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\\ Home Page : Storico : Le interviste di PresS/Tletter (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

STUDIO EUTROPIA

EUTROKKA, UN TAVOLO A MISURA DI GRUPPO

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Il testo che segue rappresenta un estratto del volume che sarà pubblicato dalla casa editrice Clean nella collana Interviste a cura di Matteo Belfiore.

 

M.B. - Lei è convinto della superiorità del regionalismo e delle identità locali. Eppure la società va nella direzione opposta, quella della globalizzazione. La sua architettura si pone come azione di resistenza. Ma perchè resistere?

T.A. - Oggi viviamo nell’epoca della globalizzazione e ciò ha influenzato la società nel suo complesso. La disciplina dell’ architettura non fa eccezione e gli architetti sono molto influenzati dall’ economia globale, dai media, dal mercato, etc.. Alcuni architetti navigano in quella che potremmo definire una " tendenza globale". Proprio per questo motivo ritengo che oggi trovare la propria identità sia di fondamentale importanza. Io cerco ardentemente la mia identità e il suo significato in architettura. Dal momento che tutto è in movimento, questa mia ricerca è permanente e le risposte non sono mai completamente soddisfacenti. ...

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Il testo che segue rappresenta un estratto del volume che sarà pubblicato dalla casa editrice Clean nella collana Interviste a cura di Matteo Belfiore e Salvator John Liotta.

 

M.B. - Una sua grande passione è il baseball. In che modo lo sport ha formato ed influenzato il suo carattere?

 

T.I. - Il baseball mi piace moltissimo, l’ho praticato fino al completamento delle scuole superiori ma adesso lo guardo solamente perché non ho più il tempo di praticarlo. E’ uno sport formativo perché si gioca in team e questo impone uno spirito di collaborazione a chi lo pratica. Mi ha aiutato molto a confrontarmi con gli altri, ha avuto un’ influenza positiva sul mio carattere.

 

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Studio fondato nel 1999 con sede a Londra e Sesto attivo nella ricerca architettonica contemporanea orientata verso l’uso della progettazione parametrica. ...

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Rispondono Claudio Lucchesi e Andrew Wai-Tat Yau ...

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Maarten Baas (1978, above in the portrait by Sarah Jane) conquers the World of Design with a collection of burnt furniture, better known as “Smoke”. Armchairs, chandeliers, chests of drawers ecc. have been treated with epoxy and then put on fire. The result on their shapes and the black colour due to flames arouses on 2003 at the Salone del Mobile in Milan an incredible and enormous succes. During this occasion, the Newyorker gallerist Murray Moss gives him the task of “smoking” the furniture of Rietveld, Sottsas and Noguchi, and this chance allows him to take part in all the most relevant Design environments of the whole world. Therefore his creations are exhibited in Tokyo, inside the Victoria & Albert Museum in London, in New York in the Murray Moss Gallery, and of course in Holland, inside the Groninger Museum and in the Stedelijke Museum in Amsterdam.

M.E.F.: I have been reading a lot about you and it is amazing to see how many pages in Google talk about you and your different approaches in every collection of your works. But your creations have something in common, I think.
I see a very high manual capacity. It seems that you want just retrieve this important and primal character of creativity, in the real meaning of this word. So no more technology but hands. Is it like that?

M.B.: No, technology can be very useful and I have nothing against it. Only I rarely like the products which are 100% based on technology. It is so strange that there are so many possibilities but that much design keeps being based on a kind of rational, no-nonsense strict way of thinking. I try to expand the way of designing furniture. And indeed I often make handmade things, just because the ideas I have are better to be expressed like that. So far I never used a computer for my designs, but if I could express myself through that way I would do it as well. (Above, from the collection Clay Furniture "Dining table and chairs", photo by Maarten van Houten)

M.E.F.: In our nowdays life, everything has become extremely dynamic and fast. Also shapes of daily objects have followed this tendency. Dynamism in everything then, but in your works it seems that you are a little against of it: you look at the past, and your creations, expecially those of "Sculpt" are imposic, static, solid. What is your meaning,instead?

 

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Foto di Igmar Timmer 

Kiki van Eijk (nella foto ritratta da Igmar Timmer) è una giovane designer olandese. Diplomatasi all’Accademia di Design di Eindhoven nel 2000, vince il primo premio della scuola con il “Tappeto di Kiki”. Da lì la sua carriera ha preso il volo rendendola, in breve tempo, presente in tutto il mondo. Il suo lavoro spazia dal tessile alla ceramica, dai mobili ai complementi di arredo in vetro, il tutto con una caratteristica comune: la fantasia e la freschezza che ti porta con ogni sua creazione e per magia al di là del tempo in un libro di fiabe.

M.E.F. : Come già anticipato via e-mail la mia è una indagine volta a scoprire come i giovani designers olandesi siano diventati in breve tempo famosi nel mondo. Così ho scritto a molti di voi, per invitarvi a raccontare un po’ del vostro esordio, ma solo donne hanno accettato volentieri di essere intervistate. Forse è solo un caso… Tu cosa ne pensi?

K.v.E. : Non saprei dire … Credo sia solo una coincidenza!

 

M.E.F. : Mi sono documentata molto su di te e sinceramente ho trovato geniale l’idea di farti fotografare come Alice nel Paese delle Meraviglie seduta sul tuo tappeto (In alto, Il tappeto di Kiki - handtuft, foto). Come ti è venuto in mente?

K.v.E. : L’ispirazione del tappeto mi proviene dalle case per le bambole, in cui le scale degli oggetti in esse contenute, specialmente quelle tessili, sembrano fuori proporzione. Volevo proprio che l’osservatore/fruitore potesse guardare ai miei oggetti dallo stesso punto di vista di una bambola accanto ad essi. Ecco perchè mi sono fatta ritrarre, utilizzando il grand’angolo, come una bambola sul mio tappeto, per rendere ancora più esasperata la percezione dell’insieme!

 

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intervista di Paolo Posarelli
ad ALVARO SIZA

In occasione di “Raccontare l’architettura portoghese”
Conferenza a Pisa di A.Siza, E.Souto de Moura e S.Thenaisie
Pisa 25 Ottobre 2008 sala Baleari, Palazzo Gambacorti




Alvaro Siza Veira è secondo Rafael Moneo l’architetto contemporaneo che più di ogni altro rappresenta ed interpreta il pensiero ed i principi del movimento moderno.
L’ influenza di A. Aalto, di Le Corbusier e di Wright sono presenti nelle sue opere iniziali come peraltro l’influenza del pensiero di Adolf Loos.
Siza è interprete di quel che oggi possiamo definire atemporale; l’architettura reinterpreta il suo io, la sua visione della vita, il suo essere contemporaneamente costruttore e pensatore.
Intervistare Siza sul lungarno pisano tra una sigaretta e un buon bicchiere di vino non è stato facile. Fissare le sue parole sulle pagine di un taccuino è stato l’unico mezzo che mi consente di ricostruire questa simpatica conversazione:
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Aldo Bakker (1971), è un eclettico: si dedica al disegno dei gioielli, allo studio sul vetro, alla ricerca di antiche tecniche Giapponesi, all’utilizzo di nuovi ritrovati sui materiali. Tutto questo, ma soprattutto la ricerca sulla forma, associata alla paziente tecnica per la laccatura “Urushi” gli ha permesso di realizzare oggetti di grande eleganza e di estrema leggerezza, che lo rendono presente anche in diverse Gallerie d’Arte d’oltreoceano.


Da segnalare la mostra dal titolo “Super Stories”  facente parte della Triennale, al Centro d’Arte Z33 ad Hasselt in Belgio, dal 7 febbraio all’11 maggio 2009, nella quale i suoi oggetti “Urushi” faranno da protagonisti insieme alle opere dell’artista Germaine Kruip....

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INTERVISTA di Matteo Belfiore
a WIEL ARETS
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M.B. - Come si cattura l’essenza della contemporaneità?



W.A. - Quando ero studente ricordo che qualcuno mi disse: “Quando conosci il tuo tempo, sei avanti nel tuo tempo”. Personalmente, non sono molto interessato alle nuove tendenze ma alle cose che mi incuriosiscono. Ho studiato la fisica prima ancora dell’architettura, e forse per questo sono attratto dalle cose che stimolano la mia immaginazione, che solleticano il mio interesse.

 

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