso a Bilbao, si è commosso davanti al Guggenheim realizzando che non sarebbe stato più in grado di comporre un’architettura come o superiore a quell’edificio straordinario.

Ebbene mi viene di pensare  che Frank Gehry (82 anni, solo 7 meno di Barucci) nelle sue ultime opere non riesce a superare e neppure ad uguagliare se stesso  – senza beninteso volergli negare alcuno dei meriti che indubbiamente ha – e anzi mi sembra letteralmente incartato proprio come i modellini che realizza accartocciando o appallottolando fogli di carta extrastrong …

Insomma siamo proprio sicuri che la mancanza di partecipazione dei giovani sia dovuta ad un gap generazionale ?  Non potremmo ipotizzare, tra le tante supposizioni possibili, che sia piuttosto un problema culturale : oggi i giovani, e non solo purtroppo, sono attratti unicamente dal mondo mitizzato delle archistars, urlatori di professione.

 

Il libro di Diego Lama in fondo vuole essere una testimonianza storica e insieme, stante la costruzione intrigante delle interviste comprensive di uno spaccato seducente dell’ambiente personale dell’intervistato, una descrizione a tutto tondo di questi (nel bene e nel male) personaggi dell’architettura romana.

Insomma, caro Luigi hai ragione : la cultura architettonica romana è ingessata e rivolta per lo più solo a se stessa ma Cemento  Romano merita di essere letto e anche io ho imparato molte cose dal dibattito e perfino le assenze sono servite a pensare.

Grazie a Diego Lama e grazie agli intervenuti.

 

IN OFFICINA a cura di Mario Miccio

 

Video arte e sound and light design nella notte TRICOLORE DI ROMA

La notte tra il 16 e il 17 marzo Roma si veste del Tricolore per la Festa Nazionale dei 150 anni dell’Unità d’Italia. La città diventa palcoscenico dove la magia di luci e colori di bandiere, stendardi e giochi pirotecnici s’intrecciano alla suggestione di balli e animazioni di strada, di giocolieri e trampolieri; all’emozione di musiche di bande, fanfare e orchestre e canti nella riscoperta dell’identità per letture e spettacoli teatrali.

Un particolare percorso della festa è quello che segue le strade e le piazze ridisegnate dai quadri coreografici della video arte e dal sound and light design: le antiche vestigia della città dei cesari, i palazzi della Roma papalina, trasfigurati dalle immagini e dalle luci che interagiscono con i profili architettonici, con le finiture, con i vuoti ed i pieni, e con i materiali, sembrano ridare vita al mito risorgimentale della “terza Roma” di mazziniana memoria, riproducendo il movimento della storia.

Illuminazioni scenografiche rianimano il tempio di Adriano di piazza di Pietra e il Palazzo delle Assicurazioni di piazza Venezia mentre a cura del light designer svizzero Gerry Hofstetter sono le proiezioni e i giochi di luce sul Colosseo, sulla facciata di Palazzo Massimo alle Terme e in piazza della Repubblica. “Sotto la stessa bandiera” a cura di Roberto Malfatto/RMP_LAB è il titolo del racconto per immagini e musica dei 150 anni dell’Unità d’Italia che viene proiettato sulla facciata di Palazzo Wedekind a Piazza Colonna, dove in epoca romana sorgeva il Tempio di Marco Aurelio: una sequenza animata di piccoli e grandi protagonisti della storia, della cultura e della creatività italiana. A Piazza del Campidoglio sulla facciata del Palazzo Senatorio l’esperimento di musica, videoproiezioni, e luci ha il titolo di “Fantasia italiana”: i cantanti della JuniOrchestra Advanced dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta dal maestro Carlo Rizzari “appariranno in diversi livelli del Palazzo interagendo con le immagini in modo che la musica e il canto dialoghino con l’architettura, le proiezioni e la luce”.

I Mercati Traianei accolgono l’Opéra Lumière “Viaggio in Italia” a cura di Danny Rose. Curatore e regista di numerose Opéra Lumière in tutto il mondo, dalla cerimonia di chiusura per i Giochi Olimpici di Salt Lake City alla Notte Bianca di Barcellona al Capodanno a Piazza Plebiscito a Napoli, ha creato per la notte tricolore tre spettacoli a celebrazione dell’epopea risorgimentale: attraverso sofisticate proiezioni dinamiche ad altissima risoluzione egli trasforma le antiche vestigia in un museo a cielo aperto con la proiezione di quadri dei pittori romantici, poi in un teatro lirico dell’800 con “Viva Verdi”. Lo spettacolo si chiude con “Il Gran Ballo d’Italia”, una grande festa di musica e danze popolari.. La città diventa palcoscenico dove la magia di luci e colori di bandiere, stendardi e giochi pirotecnici s’intrecciano alla suggestione di balli e animazioni di strada, di giocolieri e trampolieri; all’emozione di musiche di bande, fanfare e orchestre e canti nella riscoperta dell’identità per letture e spettacoli teatrali.

 

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