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Gipango Random File 53 di Salvator-John A. Liotta

Wa, Armonia: articolo 1 della costituzione giapponese
Il primo nome conosciuto del Giappone è Wa, parola che fra i vari significati annovera anche l’armonia. C’è qualcosa di profondo che relaziona il Giappone a questo desiderabile stato d’animo.
Tra gli atti di fondazione della nazione nipponica vi è una costituzione risalente al 604 d.C. attribuita all’imperatore Shotoku (al quale va anche ascritta la creazione del sushi).

Essa è composta da soltanto 17 articoli. L’articolo numero uno -riassumendo- dice che: il Giappone è una nazione fondata sull’armonia.

 

 

Influenzata dai dettami morali del buddismo e dello scintoismo, questa costituzione – conosciuta come Jushichijo Kenpo- non era scritta in forma di legge, né tantomeno istituiva un parlamento.
Secondo W.G. Aston, primo a tradurla in lingua inglese, ricorda più forse dei passaggi biblici e le leggi dei paesi islamici che indicano come comportarsi moralmente e proibiscono di compiere crimini.

Oltre al primo articolo, anche nei seguenti vi è l’invito ad avere armonia sia nelle relazioni sociali che nel modo di condurre gli affari, cosi anche nell’organizzazione degli spazi e nella produzione degli oggetti: “non è forse tutto possibile se regna l’armonia?”.

L’influenza che questo articolo ha avuto sulla cultura, sull’arte e sul linguaggio è tangibile in ogni aspetto del Giappone contemporaneo, rappresentando un lascito attivo.

Quando si lavora in team e non si è d’accordo su come procedere, si passano ore ed ore a discutere fino a che si trova una soluzione progettuale che risulti armonica. E non importa più a nessuno se magari la propria idea si è mischiata a quella di un altro e diventa il frutto di un negoziato.
Si preferisce fare un passo indietro individuale per farne uno avanti collettivo. Cosi facendo vengono ridotte le asperità e sedate le opposizioni, col risultato di produrre partecipazione e promuovere armonia.

Viene da chiedersi se sia possibile l’esistenza di una nazione fondata sull’armonia. Parafrasando le prime righe dell’ “Impero dei Segni” di Barthes, si potrebbe pensare che si stia scrivendo di una nazione che non esiste: come se fosse un oggetto narrativo, un frutto della fantasia nato per non compromettere la realtà.

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