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presS/Tletter n.05-2011

ESECIZI DI ERMENEUTICA di Marcello del Campo

 

Dopo la Moretta, Portoghesi ridisegnerà la Casa Bianca?

Barok Obama

 

IN EVIDENZA

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: Architects meet in Selinunte:  10-14 marzo

L’OPINIONE: A che serve la critica?

CARTOLINE: Cartoline di Renato Nicolini

AIAC TUBE: AiacTube/Architettura e Critica

DOCUMENTI: Intervista fatta a Carlo Aymonino tratta dal volume "Cemento Romano" di Diego

INCONTRI DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

MOSTRE DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

UNIVERSITA’ E DINTORNI: news di Nicolò Lewanski

NOTIZIE DALLA SPAGNA: gli eventi in Spagna raccontati da Graziella Trovato e Francesca Ferlicca

SICILIAN ARCHITECTURAL CHAOS: Salvator-John Liotta intervista Gaia Patti RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Abbaino

NOTIZIE INARCH: Presentazione del volume Cemento romano

MILLE COMIGNOLI: Cronache da Parigi a cura di Benedetta Stoppioni

AFORISMI RISTRUTTURATI: Diego Lama produce ed aggiusta aforismi per il pubblico di presS/Tletter…

CRONACA E STORIA: Arcangelo di Cesare continua con Cronache e storia: febbraio 1961

SPECIE DI LIBRI: Diego Terna ci parla di Bildbauten

RECENSIONI,COMMENTI,SUGGERIMENTI: Giulio De Carli: New AirportsAntonio di Campli: La ricostruzione del Crystal Palace

 IDEE: Salvator John Liotta: Wa, Armonia: articolo 1 della costituzione giapponese

SGRUNT: Marco Maria Sambo: Master Housing

FRAME: Channelbeta: Il West 57th progettato da BIG-Bjarke Ingels Group

SEGNALAZIONI: Paolo Angeletti a Roma — Needs. Architetture nei Paesi in via di sviluppo

LETTERE: Marco Jacopino: Circa il silenzio — Lucia Proto: Tutti a Scuola

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA

 

Architects meet in Selinunte

Dall’ 11 al 14 marzo ci sarà a Selinunte un grande incontro di architettura  a cui noi dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (AIAC) stiamo lavorando da tempo.

Avrà per titolo Architects meet in Selinunte: Prospettive per il prossimo futuro.

Selinunte è una delle località più belle della Sicilia, fronteggiante il mare, adiacente a una magnifica area naturale e al parco archeologico più grande d’Europa. La municipalità di Selinunte ha da tempo puntato alla valorizzazione dell’architettura contemporanea ed è stata attivamente coinvolta in concorsi di architettura, workshop ed eventi da noi organizzati.

Sono partner di questa seconda iniziativa alcune tra le più note riviste internazionali di architettura: A10 (Holland ), The Architects’ Newspaper (USA), Architectural design (UK), Compasses (Arab Emirates), L’Industria delle Costruzioni (Italy). Numerose altre, tra le quali The Plan e il Giornale dell’Architettura, verranno in qualità di ospiti.

Attraverso il lavoro dei più promettenti giovani talenti operanti sulla scena mondiale e attraverso il punto di vista di importanti studiosi e critici si cercherà di delineare strategie per l’architettura del prossimo futuro.

Il tema sarà articolato in tre sottotemi:11 marzo: nuova semplicità, ecologia, postdigitale; 12 marzo: (dis)identità; 13 marzo: coinvolgimento sociale e back to politics.

Il convegno è concepito come un flusso ininterrotto di informazioni. La corrente principale di questo flusso sono le esposizioni dei TALENTS, cioè di venti gruppi under 35 di altrettante diverse nazionalità selezionati come i migliori operanti a livello internazionale, i quali durante i tre giorni si alterneranno sul palco. Gli interventi dei TALENTS saranno intervallati dagli interventi dei CRITICS, cioè direttori delle riviste partner dell’evento e critici di riconosciuto livello internazionale, e dalle conferenze degli SPECIAL GUEST, cioè quattro studi di architettura operanti a livello internazionale e noti per la loro ricerca architettonica.

Gli SPECIAL GUEST sono: Bellaviti Coursaris: Francia, Dekleva Gregoric: Slovenia, Ecosistema Urbano: Spagna, Onix: Olanda

Oltre ai lavori del convegno nei quattro giorni, sono previsti numerosi blockbuster events (eventi esplosivi). Sono lectio magistralis di ospiti particolarmente illustri:Arup, Dante Benini, Mario Cucinella, William J.R. Curtis, Odile Decq, Neil Leach, Daniel Libeskind, James Wines

Vi sarà inoltre una mostra del lavoro di sette studi di architettura siciliani. I sette studi selezionati sono: Architrend , Renato Arrigo, Cusenza-Salvo, Antonio Iraci, Orazio La Monaca, Scau, UFO. L’evento sarà lanciato anche attraverso una pubblicazione edita dalla Mancosu Editore.

Il 14 marzo è prevista una visita a Gibellina e Salemi, località di particolare interesse architettonico. Anche i giorni dall’11 al 13 marzo saranno articolati in modo da lasciare spazio alla conoscenza dei luoghi. Le sedi del convegno e pause tra i lavori saranno organizzate in modo da far visitare ai convegnisti l’area archeologica, l’area naturalistica di Selinunte e il sistema delle piazze di Castelvetrano progettato da Pasquale Culotta (1939-2006).

Il convegno è gratuito ed aperto a tutti ma, per partecipare, è necessario accreditarsi alla casella di posta: infoeventi@presstfactory.com. Se prenoti adesso con un volo low cost (per esempio Wind Jet o Blu Panorama) per Palermo o Trapani troverai biglietti a costo ridotto. Per l’ospitalità abbiamo attivato delle convenzioni alberghiere.

 

Noi ci saremo

Vieni anche tu

 

Guarda il promo: http://www.youtube.com/user/architetturaecritica

 

INFO ITALIA: Zaira Magliozzi, +39 3398089833, segreteria@presstfactory.com; Federica Russo, +39 393 2294 999, infoeventi@presstfactory.com

INFO ESTERO:Bernardina BORRA, +39 3463176514, borra@demoarchitects.com

 

L’OPINIONE

 

A che serve la critica?

A che serve la critica? Se non vogliamo rispondere con una tautologia – a criticare-  che però ha il pregio di manifestarne con immediatezza e senza troppi cincischiamenti la funzione principale, possiamo  provare ad articolare la risposta in quattro punti: a costituire nodi, racconti, progetti, giornali.

Nodi: il critico può essere un cancello o un nodo. Il cancello filtra ma crea ostacoli impedendo l’accesso. Tu non entri, tu non appartieni. Il nodo, invece, assorbe energia dal sistema e la restituisce moltiplicata. Crea occasioni, lancia talenti, stabilisce interconnessioni che prima non esistevano.

Racconti: si è detto sino all’esasperazione che sono finite le grandi narrazioni. Ma non si è esaurito il raccontare. Senza i fili del racconto o, se volete, dei racconti niente storie e senza storie niente prospettive.

Progetti: è il futuro che interessa perché è lì che si svolgerà la vita. Ma senza progetti non si delineano direzioni. E senza direzioni non si fonda una critica. Perché criticare è selezionare, cioè dare valore ad alcune prospettive rispetto ad altre.

Giornali: la critica nasce sui giornali perché  il critico non lavora solo sull’artista ma anche sul pubblico. Senza comunicazione non si fa critica, ma solo erudizione.

Rispetto a questi quattro punti: quale è lo stato di vitalità della critica in Italia?  E chi sono stati i grandi critici in Italia? Ecco un altro bel problema che la critica italiana dovrebbe porsi in questi anni un po’ paludosi.

 

CARTOLINE di Renato Nicolini

http://www.renatonicolini.it/blog/

 

CARTOLINA 13 FEBBRAIO

Il popolo della dignità.

 

CARTOLINA LUIGI MORETTI

Daniela De Angelis pubblica, con l’editore Gangemi Luigi Moretti e i progetti per Galloro 1937 1942. Un lavoro che ricostruisce un periodo poco conosciuto dell’opera di Moretti, le case costruite ai Castelli per un gruppo di suoi amici, per quella che doveva essere una sorta di comunità ideale, unite da “un programma condiviso di ozi e piaceri dello spirito e della carne, da esperirsi nel mezzo di richiami compositi alla romanità ed all’antico fasto delle casate nobiliari romane che per prime avevano eletto i Castelli quali luoghi deputati per le loro dimore di campagna (…)  Villa Bianchi detta la Castagnina era destinata all’imprenditore edile ariccino Oreste Bianchi, Villa Falcioni alla famiglia di ristoratori romani che possedeva un rinomato locale in via Cavour … Casa D’Aroma al famoso giornalista Nino ed a sua moglie, l’attrice russa Tatiana Pavlova”. Ciò che si fa apprezzare è la volontà di entrare dentro il fascismo di Luigi Moretti, senza mascherarlo, ma per conoscere.      

 

CARTOLINA DURA ANCORA L’ESEMPIO DI RE FERDINANDO DI BORBONE

“L’architettura poi è cosa tutta sua; corregge a suo modo i progetti, fa murare e smurare a suo talento; la fabbrica vien meno, ed ei rimprovera l’architetto: se questi non fosse un re, sarebbe un buffone da far ridere, o uno sciagurato da far pietà”.

(L. Settembrini, Protesta del popolo delle Due Sicilie, 1847)

 

CARTOLINA IL PATRIMONIO E L’ABITARE

E’ stato presentato all’INArch di Roma il volume curato da Carmen Andriani, raccogliendo vari contributi a partire dal Convegno Ricordo al futuro. Patrimonio dell’esistente e paesaggi urbani contemporanei promosso da PARC/MIBAC e MAXXI nell’ambito dell’XI Biennale d’Architettura. Anche se “Ricordo al futuro” mi sembrava un titolo più bello, Joseph Rykwert coglie nella sua introduzione il nodo centrale. La nozione di patrimonio s’impone nell’Ottocento come reazione al metodo Haussmann, aggressivo, violento sventramento delle città. C’è la posizione di Camillo Sitte; l’esempio di Cerdà a Barcellona, che somma nuove addizioni alla città vecchia; ed all’opposto Le Corbusier, che propone di portare all’estremo il metodo Haussmann, cancellando tutta Parigi tranne i monumenti. Carmen Andriani propone un atteggiamento critico che superi il “rispecchiamento narcisistico” nel passato, frantumando concettualmente ciò che era ritenuto “compatto e immutabile”, “quel bene ereditato dai padri e dalle madri”. “Entro un tale sfondo la nozione di patrimonio si declina in modo diverso  rispetto a quanto lo identifichi con la memoria, il monumento, il tessuto urbano. In un’idea di abitare come relazione complessa con un ambiente, patrimonio è anche “lo spazio intimo del proprio fare”, costituito da “valori privati, credenze, emozioni, sentimenti, abitudini”.

 

CARTOLINA LA SFIDA DEL PATRIMONIO

A mio avviso, sarà la questione centrale dei prossimi anni. C’è una ragione particolare perché l’Italia cambi il prima possibile il modo di pensare della propria industria edilizia. Oggi siamo pericolosamente affacciati, soprattutto in una città come Roma, sull’orlo di una bolla finanziaria che può scoppiare da un momento all’altro. Fino a quando l’economia potrà considerare compatibili alti prezzi immobiliari ed edilizia (che si rivolge a ceti agiati) invenduta? Gli alti prezzi di listino garantiscono le esposizioni bancarie delle imprese; e se queste seguitassero a non vendere, e le banche chiedessero di rientrare? Ma la sfida è soprattutto progettuale; ancor più, di mentalità. Il rinnovo urbano in grande dimensione è possibile se si punta con decisione alla crescita di qualità (Barcelona ha insegnato), a produrre nuovamente l’effetto città minacciato dalla gentrificazione, dal degrado e dalla caduta delle infrastrutture e dei servizi.

 

AIAC TUBE

 

AiacTube/Architettura e Critica

http://www.youtube.com/architetturaecritica

 

— AiacTube, il Canale YouTube dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica, inizia un percorso di collaborazione con il Canale 850 di Sky “ACM Channel/Ceramicanda Tg Architettura”: alcuni nostri filmati saranno trasmessi nei prossimi mesi sul Tg Architettura e molti altri video dei nostri iscritti e amici saranno segnalati alla Redazione di Ceramicanda.

 

 È già in onda, in questi giorni e fino a lunedì, il filmato realizzato per il Concorso “Un’idea per la ricostruzione-Proposte per l’emergenza”: http://www.youtube.com/architetturaecritica#p/u/34/-_cvzC-5yD0

 

 Iscrivetevi quindi al nostro Canale, inviateci i vostri video e le vostre proposte: le idee migliori verranno inserite sul nostro spazio YouTube e saranno segnalate alla Redazione del Canale 850 di Sky.

(architetturaecritica@libero.itarchitetturaecritica@live.it)

 

 Per vedere il Palinsesto 850 di Sky, fate un click su questo link:

http://www.ceramicanda.it/source/home.asp?page=puntata&cat=131&dadove=3

 

— AiacTube vuole anche ringraziare le circa 22.000 persone che hanno visitato il Canale in questi primi mesi di vita e, in particolar modo, gli amici e gli iscritti YouTube tra cui: Tg3, TreccaniChannel, InArch, FestivalScienzaGenova, RibaArchitecture, Channelbeta, aasArchitecture.

 

— AiacTube, nuovi filmati:

 

1) Promo per l’Evento organizzato dall’AIAC a Selinunte (10-14 marzo 2011):

http://www.youtube.com/architetturaecritica#p/u/12/HR9phRdAxaA

http://www.youtube.com/architetturaecritica#p/u/13/T8TFzpW9O5Q

 

2) Benedetto Camerana, Progetti recenti.

 – Intervista a Benedetto Camerana in occasione della presentazione della Mostra "Benedetto Camerana, progetti recenti (2000/2010)" a cura di: AIAC e Laboratorio press/Tfactory – Casa dell’Architettura di Roma, novembre 2010 (Responsabile press/Tfactory-Mostre: arch. Giulia Mura)

 

Ecco l’indirizzo:

http://www.youtube.com/architetturaecritica#p/u/0/2mLm6pjnS-Q

3) Michele Saee (Los Angeles) – Body & Space.

 – Lezione di Michele Saee, Architetto iraniano con Studi a Los Angeles, Parigi, Pechino – Introduzione di Luigi Prestinenza Puglisi

 

Ecco l’indirizzo:

http://www.youtube.com/architetturaecritica#p/u/1/erKbtX-9uT8

 

4) Tg3 lazio – Urban Future Organization

 – Servizio del Tg3 lazio sulla Mostra “UFO”, curata dall’Associazione Italiana di Architettura e Critica e da Claudio Lucchesi del gruppo internazionale di progettazione “Urban Future Organization” – Casa dell’Architettura di Roma, ottobre/novembre 2010.

 

Ecco l’indirizzo:

http://www.youtube.com/architetturaecritica#p/u/2/c-eXgWtllXU

 

— Vi segnaliamo inoltre lo “Spazio Preferiti” dedicato ai nostri amici e ai nostri iscritti:

http://www.youtube.com/architetturaecritica#p/f

 

DOCUMENTI

 

Intervista a Carlo Aymonino

 

Pubblichiamo l’intervista fatta a Carlo Aymonino tratta dal volume "Cemento Romano" di Diego Lama edito da Clean. Nel libro 16 architetti romani  nati dal 1920 al 1940 si raccontano (Gatti, Barucci, Passarelli, Mandolesi, Melograni, Anversa, Aymonino, Vittorini, Nicoletti, Portoghesi, Marconi, Anselmi, Sartogo, Valle, Purini, Rebecchini). Nelle loro storie appare Roma negli anni ’50 e ’60 quando il cinema, l’arte, la politica la rendevano una delle città più interessanti d’Europa; negli anni ’60 e ’70 quando le proteste politiche e studentesche trasformarono la città in un luogo di forti contrasti. Raccontano l’Università di Valle Giulia degli anni ’40 e ‘50, di Libera, Muratori, Zevi, Quaroni, Ridolfi. Il volume verrà presentato il 28 febbraio all’Inarch – presso l’Acer via di Villa Patrizi 11 alle ore 20.00.

 

Carlo Aymonino

Via Marmorata, Roma

Lunedì, 16 marzo 2009 – ore 15.30/17.00

 

Carlo Aymonino mi aspetta nel suo studio. Le pareti della stanza sono tappezzate da suoi disegni di donne nude.

È scalzo. Accostate ad una sedia ci sono due grucce.

Aymonino non riesce sempre a ricordare i nomi, le date, la successione degli eventi, e qualche volta perde il filo del discorso, perciò si arrabbia, inveisce contro la memoria, sbatte il pugno sul tavolo.

Quando gli chiedo di regalarmi uno schizzo da pubblicare in questo volume ridendo urla: paraculo!

Però nel cassetto dove li conserva non ci sono più schizzi: si avverte agitazione e disappunto nello studio per la scomparsa di tutti i suoi disegni. Solo Aymonino resta tranquillo: su un foglio disegna a penna, con pochi tratti, il corpo di una donna. Mi regala lo schizzo sorridendo sollevato: finalmente è finita l’intervista.

 

Sono nato in Piazza della Pilotta, dove viveva mio padre, in pieno centro di Roma, il 18 luglio del 1926.

Ma se adesso partiamo addirittura dalle origini della famiglia dove andremo a finire? Non la finiamo più! (Ridendo. NdA)

Come vuole. Iniziamo, si, iniziamo.

La mia famiglia è della Savoia, per questo nel mio cognome c’è la Y.

Erano molto legati al re per una serie di motivi di natura economica o militare, credo: quando il re si trasferì dalla Savoia a Torino anche la mia famiglia si trasferì a Torino.

Potremmo dire vi è da sempre una forte tradizione torinese. Anche la tomba di famiglia si trova a Torino. Fu il mio bisnonno a costruirla. Parliamo di una cosa molto lontana nel tempo, ovviamente.

 

Mio padre era ufficiale dell’esercito e per questo si trovava spesso in missioni in vari luoghi d’Italia.

Tra le tante sedi vi fu anche Roma. Ma Roma fu fatale perché qui egli incontrò mia madre che successivamente sposò.

Mia madre si chiamava Bianca Busiri Vici proveniva da una famiglia di architetti tra cui, il più famoso, fu Andrea Vici che lavorò anche per la Reggia di Caserta con Vanvitelli.

 

Nella mia prima giovinezza ho girato parecchio l’Italia al seguito di mio padre che continuava a venir spostato di sede in sede. Sono stato a Trieste, a Bologna, a Napoli, a Firenze. Sono tornato definitivamente a Roma nella seconda metà degli anni ‘30, prima della guerra, dove ho fatto gli studi tipici di un giovane della buona borghesia di quel tempo: ginnasio, liceo classico e poi l’università.

 

A proposito dell’Università ricordo che ci fu una certa agitazione e qualche discussione in famiglia: non volevo fare l’architetto ma il pittore.

In quegli anni – nel 1943 – eravamo sotto l’occupazione dei tedeschi e tutto era molto incerto. Così mio padre chiese un consiglio a suo cugino – Marcello Piacentini – per capire cosa dovessi fare per i miei futuri studi.

Piacentini, anche lui disoccupato come la maggior parte degli architetti in quel periodo durante la guerra, gli disse che potevo andare qualche volta a trovarlo affinché potesse controllare le mie attitudini. In sintesi: se ero adatto a diventare un architetto, oppure no.

 

Ricordo che andai qualche volte al suo studio e un giorno Piacentini disse a papà che gli sembrava che potessi andare bene come architetto…

E così m’iscrissi alla facoltà di architettura nel 1944, a Valle Giulia.

 

La verità invece è un’altra. Io avrei voluto seguire la strada del mio bisnonno che inventò i versi:

“Fiamma d’amore

M’arse nel petto

Ero pittore

e divenni architetto.”

Anche lui dipingeva e avrebbe solo voluto dipingere: poi invece diventò architetto. Tra l’altro ha lavorato con i Doria Panphilj e ha realizzatoe la casina gotica a Villa Doria Pamphili in  Roma

 

No, non avevo un eccessivo interesse per l’architettura in quel periodo: ero un pittore. Mi sentivo pittore, mi piaceva molto di più l’idea di dipingere…

Ho seguito lo stesso destino del mio bisnonno: “fiamma d’amore, m’arse nel petto, ero pittore, divenni architetto”…

Al solito le famiglie sono terribili, mi dicevano: come pittore non guadagnerai una lira! Iscriviti alla Facoltà di Architettura e laureati! Dopo deciderai cosa fare nella vita!

 

Tra l’altro nel 1950 mi sono iscritto al partito comunista. In realtà ero già comunista da prima, simpatizzante, vicino ai gruppi o ai movimenti affini che erano tutti più o meno sulla linea di sinistra, come il Partito d’Azione.

Quindi scoprii molto presto di essere anti-piacentiniano e perciò smisi di frequentarlo.

 

Dei miei primi anni ricordo l’attività e l’impegno politico, oltre al lavoro dentro la Facoltà di Architettura. La formazione politica fu molto importante allora e influì sulla mia formazione: organizzammo anche qualche manifestazione di protesta contro i professori accademici che insegnavano all’interno della Facoltà di Architettura.

Con loro non c’era mai stato un vero e proprio dialogo. Ma forse eravamo noi a non volere dialogare, li consideravamo fascisti, ci apparivano troppo legati al vecchio sistema, al regime.

Di quegli anni ricordo il professor Vittorio Morpurgo, che era ebreo e che, a causa della persecuzione razziale, cambiò il suo nome in Vittorio Ballio Morpurgo.

Ricordo il professor Vincenzo Fasolo, ricordo Enrico Del Debbio, l’autore del Foro Italico.

Di nessuno però ho un ricordo troppo buono. Al contrario, un professore che ebbe su di me una importanza enorme fu Mario De Renzi. Lavorava con Adalberto Libera, con lui realizzò il Palazzo delle Poste, a cento metri da qui, in via Marmorata.

De Renzi insegnava nella nostra università, aveva un corso di progettazione al secondo o al terzo anno, credo. Con lui fu proprio una liberazione: ci insegnava a progettare cose che finalmente apparivano più moderne, più concrete, legate ai nuovi tempi, al dopo guerra, alla ricostruzione.

Prima si faceva tutt’altro: uno dei temi assegnati da Ballio Morpurgo, durante i primi anni, fu una Villa per un Ambasciatore in un’isola deserta, ricordo che già allora era una cosa pazzesca…

 

E invece con Mario De Renzi, finalmente, cominciammo a lavorare a cose più interessanti. Con lui progettai una casa colonica qui a Roma, fuori porta Flaminia, assieme al mio collega Giuseppe Campos Venuti, con cui strinsi amicizia durante gli anni dell’università. Giuseppe è poi diventato assessore a Bologna.

Uno altro collega, un po’ più grande di me, si chiamava Piero Moroni: era comunista. Un altro amico che ricordo era Carlo Melograni.

E poi, assieme ad altri quattro amici, fondammo un gruppo che si chiamava…
porca miseria! come si chiamava!… si, si chiamava SAU, Società di Architettura e Urbanistica.

Ammazza! Mi sembra di andare a ricercare negli inferi…

 

I componenti della SAU erano: Carlo Chiarini, Sergio Lenci, Marcello Girelli, Carlo Aymonino e, mi sembra, Franco Vandone. Eravamo tutti coetanei, tutti dello stesso corso.

Il gruppo si formò nelle aule universitarie ma poi continuammo a frequentarci e a esistere anche dopo la laurea. Dopo facemmo capo a Ludovico Quaroni che ci aveva preso in simpatia e che era anche nostro assistente all’Università, al quarto o al quinto anno.

Appena laureati avemmo perciò la fortuna di lavorare con lui e con Mario Ridolfi che proprio in quel periodo avevano avuto l’incarico di progettare il Quartiere Tiburtino III, che Quaroni chiamava: Ti-bruttino. Fu una grossa fortuna per noi.

 

Io mi sono laureato nel giugno del 1950 con 110 senza la lode.

Progettai una casa un’abitazione con accanto un cinema, a Tivoli. La commissione era composta da dieci professori.

Appena laureato, nel settembre del 1950, cominciai a lavorare con Mario Ridolfi e con Ludovico Quaroni per il quartiere Tiburtino.

 

Forse Mario De Renzi e Ludovico Quaroni sono i due professori di quel periodo che più ricordo e che più hanno condizionato il mio lavoro di allora.

L’Università di quel periodo era una meraviglia rispetto a quella di oggi, perché intanto ci conoscevamo tutti e tutti avevano rapporti con i professori continui, e poi era anche divertente: riuscivamo a discutere i temi, sempre, tutti assieme.

Era una scuola vera, in aula eravamo in tutto 24 studenti, più o meno, e ci conoscevamo tutti.

L’università di oggi non so come è. E non lo voglio sapere.

Ma mi sembra un disastro.

Detta così sembra una cosa da vecchio, un’affermazione da vecchio, ma non lo è affatto se si pensa alle differenze che sono sostanziali: oggi sono 1200 studenti!

 

Ma che facciamo? passo passo tutta la vita? non la finiamo più così…

 

Nel 1950 Roma era una città molto diversa da oggi, ovviamente. Intanto uscivamo dalla guerra e quindi la città era anche molto più povera nelle attività. Si cominciavano però a sviluppare alcune iniziative interessanti: ricordo che in campo artistico, per esempio, nacque un centro culturale in via Margotta che si chiamava appunto il “Circolo Artistico” che realizzava una serie di iniziative e di dibattiti molti interessanti per quei tempi.

Attorno ai circoli gravitava un folto gruppo di giovani pittori e di giovani architetti. Pochi architetti, anzi, molti più pittori.

 

In via Margutta c’era la casa e lo studio di Renato Guttuso, c’era Giovanni Omiccioli.

 

Roma allora era molto più piccola: per fortuna era stato costruito il quartiere dell’Eur che sarebbe dovuto diventare un ponte verso il mare e che dava alla città una dimensione di maggior respiro. All’Eur parteciparono il fior fiore degli architetti del tempo, da Libera e tutti gli altri.

Libera insegnò un unico anno a Valle Giulia, io fui uno dei suoi assistenti. Era un uomo curioso.

Faceva certe cose che tutti quanti gli studenti lo prendevano a pernacchi. Ad  esempio ci diceva: “Cari ragazzi” cose di questo tipo, “oggi ho pensato che se abbiamo un foglio di carta davanti e se facciamo così con il braccio come se avessimo un compasso, riusciamo a fare un cerchio…”. Non lo prendevano tanto

sul serio. Era il tipico trentino. Non è che io ce l’abbia con i trentini ma lui era strano!

 

Ho lavorato per qualche anno da Ludovico Quaroni, non mi ricordo quanto tempo con esattezza. Quando lui insegnava a Napoli io non c’ero, credo che fossi in Danimarca per una borsa di studio. Ma bisogna studiare un po’ il curriculum, ora non riesco a ricostruire bene le date.

 

Di Ludovico Quaroni ho un ottimo ricordo. È stato lui ad avviarmi dal punto di vista professionale.

Era un pazzo terrificante. Abbiamo anche fatto assieme un viaggio in Inghilterra, ero il suo assistente preferito, ero il suo primo assistente, e quindi c’era anche molta confidenza tra di noi.

In quegli anni su di lui si abbatté una serie di disastri incredibili.

Aveva avuto una prima moglie, poi era stato prigioniero durante la guerra in India, tornato in Italia, ritrovò la moglie ma non era più come prima, qualcosa doveva esser successo.

 

Infatti qualche tempo dopo la prima moglie tentò di suicidarsi, ci fu un casino terribile…

Così Quaroni smise di venire allo studio con assiduità, perciò io, che ero suo assistente, intensificai il lavoro in studio per compensare la sua assenza.

Ricordo che in quel periodo stavamo facendo un progetto abbastanza importante, grazie ad un mio compagno di liceo che si rivolse a me per chiedermi di progettare la Palazzina La Tartaruga, al servizio dei giornalisti del Senato.

 

Come ho detto Quaroni scomparve dallo studio quando la moglie tentò di suicidarsi, lasciò il lavoro. Io mi ritrovai quasi solo.

Per fortuna in quel periodo venne Mario Ridolfi ad aiutare Quaroni. E perciò fu lui, Ridolfi, a fare la Palazzina La Tartaruga assieme a me.

Erano molto amici. Mario Ridolfi era geniale. Aveva le palle grandi come caciocavalli come si usa dire normalmente. E poi era generoso, generosissimo.

Mi piacerebbe fare – così come lei sta facendo la vita degli architetti romani – una vera vita di Mario Ridolfi: ad un certo punto della sua esistenza se ne andò a Terni dove poi costruì l’ira di dio.

Una volta andammo a trovarlo e, vedendo tutto ciò che aveva fatto, cominciammo a chiamare Terni in un altro modo: Ridolfi-grad.

Però il suo fu sempre un esilio, a mio giudizio.

 

Ludovico Quaroni qualche anno dopo si innamorò di una studentessa conosciuta a Firenze dove insegnava. Ma la studentesse a sua volta si innamorò di me.

Si chiamava Venerosi Pesciolini, un nome strano che tutti si mettevano a ridere, però era una famiglia molto importante a Firenze.

Non ho mai saputo com’è avvenuto nei particolari, in ogni caso nella stessa Facoltà di Firenze c’era un’altra studentessa, però bruttina, che era diventata quasi assistente di Quaroni e che se ne innamorò perché il professore era il suo ideale.

Insomma non so come accadde ma alla fine lei rimase incinta di Ludovico Quaroni.

Nacque così un bambino che fu chiamato Massimiliano.

Poi Quaroni morì. Ma la tragedia vera avvenne molti anni più tardi: visto che la madre di questo ragazzo doveva essere una donna difficile, così come lo era il ragazzo, un giorno il figlio prese le forbici e l’ammazzò.

 

Quando giunse la notizia allo studio io applaudii per essere coerente con i miei giudizi su quella donna. Ma fu una cosa terrificante. Il ragazzo, credo, sia ancora in carcere visto che fu condannato all’ergastolo.

 

Il grande lancio del gruppo e del sottoscritto fu il progetto di concorso per il Quartiere Spine Bianche a Matera. Si trovava quasi al centro di Matera e venne fuori abbastanza bello, anche se ultra popolare e se realizzato in grande economia: tutte le ringhiere uguali, tutte le finestre uguali, e tutto in mattoni. Però i mattoni hanno retto benissimo: non è stato mai necessario ridipingere le facciate degli edifici.

 

Un altro importante incarico fu quello della Camera di Commercio di Massa Carrara che realizzammo e che vincemmo grazie a Giuseppe Samonà che era in commissione giudicatrice nel 1956

 

Nel 1958 facemmo il progetto per il  Palazzo di Giustizia di Brinidisi. Poi una palazzina in via Arbia a Roma nel 1960.

In quel periodo a Roma lo studio di architettura che più lavorava era quello di Monaco e Luccichenti. Erano stati loro a realizzare anche la palazzina di Claretta Petacci – una palazzine al Circo Massimo, tutta rosa – che fu evidentemente un lancio pazzesco per lo studio in piena epoca fascista.

Però Monaco e Luccichenti hanno lavorato sia prima che dopo il fascismo, anzi hanno lavorato soprattutto dopo, durante la ricostruzione e il dopoguerra.

 

Un episodio importante della mia vita me lo ricordo bene, riguarda Giuseppe Samonà che mi ha aiutato molto per quel che riguarda soprattutto l’attività accademica.

Non dimenticherò mai quando lo incontrai uscendo dal cinema Barberini a Roma.

Samonà stava entrando in quel momento nella sala e mi vide, mi diede un pizzicotto sulla guancia, come faceva spesso quando mi incontrava visto che era molto più grande di me e mi trattava come un ragazzino.

Mi vide e mi disse: Carlo verresti a fare il mio assistente alla Facoltà di Architettura di Venezia?

Io gli risposi: di corsa!

 

A Roma eravamo ben dieci assistenti volontari. Plinio Marconi, il professore che allora seguivo a Valle Giulia, non promuoveva mai nessuno: tutti restavano assistenti volontari e nessuno passava ad assistente ordinario… Perciò io dissi a Samonà: molto volentieri – di corsa! – e andai a Venezia dove Giuseppe Samonà era Rettore. Ci sono rimasto per 26  anni a Venezia.

 

Con Samonà avevo un ottimo rapporto, naturalmente con un certo distacco visto che lui era molto più anziano. Avevo anche un ottimo rapporto con il figlio Alberto che era mio carissimo amico.

E poi, grossomodo, eravamo tutti comunisti! Oggi sembra quasi una parolaccia mentre allora era normale.

 

Era un modo per stare assieme, per comunicare, per intendersi, per capirsi, essere comunisti. Mi fa piacere dirlo oggi, anche perché non c’è niente di male…

Mi fa piacere ripeterlo oggi.

 

Io a mia volta, quando sono andato in pensione, sono diventato Rettore dell’Università di Venezia. Anche questo è strano: c’è stata una sorta di continuità con Samonà.

 

Di quegli anni ricordo Natoli che era il segretario della federazione comunista a Roma. Fu lui che fece la battaglia contro la speculazione edilizia romana. Divenne un personaggio, lui assieme ad altri che lavoravano all’interno del consiglio comunale, all’opposizione, contro la speculazione che il quel periodo imperversava a Roma. Fu una battaglia giusta, e forse la vinsero.

 

In quegli anni avevo una passione per Renato Guttuso, anche lui era molto caro e disponibile con me.

Ricordo addirittura quando io e altri giovai pittori – Piero Dorazio, Achille Perilli e Mino Guerrini, che era il più bravo dei tre – che aspettavamo sul tetto di una casetta di fronte allo studio di Guttuso in via Margutta. Aspettavamo che uscisse la sua amante: solo quando lei abbandonava la casa del maestro noi finalmente potevamo entrare.

Quella donna era una sua grande passione: era sfregiata da un incidente. Lui quando la vide le disse: lei è la donna più bella che io abbia mai visto. Fu spudorato, per questo forse ebbe successo con lei.

Quindi aspettavamo che la donna uscisse per incontralo nel suo studio dove lui ci dava dei consigli, ci diceva che cosa dovevamo fare, come dipingere, che si poteva dipingeva meglio in questo modo…

Si vede che in quel periodo mi sentivo ancora pittore, più che architetto.

 

I colleghi architetti che ho stimato di più della mia generazione sono lì. Appesi al muro in quella fotografia. Quei tre: Guido Canella, Aldo Rossi e Carlo Aymonino. Eccoli lì: Canella e Rossi sono stati gli architetti con i quali ho avuto un rapporto di amicizia molto forte e siamo stati vicendevolmente rispettosi l’uno verso l’altro.

Quando Aldo è morto ho provato grande dolore.

 

Si. Stimo anche qualche architetto romano, qualcuno, pochi… Pietro Barucci? si, sicuramente: però lui è sempre negativo, quasi come se non avesse combinato molto, invece è stato un ottimo architetto, di cosa si lamenta?

Alessandro Anselmi lo stimo moltissimo. Con lui c’è addirittura una sorta di concatenazione: io sono entrato al posto di Ludovico Quaroni all’università a Roma e ho lasciato il mio posto ad Anselmi.

Franco Purini è bravissimo anche se ha delle fisse pazzesche, va detto, e poi lo becco sempre in qualsiasi cosa…

Paolo Portoghesi: benissimo, siamo amici. Non mi piace la sua architettura, detto in poche parole, però come storico, e anche come uomo di mondo, mi piace molto: quando andiamo a riunioni è sempre molto disponibile, qualsiasi cosa facciamo. Mi è molto caro.

Stimo qualche architetto romano è vero. Ma non tutti: se parliamo di Massimiliano Fuksas ne parlerò malissimo.

 

Un altro architetto bravo è mio figlio: si chiama Aldo Aymonino. Lui fa l’architettura senza volume e fa delle cose strane ma è bravo, peccato che non ci pariamo da qualche anno. Affari nostri.

 

Un mio lavoro importante è la Camera di Commercio di Massa e Carrara. Perché? intanto era un lavoro grosso e noieravamo solo dei ragazzini, fummo imposti da Samonà… Fu un lavoro immane: bisognava rivestire tutto con il marmo, marmo rosso e marmo bianco, tutto l’edificio, facemmo tutti i numeretti in pietra… Un lavoro pazzesco, ci abbiamo messo il sangue…

Ma ogni lavoro è importante.

Queste foto appese al muro sono invece del Teatro di Avellino, quella è un’immagine dell’interno. Il Teatro doveva essere tutto in calcare, poi c’è stato un casino generale e il cantiere è stato fermo per 3 anni. In quel periodo hanno sfasciato tutto, devastato ogni cosa, tutto i cessi, tranne la sala del teatro: cosa strana, è come quando nessuno osa sporcare le cabine nuove dei tram perché sono nuove, come se incutessero soggezione, la stessa cosa che è accaduto alla sala.

Il direttore dei lavori alla fine ha deciso di rivestire la facciata con una pietra diversa che poi , anche se molto più povera, non ha un cattivo aspetto.

 

L’ultima cosa che ho fatto è la sala del Marco Aurelio in Campidoglio, sono contentissimo, sono soddisfatto. Ci sono stati diversi problemi ma tutto sommato sta venendo bene.

Ecco (mostrando un quaderno di schizzi. NdA): questa è l’esedra con Marco Aurelio, qui c’è il Campidoglio. Mi sto massacrando di appuntamenti ma nessuno vuole decidere. Qui c’è il tempio di Giove, guardi che rapporto di dimensioni: era il più grande tempio della Roma antica.

Sarebbe bello poterlo farlo interagire con il progetto, si scende sotto di 7 metri fino alla quota del terreno ai tempi dei romani…

Naturalmente non ho ancora una soluzione architettonica in tasca, sto facendo alcune ipotesi, vorrei costruirci sopra, non so cosa: punto interrogativo. Ma mi intriga moltissimo.

 

E poi devo fare questa strada che porta agli scavi di Ercolano e ci devo fare 4 grandi sculture perché nel frattempo ho fatto anche quella cosa li, (mostrando gli schizzi. NdA): il signore di schiena, una scultura molto bella…

 

Se dovessi parlare della mia architettura come la definirei? È difficile. Tutti mi chiedono: che stile fai? Nessuno, rispondo.

 

La mia architettura è un’architettura naturalmente attuale però senza cifre, senza ripetizioni. Anche perché abbiamo fatto abbastanza poco negli ultimi tempi.

In ogni caso sono sempre stato molto attento a cambiare, a mutare suggestione di volta in volta.

 

I miei principali riferimenti culturali? Greta Garbo. Scherzo: Le Corbusier mi andava bene sempre e comunque. Ma forse tra gli architetti internazionali ho sempre privilegiato il grande architetto svedese Gunnar Asplund che poi ha dato l’impronta decisiva all’architettura moderna.

Ma anche Alvar Aalto. Anche se poi non ho fatto niente che assomigli alle opere di questi due architetti. Ciononostante sono sempre stati un riferimento per me.

 

Oggi non ho riferimenti.

Non certo Fuksas. Non certo la Zaha Hadid.

Frank Ghery è diverso. L’ho conosciuto molti anni fa, non è male.

 

Peter Eisenman ha fatto questa bella opera a Berlino, il Memoriale dell’Olocausto, su cui tutti si siedono sopra. Stimo Eisenman, eravamo grandi amici, adesso non lo vedo da tanto tempo.

 

A Roma non ho allievi, sono tutti a Venezia…

Ma basta, (ridendo. NdA) ma quando finisce questa intervista?

 

Il mondo dell’architettura è diventato – come del resto tutte le manifestazioni artistiche o intellettuali di questo tempo – molto superficiale, molto passeggero.

Anche la pittura, anche la scultura. Sono diventate cose esteriori, legate all’immagine, alla pelle.

 

Roma è cambiata in questi anni in una maniera pazzesca. Per fortuna, anche perché in fondo era una cittadina di provincia: se si pensa che tutta la vita artistica si concentrava in via Margutta, insomma era un po’ poco…

Invece è diventata una città molto importante, anche come punto di arrivo, di partenza, di incontri: una città internazionale a tutti i livelli.

Peccato che dentro sia rimasta tanta gentaglia: i romani. Per carità sono romano anche io, dico solo che un pochino meglio poteva essere la gente che abita Roma!

 

Del futuro dell’architettura non ho proprio alcuna idea: penso che, passata questa vetrina, si ritornerà a cose più concrete. Forse si riprenderà di nuovo un cammino bello, intelligente.

 

Il futuro di Roma è invece clamoroso, sul serio, credo che diventerà una delle città più importanti del pianeta. Secondo me si trova al centro di vie di comunicazione importanti, di mondi diversi che si incrociano.

Parigi ancora resisterà, ma tra Londra, Roma e New York vincerà sicuramente Roma. Avrà un futuro importante. Forse se non vivessi a Roma andrei a Los Angeles, il contrario di Roma oggi, ma come potrebbe diventare: una città-regione grande come la Campania, costituita da infiniti collegamenti veloci che consentono di arrivare al mare in mezz’ora… forse Los Angeles è un modello al quale bisogna guardare.

 

Oggi disegno molto, è la cosa che più mi piace. Scrivo, però mi risulta difficile: ho in programma un trattato importante che dovrebbe intitolarsi “Città futura” o “Può esistere la città futura?”

 

Dal punto di vista politico oggi è tutto un disastro. Si, un disastro.

Certo parte della colpa è nostra e di tutte le mezze figure che ci rappresentano, ma il vero disastro è Berlusconi. Peggio di tutto è Berlusconi.

 

Sono stato e sono un comunista

Sulla mia lapide ci sarà scritto: Carlo Aymonino, Architetto, Comunista.

 

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

Planning the Grand Paris – A city beyond design? a Roma

Planning the Grand Paris – A city beyond design? Mercoledì 2 Marzo 2011 alla British School di Rome ore 18.00. Organizzato dall’Académie de France à Rome – Villa Médicis e dalla British School di Roma, in collaborazione con Institut Français. Tavola rotonda con: Djamel Klouche, Dominique Perrault e Francis Rambert,  coordinata e organizzata da Antoine Vialle. The British School at Rome, Via Gramsci 61 Roma. Info: T +39 06. 3264939

 

Riti Planetari, 2A+P/A e Salottobuono a Roma

Riti Planetari, 2A+P/A e Salottobuono a cura di Emilia Giorgi. Reload. Ex officine automobilistiche Viale Arcangelo Ghisleri 44, Roma Lunedì 21 Febbraio 2011, ore 19.00. L’istallazione, realizzata grazie al sostegno di Officine Farneto Creative Factory, sarà aperta al pubblico fino al 26 Febbraio 2011.

 

Teorie di architettura contemporanea a Roma

Conferenza in occasione della pubblicazione del libro Teorie di architettura contemporanea. Percorsi del postmodernismo di Paola Gregory edizioni Carocci, ne parlano Remo Bodei, Orazio Carpenzano, Paolo D’Angelo, Franco Purini, Livio Sacchi coordina Piero Ostilio Rossi. Lunedì 21 febbraio 2011, ore 20.00 ACER – via di Villa Patrizi 11, Roma.

 

Mostra Pier Luigi Nervi a Roma

Due appuntamenti in occasione della mostra Pier Luigi Nervi, Architettura come sfida. Roma. Ingegno e Costruzione a Roma, a cura di Esmeralda Valente e Alessandra Vittorini. 18 febbraio 2011 ore 14.00 Auditorium MAXXI, Bellezza e verità, L’insegnamento di Pier Luigi Nervi nella Facoltà di Architettura La Sapienza di Roma, 17 marzo 2011 ore 18.00, Foyer Galleria 1, L’aula per le udienze Paolo VI. Museo MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma – via Guido Reni Via Guido Reni, 4 A – 00196 Roma -www.fondazionemaxxi.it

 

Cemento Romano a Roma

Lunedi 28 Febbraio 2011 ore 20.00, presentazione del volume Cemento Romano di Diego Lama, interverranno Luigi Prestinenza Puglisi, Renato Nicolini, Francesco Moschini, Giuseppe Pullara, Acer Via di Villa Patrizi 11 Roma

 

Salone dell’Arte del Restauro a Ferrara

Dal 30 marzo al 2 aprile 2011 Ferrara Fiere ospita la XVIII edizione del Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali, il primo e più importante evento nazionale dedicato all’arte del restauro e della conservazione del patrimonio artistico italiano.

 

MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

Mondo Nuovo a Milano

Il crollo del postmoderno e la nascita del Mondo Nuovo dalle sue ceneri. Un mondo in cui la fantasia sostituisce la realtà. Una grande pittura-scultura-architettura timida di un carro mascherato (aprirà il carnevale di Viareggio) , comprende una buffa opera lirica e ci fa intravedere una via d’ uscita dalla crisi attuale. Mostra Aldo Spoldi, il Mondo Nuovo, dal 17 febbraio al 24 marzo . Fondazione Marconi, via Tadino 17, Milano www.fondazionemarconi.org

 

Biomilano a Roma

Mostra Biomilano, sei idee per una metropoli della biodiversità sei stati di transizione tra città, natura e agricoltura sei energie per un nuovo modello di economia urbana. Three cities in Flux un’indagine sulla riqualificazione urbana a Londra, Milano, Roma. Stefano Boeri, Biomilano dal 7 febbraio al 28 febbraio. The British School at Rome. Via Gramsci 61, Roma

 

Mostra Pier Luigi Nervi a Roma

Mostra Pier Luigi Nervi, Architettura come sfida. Roma. Ingegno e Costruzione a Roma, a cura di Esmeralda Valente e Alessandra Vittorini. Fino al 20 marzo 2011. Museo MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma – via Guido Reni Via Guido Reni, 4 A – 00196 Roma -www.fondazionemaxxi.it

 

Le regard de William JR Curtis a Angers

Mostra fotografica di William JR Curtis dal 20 Gennaio al 6 Marzo. Maison de l’Architecture, des Territoires et du Paysage,

312 avenue René Gasnier, Angers

 

UNIVERSITA’ E DINTORNI di Nicolò Lewanski

 

Rebel Matters I South Nets, a Genova

Convegno promosso dalla scuola di dottorato ADD di Genova in collaborazione con DSA e facoltà di Architettura di Genova, che si prefigge di riunire alcune riflessioni significative rispetto agli orizzonti globale-locale, ovest-est; parteciperanno giovani studi dall’Italia, Spagna e Croazia. Venerdì 4 Marzo alle 11 presso l’aula Benvenuto della Facoltà di Architettura di Genova, Stradone S.Agostino 37. Streaming in diretta e info: www.addgenova.org

 

Comsol Multiphysics, a Roma

Workshop dedicato alla nuova versione 4.1 di COMSOL Multiphysics, dedicato alla modellazione e alla simulazione multifisica; la partecipazione è gratuita, e non è richiesta alcuna conoscenza preliminare del software. Giovedì 24 Febbraio 2011 alla Facoltà di Ingegneria in Via del Politecnico 1: possibilità di scegliere tra la sessione mattutina (10.00-13.00) o pomeridiana (14.00-17.00). Info: http://www.it.comsol.com/events/cmmwv1/14748/

 

NOTIZIE DALLA SPAGNA di Graziella Trovato con Francesca Ferlicca

 

Eventi

 

VII BIAU Bienal Iberoamericana de Arquitectura y Urbanismo

Organizzano il Ministero di Cultura conl’Ordine nazionale di Achitetti. Mostra con conferenza. Per informazioni visitare il sito del Ministerio de Cultura.

ARCOmadrid – Feria Internacional de Arte Contemporáneo quest’annocelebra il suo trentesimo compleanno con meno superficie e più vanguardia.

Apertura al pubblico: Venerdì 18, Sabato 19 e Domenica 20 dalle 12.00 alle 20.00 16.02.11 > 20.02.11.

Per maggiori informazioni consultare il sito:

http://www.ifema.es/ferias/arco/default.html

 

In occasione del 30° compleanno della Fiera d’Arte contemporanea (ARCOMadrid) Arte Madrid organizza un programma di esposizioni da gennaio a marzo. ArteMadrid è un’associazione di gallerie d’arte di Madrid.

Fondata nel 2000, è costituita da 36 gallerie, che lavorano a livello nazionale e internazionale nel campo dell’ arte moderna e contemporanea.

La programmazione regolare di esposizioni offre a collezionisti e fruitori d’arte una vasta panoramica sui maggiori artisti spagnoli e internazionali.

Per maggiori info consultare il sito:

http://www.artemadrid.com/

 

Dialogo con José Luis Pardo. Corso “Espacios de Transición entre lo público y lo privado” del Master de Proyectos Avanzados de la ETSAM (UPM). Mercoledí 23 marzo alle ore 10,00.

 

“Arquitectura versus diseño”.

L’architetto statunitense Peter Eisenman dirige una nuova edizione del Corso di Architettura Contemporanea durante il quale si analizzerà, in 7 lezioni  il ruolo e il significato del disegno in architettura.

Parteciperanno gli architetti Pier Vittorio Aureli, Jeffrey Kipnis, Carme Pinos, Luis Fernandez-Galiano, Antón Garcia-Abril, Andés Jaque y Alejandro Zaera-Polo.

Per maggiori informazioni consultare il link http://www.circulobellasartes.com/ag_talleres.php?ele=191&mod=futuro&tipo=general

A seguire il programma delle conferenze:

21.02.11- Jeffrey Kipnis – Prototipo y singularidad 28.02.11- Carme Pinos – Desde el contexto 07.03.11- Luis Fernández-Galiano –Vigencia de Vitruvio 14.03.11- Antón García-Abril – Densidad vs tensión  21.03.11- Andrés Jaque – Arquitecturizando el día a día. Cotidianizando lo arquitectónico 29.03.11- Alejandro Zaera-Polo-Envolventes

Circulo de Bellas Artes/ C/ Alcalà, 42 28014 Madrid, España

07.02.11 > 29.03.11 Ore 19.30

 

Mostre

 

Peter Eisenman- Cidade da Cultura de Galicia

07.02.2011 > 13.03.2011

Circulo de Bellas Artes/ C/ Alcalà, 42 28014 Madrid, España

 

Coincidente con il corso di architettura contemporanea diretto da Peter Eisenman al Circulo de Bellas Artes si inaugura nella terrazza la mostra fotografica sulla Cidade da Cultura de Galicia, progetto dell’architetto americano.

La mostra ci permette di osservare la biblioteca e gli archivi, inaugurati lo scorso 11 gennaio, nonchè dettagli degli edifici in costruzione, con particolare enfasi sulle strutture,le  facciate e i materiali. Con un totale di sei edifici, questa nuova città si propone di aiutare ad affrontare le sfide della società dell’informazione e della conoscenza.

 

DOMUSae. Espacios para la cultura.Continua fino al 16 de marzo 2011, dalle ore 10:00 alle 20:00. Salón de Reinos / Calle de Méndez Núñez, 1, 28014 Madrid, España.Il progetto della mostra unisce documentazione originale piante, schizzi e plastici insieme ad altro materiale creato appositamente per l’occasione, come interviste e materiale video. Il percorso inizia con una serie di fotografie di grande formato di edifici che saranno presto riconvertiti in spazi museali, e continua al piano superiore con l’approfondimento sugli edifici culturali della nuova avanguardia architettonica spagnola.. Per maggiori informazioni consultare il sito: http://www.mcu.es/novedades/2010/novedades_DOMUSae.html

 

Francisco Mangado. Arquitecto

22.02.11 > 10.04.11

Circulo de Bellas Artes/ C/ Alcalà, 42 28014 Madrid, España

Esposizione che riunisce attraverso plastici, supporti fotografici e audiovisuali e un video, la produzione architettonica e di design realizzata dall’architetto Francisco Mangado. La sua produzione arquitettonica si presenta divisa in 3 ambiti. Nel primo troviamo plastici di progetti costruiti e concorsi realizzati. Il secondo , attraverso supporti grafici e audiovisuali, pone l’accento sulla genesi e lo sviluppo degli elementi industriali. Infine un video revisiona i principali progetti e le riflessioni dell’autore.

 

SICILIAN ARCHITECTURAL KAOS by Salvator John Liotta

 

Salvator-John Liotta intervista Gaia Patti

 

1) Una tua auto-presentazione

1) Mi chiamo Gaia Patti. Sono siciliana e mi sono laureata in Architettura alla facoltà di Palermo. Da otto anni vivo all’estero, e da quattro a Parigi. Ho lavorato in diversi studi -Gonçalo Byrne fra gli altri- e conseguito il diploma di master in Architettura Sostenibile. Negli ultimi anni ho seguito diversi cantieri in Francia, esperienza ricca che mi ha portato a confrontarmi con la concretezza del costruire. Le competenze tecniche e la conoscenza delle procedure sono per me la base per poter costruire in materia e in concetto le forme dell’abitare.

La scelta di vivere all’estero mi ha permesso di evolvermi in contesti diversi e stimolanti, e di completare la mia formazione grazie all’adattamento a culture diverse, all’apprendimento delle lingue, a un rinnovamento continuo delle idee e dei riferimenti.

La professione di architetto è per definizione un mestiere vasto, che tocca i campi dell’arte, delle lettere, delle discipline scientifiche e delle scienze umane. La pratica dell’architettura richiede una capacità di adattamento e di osservazione di universi a volte lontani dal nostro contesto abituale. Amo questa ampiezza, che permette di vivere il lavoro e la vita non come una somma di esperienze ma come un insieme unico e molteplice, in continua evoluzione.   

La questione ambientale è per me, più che un’esigenza legata alla professione, un imperativo di vita. Una componente necessaria per poter essere costruttivi ed assumere pienamente il ruolo dell’architetto nella trasformazione della realtà che ci circonda.

Attualmente collaboro con alcuni colleghi architetti in Francia e sono iscritta alla facoltà di Psicologia di Parigi. Nella scorsa primavera ho viaggiato per due mesi a piedi in Giappone, per la realizzazione di un documentario che ha come tema il viaggio, la velocità e il camminare come strumento  per esplorare la realtà e il territorio. 

 

2) In un certo senso appartieni a quella che è stata ribattezzata generazione Erasmus-Europan. Hai trascorso diversi anni in Spagna come studente e poi subito dopo esserti laureata sei andata in Portogallo a Lisbona allo studio di Gonçalo Byrne. Cosa hai imparato dal suo modo di fare architettura? Cosa ti porti dentro di questa esperienza (sia architettonicamente che umanamente)?

2) Ho passato a Lisbona i primi tre anni della mia vita professionale. In Portogallo ho imparato molto, in termini sia professionali che personali. Prima di tutto vivere a Lisbona mi ha permesso di rivalutare e de-contestualizzare il mio rapporto con la Sicilia. Queste due terre hanno per me parecchie cose in comune: una struttura sociale basata prima di tutto sui legami familiari, un forte rispetto per la tradizione (culturale, religiosa, gastronomica), un atteggiamento nostalgico riguardo al passato e una certa forma di rassegnazione che implicano una resistenza al cambiamento. I portoghesi vivono un  complesso di inferiorità rispetto agli altri paesi europei: erano un popolo di conquistatori e sono diventati un popolo di emigranti. Allo stesso tempo sono molto fieri della loro cultura e della loro storia. Vergogna e orgoglio: in questo duplice rapporto alla loro terra ho trovato la più forte similitudine con la Sicilia, un conflitto che è spesso legato a una condizione di insularità e di povertà. Il Portogallo non è un’isola ma vive come un’isola, anche a causa dell’ostilità con la vicina Spagna e della condizione di marginalità rispetto all’Europa. 

Forse proprio per scacciare ed esorcizzare questo complesso di inferiorità, i portoghesi, e in particolare  gli architetti portoghesi,  hanno imparato ad essere molto esigenti con se stessi. Hanno un’ottima conoscenza delle lingue e di quello che si produce all’estero nei campi del sapere, dell’arte, della musica. Il Portogallo è un paese piccolo e il mercato editoriale, cinematografico, musicale lo sono in proporzione. Così i portoghesi hanno imparato a guardarsi intorno e hanno sviluppato una grande curiosità verso tutto quello che si produce all’estero. 

Dell’architettura contemporanea portoghese ho amato più di tutto la cura dei dettagli e l’uso della luce. In un paese tutto rivolto a ovest, in cui la luce è materia solida che si declina in infinite sfumature nell’arco della giornata, l’architettura colta non poteva che essere bianca.  Ancora oggi, quando vado a Lisbona, mi colpisce prima di tutto l’intensità e la qualità della sua luce. Edifici come la Fundação Serralves e la Casa de Chã, entrambi dell’architetto Alvaro Siza, sono a mio avviso degli esempi sorprendenti di quest’uso sapiente della luce, ma anche della cura dei dettagli e dell’inserimento dell’edificio nel suo contesto. Le opere architettoniche portoghesi sono profondamente contestualizzate.

La cura dei dettagli era lavoro quotidiano allo studio dell’architetto Byrne. I progetti esecutivi erano talmente voluminosi da richiedere l’intervento di parecchie persone. Tutto era disegnato su misura, dalle porte agli infissi, oltre a infiniti particolari costruttivi, con un’organizzazione gerarchica dei disegni che andava dal generale al particolare. Purtroppo spesso, per ragioni economiche e di cantiere, buona parte di questo lavoro andava persa.

L’arretratezza economica e un sentimento di rassegnazione molto comune tra i portoghesi  rendono difficile il crearsi di un contesto professionale veramente dinamico. I portoghesi, un po’ come i siciliani, sono talmente convinti che niente cambierà, da non usare appieno le loro potenzialità e la loro immensa ricchezza interiore per permettere il cambiamento. Ho lasciato il Portogallo cinque anni fa, ma vi torno spesso e continuo a trovarvi ancora molto da imparare.

 

3) Dopo gli anni passati in Portogallo ti sei trasferita in Francia, una terra dove il rapporto fra committenza e architetti è molto selettivo, e soprattutto dove il numero di architetti per abitante e’ di gran lunga inferiore rispetto a quello che troviamo in Italia. Quali processi sono in corso in questa nazione? Cosa hai imparato lavorando in Francia, di cosa ti sei occupata?

 

La mia esperienza a Parigi è molto positiva. Ho trovato un ambiente professionale dinamico, delle condizioni di lavoro più che soddisfacenti, un sistema che protegge il lavoratore. Ho avuto la possibilità di studiare e di formarmi. Ho imparato a conoscere e difendere i miei diritti e a valorizzare le mie competenze. Ma per fare tutto ciò ho dovuto adattarmi a questa realtà. La Francia ha le sue regole e, per essere accettati, per integrarsi, bisogna saperle rispettare.

Innanzitutto, e non è una banalità, ho dovuto imparare a parlare. In Francia parlare bene, saper adattare il registro alle situazioni, utilizzare una corretta terminologia, sono sinonimi di professionalità e competenza. Se c’è un modo per guadagnarsi il rispetto dei francesi, e saper parlare bene la loro lingua, che è complessa e ricca di sfumature. La questione della lingua è a mio avviso una delle espressioni di un sistema selettivo e meritocratico, riscontrabile nel mondo professionale e ancor più nel sistema educativo. 

In Francia si costruisce molto e molto in fretta, sia nel settore pubblico che nel privato. La questione dell’alloggio costituisce uno dei principali temi dibattuti in questi anni. Il sistema dei concorsi a invito, in cui le equipes selezionate ricevono un compenso per la fase concorsuale, permette una reale distribuzione degli incarichi. Nonostante l’accesso ai concorsi sia difficile, l’accortezza e la competenza dei committenti pubblici e un sistema di aiuti statali consentono ai professionisti più giovani di inserirsi nel mondo del lavoro. Un corpo normativo estremamente articolato e in continuo aggiornamento, che regola i diversi aspetti del costruire, dalle norme antincendio a quelle per i disabili, dagli standard termici alle regole urbanistiche, rende gli aspetti tecnici del progetto particolarmente complessi. La gestione normativa si fa tema centrale della progettazione, a volte a discapito degli aspetti più concettuali del fare architettura.

Da quanto sopra potrebbe sembrare che l’architettura francese sia estremamente efficiente, rigorosa, razionale. Una delle cose che invece più mi ha colpito lavorando con degli architetti francesi e il loro approccio pragmatico e  in qualche modo ludico al progetto. Si sperimenta molto e senza complessi, si fa un uso disinvolto di materiali e colori, ad esempio nello studio delle facciate e delle doppie pelli, tema ricorrente di molti progetti contemporanei. A titolo di esempio, sono interessanti alcuni lavori dello studio Combarel et Marrec, o anche le realizzazioni degli architetti Lacaton e Vassal.

 Purtroppo, a questa capacità di sperimentazione non sempre si accompagna il necessario rigore tecnico e concettuale. Di conseguenza, a mio avviso, in relazione alla quantità di opere realizzate, l’architettura francese “media” e generalmente di buon livello, ma esistono pochi esempi di architettura eccellente. Una riflessione sarebbe necessaria a questo proposito sulla relazione dell’architettura francese con il tempo e con la qualità dei materiali. Uno dei temi centrali del dibattito attuale in architettura riguarda la sostenibilità ambientale. Con un certo ritardo rispetto a paesi come la Germania, la Francia si sta dotando di una serie di normative atte a garantire il rispetto dell’ambiente e la riduzione dei consumi energetici. Il dibattito è aperto e in pieno sviluppo, ma ancora si osserva, come in altri paesi europei, una certa superficialità. L’architettura sostenibile resta ancora per molti un fenomeno di moda al quale è necessario adattarsi: tutti ne parlano, ma ancora pochi hanno saputo e voluto alterare alla base il modo di fare architettura a seguito delle esigenze ambientali.     

 

RESTAURO TIMIDO  di Marco Ermentini

 

Abbaino

“Moltissimi grandi uomini sono vissuti negli abbaini e alcuni di essi vi sono anche morti. Haydn crebbe in un abbaino e Chesterton morì di fame in un altro abbaino e vissero così anche Dickens e Andersen. Gli abbaini hanno sempre rappresentato la culla del genio.” Forse non ce ne siamo accorti ma con il tramonto dell’abbaino e la sua sostituzione con il piatto lucernario complanare abbiamo perso qualcosa. E’ un luogo di transizione come l’atrio, il vestibolo, il corridoio, l’intercapedine e l’antibagno e proprio per questa sua caratteristica incerta è candidato a divenire il simbolo della nostra condizione esistenziale.  Jerome K.Jerome aveva proprio ragione.

 

NOTIZIE INARCH a cura di Claudio Betti

 

Teorie di architettura contemporanea a Roma

Conferenza in occasione della pubblicazione del libro Teorie di architettura contemporanea. Percorsi del postmodernismo di Paola Gregory edizioni Carocci, ne parlano Remo Bodei, Orazio Carpenzano, Paolo D’Angelo, Franco Purini, Livio Sacchi coordina Piero Ostilio Rossi. Lunedì 21 febbraio 2011, ore 20.00 ACER – via di Villa Patrizi 11, Roma.

 

MILLE COMIGNOLI a cura di Benedetta Stoppioni

 

Les modules _ Palais de Tokyo _ 13, avenue du Président Wilson – 75116 Paris _ www.palaisdetokyo.com.

Exposition _ 4 febbraio – 27 febbraio 2011

 

“Les modules” è un programma di esposizione promosso dal Palais de Tokyo in collaborazione con la Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent per promuovere i giovani artisti. Prevede un vernissage tutti i primi giovedì del mese. Per il mese di febbraio saranno in mostra: John Cornu, Sébastien Vonier e Hakima Djoudi.

 

Module 1/John Cornu/Assis sur l’obstacle

John Cornu lavora essenzialmente “in situ”, adattando la sua pratica artistica e il suo linguaggio formale agli spazi che accolgono la sua opera: innesti architettonici sulla Villa Savoye di Corbu, esposizione di telai carbonizzati in una galleria o ancora pulizia “selvaggia” di una porzione di muro in uno spazio pubblico. Le sue opere evocano di sovente il tema del simulacro e tracciano “i contorni di una realtà manipolata ove ciò che è dato a vedere non corrisponde mai in effetti a quello che si pensa di osservare” (Christian Alandete). Frequentemente considerate come rizomi, esse sembrano sgusciare in un interstizio tra il minimalismo e l’organico. “Assis sur l’obstacle”, installazione inedita di questo artista in mostra al Palais de Tokyo, trova origine sia nelle barriere contro i carro armati della seconda guerra mondiale, sia in un tradizionale rompicapo in legno, la “croix du menuisier” [croce del falegname] o anche in un crocifisso invertito. “Assis sur l’obstacle” è la traduzione letterale dell’espressione anglosassone “sitting on the fence”, che sta a significare uno stato di indecisione: l’indecisione del visitatore che non sa se deve superare l’ostacolo di queste sculture in legno annerito, aggirarlo o fare dietro front – metafora dell’arte contemporanea che spesso mette in discussione l’osservatore.

John Cornu, nato nel 1976, vive e lavora a Parigi. Ha vinto nel 2010 il Prix Découverte des Amis du Palais de Tokyo.

 

Module 2/Sébastien Vonier/Névés

Artista appassionato di geometria, Sébastien Vonier è interessato tanto  all’arredamento domestico quanto ai paesaggi più desolati. Dalle isole della Bretagna ai Pirenei, le sue opere sembrano disegnare cartografie di territori immaginari, a metà tra sogno e realtà ultraterrene. Le forme da lui prodotte ricordano oggetti stranieri, di origini assai diverse e che si tenta di avvicinare e paragonare a riferimenti formali noti. Intervenendo nello spazio pubblico, egli realizza “in situ” degli spostamenti, che permettono una nuova lettura, nuovi utilizzi del nostro ambiente abituale.

L’artista propone per il Palais du Tokyo una nuova versione di “Névés” (presentata in precedenza in occasione di Printemps de Septembre a Lieu-Commun nel 2009). Un nevaio è in origine una accumulazione di neve indurita in alta montagna. Vornier ne consegna una interpretazione bruta e astratta, sotto forma di un vasto volume decostruito in griglia metallica e cemento fuso. Il pezzo sembra aver subito una caduta violenta che ha cosparso al suolo i suoi frammenti. In questo spostamento di materia, assai distante dai paesaggi delle nevi perenni, si opera uno slittamento ove , più che rappresentare qualcosa, si evoca l’impatto fisico di un caos naturale.

Sébastien Vonier, nato nel 1975, vive e lavora a Pau (France).

 

Module vidéo/Hakima El Djoudi/Quand la ville dort

Hakima El Djoudi porta avanti una ricerca artistica multiforme in cui lega fra loro cinema, video e installazione. E’ così che “Petites Armées”, sotto forma di banconote, dialogano con un video che ci ipnotizza con una danza prossima alla trance e una canzone di Natacha Atlas si contrappone al silenzio delle insegne luminose estratte dal loro contesto cinematografico. Dopo aver partecipato al “Festival Spirit” ideato da Jean-Marc Chapoulie per il Module Vidéo nel 2009, l’artista è invitato adesso al Palais de Tokyo per una personale di una serie di video inediti.

Il programma “Quand la ville dort” propone un mese di “sospensione a divinis”: quattro video-insegne, che cambiano ogni settimana, tra film noir dell’età d’oro hollywoodiana e feuilleton del tipo di “Fantômas”. Qui, le insegne luminose rianimate e utilizzate dall’artista evocano l’attrazione (“Golden Rooster”), la perdita di sé (“Good Cocktail”), il conflitto (“Up side”) e per finire, l’epilogo (“Britannia”), di cui non si è sicuri che si tratti di un lieto fine…

Hakima El Djoudi (1978), vive e lavora a Parigi.

 

AFORISMI RISTRUTTURATI di Diego Lama

 

Non avendo tempo di fare un progetto sintetico ne fece uno complesso

 

Anche in architettura sono i soldi a fare le idee

 

Non sempre un bravo architetto fa edifici belli e un cattivo architetto fa edifici brutti

 

Un buon progetto è pensato da uno e realizzato da tanti, un cattivo progetto è pensato da tanti e realizzato da uno

 

Tra poco uno stile chiamato post-spettacolarità annoierà quanto oggi annoia la spettacolarità

 

CRONACA E STORIA di Arcangelo Di Cesare

 

Febbraio 1961

“Si verifica un generale senso di disagio in architettura, e l’Italia è la nazione dove il fenomeno si manifesta maggiormente……. Nell’architettura italiana vi è esuberanza, ma non genuina fantasia.

Come i francesi, anche gli italiani lasciano gli incubi straordinari agli uomini del nord; le loro stranezze non raggiungono mai quell’evasione finale dalla realtà che è reperibile nella linea creativa di un Gaudi’, di un Mendelsohn, di un Goff o di un Poelzig, e anche di Wright.

L’architettura contemporanea italiana ha perso le sue direttrici, ha infranto i suoi principi.

La sobrietà e la vivacità che caratterizzarono l’edilizia popolare dopo il crollo del fascismo sono finite……… Vi è una malattia che spinge ogni architetto italiano, quando costruisce, a cercare una cosa che meravigli tutti……. Il rischio che l’architettura degeneri in un gioco è evidente…………….

Allora dobbiamo domandarci: il risultato finale sarà buono o almeno promettente?”.

Così scriveva, nel 1961 sulle pagine dell’Architectural Record, John Burchard, recensendo alcune opere costruite in Italia e in particolare a Milano.

La critica è stata sempre dura con l’architettura italiana; ma se lo era negli anni sessanta, quando nel bene e nel male si costruiva abbastanza, su cosa dovrebbe discernere le sue tesi oggi, che il livello delle realizzazioni è rarefatto verso l’inconsistente?

Nel fascicolo mensile sono presentate le opere di due architetti diversi per provenienza geografica ma accomunati dalla grande professionalità: Antonio Guacci e Peppo Brivio.

Antonio Guacci nato in Puglia nel 1912 operò per molto tempo a Trieste, ove insegnava caratteri distributivi degli edifici presso l’Istituto di Architettura Tecnica della Facoltà di Ingegneria.

Le sue opere appaiono ancor oggi veramente moderne, frutto di una geometria scandita da interventi misurati, accurati e chiari e trascritti attraverso un ottimo rigore compositivo.

Dalle sue opere si evince un grande sforzo per garantire quell’equilibrio tra la forma e la funzione, quell’armonia tra la semplicità e la chiarezza, e quella professionalità dimostrata nell’uso corretto dei materiali e nella coerenza a un linguaggio architettonico ancora “fresco e moderno”.

Rileggere la rivista con cinquanta anni di ritardo ci permette di recuperare queste figure di architetti assolutamente brillanti e professionalmente preparati.

Disconoscere la storia e i suoi interpreti è sintomatico di una superficialità che va combattuta con una perenne curiosità: solo così si rende onore a chi ci ha proceduto e si cerca di proseguirne il percorso.

In questi anni, purtroppo, non abbiamo indirizzato la nostra curiosità verso questa direzione. Abbiamo, altresì, sviluppato in maniera ossessiva, quella generata da chi sbircia dal buco della serratura, quella che legge la storia attraverso wikileaks o quella che guarda la realtà attraverso il grande fratello.

Forse ci stiamo perdendo qualcosa…….ctrl+alt+canc

Veniamo ora al secondo professionista presentato dalla rivista, un giovane architetto che all’età di 37 anni poteva vantare ottime realizzazioni.

Peppo Brivio, nato in Svizzera da genitori comaschi, aprì il suo studio a Lugano; le prime case realizzate a Locarno, a Massagno e a Chiasso dichiarano un linguaggio di sapore neoplastico frutto della combinazione di linee ortogonali e centrifughe e di forme grammaticalmente ineccepibili.

E sarà proprio quest’attenzione alla grammatica piuttosto che alla morfologia a rendere all’epoca come oggi, le sue architetture moderne e qualitativamente eccellenti.

Per dirla con le sue parole: “…..l’astrazione dalla grammatica e dalla storia della grammatica corrisponde spesso ad uno stato di confusione nel giudizio critico, e peggio, nella produzione corrente dell’architettura….”

Seconda puntata sulla presentazione delle opere di Cesare Cattaneo: l’asilo Garbagnati di Asnago.

Questa costruzione rappresentò la prima opera matura dell’architetto comasco, e sebbene fu pensato e realizzato qualche anno prima, non raggiunse mai la fortuna critica del ben più noto asilo Sant’Elia di Terragni restando, comunque, un piccolo capolavoro dell’architettura razionalista.

Dal punto di vista compositivo, l’asilo, deve la sua riuscita alla combinazione tra la scomposizione volumetrica, le dissonanze nei prospetti e l’articolazione planimetrica.

Nella rivista sono presentate le foto nello squallore della devastazione del dopoguerra: pur nell’abbandono l’opera acquista accenti metafisici e ci dimostra, ancora una volta, che l’architettura è valida se ha la capacità di resistere ai fenomeni della vita.

Se nel 1961 compravi un giocattolo nel nuovo negozio Tom Boy realizzato da Vittoriano Viganò a Milano, univi all’utilità della spesa, l’ammirazione del semplice e geniale allestimento realizzato dall’architetto.

Un reticolo di rete metallica permetteva un variegato e flessibile allestimento dei giochi su tutta la parete; l’effetto generato dall’esposizione era più vicino a un museo che a una mera vendita di giocattoli.

Comunque se dovevi comprare uno dei meravigliosi giochi in legno di una volta o il pupazzo, alto circa 1 Mt,dal nome “Ercolino sempreinpiedi” pagavi la bellezza di 800 lire……………………….

………………………..pardon 0,41 euro.

 

Architetto Arcangelo DI CESARE  www.xxl-architetture.com

Mail: a.dicesare@xxl-architetture.com archang@libero.it

 

SPECIE DI LIBRI a cura di Diego Terna

 

Bildbauten

Philipp Schaerer, nel suo libro Bildbauten, edito da Standpunkte, del 2010, ci accompagna in un breve viaggio attraverso delle immagini di piccole architetture, ritratte semplicemente attraverso un singolo prospetto.

Pare un catalogo, più o meno ragionato, di case singole, ritrovate chissà come in un mondo fantastico, che mostra, però, un indescrivibile senso di estraneità. Non ci sono persone, in questi ritratti edilizi. Non ci sono ombre. E le forme di queste strane architetture mostra una genesi comune, l’approccio di un medesimo progettista. I prospetti stessi sono ambigui, con la quasi totale assenza di aperture o di bucature, con materiali, in alcuni casi, difficilmente definibili.

 

Inizia allora a insinuarsi il dubbio sulla veridicità delle fotografie.

Forse sono opere d’arte, forse sono modelli in scala di architetture immaginarie. Una più attenta osservazione può far dubitare della statica di queste, presunte, case; i riflessi sulle poche finestre mostrano dei confusi riflessi, che non sembrano appartenere allo stesso territorio sul quale è adagiato l’edificio.

 

E’ necessario visitare il sito di Schaerer, per capire (www.philippschaerer.ch). Qui possiamo assistere al making of di una di queste immagini, per scoprire, semplicemente, che si tratta di una elaborazione di fotoritocco, che ricostruisce, da zero, una realtà fittizia.

L’intento di Schaerer è, allora, chiaro: lavorando come renderista in alcuni studi di architettura, tra i quali quello di Herzog & De Meuron, e poi nel proprio, l’architetto svizzero ha iniziato da alcuni anni una riflessione sulla produzione di immagini digitali.

Oggi è sempre più probabile imbattersi, nel fiume di pubblicazioni web che riguardano l’architettura, in immagini per le quali è molto difficile stabilire rapidamente se si tratti di render o di fotografie reali. Si insinua il dubbio, quindi, sulla produzione stessa dell’architettura, che dovrebbe avere a che fare con una fisicità notevole, ma che, lentamente, si sta eclissando dietro spazi fittizi, che nulla hanno a che vedere con i materiali, la gravità terrestre, la statica, le funzioni, l’uso delle persone.

L’uso di immagini digitali, sempre più spesso, ha perso la funzione di descrivere le peculiarità di uno spazio architettonico, divenendo un tentativo di ricreare un’architettura di facciata, una quinta scenografica, sempre più vicina alla realtà, ma sempre più lontana dalla spazialità.

speciedilibri@gmail.com

diegoterna.wordpress.com

 

RECENSIONI, COMMENTI, SUGGERIMENTI

 

Giulio De Carli , New Airports, 24 Ore Cultura, Milan 2010

Un progettista di aeroporti dovrebbe essersi seduto almeno una volta al cockpit di un aeroplano e aver compiuto in alcuni scali manovre di decollo e atterraggio. Il disegno di un terminal passeggeri e degli edifici funzionalmente collegati è parte non separabile di un sistema complesso di strutture e infrastrutture agganciato allo spazio aereo. Le relazioni fra terra e aria si fondano su orientamenti, giaciture e geometrie che determinano la configurazione del sito aeroportuale tenendo conto dei venti, dell’orografia, degli ostacoli verticali ed orizzontali e del territorio urbanizzato. Le procedure che consentono il distacco da terra e l’avvicinamento agli scali, delineano ingombranti volumi virtuali che coinvolgono, con vincoli e limitazioni, aree molto più vaste rispetto ai recinti degli aeroporti. Le carte API – Aviation Publication Informations – redatte dall’ICAO – International Civil Aviation Organization – identificano gli stessi principali componenti di ogni “aerodromo”, qualificandone le caratteristiche funzionali e dimensionali, con un linguaggio universale e rappresentazioni grafiche essenziali. Il termine storico di “aerodromo” riportato sulle carte, evoca gli albori degli insediamenti aeroportuali, gli anelli delle grandi velocità dei velodromi e degli autodromi, piste della corsa accelerata per il distacco dalla terra. Il terminal passeggeri è sulle carte il cuore dell’aeroporto e vi confluiscono le arterie ferroviarie e viabilistiche in area land side e i piazzali di manovra e sosta degli aeromobili che in area air side si collegano alle piste di volo. Il terminal quindi è la destinazione focale sia per i passeggeri da terra che per i piloti dall’aria ed è descritto nelle carte dell’aeroporto con il dettaglio della configurazione a corpo unico o articolato in più edifici, con possibili satelliti. Nella sezione Realizzazioni e progetti recenti, le “charts” degli “Aerodromi” – di norma utilizzate dai piloti nel loro lavoro – aprono le realizzazioni e i progetti prossimi alla costruzione dei 33 aeroporti selezionati per il nuovo libro New Airports, di Giulio De Carli, per 24 Ore Cultura. Quasi sempre in bianco e nero, con evidenza immediata dei due elementi chiave dello scalo – gli edifici, in grigio, e le piste, in nero – le carte orientano il progettista che prepara il disegno come il pilota che prepara il volo, fornendo le caratteristiche del sito aeroportuale e dell’intorno, la dimensione dei flussi e la consistenza delle infrastrutture. Conclude il volume l’illustrazione schematica dei terminal pubblicati, che consente di apprezzare le differenti dimensioni e conformazioni in rapporto ai volumi di traffico passeggeri e le connessioni con le reti di trasporto terrestre.

Caterina Frisone

 

Antonio di Campli: La ricostruzione del Crystal Palace.

Per un ripensamento del progetto urbano, Quodlibet, Macerata, 2010

 

Il Crystal Palace è una metafora derivata da studi sloterdijkiani che, in questo libro appena pubblicato dalle edizioni Quodlibet nella collana Città e paesaggio, viene utilizzata per descrivere quelle pratiche del progetto urbanistico che negli ultimi venti anni si sono definite prevalentemente entro un ambito operativo e concettuale di tipo liberista. La “ricostruzione” di questo edificio simbolico è l’immagine che l’autore utilizza per definire i contorni e gli ambiti di un diversa forma di progetto per la città, per ripensare oggi il rapporto tra spazio urbano e forme contemporanee dell’abitare.

 

Attraverso il ricorso ad alcuni concetti come lo “spazio-serra” di Peter Sloterdijk e lo “smog culturale” di Boris Groys, si mette in evidenza come il progetto urbanistico liberista, nelle sue diverse declinazioni, tenda a leggere la città e il territorio come uno spazio di consumo sovracontrollato e corrisponda alla definizione di forme di controllo sociale e ricerca di trasparenza spaziale di tipo implicitamente panottico, in quanto ricercate attraverso operatori apparentemente neutri o anti-moderni, propri del discorso culturale, quali valori, identità, patrimonio o attraverso di strategie di induzione al consumo (il “godimento come fattore politico” di Slavoj ┼¢i┼¥ek). Con quest’ultima locuzione ci si riferisce in particolare ad alcune declinazioni del progetto urbanistico dove trovano rilevanza i discorsi legati alla definizione di spazi urbani come iper-paesaggi, come palinsesti e luoghi estetizzati per il solo godimento e consumo di immagini.

 

I caratteri di questa particolare forma di progetto per la città vengono descritti attraverso tre immagini: il progetto-rete o progetto leggero, locuzione che descrive come la pratica del progetto urbanistico si sia ridefinita come pratica reticolare, che mette assieme più attori e saperi, producendo un offuscamento della dimensione critica del progetto; il trionfo dei concetti sfocati o delle parole-valigia mostra il carattere comunicativo che connota il progetto contemporaneo per la città; il mito dello spazio pubblico è un’immagine che descrive i modi in cui la città tende ad essere riletta come un grande spazio estetizzato e narrativo, che funziona da archivio ordinatore di valori.

 

Nonostante il successo e la legittimità di cui ancora oggi godono le differenti declinazioni di questo modo di pensare il progetto per la città, quello a cui si assiste, almeno in ambito europeo, è una crescente diffusione di pratiche di esclusione sociale, un progressivo accentuarsi delle disuguaglianze spaziali, l’acquisizione di una dimensione sempre più faticosa ed ostile dello spazio aperto urbano che si presenta sempre più appropriato, banalizzato e privo di prestazioni, nonostante la centralità che questo ha avuto nei processi di trasformazione recenti.

 

A partire dal riconoscimento di queste condizioni l’autore propone di avviare una riflessione attorno alcune strategie e ambiti del progetto capaci di esprimere una posizione critica verso le forme del progetto liberista per la città, calandole entro un campo concettuale definito dai termini crisi e resistenza, accoppiamento concettuale che rimanda a riflessioni di matrice tafuriana e snozziana.

In questo processo di ricostruzione i termini Interni, Membrane, Dopo-paesaggio corrispondono ad alcuni particolari ambiti operativi, allo stesso tempo a luoghi, strategie, temi di progetto. L’obiettivo è, da un lato, dar conto, disvelare e includere nel progetto le particolari condizioni conflittuali che connotano la condizione urbana contemporanea, dall’altro, riflettere sull’offerta di maggiori prestazioni dello spazio urbano, sull’invenzione di dispositivi spaziali innovativi capaci di riscrivere in forme diverse il rapporto tra la dimensione domestica dell’abitare e lo spazio aperto, definendo una maggiore possibilità e articolazione di usi.

 

SGRUNT  a cura di Marco Maria Sambo

 

Master Housing

 Trovo che il Master Housing -diretto da Andrea Vidotto e curato dal Dipartimento di Progettazione e Studio dell’Architettura dell’Università di Roma Tre- sia uno degli esperimenti più interessanti degli ultimi anni in Italia.

 Nel nostro Paese, difatti, il mondo universitario è diventato –nella maggior parte dei casi– un universo chiuso e deludente, poco propenso ad aperture culturali sostanziali, in preda talvolta a schizofrenici e superficiali ‘momenti modaioli’ oppure -qualche altra volta- lontano anni luce dalla ricerca e dal futuro perché troppo intento a crogiolarsi nella ‘reazione’ che critica tutto e tutti provocando, alla fine, la totale stasi del pensiero d’architettura.

 Il Master Housing è diverso. Ha una sua strada, una sua ideologia, un suo modo di collocarsi nel dibattito sull’architettura contemporanea con pazienza, rilanciando ogni anno il tema del progetto della casa per analizzare la nuova complessità dell’abitare contemporaneo, tra sperimentazione progettuale e contesto, tra innovazione e metodo. Un Master coraggioso perché punta tutto sulla serietà e sul coraggio delle idee, quelle vere, progettate con pazienza.

 

 Fate click anche voi, dunque, e buona visione: http://www.masterhousing.it/

 

 Ps. Nella speranza che finalmente nascano decine e decine di Master come questo, in fiduciosa attesa, ascoltiamo insieme i Ramones, “Dancing with myself”, sempre a tutto volume, sognando-vivendo-respirando-architettura:

http://www.youtube.com/watch?v=lg7H2HZQ0UU

 

 Sgrunt a tutti.

 marco_sambo@yahoo.it

 

FRAME a cura di Channelbeta

 

Channelbeta: Il West 57th progettato da BIG-Bjarke Ingels Group

La Durst Fetner Residential (DFR) presenta il progetto West 57, una nuova tipologia residenziale di 600 unità che trovano spazio nella West 57th Street tra l’11esima e la 12esima Avenues. L’edificio è progettato dallo studio danese BIG-Bjarke Ingels Group che con questo progetto ne realizza l’inaugurazione in Nord America.

L’edificio è un ibrido tra il classico blocco europeo e il tradizionale grattacielo di Manhattan. West 57 ha una forma unica che unisce i vantaggi di entrambi: la compattezza, l’efficienza, l’intimità e la sicurezza da un lato, e l’ariosità e la vista di un grattacielo sulla città dall’altro.

Innalzando lo spigolo a nord-est oltre 467 mt rispetto agli altri, l’intero blocco riesce a preservare l’altezza rispetto all’adiacente Helena Tower mentre il cortile all’interno si apre alla vista verso il fiume Hudson. La forma dell’edificio cambia in base al punto di vista dello spettatore[…].

 

http://www.channelbeta.net/2011/02/enwest-57th-designed-bigbjarke-ingels-groupitil-west-57th-progettato-da-bigbjarke-ingels-group/

 

arch. Roberta Di Loreto

robertadiloreto@channelbeta.net

 

SEGNALAZIONI

 

Paolo Angeletti a Roma

Inaugurazione della mostra Paolo Angeletti. Disegni di Architettura a cura di Alessandra Capuano Antonella Greco Fabrizio Toppetti e Tavola Rotonda venerdì 25 Febbraio alle ore 16,30 presentano: Amedeo Schiattarella, Renato Masiani, Piero Ostilio Rossi, intervengono oltre ai curatori: Carmen Andriani, Antonella Bonavita, Francesco Cellini, Alfonso Giancotti. Casa dell’Architettura Piazza Manfredo Fanti 47 Roma, spazio “Monitor P”, 25 febbraio – 18 marzo 2011.

 

L’iniziativa promossa dal Dipartimento di Architettura e Progetto dell’Università degli Studi di Roma intende ricordare la figura e l’opera di Paolo Angeletti architetto, docente, studioso. Il catalogo della mostra edito da Prospettive contiene anche scritti di: Anselmi, Argenti, Bonavita, Capolino, Falaschi Grimaldi, Marucci, Muntoni, Nicolini, Panella, Pitzalis, Purini-Thermes, Terranova.

 

Di seguito un estratto della nota dei curatori:

“Per qualche mese ci siamo incontrati, con Gaia Remiddi, nello studio di via della Minerva, dove riuniti attorno a un tavolo disegnato da Paolo abbiamo aperto cartelle e rotoli di disegni studi e progetti. […] L’obiettivo dei nostri incontri è quello di selezionare disegni per una esposizione. Una esposizione che vorremmo raccolta, misurata, essenziale. Non un disegno in più.

Perché una mostra di disegni di Paolo Angeletti? L’occasione nasce dalla volontà espressa dal DiAR (Dipartimento di Architettura della Sapienza oggi confluito nel DiAP Dipartimento di Architettura e Progetto), il nostro dipartimento, di organizzare una iniziativa per ricordare la sua figura. La ragione culturale e scientifica attiene alla volontà di fissare l’attenzione su una personalità di rilievo nel panorama romano e sul disegno come strumento di lavoro per l’architetto.

La maggior parte dei disegni che abbiamo scelto sono di mano di Paolo. Altri riguardano progetti dello studio Angeletti&Remiddi, spesso nei casi dei concorsi, si tratta di gruppi allargati. I progetti sono noti e sono di tutti coloro che vi hanno lavorato, progettisti e collaboratori. In questo caso, quando si tratta dei disegni geometrici, si è posto il problema della attribuzione, ovvero dell’autografia. Eppure, estendendo il campo semantico al progetto di disegno, l’autoralità può ampliarsi oltre l’autografia, se la presentazione delle cose supera l’oggettività della rappresentazione. La questione è aperta. Non spetta a noi dirimerla.

Disegni di differente natura, fatti per occasioni e motivi diversi, in un arco temporale che va dalla fine degli anni cinquanta ai primi anni del nuovo millennio. Il risultato è un panorama sufficientemente ampio e rappresentativo delle varie sfaccettature della figura di Paolo Angeletti e delle declinazioni molteplici del disegno di architettura”. (A. Capuano A. Greco F. Toppetti)

 

Needs. Architetture nei Paesi in via di sviluppo

Mostra e presentazione del catalogo. FIRENZE – Biblioteca delle Oblate_12 Marzo-02 Aprile. INAUGURAZIONE 12 Marzo ore 16.00

9 Gruppi di Progettisti e 16 Progetti, per mostrare un modo “diverso” di fare architettura, essenzialmente basato su NECESSITA’ primarie, per dimostrare che la QUALITA’ non è sempre funzione di interessi speculativi, e che la realizzazione può seguire un fondamento etico dell’opera costruita, attraverso idee che tengano conto di un profondo rispetto delle peculiarità tecniche e culturali locali.

GGAF(Gruppo Giovani Architetti Firenze) in questa sua ultima iniziativa, affronta il tema dell’ ARCHITETTURA dei BISOGNI in alcuni paesi emergenti, cercando di cogliere aspetti di particolarità tecnica, sociale e culturale che hanno fatto di questi manufatti, seppur nella propria semplicità, vera e propria architettura: così nasce il magazzino per lo scalogno, il locale per lavanderia e bagni pubblici, la biblioteca in un vecchio mercato distrutto dal fuoco, la scuola elementare che, prima di tutto, è centro di aggregazione in un’area desertica, e molti altri progetti che raccontano di soluzioni ben “architettate” per affrontare necessità quotidiane.

L’evento, a cura dell’architetto Salvatore Spataro, si rivolge ad un ampio target di visitatori, dagli addetti ai lavori, agli studenti, agli appassionati, di queste tematiche, e li accoglie in una sede pubblica ed informale, permettendo un afflusso continuativo all’esposizione.

Durante la cerimonia d’inaugurazione sono previsti interventi di approfondimento e un breve dibattito.

Il catalogo della mostra, edito dalla casa editrice LetteraVentidue, raccoglie sia tutti i progetti in mostra, sia alcuni contributi realizzati da docenti e critici d’architettura.

I progettisti selezionati e i lavori presentati sono:

TYIN tegnestue – Biblioteca del vecchio mercato – Bagni pubblici e lavanderia – Orfanotrofio e Biblioteca

Anna Heringer-Eike Roswag Istituto Moderno di Educazione e Formazione (Meti School)

Anna Heringer Scuola professionale per elettricisti (DESI Building)

Asf-Architetti senza frontiere Italia Scuola veterinaria

Asfe-Arquitectos sin fronteras Espana Magazzino per lo scalogno

Di bedo K r Scuola Secondaria – Scuola elementare

Emilio Caravatti-Matteo Caravatti Cappella Oratoria – Biblioteca di quartiere – Centro doposcuola

Africabougou Onlus Scuola comunitaria

BAS-Berger School of Architecture Centro di formazione

Cal-Earth Rifugi d’emergenza

Per maggiori informazioni:

GGAF Gruppo Giovani Architetti Firenze

Arch.Salvatore Spataro e-mail: spataro@ggaf.it

 

LETTERE

 

Marco Jacopino: circa il silenzio

"Solo nel Silenzio (Stille)-scrisse una volta Heidegger- può risuonare la parola autentica." Ottimo colpo retorico,degno , al solito, del Maestro della Selva Nera. Lo stesso non può che avverarsi in Architettura. Nonostante la passione quasi ventennale per il "piccolo uomo furbo" di Messkirch ,spero di non aver perso l’udito nell’ascoltare le Sue splendide quanto "incomprensibili" parole. E’ noto che Adorno seppe portare un ben serrato attacco al "Gergo dell’Autenticità" del Nostro. Vale la pena ,credo, di non cedere ad alcun "Gergo" e di sapersi distanziare anche dall’adorazione del Silenzio. Di certo non intendo dire che amo il "frastuono". Vivo in città e non posso cancellarlo ,altrimenti-forse- lo farei. Ma anche il soggiorno (Aufenthalt) nel Silenzio puro ci priva di una parte della Realtà. Torre d’avorio. si tratta di scegliere (se possibile) dove vogliamo vivere.

Cordiali saluti

Marco Jacopino

 

Lucia Proto: Tutti a Scuola

Gent.mo LPP,

Le invio in allegato un po’ di documenti riguardanti la lotta che io e il Direttivo di Italia Dei Valori della Marsica abbiamo intrapreso contro la scellerata operazione speculativa di vendita da parte del Comune del Complesso Scolastico di Via Corradini ad Avezzano (AQ). Spero che lei ci possa aiutare a dare una maggiore risonanza a questa triste questione.

Inoltre, la informo che stiamo preparando un convegno qui ad Avezzano sulla MOBILITA’ SOSTENIBILE E IN GENERALE SULLE POSSIBILITA’ DI GESTIONE SOSTENIBILE DEL TERRITORIO DI AVEZZANO. Il Convegno si terrà il 20 MARZO PROSSIMO.

 

TUTTI A SCUOLA …

Perché è necessario che le scuole rimangano qui

di Arch. Lucia Proto

Responsabile Donne Italia Dei Valori Abruzzo

 

Perché il Complesso Scolastico di via Corradini ad Avezzano rappresenta un singolare esempio di architettura Decò degli anni 20’. Caratterizzato da un’ampia e funzionale spazialità interna, da diffuse superfici vetrate e da un particolare ordine architettonico “gigante” frutto di una rivisitazione in chiave neo barocca dei prospetti.

 

Perché gli Inglesi non stravolgerebbero mai gli edifici dell’Università di Cambridge sostituendo la loro funzione e trasferendo altrove l’Università.

 

Perché questa scuola è un simbolo di Avezzano, delle generazioni passate e future.

 

Perché contiene la storia di tante famiglie Avezzanesi.

 

Perché l’adeguamento degli edifici storici monumentali alle norme di sicurezza non è così costoso, in quanto esistono deroghe che permettono di ridurre il costo delle opere.

 

Perché questo Complesso fu costruito con caratteristiche anti-sismiche.

 

Perché è ormai il tempo di interrompere lo scempio dell’eliminazione di tanti edifici simili del centro storico (villini d’epoca).

 

Perché le nuove costruzioni che sostituiscono gli edifici storici nascono senza un qualsiasi progetto architettonico univoco, come edifici amorfi privi di un’identità storica ed estetica, caratterizzati da accozzaglie di decorazioni posticce, palazzoni che non si relazionano tra di loro e in alcun modo con il contesto attorno, ma lo invadono con la loro pesante presenza.

 

Perché continuando così, Avezzano perderà anche altri edifici storici di riferimento come quelli di Piazza Torlonia e Piazza Castello (Comune, Arsa, ecc.).

 

Perché l’architettura è un valore, che nasce dal rapporto tra spazio urbano ed edificio nella sua globalità.

 

Perché la sola presenza delle facciate sarebbe una veste senz’anima.

 

Perché sventrando l’interno si vuole raddoppiare le cubature di utilizzo?

 

Perché è un monumento storico: questo Complesso nacque per servire la nuova area che nel 1920 sorse in località ”Melazzano” tra la Stazione e Villa Torlonia, edificata a seguito del terremoto del 1915 che colpì la città di Avezzano, distruggendone la totalità dell’edificato.

 

Perché ancora oggi, le scuole di via Corradini servono tutta questa area, permettendo così a tutte le famiglie che vi risiedono di recarsi ad accompagnare e riprendere i propri figli principalmente a piedi, senza utilizzare l’automobile.

 

Perché accedere e fruire del centro storico di Avezzano a piedi significa avere già anticipato una funzionalità compatibile con la chiusura al traffico veicolare.

 

Perché togliere queste scuole e costruirne di nuove in periferia significherebbe costringere queste famiglie a prendere obbligatoriamente l’automobile per spostarsi.

 

Perché forse è già stato deciso dove si dovrebbero trasferire le scuole? Ci sono già tanti edifici più periferici, polifunzionali, invenduti e non utilizzati a cui pagare lauti affitti?

 

Perché tutti i visitatori e turisti di Avezzano apprezzano questo Complesso storico.

 

Perché Avezzano vuole un centro storico vivo.

 

Perché è ora di modificare la politica di gestione del territorio, la città è di tutti e soprattutto dei bambini.

 

Perché allontanarli dal centro significherebbe allontanarli anche dalla piazza principale.

 

Perché è bello a mezzogiorno e mezza sentire le voci dei bambini che escono da scuola.

 

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E’ gradito  ricevere notizie, le quali, dovranno essere comunicate via mail con almeno una  settimana di anticipo e, comunque, entro il mercoledì che precede l’evento, con brevi comunicati stampa, di regola non superiori  alle cinque righe. In questi dovrà essere chiaro giorno e luogo dell’evento,  titolo, partecipanti, telefono, mail, sito web per approfondimenti. Le notizie, a giudizio insindacabile della redazione, sono divulgate quando se ne intravede un  potenziale interesse. E’ però cura di chi riceve la lettera verificarne  attendibilità e esattezza. Pertanto esplicitamente si declina ogni  responsabilità in proposito. La redazione si riserva il diritto di sintetizzare le lettere e gli interventi da pubblicare. Il materiale mandato in redazione, che è  anche il luogo dove sono custoditi i dati,  viale Mazzini, 25, Roma, non verrà restituito.
In redazione: LPP Lila Aras, Anna Baldini, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Gianpaolo Buccino, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Marcello del Campo, Rossella de Rita, Marco Ermentini, Emiliano Gandolfi, Gaia Girgenti, Luca Guido, Salvator-John Liotta, Zaira Magliozzi, Antonella Marino, Domenico Pepe, Claudia Pignatale, Ilenia Pizzico, Stefano Malpangotti, Valentina Micucci, Santi Musmeci, Francesca Oddo, Claudia Orsetti, Paolo Raimondo, Federica Scarnati, Moya Trovato, Antonio Tursi, Monica  Zerboni.

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