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\\ Home Page : Storico : AltreVisioni di Marco Maria Sambo (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

di Marco Maria Sambo

Intro 
Le rovine del formalismo spettacolare 

Frammento68

L’ultimo numero della Rivista "l’Arca" (numero 255-febbraio 2010) è davvero terrificante: una carrellata di grattacieli, siluri, supposte verticali di ogni tipo. Senza nessuna logica. Seguendo solamente la linea di un "formalismo spettacolare". L’unica cosa positiva di questo numero (curato da William Alsop) è il bellissimo editoriale di Cesare Maria Casati intitolato –appunto- "Formalismo spettacolare" che si chiude con la seguente previsione: "Sono sicuro che sarà il tema dei prossimi anni proprio quello dell’apertura seria di un dibattito sull’identità dei progetti, della città e dei suoi edifici, se non altro per aiutare gli archeologi del nostro lontano futuro a distinguere secoli, autori e appartenenze culturali". Vale la pena di comprare il numero solamente per leggere questo articolo.
Per fortuna -dopo queste desolanti visioni- possiamo sfogliare il numero 140 di Lotus e riprendere fiato osservando i bellissimi progetti di Anna Heringer in Bangladesh, Shigeru Ban in Cina, Arup Associates in India, il fantastico Rural Studio in Alabama, Kere Architecture in Burkina Faso, Earthship Biotecture in New Mexico, Hiroshi Iguchi in Giappone e molti altri, fino ad arrivare a un magnifico Glenn Murcutt & Troppo Architects in Australia. Tutti progetti a dimensione umana costruiti -in molti casi- in Paesi o in aree in via di sviluppo, zone degradate dove regna la desolazione e la povertà. Questo si legge a pagina 18, nell’articolo dedicato alla Roundwood House di Rural Studio: "Le regole sono queste: progettare una casa che potrebbe essere costruita con diecimila dollari di materiali più diecimila di mano d’opera. È tutta questione di costi, di ogni singolo chiodo o montante". E per rendere questo numero ancora più interessante e completo, Lotus inserisce –in mezzo- il "7WorldTradeCenter" di Skidmore, Owings & Merrill a New York e "La Maddalena Ex Arsenale" di Boeri in Sardegna, dimostrando così che è possibile mostrare buona architettura patinata e un grattacielo miliardario all’interno di una pubblicazione completa, convincente, efficace, costruita con sapiente complessità. Il numero 140 di Lotus descrive –difatti- non solamente l’Era del "formalismo spettacolare", dimostrando che un’altra architettura è possibile –oggi- affinché gli archeologi del nostro lontano futuro non trovino solo mega-rovine a forma di mega-supposta.

 

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di Marco Maria Sambo

Intro
Da Lebbeus Woods a Coop Himmelb(l)au

Frammento67

Come si legge nell’ottimo articolo di Paola Pierotti apparso su "Progetti e Concorsi" del 18-24 gennaio 2010, l’Università degli Studi di Perugia, Heliopolis 21, e lo studio austriaco Coop Himmelb(l)au hanno recentemente proposto il progetto di un’avveniristica copertura che –nel centro storico di Perugia- trasformerà via Mazzini in galleria coperta.
Al di là delle qualità formali, il progetto sembra interessante per cinque motivi più uno.
Primo: si tratta di una copertura (e non di un edificio) che -con uno sviluppo futuristico- può rappresentare un nuovo fulcro architettonico.
Secondo: non essendo un edificio, si avvicina a un’opera d’arte contemporanea con la funzione di creare una galleria coperta, cosa che sembra, da un punto di vista urbano, del tutto convincente.
Terzo: non c’è nessun futuro senza la storia dell’architettura. In questa direzione il progetto si ispira chiaramente ai disegni avveniristici di Lebbeus Woods, uno dei padri dell’architettura sperimentale e uno tra i primi decostruttivisti della storia dell’architettura.
Quarto: questa copertura è volutamente provocatoria, e non è camuffata da "edificio sperimentale che si inserisce nella città e si lega al contesto", slogan con cui molte archistar -mentendo- progettano mega-edifici sovradimensionati rispetto alle reali esigenze della città.
Quinto: la copertura è –de facto- legata realmente alla città perché costruisce un nuovo percorso coperto, legandosi agli edifici esistenti.
Quinto-bis: questa nuova vela-artiglio è lontana anni luce dallo "pseudo-neo-brutalismo" al quale ci stanno abituando –con assuefazione quasi stucchevole- molti tra i Big dell’architettura mondiale.

 

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di Marco Maria Sambo

Intro 
Pieghe di carta 

Frammento66

Il numero 497 della Rivista “Abitare” (novembre 2009) si intitola “Being Renzo Piano” ed è un numero da non perdere. Sfogliando le pagine della Rivista possiamo entrare negli Studi di RPBW a Parigi, Genova, New York; osservare bellissime fotografie inedite di Renzo Piano al lavoro con i suoi collaboratori e con i ragazzi dei suoi Studi in varie parti del mondo; possiamo passeggiare con lui ed effettuare sopralluoghi ad Atene, Malta, Boston, Forth Worth, San Francisco; possiamo leggere una conversazione tra Gehry e Piano; oppure scrutare semplicemente tra le pieghe delle sue agende e dei suoi appunti per scoprire un modo del tutto particolare e originale di archiviare forme e idee progettuali.
Dunque, visto che le critiche, se scadono in ideologia o in prese di posizione sterili e ricche di pregiudizi, finiscono per non valere nulla, in questo caso, dopo qualche critica mossa alla Direzione Boeri, dobbiamo solamente fare i complimenti ad Abitare perché, tra le Riviste di Architettura italiane, ci ha regalato uno dei più bei numeri degli ultimi anni.
Se non lo avete fatto, uscite e comprate il n°497 di Abitare e ricordate di tenerlo sempre a portata di mano, di occhio, di matita.


Sgrunt a tutti voi, alla prossima.

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di Marco Maria Sambo

Intro 
Biennale Architettura - Venezia 2010 

Frammento65

Kazuyo Sejima è stata nominata Direttrice del Settore Architettura per la prossima Biennale di Architettura che si terrà a Venezia dal 29 agosto al 21 novembre 2010.
La notizia è del tutto positiva. Prima di tutto perché Sejima è la prima donna a dirigere la Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. In secondo luogo perché sembra un nuovo inizio per tornare a guardare l’Architettura di qualità del nostro tempo. In terzo luogo questa giusta scelta del Consiglio di Amministrazione della Biennale potrebbe allontanare la dodicesima Mostra internazionale veneziana dal rischio di perdersi tra tante sciocchezze che spesso scriviamo noi autori di parole e –soprattutto- potrebbe rappresentare una svolta, un cambio di direzione rispetto a quel malsano caos labirintico fatto di diagrammi sociologici che vediamo in molte delle mostre d’Architettura degli ultimi anni. Infine, Sejima potrebbe riportare le visioni dell’Architettura contemporanea verso scale che non siano solamente quelle faraoniche dei megaprogetti, puntando il riflettore (ce lo auguriamo con tutto il cuore) anche sulla dimensione umana dell’architettura di domani, magari con un tocco di minimalismo in più che, in epoca neobarocca, non guasta mai. Chissà, staremo a vedere.

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di Marco Maria Sambo

Intro
Tadao Ando, Renzo Piano, Tomas Saraceno e altre storie

Frammento64

Disperso a Venezia sotto un meraviglioso sole che illumina il Canal Grande, osservando un gabbiano che cerca di scartare un grande pezzo di formaggio caduto a qualche distratto viandante, vi scrivo.
La punta della Dogana, a Venezia, rappresenta una spinta efficace per guardare al domani, restaurando il vecchio e inserendo al suo interno il nuovo. Due interventi, di cui si è molto parlato, sono oggi assai significativi: la Foundation Francois Pinault di Tadao Ando e la Fondazione Emilio Vedova di Renzo Piano. Nel primo caso Ando progetta una scatola di cemento aperta verso la copertura storica in legno, costruendo un ambiente davvero bello ed elegante. Nel secondo caso Piano crea un marchingegno tecnologico per spostare le opere di Emilio Vedova, creando un'esposizione dinamica nella quale il visitatore osserva le opere in movimento che cambiano ogni mezz'ora.
In un panorama artistico di dubbia qualità, con una Biennale d'Arte da dimenticare (escluse le opere dell'ultimo padiglione all'Arsenale, tra cui spiccano le meraviglie di Lodola; ed escluse le opere dello storico Padiglione Italia ai Giardini della Biennale, tra cui il capolavoro molecolare di Tomas Saraceno), l'Architettura sembra ancora, per fortuna, un'arte capace di modificare la realtà in modo significativo, senza la presunzione di chiamare Arte quei vecchi cartoni che, alla Biennale, dobbiamo stare attenti a non calpestare.

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di Marco Maria Sambo

Intro 
Relazioni

Frammento63

Fate un salto virtuale ad Addis Abeba e osservate come un’architettura si possa inserire in un contesto naturalistico senza rinunciare alla dinamica della forma, alla dialettica del materiale, alle proporzioni corrette, alla relazione tra interno ed esterno. Dick Van Gameren c’è riuscito con la sua Royal Netherland Embassy.
Ecco il collegamento:  it.urbarama.com

 
Buona visione.

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di Marco Maria Sambo

Intro
Siamo umani o ballerini?

Frammento62

Qui Radio Sgrunt. Un’altra stagione con voi. Comunicando pensieri e architettura. Per discutere, arrabbiarci.

Il tema di quest’anno: siamo umani o ballerini? Traduzione. Cosa cerca, nella vita, un architetto? Fama? Gloria? Successo? Copertine patinate? Edifici milionari? Risposta: sicuramente sì. E dunque, viva la modernità. Perché in fondo siamo tutti ballerini, ci muoviamo danzando tra realtà e sogni, inseguendo fama e gloria, dimenticandoci qualche volta di essere umani, alla ricerca della prossima pubblicazione, rincorrendo la prossima commessa milionaria, armati di matita e portafoglio. Talvolta ci ricordiamo dell’importanza del nostro lavoro, per gli altri, per chi non ha una casa, per chi non ha niente di niente.

Quindi, buona fortuna a tutti voi.

Ascoltiamo insieme The Killers, “Human”, danzando con il nostro futuro. Con una domanda scritta sul foglio dei nostri pensieri e dimenticata in un cassetto polveroso: siamo umani o ballerini?

Buon ascolto. Mettete a tutto volume e ballate anche voi:

The Killers, Human


 

 

(marco_sambo@yahoo.it)


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di Marco Maria Sambo

Intro 
Frammenti di futuro 

Frammento61

«Cos’è oggi un Architetto in Italia? Tralasciamo la minoranza che opera positivamente con immensi sforzi, per eccezionali meriti e con sacrifici che spesso implicano la rinuncia al professionismo. La massa degli architetti è succube della speculazione, si è assuefatta ad uno stato umiliante, assiste allo sfacelo del paese e spesso, per sopravvivere, contribuisce ad incrementarlo(…)» (Bruno Zevi–Mistici vaganti nel caos–in Cronache di architettura, vol. VIII, nn. 825,952–Laterza, 1973–pag. 829).

Sono passati più di trent’anni. Cosa è cambiato in Italia? Risposta: è cresciuto a dismisura il numero degli architetti. Con tre conseguenze. La prima è che si sono moltiplicati gli architetti di qualità. La seconda è che sono cresciuti esponenzialmente anche gli architetti che contribuiscono allo sfacelo del paese. La terza è che le università italiane si sono riempite di professori/architetti che non hanno fatto o pubblicato assolutamente nulla di significativo per meritare il loro posto. La cosa incredibile è che, nonostante questo, il numero dei bravi architetti, allievi di quei pessimi professori, è cresciuto. E dunque, considerando il fatto che nelle facoltà crescono i germogli del nostro futuro e visto che dobbiamo stabilire se, prima o poi, il numero degli architetti di qualità supererà quello degli architetti “assuefatti ad uno stato umiliante” delle cose, potremmo trovare un piccolo rimedio cominciando proprio dalle università italiane, magari cacciando via i docenti che, nella migliore delle ipotesi, riescono a pubblicare solamente qualche pagina (auto-finanziata dall’università) destinata ad un pubblico di ben 5 lettori, forse 10.

Aspettando un nuovo Bruno Zevi (che per ora non si vede all’orizzonte), tra un progetto e l’altro, tra un committente rompiscatole e un bicchiere d’acqua, immergiamoci, oggi, nelle “Cronache di architettura”. C’è scritto il nostro presente. C’è la speranza del nostro futuro.

 

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Marco Maria Sambo
marco_sambo@yahoo.it


 

di Marco Maria Sambo

Intro
Stalin e il faraone 

Frammento60

Domanda: come facciamo a rifondare le ragioni di un’architettura sociale dinamica che sia distante dagli stalinisti dell’immobilismo e dai nuovi faraoni del lusso?

 

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Marco Maria Sambo
marco_sambo@yahoo.it


 

di Marco Maria Sambo

Intro
Visioni, modernità, trasparenze.

Frammento59

Dopo nove anni apre la “Modern Wing” dell’Art Institute di Chicago firmata da Renzo Piano. Un gioco di trasparenze, un “tappeto volante” con ”le esili colonne e la facciata severa e trasparente” scrive Fiamma Arditi su “La Stampa” del 15 maggio 2009. E Fulvio Irace -sul “Sole24Ore” del 17 maggio 2009- commenta così l’ultima opera di Piano: “è la città la vera protagonista di quest'architettura: la costante presenza di uno scenario denso e tagliente che, come in uno dei quadri di Magritte esposti nelle sale, cattura prepotente lo sguardo riversando l'interno in un esterno urbano e soffiando sul collo del visitatore il fiato dei suoi possenti grattacieli”. E Irace continua: “basta entrare nelle sale della Modern Wing per capire che il segreto sta nell'ostinazione del pensare prima ancora che del fare. Nel credere che nonostante tutto l'architettura sia ancora un'arte sociale, inserita in un contesto dove anche il soprano sa accordarsi al coro. Nel continuare a praticare un umanesimo che usa la tecnologia come quello rinascimentale la geometria e la prospettiva: come strumento di una visione, non come rappresentazione di una moda o di un potere”.


Ecco i collegamenti agli articoli de La Stampa e del Sole24Ore: 

Fiamma Arditi - La Stampa 

Fulvio Irace - ilSole24Ore 

Buona lettura.

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