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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Spinti dai problemi che giorno per giorno la crisi energetica pone sul tappeto, anche gli architetti italiani, tradizionalmente molto tiepidi verso temi che non siano esclusivamente linguistici, si stanno appassionando alle problematiche ambientali e tutto ci fa prevedere che per il prossimo lustro la sostenibilità diventerà uno dei temi centrali della loro ricerca progettuale. Da qui l’interesse di molte riviste per un nuovo e più responsabile modo di costruire: L’Arca, L’industria delle costruzioni e The Plan, con un numero molto denso. Un segno positivo, mi sembra, che mostra che l’architettura italiana va ben oltre quella arbitrarietà estetica che paventa Gregotti nel suo ultimo, sempre più apocalittico, libro.

 

Il presidente Napolitano, esattamente come il suo predecessore, ha letto il discorso di fine anno circondato da mobili e arredi antichi: senza accorgersi che in tal modo la sua simpatica voce inevitabilmente avrebbe saputo di stantio ( quest’anno non c’era neanche il monitor del computer che mani pietose avevano collocato sulla scrivania di Ciampi). A Roma, nonostante lo scandalo derivante da situazioni inaccettabili di malfunzionamento e di degrado, ancora c’e' chi si illude di trasformare in un ospedale modernamente operativo, e senza abbatterlo, quel cadavere che e' il Policlinico Umberto 1....

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E se provassimo a imporre una tassa di successione sulle cattedre universitarie? Visto che non siamo riusciti a eliminare il nepotismo, almeno potremmo provare a lucrarci a favore della collettività. Resta da vedere se prevedere quote esenti, per esempio per i trasferimenti da padre a figlio o tra marito e moglie (magari sino a un certo numero massimo di  familiari di primo grado: per esempio due). Infine - perché no?- si potrebbe ipotizzare un qualche riconoscimento anche per le coppie di fatto sia etero che omo.  E per gli/le amanti? Beh…forse per loro ancora e' prematuro.

 

Ma perché la Darc si ostina a celebrare architetti già noti ed evita di promuovere adeguatamente e sistematicamente coloro che non lo sono ancora? Ci chiediamo: questa pur bella e interessante mostra al Maxxi su Fuksas ci dà qualche contributo in più per capire meglio un architetto oramai da tutti apprezzato e su cui esiste una pubblicistica immensa? Speriamo che nella prossima mostra la Darc non decida di continuare questa politica suicida  di dilapidazione delle risorse celebrando magari Renzo Piano.

 

Per Francesco Dal Co uno dei meriti principali di Renzo Piano e' di ritenere “ l’appropriatezza la discriminante su cui fondare la scelta dei mezzi da impiegare, la semplificazione e la ragionevolezza le premesse di ogni ordinata composizione”. Indipendentemente dal giudizio che ognuno di noi ha su Renzo Piano, mi chiedo se sia, in sede critica, lecito esprimere un apprezzamento fondandosi sull’appropriatezza, la semplificazione e la ragionevolezza che sono, a voler essere generosi, categorie con le quali giudicare onesti ma poco brillanti professionisti.  Dietro le lezioni di Piano di Dal Co mi sembra si nasconda un problema critico, anzi il problema di molta critica tradizionalista italiana.

 

Ho tra le mani l’ultimo fascicolo della sempre più deludente Casabella. Pubblicati: Renzo Piano, Peter Eisenman, Norman Foster, Steven Holl, Sejima+Nishizawa/Sanaa. Apro il The Architectural Review e vedo che due progetti apparsi su Casabella, quello di Holl e quello di Sanaa, sono pubblicati anche nella rivista britannica. Quello di Sanaa e' inoltre uno dei pochi pubblicati dalla sempre più scarna ( quanto a progetti di architettura) Domus. E’ questo il modo di opporsi alle mode e allo Star System? Direi proprio di no. Appare invece sempre più chiaramente che le riviste, sempre più povere di risorse economiche per fare servizi originali e di idee per commentarli, si stanno riducendo a patinati strumenti per promuovere gli architetti più famosi, non certamente il dibattito architettonico né tanto meno la ricerca. ...

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Nella rubrica VOCI DAL MONDO UNIVERSITARIO, la nostra corrispondente Paola Orsetti ci parla di una recente conferenza di Tadao Ando a Mendrisio. L’episodio della diapositiva sul cane dell’architetto ci ricorda di una conferenza dello stesso Ando che abbiamo già sentito a Roma e a Londra ( sulla rivista inglese AJ qualcuno affermò che la stessa lecture la aveva già ascoltata altrove). Ci viene il sospetto che molte archistar girino riciclando una o due conferenze standard preparate da qualche abile PR.

 

Perché occorre mobilitarsi contro il progetto Sgarbi per Piazza Armerina?
Perché distrugge l’esemplare opera di Franco Minissi che evitava i due errori in cui spesso cadono i restauratori: lasciare le rovine senza tentarne un’ipotesi interpretativa o  cadere nel baratro del falso storico. Sgarbi ci sembra che, disinvoltamente, proprio tra questi due errori si sia mosso: prima con l’ipotesi di una cupola che copriva i ruderi e adesso con quella di una struttura a forma di villa realizzata con materiali opachi. Accettare il  progetto da lui sostenuto, sotto il ricatto morale che altrimenti si perdono i finanziamenti, vuol dire far fare un gigantesco passo indietro alla cultura del restauro e anche alla cultura architettonica contemporanea di cui sciaguratamente Sgarbi e', per sua stessa dichiarazione, uno dei più fieri e pericolosi oppositori. Ecco perché, come sostiene giustamente Renato Nicolini, occorre che intervengano immediatamente il Ministro Rutelli e, aggiungerei io, la Darc. (LPP)

 

Alla fine, mi sembra che si stia realizzando un pasticcio all’italiana. Si dice che con il nuovo progetto si salva l’opera di Minissi. Mi sembra invece che la si alteri irreparabilmente in nome del peggiore consigliere della buona architettura: il compromesso. E, come spesso accade, in nome dell’urgenza si fanno strada soluzioni mediocri.

 

Che dire della grande mostra alla triennale di Milano su Albini, celebrata – sia pur con un anno di ritardo- in occasione del centenario della nascita? Che l’assenza di non superficiali riferimenti al contributo poetico di Franca Helg ( e, aggiungerei, anche di Antonio Piva) la rende reticente e incompleta. Peccato perché sono molti e interessanti i materiali dello studio, a cui la Helg fu  associata dal 1951, esposti all’interno dell’ elegante allestimento curato da Renzo Piano.  Ci chiediamo quali possano essere state le ragioni che hanno portato all’assordante silenzio su un personaggio così importante. Forse l’assenza di gravità a cui allude il titolo stesso della retrospettiva?

 
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