LETTERE a Marcello del Campo
Lauree
Caro Marcello, mi sono laureato con Gregotti … (Giuseppe)
Caro Giuseppe, non preoccuparti, nessuno nasce perfetto (MdC)
- L’OPINIONE: InArch, 50 anni
- CARTOLINE: Sette cartoline di Renato Nicolini
- FOCUS SU: Diego Caramma interviene con: Danilo Dolci
- DOCUMENTI: Pubblichiamio l’intervista di Diego Lama a Renato De Fusco. E’ tratta dal libro di Diego Lama, Storie di cemento, Clean Edizioni, Napoli
- INCONTRI DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci
- MOSTRE DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci
- UNIVERSITA’ E DINTORNI: news di Ilenia Pizzico
- RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Lotta continua
- OCCHIO ALL’ECOLOGIA: Francesca Capobianco ci parla di: Attendendo Copenhagen
- LEZIONI DI CUCINA: Francesca Pollicini ci parla di: Il cielo in una stanza
- MILLE COMIGNOLI: Cronache da Parigi a cura di Benedetta Stoppioni
- AFORISMI RISTRUTTURATI: Diego Lama produce ed aggiusta aforismi per il pubblico di presS/Tletter...
- INTERMEZZO: Edoardo Alamaro: Cinquanta (e la gallina dell’In/arch non canta)
- LIBRI: a cura di Francesca Oddo:50 IN/ARCH. 50 Anni di Cultura Architettonica ––– Visioni di città
- SGRUNT: Marco Maria Sambo: Dick Van Gameren
- MEDIA E DINTORNI: Antonio Tursi ci parla di Due bandi per artisti
- FRAME: Channelbeta ci racconta: Student housing_ecdm
- SEGNALAZIONI: London-Rome: Work in Process: Witherford Watson Mann “London Edges” --- Eugenia López Reus: Ernesto Nathan Rogers; continuità e contemporaneità --- Master in exhibit & public design --- BSI Swiss architecture award 2008
- INTERVISTE: Matteo Belfiore intervista a Tadao Ando
InArch, 50 anni
L’InArch festeggia, con i 50 anni di storia, un passato glorioso caratterizzato da una linea culturale ma allo stesso tempo da una altrettanta decisa apertura al dibattito e a posizioni culturali differenziate. Oggi l’InArch si presenta con un profilo diverso segnato da una moltitudine di identità e dalla assenza di una posizione di riferimento, se non quella generica della promozione della qualità in architettura. Il pericolo e' che possa diventare l’ennesima istituzione, rispettabile ma proprio perché incerta nella direzione da percorrere, incapace di incidere nel contesto culturale nel quale opera. Come evitare che l’INArch si trasformi in una Darc o in un Ordine degli Architetti o in un Rotary? Non vedo che una soluzione: facendo in modo che le sue diverse anime, invece di nascondere i punti di divergenza, li esaltino. Avendo più fiducia della fertilità del confronto che della palude dell’unanimismo. (LPP)
CARTOLINE di Renato Nicolini
Cartolina nuovo comandamento
Chi prova vergogna sarà umiliato,
chi non la prova sarà esaltato.
Cartolina Pasquino
Ho trovato questa poesia appesa al collo di Pasquino, la più celebre delle statue parlanti romane.
“Si ‘nce credi, me cojoni!
Lo ha detto Tremonti,
confermò Berlusconi:
Nun so’ fesso, né flessibile,
preferisco er posto fisso,
a ogni cosa concepibile ”
Cartolina Pasquino aquilano
Questa poesia è invece appesa all’uscio di una delle “nuove case” offerte ai terremotati aquilani:
“La casa all’Aquila è mezzo crollata,
per sicurezza me l’hanno sbarrata,
a Villa Certosa non m’hanno invitato
ed in crociera non m’hanno mandato,
non ho visto Topolanek,
non ho visto Tarantini,
ma non ho messo calzini turchini…
Poi m’han dato una casetta,
Piccolina in Canadà,
Con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà…”
Cartolina grandi speranze
Mentre Berlusconi era in Russia, si è saputo che una holding russa, la Ross Engineering, ha acquistato per 150 milioni di euro i 36 faldoni dell’archivio Vasari, comprendenti carte, lettere a Michelangelo, Cosimo I, Annibal Caro, conservati nella casa del Vasari ad Arezzo, dagli eredi del conte aretino Giovanni Festari. “Una cifra stravagante”, ha commentato la sopraintendente ai beni archivistici della Toscana Diana Toccafondi (forse alludendo a possibili calzini turchesi?). “Sono sicuro che in questi giorni, nel caldo della dacia, il presidente Berlusconi si è subito attivato nei confronti di Vladimir Putin”, ha commentato il Presidente della Regione Toscana Claudio Martini, aggiungendo: “Non tutto è in vendita: sono certo che Berlusconi, su questo, avrà convinto Putin”.
Cartolina poetical
Ha detto il futuro Re Carlo d’Inghilterra:
“Bisogna dare atto alla Luftwaffe
che quando abbatteva i nostri edifici
non li rimpiazzava con degli errori
come usano fare gli architetti moderni”
(Valentino Zeichen, Un monarca pensante, da “Gibilterra”, 1991)
Cartolina villini
Italia Nostra sta per presentare il quarto volume della serie dedicata ai villini di Roma, curata da Irene de Guittry. Dopo Boncompagni-Ludovisi, Prati-Delle Vittorie e Parioli, è la volta del Nomentano. Sembra che scopo non esplicitamente dichiarato sia di aiutare la Sopraintendenza nell’apposizione dei vincoli (a cui non era stato sottoposto nemmeno il più famoso, il Villino Astaldi). Ciò che non è pubblicato, da qualche decennio infatti non esiste.
Cartolina cinquantenario
I 50 anni dell’INArch sono stati celebrati nello Spazio Risonanze dell’Auditorium di Roma. Forse il ritmo necessario all’architettura italiana nell’immediato futuro, se vogliamo recuperare ruolo e prestigio internazionale, non è quello della Messa Solenne, sia pure di Beethoven… L’assoluta anacusticità della Sala (nonostante il nome) è invece perfettamente servita allo scopo (se lo scopo era quello) di far rimpiangere la storica sala dell’InArch a Palazzo Taverna, che mi ritorna in mente dominata dalla voce di Bruno Zevi…
FOCUS SU… di Diego Caramma
Danilo Dolci
«Sono problemi, si sa, soprattutto di struttura, di uomini, di competenze: l’importante è rompere, da qualche parte, il cerchio chiuso. Mancando ancora alla maggioranza nazionale una maturità e una volontà politica verso la pianificazione democratica, e mancando perfino la ricerca precisa degli strumenti necessari per un più razionale e rapido sviluppo, la spirale deve partire da un giro sotto: occorre promuovere chiarezza, presa di coscienza alla base, funzionalità di strumenti e inizio di sviluppo per arrivare all’esigenza e all’esistenza di una pianificazione…».
da: Spreco, Einaudi, Torino 1960
Storie di cemento: Diego Lama intervista Renato De Fusco.
Martedì, 14 giugno 2005 - 17.00. Napoli. Via Padula
Renato De Fusco mi attende a casa, nel suo studio. Le pareti sono completamente ricoperte da scaffali ingombri di riviste e di libri, molti di questi libri sono scritti dall’architetto. Durante l’intervista De Fusco parla con grande chiarezza, utilizzando il dialetto e l'ironia.
Mentre registriamo squilla più volte il telefono: Salvatore Bisogni e poi Gerardo Mazziotti, chiamano (e capisco che è una cosa abituale) per scambiarsi pareri su questioni inerenti la città, Berlusconi, l'architettura...
Sono nato nel 1929, a distanza di quindici anni dal mio quinto fratello Armando. In tutto eravamo sei figli - tre femmine prima, tre maschi dopo - nati nell'arco di un periodo piuttosto lungo. La mia famiglia è di origine napoletana, piccolo borghese, siamo legati - probabilmente, ma non è certo - alla contessa Marianna De Fusco, che è stata la moglie del fondatore di Pompei. I miei genitori avevano una modisteria.
Prima dell'Università ho frequentato l'Istituto Pontano, quindi sono stato educato dai gesuiti: sono contento che ciò sia accaduto, mi pento solo di aver fatto la scelta sbagliata, il liceo scientifico invece del classico. Questa decisione è stata molto nociva dato il mestiere che ho fatto da grande. Avrei preferito studiare meglio il greco che invece ho dovuto imparare dopo, da autodidatta.
Ho scelto di iscrivermi ad Architettura perché era una mia vocazione sin da bambino, non ho avuto tentennamenti. In realtà, prima dell'Università, ho fatto il pittore, soprattutto nell'immediato dopoguerra. Per anni i due interessi (pittura e architettura) sono andati in parallelo, poi ho abbandonato la pittura - ma non ho mai smesso di dipingere - per seguire la mia strada principale che è stata quella dell'architettura e del design.
Mi iscrissi ad Architettura nel 1947 e ne uscii laureato nel 1953. La persona che più mi ha colpito in Facoltà è stata certamente Roberto Pane che allora insegnava una materia complementare che si chiamava Letteratura Italiana: era in pratica un corso di critica d'arte, dove studiavamo l'estetica di Croce.
Come professori di Architettura ricordo prima di tutti Giulio De Luca, poi Marcello Canino. Un altro professore che è stato importante per la mia formazione è stato Ludovico Quaroni che insegnava Urbanistica: ho frequentato per due anni il suo corso.
Roberto Pane era il più colto e il più brillante di tutti, e aveva da dire delle cose precise, chiare e interessanti, come la sua polemica contro il razionalismo. De Luca invece lo ricordo soprattutto per la pratica del mestiere e perché ci ha fatto disegnare molto. I rapporti peggiori li ho avuti con Marcello Canino che si occupava molto poco della scuola. Curiosamente, durante gli ultimi anni di vita è venuto ad abitare vicino a casa mia, a Posillipo. Così è avvenuta una specie di ritrovamento: quest'uomo, che negli anni della sua attività di docente non mi ha dato molto e non mi piaceva affatto (né lui simpatizzava molto per me), è diventato poi mio amico, e successivamente si è comportato molto bene con me. Ricordo che Canino, quando dovevo fare l'esame di libera docenza, pur essendo stato scelto per far parte della commissione esaminatrice con Quaroni, Gardella e Cocchia, dichiarò che la materia (Storia dell'Architettura moderna) non era di sua competenza, così si dimise a vantaggio di Pane, grazie al quale ho preso la docenza.
Di quegli anni dell'Università ricordo molti colleghi. Più di tutti un ragazzo di nome Giuseppe Bruno che aveva un grande talento di architetto. Poi però Giulio De Luca, improvvisamente, ci licenziò dal ruolo di assistenti volontari. Era accaduto che Italia Nostra (di cui noi facevamo parte, e che era tutta un'altra cosa rispetto a ciò che è diventata successivamente) espose al muro una foto di un edificio realizzato da Giulio De Luca in segno di critica (perché sembrava che questo edificio chissà che danno avesse fatto: neanche era vero, e noi due lo sapevamo bene). Fummo licenziati perché membri di Italia Nostra: il povero Bruno se la prese tantissimo da lasciare l'Università. Io me ne sono fregato, e ho continuato, anche se l'episodio ha contribuito a farmi abbandonare il filone della progettazione per dedicarmi alla Storia dell'Architettura, trasformando la mia carriera accademica.
Dei primi anni universitari ricordo un'atmosfera molto bella perché - innanzitutto - era una Facoltà con pochissimi allievi: al primo anno eravamo in trentacinque studenti e, man mano che si andava avanti negli anni, si diventava sempre meno.
A dire la verità ricordo soprattutto le ragazze, del quarto e del quinto anno, che erano delle fanciulle favolose: abbronzate d'estate e d'inverno, e tutte provenienti da un ambiente molto elitario ed esclusivo, si trattava del fior fiore della borghesia napoletana. Io mi emancipai per conto mio, ad esempio facendo sport al Circolo Nautico, per sentirmi all'altezza di queste ragazze. L'unico nome che ricordo è quello di Adriana Montuori, che poi è stata la moglie di un mio carissimo amico, Steno Paciello, con il quale ci siamo frequentati anche dopo il periodo dell'Università.
Poi c'erano le ragazze del mio corso, ne ricordo in particolare due (dalle quali ero molto attratto): Marisa Cerruti, che poi è diventata la segretaria de l'Architettura di Zevi, e una ragazza che si chiamava Flora Borrelli (che è stata la moglie di Antonio Quistelli, con il quale ha svolto successivamente l'attività di architetto a Reggio Calabria). Queste due erano le più carine e le più simpatiche, ma ve n'erano anche altre…Si trattava proprio di un'allegra brigata: entravamo in Facoltà alle otto del mattino, rimanevamo dentro fino all'ora di pranzo, poi andavamo tutti a fare colazione da Pizzicato, in via Diaz.
Di solito, durante il pomeriggio, veniva insegnata proprio la Storia dell'Architettura e questa storia era affidata ai Sovrintendenti ai Monumenti dei quali ho un ricordo tremendo: certi bacucchi che raccontavano cose noiosissime sugli ordini architettonici, sui capitelli, sui vari stili. Durante quei pomeriggi di Storia mi sono fatto le più belle dormite della mia vita: un po' a causa dell'orario e del pranzo, ma soprattutto perché gli argomenti non mi interessavano affatto. Non avrei mai immaginato che poi nella vita, da grande, avrei fatto proprio lo storico dell'architettura.
L'atmosfera era simpatica perché esisteva tra noi una certa competizione, molto sportiva e senza acredine. Allora c'era un magnifico professore che insegnava Geometria Descrittiva, si chiamava Giovanardi, è stata la persona più attaccata alla Facoltà che io abbia mai conosciuto. Lo ricordo con grande affetto, legandolo ad un episodio che riguarda i primi anni d'insegnamento, quando avevo il corso di Disegno dal vero e andavo, io neo laureato con una truppa di ragazzi al seguito, in giro per la città a fare disegni.
Un giorno ci fermammo in via Mariano D'Ayala, per trovare un ambiente più tranquillo e per evitare tutti gli scugnizzi che ci inseguivano sempre. Così, mentre ci trovavamo di fronte alla Chiesa di Santa Teresa in via dei Mille per disegnarla, si affacciò dal balcone il redivivo professore Giovanardi, ormai in pensione, che urlò: “De Fusco, mi hai portato la Facoltà sotto casa mia!” Scese giù, mi abbracciò e mi fece una gran tenerezza.
Le diversità sostanziali con l'Università di oggi sono tante: il Consiglio di Facoltà era costituito da sette persone e le idee del 1968 erano lontanissime da noi, piuttosto c'era una atmosfera pacifica e piacevole. Anzi, il '68 mi ha colto quando io ero già dentro la Facoltà, dall'altro lato. L'Università di allora era Palazzo Gravina dove si faceva tutto: le materie professionali, il gruppo storico e il gruppo delle materie scientifiche. Quindi non c'erano diaspore, si studiava, si leggeva, s'incontravano professori e studenti, si trattava di una vera comunità didattica.
Gli insegnamenti erano organizzati in questo modo: anche se avevamo tutti un tema d'anno, nel campo della progettazione, ogni 15 giorni si faceva un'esercitazione in aula. A fine anno, per conseguire l'esame, si portavano gli elaborati delle esercitazioni più gli elaborati del tema d'anno; sommando insieme queste due cose, e aggiungendo un colloquio, scaturiva il voto d'esame…
Mi sono laureato nel 1953: ho fatto una tesi su di una scuola d'arte-college, tipo Bauhaus; non ho avuto 110 e lode, non ricordo il voto.
Appena laureato sono andato a Milano a fare un anno di apprendistato presso Marco Zanuso. Questo periodo di apprendistato mi ha permesso quindi di frequentare Casabella e di diventare amico di Ernesto Rogers che mi commissionò un grosso servizio sulla Decima Triennale in preparazione a Milano. Mi mandò a intervistare gli architetti che partecipavano a questa manifestazione: è stata un'occasione meravigliosa perché allora conobbi Albini, Asnago e Vender, Gardella e tutta la loro generazione.
Dopo queste esperienze milanesi tornai a Napoli per cominciare a occuparmi di professione, soprattutto di arredamento. Poi vinsi un concorso insieme a Franco Sbandi, un gruppo di case in via San Giacomo dei Capri, che fu il mio esordio come architetto: un'opera che continua a piacermi.
Eravamo allora in pieno razionalismo (quindi le case a stecca e orientate), noi invece costruimmo un gruppo di case che costituiva un rione a parte dove le palazzine erano legate le une alle altre, probabilmente ispirandoci al Tiburtino di Quaroni e Ridolfi.
Questa case erano contrassegnate dal tetto spiovente, un'idea che m'è rimasta tra le preferite visto che il tetto sulla casa per me è come un signore con la testa. L'architettura senza tetto è acefala.
In quella occasione, dalla Cassa del Mezzogiorno, avemmo l'incarico di costruire l'edificio della Cooperativa dei Funzionari della Cassa del Mezzogiorno, alle spalle del quartiere di via San Giacomo dei Capri, su via Battistiello Caracciolo.
Poi è subentrata la collaborazione con Giulio De Luca per l'INA-Casa: con Giuseppe Bruno realizzammo il quartiere di Case Popolari (Canzanella-Soccavo). In particolare: le case che in via Piave che hanno ognuna un terrazzo che funge da copertura per quello di sotto, in una struttura che ricorda la spirale, è stato progettato proprio da me. Più avanti vi è un altro gruppo di case progettate da Bruno e da me. Le ultime opere da me firmate si trovano a Secondigliano, vicino alle famose Vele, ma furono realizzate da un grosso agglomerato di progettisti, tanto grande che non si riusciva a lavorare assieme: alla fine venne selezionato un gruppo ristretto che avrebbe realizzato il progetto.
Napoli, negli anni del mio esordio professionale, era in piena speculazione edilizia, quella di Lauro e delle Mani sulla città, senza un Piano Regolatore (c'era solo quello del 1939, fatto da Piccinato, che restava l'unico punto di riferimento). Sul fronte opposto vi erano figure come Luigi Cosenza (proprio in quegli anni si co-struiva via Marittima su suo progetto) e Roberto Pane.
Erano loro ad opporsi con forza allo sfascio voluto da Lauro, ma si tratta di cose abbastanza note…Restano le figure più interessanti di quel periodo, ma non erano amici tra di loro, anche se perseguivano gli stessi obiettivi.
C'era poi il gruppo, molto importante, dei pittori che nacque e che si sviluppò (un decennio prima) attorno alla rivista Sud di Pasquale Prunas e Gianni Scognamiglio. Si trattava di una rivista letteraria molto aperta alle arti figurative. Noi, che eravamo ragazzi e che dipingevamo, costituimmo il Gruppo Sud di pittura. Successivamente il gruppo, che era folto e che raggruppava tutte le tendenze che non fossero quelle tradizionali, si scisse. Alcuni abbracciarono il realismo socialista o una sorta di espressionismo figurativo, mentre una minoranza si rivolse verso l'arte astratta. Questa minoranza, costituita da Renato Barisani, Guido Tatafiore, Antonio Venditti e Renato De Fusco, creò nel 1954 il MAC, Movimento di Arte Concreta. Io ero il teorico del gruppo MAC: realizzammo molte mostre sia a Napoli che fuori, poi ci siamo separati.
In quegli anni aprì la galleria Il Centro gestita da Arturo e Armando Carola e da Renato Bacarelli, che fu la porta del movimento moderno a Napoli, precedendo di molto la Galleria di Lucio Amelio (che pure ha fatto molto, però, chi non conosce i fatti, crede che Amelio sia stato il primo). Un'altra iniziativa culturale importante di quegli anni fu il Circolo del Cinema, curato da Paolella. Poi c'era la rivista Nord e Sud, diretta da Francesco Compagna, che era un altro centro culturale molto importante, dalla quale è poi emerso Giuseppe Galasso, ma anche noi giovani, Cesare de Seta ed io, vi partecipammo.
I professionisti che più lavoravano allora erano i soliti: Cocchia, De Luca, Filo Speziale, Canino. Facevano soprattutto edilizia corrente, di speculazione, raramente erano cose belle. L'episodio del Drizzagno è famoso. Il Drizzagno è lo spiazzo davanti a viale Maria Cristina di Savoia, oggi costituito da via Francesco Giordani. Si chiamava così perché raccorda la curva del corso Vittorio Emanuele facendola diventare una linea diritta: in quell'area sono stati realizzati parecchi edifici commerciali e speculativi, chiunque può andare ad osservarli. Sono il simbolo delle speculazioni di quegli anni, assieme al Vomero.
Mi ritengo, sostanzialmente, un allievo di Pane, ma non sono stato mai suo assistente come lo erano Venditti, Alisio o gli altri. Lo andavo a trovare, parlavamo: ne ho raccolto la lezione senza l'impegno dell'arruolato, ero un libero frequentatore.
Lui amava molto questo tipo di rapporto, fatto di calore e di simpatia. Di sera lo andavo a prendere e poi lo accompagnavo fino a casa, in via Santa Teresa al Museo. Durante quei tragitti ci siamo detti un sacco di cose che la gente non conosce, cose legate a rapporti intimi, ad avvenimenti della vita normale. Ricordo che, andando a casa sua, spesso passavamo per la casa-studio di Riccardo Ricciardi, il famoso editore. Questi due vecchietti fra loro erano spiritosissimi e giocavano sulla morte, fingendo di darsi il voi si domandavano: “Voi siete ancora vivo? Ma quando vi decidete a morire?”, e poi a quei tempi era vivo ancora Padre Pio, che era un altro vecchietto come loro, e loro lo prendevano in giro…Era una atmosfera curiosa. Ricordo una battuta bellissima che Max Vajro riporta riferitagli da Ricciardi: lui in origine non abitava al Cavone dove poi andò a vivere. Del Cavone diceva: qua nessuno mi conosce, il giorno che morirò diranno “è morto il vecchio del primo piano”. Mi ha sempre fatto sorridere questa battuta: un uomo celebre che per il popolino che gli abitava vicino era solo il “vecchio del primo piano”…
Ritornando all’architettura il mio primo lavoro importante è il quartiere di via San Giacomo dei Capri: eravamo tutte le mattine lì in cantiere, Sbandi ed io. Ma ho lavorato molto anche nel campo dell'arredamento e ho fatto molti negozi. Qualcuno è ancora in piedi, ad esempio quello di De Simone in largo Santa Caterina a Chiaia. Non era uno dei migliori però ha resistito.
Sul piano teorico ho scritto il mio primo libro, Il floreale a Napoli, nel 1959. Poi, con Giuseppe Bruno, scrivemmo un libro su Alvino, che fu un personaggio importante perché incarna il momento del passaggio dalla città borbonica a quello dell'Unità Italiana. Noi ragazzi intuimmo che questo personaggio, quasi inedito, era molto interessante ed era la chiave per capire quel passaggio: il libro ha poi influenzato numerose opere realizzate da altri.
Poi feci L'idea di architettura, che è stato il primo tentativo di storia della critica: mi scrisse una recensione Banham, disse che questo libro sarebbe rimasto per molti anni quanto di meglio era stato scritto sulla critica dell'architettura. Fu probabilmente il mio esordio.
Nel 1964 fondai la rivista Op.Cit., che era una diramazione della galleria il Centro, anche se ne era totalmente indipendente. Si trattava di una rivista selettiva dei fatti critici che riguardavano l'architettura, le arti visive e il design.
Op.Cit. è nata da 40 anni: il vantaggio per chi scriveva era farsi un titolo accademico. Perciò, attraverso questa rivista, è andata in cattedra molta gente: chi è diventato ordinario, ricercatore, assistente…Nei pacchi dei concorsi c'è sempre una copia di Op.Cit.
Poi scrissi Architettura come mass medium, che abbracciava la semiologia in architettura. Successivamente per Laterza: Segni, storia e progetto dell'architettura, che era decisamente l'applicazione semiotica all'architettura.
Poi ho fatto con Laterza: Storia dell'Architettura contemporanea, nel 1974, che fu un grande successo. Telefonai a Vito Laterza e gli dissi: avrei del materiale ma voi avete questo libro di Benevolo che va così bene, tradotto in tutte le lingue…Mi disse: “No, me lo mandi”. Così feci.
Il libro uscì prima in un volumetto piccolo, quasi tascabile, che si è poi andato accrescendo negli anni, vendendo tantissime copie…
Poi ho fatto altre esperienze, come quella con Giuseppe Fusco, quando ci inventammo l'idea della riduzione culturale, che nasceva dall'esigenza di selezionare e ridurre questa marea di informazioni che si accumulavano attraverso i media. Si trattò allora di una svolta. Poi ho lavorato molto con l'Utet facendo testi monografici di architettata del '400, del '500, un libro sulle arti del '400. Ho curato tutte le voci dell'arte sul Grande Dizionario Enciclopedico, e inventai per loro un numero speciale chiamato gli Strumenti della cultura contemporanea, con le voci della cultura contemporanea e artistica. Dopo questo libro ho scritto Mille anni di architettura in Europa, che va dal Medio Evo ai nostri giorni, e che è stato molto utilizzato per i temi da dare ai dottorati di ricerca.
Tutti questi lavori non sono mai di impostazione filologica, c'è sempre un pensiero critico basato su di un'idea.
Le storie dell'architettura esistenti, prima della mia, erano quella di Zevi, del 1950, e quella di Benevolo successiva.
Il testo di Tafuri non ha avuto mai grande successo perché era troppo sofisticato: voleva leggere la storia dell'architettura in chiave marxista, in questo modo venivano fuori certe cose intelligentissime ma poco accessibili ad un pubblico più vasto. Più della storia dell'architettura (fatta assieme a Dal Co) di Tafuri sono importanti la storia del Rinascimento o altri libri più filologici.
Gli architetti napoletani che stimo di più sono stati certamente Luigi Cosenza, per certe opere come l'Olivetti, ma anche Cocchia e De Luca. Più vicino a me consideravo molto bravi Steno Paciello, Marcello Angrisani e Franz di Salvo. Steno, in particolare, ha disegnato il Parco in cui ci troviamo e che io trovo molto ben impostato (anche se Paciello fu infine estromesso dal lavoro). Stimo il lavoro di Sbandi, certe cose di Capobianco e basta: non mi vengono altri progettisti napoletani in mente…
Il mio pensiero sull'evoluzione dell'architettura di questi anni si evince chiaramente dai libri che ho scritto. Prima c'è l'eclettismo. Poi l'Art Nouveau. Poi il Proto Razionalismo, al quale io attribuisco molta importanza. Poi l'Avanguardia Storica, i costruttivisti, De Stjil…Poi il Razionalismo pieno e Le Corbusier, che resta la punta più alta del Movimento Moderno. Poi vi è stata la svolta Organica. Poi una svolta che ho chiamato il Codice Virtuale, per capirci, Louis Kahn: una dimensione di recupero del passato fusa con una dimensione utopica.
Fanno parte di questo gruppo anche le Macrostrutture, Archigram (di cui ho grande stima), i giapponesi del gruppo Metabolism. Il Post-Modern in Italia è sostanzialmente Paolo Portoghesi che ha fatto un'operazione brillantissima, aprendolo e chiudendolo subito. Simpatizzo molto per Venturi, il suo libro convalida la mia tesi dell'architettura come mass medium. Infine salverei ancora Richard Meier e poi Peter Eisenman. Una mistificazione è stato il decostruttivismo: una autentica cretinata. Ne ha parlato anche il Papa mettendole fra le cose senza senso: Zaha Hadid e Frank Gehry sono architetti che non amo affatto.
Il momento attuale è di estrema confusione: si sono persi tutti i riferimenti e vi è il nichilismo più pieno. È la vittoria del pensiero debole. Il decostruttivismo è un segnale di crisi profonda dalla quale difficilmente si esce se non per talento personale, come fa Renzo Piano, ma anche il suo lavoro non è tutto accettabile. Si salva perché è una personalità straordinaria, non perché vi sia una impostazione generale un indirizzo, una scuola, una tendenza…
Questa città - il suo centro - non è cambiata affatto durante il corso della mia vita: non si costruisce dal 1929. Il nucleo principale di Napoli è paralizzato dall'idea che tutto è storico e che, in quanto tale, non si tocca: che è una stronzata.
Noi pure siamo storici ma se ci vengono le emorroidi, interveniamo. L'architettura è sempre stata una grande stratificazione, perciò questo fatto di dire che non si tocca è stupido. Ecco perché Napoli ha il Centro Storico più grande del mondo: grazie! Hanno vietato di costruire più nulla di nuovo…
Una distinzione seria è fra Centro Storico e Centro Antico.
Quello Antico è davvero intoccabile, però bisogna intervenire anche lì, visto che non si salva nulla se non s'interviene…Peccato che i conservatori ad oltranza - e i politici disinformati o le associazioni come Italia Nostra - non distinguono fra storico e antico.
Il futuro di Napoli è la speranza che prima o poi venga un vero sindaco e che ci sia un ricambio politico serio.
Il migliore momento che ha avuto questa città è stato sotto l'amministrazione di Maurizio Valenzi, ma non lo dico per una questione di etichetta politica: semplicemente aveva persone di primissimo ordine in giunta.
Sì, sono nostalgico di questa dimensione di ieri.
Anzi, dell'altro ieri.
MAXXI Vede la luce a Roma
MAXXI Vede la luce, per una settimana Roma capitale internazionale dell’architettura in coproduzione con Fondazione Musica per Roma. Lunedì 9 e martedì 10 novembre 2009.Conferenza internazionale Exhibiting Architecture, Museo del XXI Secolo, esporre spazi, produrre idee, elaborare progetti. Auditorium Parco della Musica - Teatro Studio Viale Pietro De Coubertin, 30 - 00196 Roma. sabato 14 e domenica 15 novembre 2009 Apertura straordinaria del MAXXI con Zaha Hadid. Per ulteriori info: www.maxxi.beniculturali.it
Le donne in edilizia a Roma
Le donne in edilizia: integrazione culturale e professionale. Convegno di apertura del progetto Or.A.Lazio (Ordini Architetti Lazio). Azioni positive: percorsi innovativi dell’integrazione per un territorio e una città multiculturale di qualità. (finanziato dal Ministero del Lavoro della Salute e delle Politiche sociali in materia di pari opportunità). Il progetto è a favore di donne straniere e italiane, promuove percorsi di indirizzo verso le professioni tecniche in edilizia. venerdì 30 Ottobre 2009 ore 10.00. Casa dell'Architettura - piazza Manfredo Fanti 47, Roma
Yona Friedman a Milano
Politecnico Di Milano, Diap, Multiplicity Lab Presentano l’incontro con Yona Friedman architetto, designer e urbanista francese. Moderatore: Stefano Boeri. Participano:Marco Belpoliti e Maurizio Bortolotti. Venerdì 30 October 2009 ore 17:30. Spazio Mostre Politecnico Di Milano Facolta' Di Architettura E Societa' Via Ampere, 2. 20133 Milano
Shigeru Ban a Torino
Martedì 10 novembre 2009 ore 19.00, conferenza dell’architetto Shigeru Ban introduce: Riccardo Bedrone, intervengono: Benedetto Camerana e Lorena Alessio. Gli incontri si svolgeranno nell’auditorium della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Via Modane 16, Torino. www.alessiostudio.com, per partecipare accreditarsi: info@alessiostudio.com
ArchitectsParty 2009 a Perugia
Approdano a Perugia gli aperitivi negli studi di architettura a Perugia dal 26 al 30 ottobre, dopo il successo dell’edizione di giugno e luglio a Firenze e Milano. ArchitectsParty: il circuito di aperitivi negli studi di architettura che trasforma i luoghi di lavoro dei professionisti in punti di incontro serale per gli operatori del settore e gli appassionati di design, architettura e arredamento. Per info:re.publiquepress@gmail.com
RavelloLab’09 a Ravello (SA)
RavelloLab’09 2007-2013: Cultura e Sviluppo. Azioni, strumenti e progetti per la politica europea di coesione. Colloqui internazionali dal 29 al 31 ottobre 2009. Strategie di sviluppo delle industrie culturali per la coesione territoriale . Le produzioni culturali nel Mediterraneo per una nuova politica di vicinato. Info sul programma:
www.ravellolab.org
Giancarlo Limoni a Roma
Giancarlo Limoni, non ho tempo. Lezioni di tenebra: Opere dal nero. A cura di Francesco Moschini. Coordinamento di Francesco Maggiore e Gabriel Vaduva. Da Lunedì 19 Ottobre a Sabato 28 Novembre 2009. Orario di apertura, tutti i giorni ore 16.00-20.00 Sabato e domenica compresi. A.A.M. Architettura Arte Moderna. Via dei Banchi Vecchi, 61, 00186 Roma
Porte Aperte a Roma
Porte Aperte. Un viaggio interculturale nella Provincia di Roma è un circuito multiculturale di eventi di arte, musica e letteratura che, dal 03 ottobre al 02 novembre 2009, coinvolgerà cinque paesi tra il nord e il sud di Roma: Ariccia, Bracciano, Ladispoli, Nemi e Rocca di Papa. Per info : Sala1 tel. 06. 7008691 salauno@salauno.com, www.salauno.com
Il MAXXI vede la luce a Roma
Tobias Rehberger. installazione di luci nella piazza del MAXXI. Ingresso da via Guido Reni. Fino al 10 gennaio 2010.
Tito. 1964 – 2005 a Roma
Tito. 1964 – 2005 Pensare la forma. A cura di Giuseppe Appella Dal 03 ottobre al 03 novembre 2009. Dal martedì al sabato dalle 16.30 alle 19.30. In occasione della Giornata del Contemporaneo 2009 (sabato 03 ottobre) il Centro Internazionale d’Arte Contemporanea presenta una mirata selezione di opere scultoree di Tito. Sala 1 Centro Internazionale d'Arte Contemporanea Piazza di Porta San Giovanni 10. Roma
Kaarina Kaikkonen a Roma
Z2O Galleria e Fondazione Pastificio Cerere presentano Kaarina Kaikkonen: From Generation to Generation a cura di Laura Barreca . Dal 17 settembre al 30 ottobre 2009 via dei Querceti 6, 00184 Roma
Chagall e il Mediterraneo a Pisa
Chagall e il Mediterrano è il primo episodio di un progetto espositivo triennale che Pisa dedica ai grandi protagonisti dell’arte del Novecento e al loro rapporto con le tradizioni, la luce e le culture del Mediterraneo. Allestita in Palazzo Blu dal 9 ottobre al 17 gennaio 2010, per la cura di Meret Meyer e Claudia Beltramo Ceppi, la mostra presenterà 150 opere, tra dipinti, sculture, ceramiche e tavole selezionate dalle storiche edizioni Tériade - provenienti dalle più importanti istituzioni pubbliche francesi, come il Musée National Marc Chagall di Nizza, il Centre Pompidou di Parigi, il Musée Matisse di Le Cateau Cambrésis e da collezioni private - che l’artista russo creò a partire dal 1926 quando per la prima volta incontrò la luce, i colori e il paesaggio del Mediterraneo.
Photo Art Verona
Dalla fotografia d’arte all’arte della fotografia: con Alinari 24ORE l’immagine si fa arte. Mostra a cura di Fabio Castelli. Fotografie di: Giampietro Agostini, Nunzio Battaglia, Francesca De Pieri, Paola Di Bello, Luigi Erba, Mauro Fiorese, Frances Lansing, Lelli e Masotti, Giorgio Majno, Tono Mucchi, Cristina Omenetto, Francesco Radino, Sara Rossi, Edward Rozzo, Pio Tarantini, Roberto Toja, Alessandro Vicario. Presso il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri dal 16 settembre al 22 novembre 2009.
Carlo Scarpa, Progetti per il Teatro a Treviso
Carlo Scarpa, Progetti per il Teatro. Treviso, dal 6 giugno al 21 novembre 2009. Centro Carlo Scarpa. Archivio di Stato di Treviso. Via Pietro di Dante 11 Lun - ven 10 - 18, sab 9 - 13, dom chiuso
UNIVERSITA’ E DINTORNI di Ilenia Pizzico
Yona Friedman a Milano
Venerdì 30 ottobre si terrà la conferenza di Yona Friedman, a cura di Politecnico di Milano, Diap e Multiplicity.lab. Ore 17.30, Spazio mostre Politecnico di Milano, via Ampere 2, Milano. Info: multiplicity.lab@polimi.it
Kent State Forum on the city a Firenze
Venerdì 30 si terrà a Firenze il Kent State Forum on the city, dialoghi sul tema Genova e le trasformazioni delle moderne città europee nel XXI secolo. Ore 9.30, Palazzo cerchi, vicolo dei Cerchi 1, Firenze
La Conservazione e la Valorizzazione dell’Archivio di Architettura a Venezia
AAA ITALIA, il Centro archivi MAXXI architettura e l’Università IUAV di Venezia organizzano il Corso di Formazione Specialistica La conservazione e la valorizzazione dell’archivio di architettura. Il corso è aperto a specialisti del settore degli archivi di architettura e si propone di fornire una formazione tecnica sulle problematiche di gestione dell’archivio di architettura, dalla comunicazione ed esposizione alla sicurezza, conservazione e restauro. Scadenza iscrizioni: 1 novembre 2009. Info: www.maxxi.beniculturali.it <http://www.maxxi.beniculturali.it>
Le Agenzie per la casa e l'Housing sociale a Venezia
A tre anni dal Convegno nazionale dedicato alla necessità di intervenire con urgenza e intelligenza nei quartieri residenziali più degradati, costruiti in Italia tra gli anni ’50 e ’70, AUDIS fa il punto della situazione analizzando la capacità di azione espressa dalle Aziende per la casa. Il convegno presenterà alcuni casi studio italiani aprendosi al confronto con l’esperienza delle Housing Corporation olandesi. Venerdì 6 novembre, ore 14.00, Palazzo Cavalli Franchetti, Sala delle Capriate, Venezia.
Master in Progettazione Architettonica per il Recupero dell'Edilizia storica e degli Spazi pubblici a Roma
Il Master P.A.R.E.S. forma una figura professionale consapevole della complessità tecnica e culturale dell’intervento nei centri antichi che possa operare, di concerto con gli altri specialisti, con competenza e qualità sull’intero processo edilizio, congiungendo le proprie capacità progettuali con quelle gestionali e manageriali all’interno dell’attuale concezione del progetto come forma di negoziazione continua. Partecipanti: laureati nei settori dell'ingegneria e dell'architettura e urbanistica, dell'archeologia, della conservazione e restauro dei beni architettonici ed ambientali e della storia dell'arte. Scadenza iscrizioni: 22 dicembre 2009. Info: http://www.arc1.uniroma1.it/public/MasterPares20092010.pdf
Lotta continua
Caro Luigi, oggi nella politica, tra gli intellettuali, nella critica e nell’architettura tutti sono schierati e tutti sono contro tutti, sembra di essere tornati negli anni settanta.
E’ curioso: a guardare bene si avvera il fatto che ciascuno è paradossalmente il contrario di ciò che crede di essere. Così gli avversari non si accorgono di essere identici, o forse lo sanno senza saperlo, e perciò si odiano aspramente.
Aveva ragione il vecchio Eraclito: Polemos è il padre di tutte le cose.
OCCHIO ALL’ECOLOGIA a cura di Francesca Capobianco
Attendendo Copenhagen
Alla vigilia del vertice sul clima, la Conference of Parties, Cop 15, l’incontro post-Kyoto che si terrà tra fine novembre e inizio dicembre a Copenhagen, la cultura nord europea del costruire schiera, in certo modo, i fiori all’occhiello di quella riflessione sull’uso consapevole delle risorse, nata e diversificatasi all’interno delle realtà regionali in diretto rapporto con le esigenze del luogo e nel rispetto del suo equilibrio. L’insistenza sul tema dell’attenzione al luogo merita qualche considerazione non peregrina per lo meno per due motivi: da un lato perché costituisce il riferimento su cui si misura la capacità, e la validità, di permeazione della globalizzazione sulla finitezza della richiesta locale, dall’altro perché ricorda che il discorso tecnologico difficilmente può essere ridotto a un manuale di ricette, perché ogni situazione richiede specifiche soluzioni. In altri termini, ogni situazione fa ricorso all’invenzione, nell’accezione manzoniana del termine, vale a dire ritrovamento nelle cose delle regole del loro funzionamento. Nel segno di piccolo e bello l’esperienza di Samsø, l’ecoisola della Danimarca è dotata di una sua organicità compiuta: autosufficiente dal punto di vista dell’energia e delle risorse cerca l’armonia della costruzione nell’integrazione al contesto naturale, affidandone la gestione all’esercizio democratico della comunità. L’isola che fronteggia Copenhagen (4.300 abitanti, 114 kmq) è una energy island, rappresentando un esperimento ben riuscito di insediamento umano che ha abbattuto quasi del tutto le emissioni di CO2. Ci sono voluti dodici anni di studi e di sperimentazioni e piccoli cambiamenti per arrivare alla situazione attuale: utilizzo di energia eolica con ventuno turbine, dieci “off shore” e undici a terra, un investimento di 28 milioni di euro sostenuto dal governo danese (attualmente un terzo del mercato dell’eolico è controllato dalle aziende danesi), dal comune e dagli stessi abitanti; utilizzo diffuso di pannelli solari; isolamento efficiente delle abitazioni, le coperture sono isolate con strati di muschio; adozione di un piano di riscaldamento centralizzato alimentato con biomasse (scarti della lavorazione del legno, paglia) e di centrali termiche a biogas; utilizzo di olio di canola per alimentare i motori di macchine e trattori. Il surplus di elettricità prodotta è messa a disposizione dell’intero paese (cfr L. Sartori, “Samsø EcoIsola” in D la Repubblica delle Donne, 27.08.09, pp.56-60; C. Zumino, “Vento, sole, muschio e olio di canola ecco Samso, l’isola ad emissioni zero”, la Repubblica, 3.07.09, p.40; http://energiakademiet.dk; www.samsoeturist.dk). Osserva Sören Hermansen, responsabile del centro di ricerca energetica, Energie Akademiet, dell’isola: “Non esiste un piano energetico uguale per tutti. Ogni Paese ha opportunità diverse. Il pensiero globale non funziona. Think and act locally, pensa e agisci localmente, migliora la tua comunità, rendi efficiente la tua abitazione, rimboccati le maniche” (cfr. L. Sartori, cit., p.60).
In termini focalizzati sul tema del risparmio energetico va letta piuttosto l’esperienza anglosassone: è già da qualche anno che in Gran Bretagna il progetto “eco-towns”, fortemente sostenuto dal primo ministro Gordon Brown per il quale ha stanziato una cifra pari a 280 milioni di euro, sta prendendo corpo (vedi OCCHIO ALL’ECOLOGIA, “Declinazioni del progetto sostenibile”, PresS/Tletter n°15/08, 24.04.08). Nel 2016 il territorio delle campagne inglesi accoglierà le prime quattro città con 2500 case ciascuna, le case saranno a risparmio energetico, dotate di un buon isolamento (coperture, soffitte, muri, pavimenti, cantine), di tecnologie a basso consumo, di sistemi per il riciclaggio e il riuso delle acque. Inoltre ci saranno auto elettriche facilmente ricaricabili e biciclette, servizi pubblici in grado di servire i nuovi insediamenti. A fronte di una stima che attribuisce oltre un quarto delle emissioni di CO2 alle abitazioni le costruzioni delle eco-towns vogliono assumere una valenza didattica. Sottolinea Gordon Brown: “per ridurre l’impatto delle attività umane sul clima, ognuno di noi sarà prima o poi costretto a risparmiare sui bisogni di acqua, elettricità e riscaldamento”. Le case ex novo inizialmente dovevano essere centomila ma dopo l’intervento delle associazioni per la tutela del paesaggio la previsione è stata ridimensionata a diecimila. Non sono mancate le polemiche: le associazioni hanno fatto presente che sarebbe stato opportuno spostare gli investimenti sul recupero delle circa ottocentomila case ormai abbandonate da decenni. Il ministro delle infrastrutture è intervenuto in difesa delle eco-towns sostenendone l’utilità e l’efficacia al fine di evitare la produzione di ulteriori danni all’ambiente e poter ottenere un risparmio pari a circa 600 euro l’anno a famiglia. La parola finale l’avranno le associazioni locali, alcune delle quali si sono già dichiarate contrarie perché temono che i nuovi insediamenti non fruiranno di un buon collegamento (comportando ulteriori disagi come il sovraffollamento dei percorsi attuali) costituendo altresì un fattore di compromissione per l’ambiente naturale con grave rischio per la flora e la fauna (P. Del Re, “Case piccole e verdi. La Gran Bretagna lancia le città ecologiche”, la Repubblica, 20.07.09, p.22).
Direttamente legata al tema delle risorse locali, a partire dai limiti dell’isolamento e della lontananza dalle concentrazioni urbane, e nel riferimento ad un alto livello di autonomia, sulle colline del Burgenland (la regione più a est dell’Austria) la città di Güssing, quattromila abitanti, si propone come città a emissioni zero (vedi OCCHIO ALL’ECOLOGIA, “Potranno le eco-città salvare il Pianeta Terra?”, PresS/Tletter n°31/07, 07.11.07). “[…] qui, da otto anni, l’energia viene prodotta in maniera autonoma. Per intero, senza apporta esterni, sfruttando un capiente serbatoio di risorse naturali: gli alberi in primo luogo, ma anche i derivati dell’agricoltura, i rifiuti di abitazioni e industrie e la luce solare. Che vengono trasformati in elettricità, riscaldamento, aria condizionata e, in piccola parte, in carburante per le auto” (vedi M. Morello, Reportage, Scienze,Affari & Finanza, la Repubblica, 9.03.09, p.21). Tra l’altro Güssing ospita il Centro Europeo per le energie rinnovabili ed è un vero laboratorio in progress aperto ad una prospettiva di trasformazione dell’atlante a venire.
Nate dalla logica del risparmio energetico le tre esperienze presentano, se non altro, una condizione vincolante comune: la possibilità di recuperare in loco le risorse e spazi per attivare politiche virtuose. Al varco si prospettano i problemi della concentrazione urbana e della grande dimensione.
In questa direzione, un segnale interessante e ottimistico è rappresentato da ricerche come quelle proposte da casa Wolkswagen (cfr. A. Tarquini, “Elettricità fatta in casa. Wolkswagen lancia la sfida dell’energia del popolo, la Repubblica, 10.09.09, p.32, www.wolkswagenag.com) che mirano all’installazione domestica di una mini centrale elettrica con motore a metano, proveniente dai propulsori di serie della Golf, in grado di produrre energia per l’abitazione e di trasmetterne il surplus ad un accumulatore che la ridistribuisce in rete. Il dispositivo fornisce energia necessaria ai consumi domestici con un’efficienza di produzione di circa il 94% nel rapporto consumo-produzione e produzione utilizzo possibile di energia.
Il progetto è ad uno stadio avanzato: è già stato stipulato l’accordo con l’azienda Lichtblick con l’obiettivo di installare centomila mini centrali in Germania. Il successivo immagazzinamento in un accumulatore e la reimmissione in rete sarà facilitata interconnettendo le mini centrali domestiche tra di loro come tanti computer collegati attraverso internet. Installare una mini centrale costa 5000 euro, il canone mensile è di 20 euro a cui si aggiungono i consumi mensili di energia. L’azienda paga all’utente cinque euro mensili di fitto e 0,5 cent per ogni chilowatt immagazzinato. Riparazioni e manutenzione sono gratuite.
E’ stato calcolato che l’energia residua di 200 mila abitazioni è pari a 2000 megawatt, una quantità equivalente a quella fornita da due reattori atomici o da due grandi centrali a carbone. F.C.
Il cielo in una stanza
Non ci avevo mai pensato fino ad oggi. Non so perché. Eppure quando me ne sono resa conto, mi è sembrato così ovvio. Tutti i nostri passi vengono mossi in un’immensa e trasparente stanza. Ha pareti soffici e fresche e un soffitto fatto di vento, nuvole e stelle. Il cielo è una coperta naturale per i nostri pensieri. Il rapporto che intercorre tra l’architettura e il cielo è lo stesso che c’è tra il cielo e le attività umane. Ognuno di loro interpreta il ruolo di una delle tante matrioske spaziali nelle quali abbiamo imparato a galleggiare.
Non più geografie artificiali, ma architetture naturali.
Il rapporto tra ambiente e costruito è sempre più (e meno male che lo è) esplorato. Sono molte le vie che si possono intraprendere per questa avventura. La sostenibilità, l’ecocompatibilità, la bioedilizia o anche molto più semplicemente la mimesi.
Il fascino delle forme naturali create in accordo con una razionale coscienza funzionale, ha colpito.
Non più una sentimentale ispirazione modernista, ma un’estrapolazione sul perché formale delle cose naturali.
Il cercare la luce di un albero ne determina la sua conformazione. A suggerirne poi differenti specie, le condizioni geografiche e climatiche. L’architettura anche in questo vuole diventare natura. Si sta addentrando in nuovi territori formali per scoprirne i perché spaziali. Ed ecco che gli architetti si trasformano in scienziati al microscopio con camice bianco, pronti a scoprire nuovi microspazi da far propri, come vecchi conquistatori di colonie.
Se desiderate conoscere il sapore che nasce da una spruzzata di cielo, da una manciata di semi sezionati e da qualche evoluzione spaziale, significa che avete fame delle architetture di Akihisa Hirata.
Vi consiglio di iniziare con del “Branching”, una tenta spettinata dal vento, intrattenervi con “Pleat principle”uno spazio arricciato, per poi lasciarvi tentare da “Principle Exploration”.
30 ans de paysage à la Grande Motte _ Pavillon de l’Arsenal _ 21, bd Morland - Paris www.pavillon-arsenal.com.
Conférence _ 31 ottobre 2009, h 10:30.
In 50 anni di indefesso lavoro, i paesaggisti hanno dato corpo ad un cospicuo bagaglio di esperienze. Questo lasso di tempo costituisce un’insostituibile e preziosa prova della validità di talune delle loro ricerche; sarebbe quindi opportuno ed utile da parte degli architetti contemporanei che lavorano sulle tematiche legate al paesaggio, di tenere in considerazione le opere e le riflessioni che sono state sviluppate e realizzate in tutto questo periodo. E’ a tal fine che la Fédération Française du Paysage ha promosso in collaborazione con il Pavillon de l’Arsenal il ciclo di conferenze «Expérience de paysage».
Interverrà all’incontro del 31 ottobre l’architetto paesaggista Pierre Pillet.
Habiter 2050 _ Centre Pompidou _ place Georges Pompidou – Paris _ www.centrepompidou.fr.
Exposition _ 24 ottobre 2009 – 8 marzo 2010.
L’artista Alain Bublex occupa la nuova Galerie des enfants con un «paysage mystérieux», rappresentazione di un’immagine ipotetica della vita nel 2050. Attraverso tale creazione, si apre al visitatore una realtà inedita, al contempo opera d’arte, terreno di esplorazione, laboratorio e luogo di incontro. Questa finzione porta ad esplorare ed a interrogarsi su un mondo in divenire, sulla sua evoluzione, le sue trasformazioni. Alain Nublex gioca con il tempo, lo spazio ed il movimento. Interroga il presente, ricompone l’esistente e ci proietta nel futuro, invitandoci a ripensare all’evoluzione del mondo, ma anche a ricrearne uno – attraverso l’immaginazione - che corrisponda alle nostre aspettative, ad un nostro personalissimo possibile scenario.
Vidéodanse 2009 _ quand le réel entre dans la danse _ Centre Pompidou _ place Georges Pompidou – Paris _ www.centrepompidou.fr.
Films de danse _ 21 ottobre – 23 novembre 2009.
La storia della danza del XX e XXI secolo può essere esaminata trasversalmente mediante una particolare chiave di lettura: quella «passion du réel» che Alain Badiou considera uno dei tratti distintivi della nostra epoca. Réel che peraltro è qui da interpretarsi per difetto, ovvero come tutto ciò che appare resistere alla finzione ed alla rappresentazione.
L’edizione 2009 di Vidéodanse, ha scelto il réel, come concetto in base al quale ripensare il campo della coreografia ed altri ad essa legati. Nel corso di cinque settimane saranno proiettati 200 film consacrati essenzialmente alla danza, in cui si affrontano svariate tematiche, quali il lavoro, la politica, la storia, ma anche altre più strettamente legate al soggetto in questione, come ad esempio le ingerenze della tecnologia nell’arte scenica…
Attraverso un secolo di danza contemporanea si potrà scoprire come la realtà in continua trasformazione abbia influenzato gli 80 coreografi le cui creazioni sono presentate nella manifestazione.
Un dimanche, une œuvre _ Centre Pompidou _ place Georges Pompidou – Paris _ www.centrepompidou.fr.
Conférences _ 18 ottobre 2009 – 14 febbraio 2010, h 11 :30
Questo ciclo di conferenze si incentra di volta in volta su un artista ed un’opera in particolare, presente nella collezione del Musée national d’art moderne, analizzata da un artista, un collezionista, uno scrittore o un critico d’arte.
I soggetti degli incontri saranno: Marie-Berthe Aurenche, Marie-Ange Guilleminot, Natasha Nisic, Milvia Maglione, Man Ray, Nil Yalter, Najia Méhadji, Joan Mitchell, Niki de Saint Phalle.
Una colonna piccola non regge un peso troppo grande ma una colonna grande non regge un peso troppo piccolo.
Ci vuole tutta una vita di un architetto per capire che non è necessario capire tutto.
C'è una casa nella vita di tutti gli uomini.
L’università non dà la felicità
Il sesso è come l’architettura; solamente quando è troppo è abbastanza.
A Peter Eisenman piace Le Corbusier, a Le Corbusier non piace Peter Eisenman
A Le Corbusier piace Palladio, a Palladio non piace Le Corbusier
A Palladio piace Brunelleschi, a Brunelleschi non piace Palladio
A Brunelleschi piace Apollodoro, ad Apollodoro non piace Brunelleschi
Ad Apollodoro piace un albero, all’albero non piace Apollodoro
Cinquanta (e la gallina dell’In/arch non canta)
Missa solemnis di Beethoven per il cinquantenario della gloriosa In/arch all’auditorium della Musica di Roma/piano. Io l’avevo scambiato per un requiem. Ma di musica non ne capisco. E nemmeno di necrologi. Tanto meno di sepoltura della salma architettonica. Non fiori ma opere per bene. Gloria in excelsis Deus.
Fine del riformismo mai nato. Trionfo dell’abu-visivismo condiviso. Dell’impossibilità di applicare regole partecipate. E’ tutto confuso ed escortabile in questo nostro mondo transitalico.
Il colpo mortale ce lo ha dato l’edificio di via Gradoli 96. Perfetto nell’uso sia come covo delle brigate rosse anni settanta che come covata della politica-trans d’oggi.
Dalla tragedia alla farsa edilizia. E’ sempre viva e vegeta la scapettiana dello stivale. E’ sempre Miseria & nobiltà d’architettura.
Del resto Rubelli ieri lo ha detto: destra e sinistra, sopra e sotto, Gianni e Pinotto, Totò e Peppino sono il passato. Il futuro è oltre. E’ strans.
E’ però questo un territorio minato e minuto, si sa. E' un bel dire, come ha detto Pica Ciamarra: “bisogna fare cultura della integrazione contro la cultura della separazione.”
Poi vai a integrare nel profondo e minoranze, i diversi & i diversamente/abili e ti mettono nei pasticci, ti ricattano.
Mannaggia ‘a tecnologgia, i palmari, i cellulari. Io tubo! E tu?
E allora che fare? Con chi fare? Come fare? Questo è il problema.
Il panorama appare sconsolante. Vedi crescere montagne di escart a destra; masse di trans-fughi a sinistra; casini certi al centro. Con chi ti butti?
E’ tempo di riflessione & di espi/azione. Bisogna ritirarsi in convento. A Montella o al Goleto. Da Agnello o da Wilfrid in Irpinia. Credo in unum Deum Patrem omnipotenetem e non fetentem … (Brenda, Beldona, Bisboccia, Natalì, Pasquetta, con me. Viados con vento.)
Magari, forse, all’uopo, bisognerebbe darsi un’auto committenza. Con coscienza e conoscenza. Senza diffidenza.
Artiglia/nato contro l’artigia/morto che ci circonda. Con tante seghe, chiodi e martello. Estrema ratio. Ognuno si faccia la propria zattera di salvataggio. (E magari, se ci riusciamo, un’arca di Noè. E/o un’arca dell’alleanza architettonica).
Abbiate fede. Abbiate speranza. E fatemi la carità!
Fatemi sapere, amici dell’Intermezzo. Io sono stanco. Mi autosospendo da questa PresS/T. Ho tentato, ho lanciato dei semi, dei segnali di fumo, ma non ci sono riuscito.
Del resto lo aveva detto Zevi e lo aveva confermato il suo figlio minore Prestinenza: “Tutte le imprese e negozi degli uomini all'inizio non sono che sogni e intermezzi.”
La questione è che se restano tali sei fottuto. Ti senti sfottuto. Non si capisce più il centro dell’impresa tua qual è.
E poi è certo: “Il mondo continua con o senza architetti.” Con o senza intermezzi. Con o senza Eldoradi patafisici da raggiungere. Andiamo tutto d'un fiato verso il baratro nostro quotidiano. Fine stagione in/architettonica. Si saldi chi può.
Arrivederci dunque. Salgo sulla mia zattera artigianale che ho costruito pazientemente in questi tre anni su queste ospitali colonne on line.
L’ho fatta raccattando alla mia (lunga) maniera pezzi di naufragi altrui. Quelli passati e passanti per il golfo di Napoli. Senza fiori e con gli odierni bel fiori ormai appassiti anzitempo.
Se starò con l’acqua limacciosa e fecale alla gola vi chiederò aiuto.
Metterò un messaggio nella bottiglia nel mare del web. E forse vi arriverà.
Agnus Dei qui tolleris peccata mundi, miserere nobis et dona nobis bona In/architettura.
LIBRI a cura di Francesca Oddo
50 IN/ARCH. 50 Anni di Cultura Architettonica
"Il libro presenta e cataloga le oltre 5.000 iniziative promosse dall'IN/ARCH, proponendo una vasta documentazione fotografica degli eventi e pubblicando una serie di saggi che, da prospettive diverse, analizzano il contributo offerto dall'Istituto alla storia del nostro Paese.
Verranno mostrati alcuni documenti inediti contenuti nella pubblicazione, tra cui alcuni scambi epistolari tra Zevi e personaggi illustri del mondo dell'architettura, dell'economia, della finanza, dell'imprenditoria."
A cura di: Massimo Locci.
Visioni di città
"Le città del mondo stanno modificando quella forma non solo lungamente preparata e costruita nei trattati di architettura, ma anche ben impressa nella mente degli abitanti. Le idee e le visioni che hanno rappresentato le forme della città, proprio perché sfidate dalla grande trasformazione contemporanea, sembrano ora ritirarsi da quello che erano, irrinunciabili direzioni di senso della nostra civiltà.
Ma fino a che punto possiamo ridare senso all'idea di centro, messa in crisi nella post-metropoli dispersa come Los Angeles o nell'ubiquità del ‘villaggio globale’? Nell'epoca dei flussi possiamo continuare a pensare come circolare la forma della città, anzi delle ‘città di città’ che crescono per gemmazione? A loro volta, periferie e ghetti sono versioni dell'idea di bordo che definisce i regimi dell'inclusione e dell'esclusione: oggi proprio le terre di confine sono i nuovi luoghi della trasformazione. Se la città ha sempre selezionato e marcato gli spazi, ha anche sempre cercato nuove combinazioni invadendo e mescolando zone. La rete è dunque la forma-archetipo delle città e della loro infinita capacità riproduttiva e connettiva.
Ricostruendo la complessa storia culturale di questi concetti-chiave, ed esplorandone la persistenza rispetto alla realtà attuale, l'autore riflette criticamente sulle teorie e pratiche politiche e sociali più diffuse relative alle trasformazioni urbane in corso." (Einaudi)
Autore: Paolo Perulli. Editore: Einaudi. Anno: 2009. Prezzo: € 17.00
SGRUNT a cura di Marco Maria Sambo
Dick Van Gameren
Fate un salto virtuale ad Addis Abeba e osservate come un’architettura si possa inserire in un contesto naturalistico senza rinunciare alla dinamica della forma, alla dialettica del materiale, alle proporzioni corrette, alla relazione tra interno ed esterno. Dick Van Gameren c’è riuscito con la sua Royal Netherland Embassy.
Ecco il collegamento:http://it.urbarama.com/project/royal-netherlands-embassy
Buona visione.
(marco_sambo@yahoo.it)
Due bandi per artisti
93.ma <http://93.ma> Mostra Collettiva Giovani Artisti
Si apre a tutte le forme di espressione artistica il bando per la partecipazione alla 93.ma <http://93.ma> Collettiva Giovani Artisti, riservata a residenti e domiciliati nel Triveneto, con età compresa tra i 18 e 35 anni, regolarmente iscritti ad Accademie di Belle Arti o Istituti Universitari delle regioni del Triveneto. Dalla pittura alla scultura, dalle installazioni, alle performances, agli interventi site-specific, sono ammesse opere eseguite con qualsiasi tecnica. Tra quelle presentate, le opere giudicate meritevoli dalla Commissione di Selezione saranno esposte nella 93.ma <http://93.ma> Collettiva, che avrà luogo presso la sede della Galleria di Piazza San Marco della Fondazione dal 20 dicembre al 17 gennaio, e concorreranno all’assegnazione di tre borse di studio per altrettanti artisti.
12 studi per giovani artisti
L’Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa bandisce inoltre come ogni anno l’assegnazione a dodici giovani artisti di altrettanti spazi, all’interno del complesso dei SS Cosma e Damiano alla Giudecca e del Palazzo Carminati a San Stae, da adibire a studio per la durata di un anno. Per partecipare alla selezione è necessario avere un’età compresa tra i 18 e 35 anni, risultare residenti o domiciliati nel Triveneto ed essere iscritti all’Archivio Artisti della Fondazione.
Opere e proposte per i due bandi dovranno essere presentate personalmente nella sede della Fondazione Bevilacqua La Masa a Palazzetto Tito, Dorsoduro 2826, 30123 Venezia, nei giorni 12, 13 e 14 novembre, con orario dalle 10:00 alle 18:00.
Per bandi e altre informazioni: www.bevilacqualamasa.it, info@bevilacqualamasa.it ,T 041/5208879 – 041/5207797
Student housing_ecdm
The conception of our project joins in a second reading of the landscape of the road of Saint leu, by integrating its history and its transformations to assert the manners and the qualities and reveal the poetry of the place.
The project will have to play the role of revelation of a district in future, articulation of a split up territory, a synthesis of a town planning consisted of industrial and commercial buildings, detached flags of the last century, complexes and public equipment.
The stakes are to impose a politeness on a secondary road, to desynchronize the shelf space built by the rhythm of the automobile, to modify the perception of a landscape having undergone without having controlled it the transformation of its territory. The politeness is there, but very little legible; it is a question of making it the evident presence.
The project foresees the reception on the plot of land of three autonomous and additional programs: a residence for students of 150 housing for 170 residents, 19 housing for researchers or invited professors and housing for women in distresses.
The objective is to create some social coeducation while having for each of the establishments a management with human scale benefiting from synergies between establishments(...).
http://www.channelbeta.net/
London-Rome: Work in Process: Witherford Watson Mann “London Edges”
16 novembre – 4 dicembre 2009. Inaugurazione: lunedì 16 novembre 2009
h. 18.00 Conferenza di Stephen Witherford e William Mann
presentata da Pippo Ciorra
Traduzione consecutiva
h 19.30 Inaugurazione mostra
The British School at Rome, Via Gramsci 61
Comunicato
Witherford Watson Mann, dopo le conferenze e le mostre di AOC e Carmody Groarke, è l’ultimo degli studi londinesi ad esporre nel ciclo London-Rome: Work in Process in programma all’Accademia Britannica di Roma. Con queste tre esposizioni si è cercato di mettere in evidenza la diversità di metodi e approcci di questi architetti nel loro lavoro, che riflette il dinamismo e la vivacità dell’architettura britannica contemporanea.
Gli architetti Stephen Witherford, Christopher Watson e William Mann hanno fondato lo studio nel 2001. Tuttavia la loro collaborazione, frutto di lunghe passeggiate e dell’approfondimento della storia e della vita quotidiana nella periferia londinese, era iniziata in modo informale già qualche anno prima.
Elemento fondamentale dell’attività dello studio è l’interesse per il rapporto tra città e paesaggio e l’interdipendenza di edifici pubblici, spazi collettivi e attività quotidiane, coniugato con l’obiettivo di esplorare i modi in cui l’architettura può sostenere l’impegno sociale. Tutti e tre gli architetti insegnano e sono autori di numerosi saggi.
“Teniamo sempre presente il fatto che, sia per i nostri committenti sia per la società nel suo complesso, l’architettura è un mezzo non un fine… Da un punto di vista sociale più ampio, prestiamo particolare attenzione al modo in cui il carattere e la struttura spaziale di un sito sono in grado di ‘suggerire comportamenti’, ricorrendo all’osservazione diretta e all’esperienza concreta per far sì che quel particolare luogo promuova la comunicazione e la socialità”.
London Edges
La mostra si concentrerà sull’indagine condotta dallo studio sulle zone marginali e problematiche, le aree di confine che dividono la Londra del capitalismo globale da quella dei lavoratori migranti della periferia; le infrastrutture regionali e le strutture di intrattenimento locale dal paesaggio naturale intorno al fiume Lea. La risposta dello studio, su scala urbana e architettonica, a queste condizioni altamente specifiche si potrà vedere nei progetti per la Bankside Urban Forest, in quelli per l’ampliamento e la ristrutturazione della Whitechapel Gallery e i progetti residenziali e paesaggistici per la Lea Valley.
In mostra anche il progetto per la rigenerazione di Ailsa Street e quello per la sede di Amnesty International Headquarters. Tramite le rappresentazioni di questi progetti e dei rispettivi contesti, lo studio mira a svelare una inedita topografia della capitale, ponendo l’accento sull’adattabilità dello spazio pubblico nel frammentato tessuto economico e architettonico della metropoli. Il visitatore sarà invitato ad attraversare varie sezioni di Londra con la guida di un insieme di mappe, plastici, disegni preparatori e fotografie.
Witherford Watson Mann hanno esposto nel padiglione britannico nella Biennale di Venezia 2008.
L’evento alla British School at Rome, a cura di Marina Engel, fa parte del programma London-Rome: Work in Process curato da Marina Engel e Gabriele Mastrigli, ed è realizzato in collaborazione con l’Architecture Foundation di Londra, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Fondazione MAXXI di Roma ed INARCH Lazio. Con il sostegno della John S. Cohen Foundation, del Bryan Guinness Charitable Trust e del British Council.
Witherford Watson Mann
The British School at Rome, Via Gramsci 61
Lunedi 16 novembre 2009
h 18.00 Conferenza presentata da Pippo Ciorra
h 19.30 Inaugurazione mostra
Periodo: 16 novembre – 4 dicembre 2009
Orari: dal martedi a sabato dalle 17.00 alle 19.30
Info: Tel. 06 3264939
Curatore: Marina Engel
Ufficio Stampa: Rosanna Tripaldi email: rostrip@hotmail.com; mob: 338.1965487
Eugenia López Reus: Ernesto Nathan Rogers; continuità e contemporaneità
Nell’epoca dei cosiddetti “non luoghi”, della fine della “storia”, delle architetture di consumo prive di radici, indifferentemente esportabili a Dubai o a Milano nel nome di un dopo-modernità disinvoltamente e ripetitivamente declinato da una sorta di jet-set della progettazione al servizio delle multinazionali, giunge adesso questo libro della ispano-venezuelana Eugenia Lopez Reus che ci invita a rivisitare il pensiero del maestro dei maestri dell’architettura italiana del dopoguerra, il triestino Ernesto Nathan Rogers, tra l’altro leggendario direttore della rivista “Casabella”, che Walter Gropius avrebbe voluto suo successore sulla cattedra di Harvard e che, non senza qualche traversia, con difficoltà ne ottenne tardivamente una nel Politecnico milanese.
Continuità e contemporaneità sono le categorie critiche fra le quali l’autrice colloca l’azione instancabile di Rogers, tesa a riannodare i fili del dialogo interrotto fra la recente tradizione del Movimento moderno e quella della storia, intesa evidentemente non come ripresa di motivi stilistici ma come dialogo con le preesistenze ambientali, con i centri storici delle città europee e soprattutto italiane dove aveva preso forma e consistenza la tradizione umanistica nella quale il razionalista e modernista Rogers sempre si sarebbe riconosciuto. “Inventare la memoria” è una frase dell’intellettuale triestino che commenta al meglio anche la Torre Velasca, opera paradigmatica e polemica di Rogers e dei suoi sodali dello studio BBPR, testimonianza della dissoluzione necessaria dell’architettura nella città e dunque nella sua storicità.
Come avrebbe detto Pier Paolo Pasolini: “Bisogna strappare ai tradizionalisti il monopolio della tradizione”.
G.C.
Eugenia López Reus (Caracas, 1961) ha sviluppato la sua attività di ricerca e di docenza presso le università spagnole di Alcalà e di Navarra, la Scuola tecnica Superiore di Architettura di Barcellona e il Politecnico di Milano.
Il suo rapporto privilegiato con l’Italia risale al 1988 quando vinse una borsa di studio per conto del Ministero degli Affari Esteri e del Centro Internazionale di Studi di Architettura “Andrea Palladio”. Campo della sua ricerca è la relazione dell’architettura moderna e contemporanea con la città, il paesaggio e lo spazio pubblico. A questi temi ha dedicato numerosi articoli critici pubblicati su varie riviste. Attualmente insegna progettazione architettonica alla IE University (Segovia).
Master in exhibit & public design
Terza edizione del master istituito presso “ Sapienza” Universita’ di Roma Facoltà di Architettura “L. Quaroni”- dipartimento ITACA. E’ rivolto ai laureati (di primo livello o titoli superiori) in Architettura, Disegno Industriale e Ingeneria interessati a sviluppare una professionalità nel campo della progettazione degli spazi pubblici, interni ed esterni: allestimenti museali; stand espositivi; retail design; strutture per eventi temporanei; sistemi di fruizione e allestimento urbano. Il Master è basato su una forte interdisciplinarità tra architettura, design e comunicazione. E’ articolato in corsi teorici, corsi progettuali trimstrali e workshop tenuti da docenti universitari e da professionisti. Durata: da gennaio 2010 a gennaio 2011. Scadenza iscrizioni 22 dicembre 2009
Info: http://w3.uniroma1.it/masterexhibit
BSI Swiss architecture award 2008
Segnalo che fino al 15 Novembre è ancora possible vedere la mostra BSI Swiss architecture award 2008 Nella quale sono esposte 90 opere di giovani architetti da tutto il mondo, tra cui quelle del paraguaiano Solano Benitez, vincitore del premio. <http://www.insulainrete.it/>
Cordiali saluti
Eugenio Cipollone
Sou Fujimoto: Primitive Future
Toyo Ito, nell’introduzione di Primitive Future, racconta della prima volta che incontrò Fujimoto: uno presidente di giuria e l’altro finalista a sorpresa del concorso per il museo d’arte contemporanea della prefettura di Aomori, poi vinto da Jun Aoki. Ito narra di come rimase colpito -durante l’intervista finale del concorso- da questo giovane outsider e dal suo calmo modo di parlare mentre dichiarava cose abbastanza radicali come realizzare un museo in parte volutamente fuori controllo, quasi senza mura, dai limiti sfocati fino ad essere per lo più intuibili. Poi dopo quel concorso Fujimoto cominciò a costruire, e secondo Ito, ad una decina di anni di distanza le architetture di Fujimoto sono imbevute dallo stesso spirito di quel loro primo incontro: primitive ma future.
L’inizio dell’architettura
Terunobu Fujimori dice di Sou Fujimoto che per lui lo spazio viene sempre dalla memoria, e che in un certo senso, Fujimoto situa l’inizio dell’architettura in coincidenza con l’abbandono delle caverne. Sembra quasi che l’aver vissuto nelle caverne, si sia in qualche modo potuto inscrivere nel DNA umano, in quanto necessità primaria di avere una protezione e sfuggire alla violenza della natura. Mentre la necessità secondaria che viene istillata nel nostro DNA è l’idea che lo spazio sia un fatto progettabile e non soltanto ready-made, ovvero spazio inteso come ambiente trovato. è da qui che la sua visione per una nuova geometria prende forma e comincia a comprendere un vocabolario 3d composto da forme archetipiche (Tokyo apartments) e da memorie di cose intangibili (Primitive Future House), da arbusti pietrificati (House O in Chiba) e spazi derivati da forme disordinate ma armoniose (Children’s Center for Psychiatric Rehabilitation), da nebulose (Glass Cloud) e spazi in parte trovati (House I), in parte progettati.
Il senso di alcune sue architetture
Fra le sue architetture la Children’s Center for Psychiatric Rehabilitation del 2006 presenta diversi cubi della stessa dimensione ai quali viene applicata una rotazione che li disallinea e fa sembrare sia sparpagliati che disarticolati. Ad uno sguardo più attento, queste rotazioni producono volutamente un’ “esplicita formazione del disordine”, ed è nello spazio intermedio fra i cubi stessi che emerge una nuova connettività spaziale. La casualità e il disordine dei collegamenti dei pensieri vengono qui visti come occasione progettuale, di un luogo dove il disturbo, la mente e la sua riabilitazione divengono il principio fondante.
Nel caso dei Tokyo Apartments, Fujimoto fa qualcosa che Igarashi Taro, critico e storico, definisce geniale: prende le archetipiche casette a tetto spiovente, le moltiplica in numero e le accatasta una sull’altra fino a raggiungere la volumetria prevista dal programma. Tante piccole case connesse da rampe, e scale di raccordo che a volte seguono e altre volte scavalcano l’inclinazione dei tetti. Attraverso una serena, ma sconcertante ri-articolazione, vanno perso sia quel senso comune che lega “la casetta” alla rappresentazione della tranquilla quiete familiare, sia la consuetudine che trasforma tutto in normalità. Egli conduce una guerra agli angoli retti e alle vite predefinite, quando sia gli angoli che le vite si accontentano di essere banali.
Rapporto con la natura
Nelle House Garden, Empty House e nell’iconica House N non manca l’interesse a definire un “rapporto ulteriore” con la natura, qualcosa che va oltre. Infatti Fujimoto cerca di deviare dal solito stereotipo-mantra che vede i giapponesi integrare il costruito con la natura. Egli produce degli spazi definiti a partire non dalla materia ma bensì dalle dualità, e quindi non dagli oggetti ma dalle relazioni fra di essi.
Nella House N, gli alberi dopo aver conquistato la casa e averla invasa internamente, escono dal tetto aperto e dalle parallelepipede finestre senza vetri, come una nebulosa verde. Qui la casa perde la sua oggetualità per divenire luogo dove costruito e verde si inter-pongono producendo sia nuova relazionalità sia un effetto di dominio dell’amorfo sul geometrico, del vago sul definito.
Un architetto all’antica
Arrivando a fine libro, si nota che Fujimoto nel dare il nome ai capitoli opta spesso per immagini estemporanee e coppie di ragionamenti: nido o caverna; note senza spartito; separazioni/connessioni; città come case, case come città; in un luogo simile ad un albero; nebulosa; Guru Guru; prima della casa, della città e della foresta; prima della materia e dello spazio.
L’autore, anche se rimanda di se un’immagine futuristica, fatta di spazi re-mixati e di appartenenza ad una cultura digitale, possiede anche una certa ambivalenza che lo fa essere un architetto all’antica, di quelli che si dice c’erano forse fino a trenta-quaranta anni fa. Quelli che invece che fare un pò i graphic designer e un pò i cyber-tect, un pò i sociologi e un pò i geografi, si ritrovano a praticare l’unica cosa che sapevano e potevano fare: si occupavano di spazio e facevano gli architetti. Ma in futuro chissà quanto di primitivo nell’essere architetti ci sarà. (Continua)
Matteo Belfiore intervista a Tadao Ando
Il testo che segue rappresenta un estratto del volume che sarà pubblicato dalla casa editrice Clean nella collana Interviste a cura di Matteo Belfiore.
M.B. - Lei è convinto della superiorità del regionalismo e delle identità locali. Eppure la società va nella direzione opposta, quella della globalizzazione. La sua architettura si pone come azione di resistenza. Ma perchè resistere?
T.A. - Oggi viviamo nell’epoca della globalizzazione e ciò ha influenzato la società nel suo complesso. La disciplina dell’ architettura non fa eccezione e gli architetti sono molto influenzati dall’ economia globale, dai media, dal mercato, etc.. Alcuni architetti navigano in quella che potremmo definire una " tendenza globale". Proprio per questo motivo ritengo che oggi trovare la propria identità sia di fondamentale importanza. Io cerco ardentemente la mia identità e il suo significato in architettura. Dal momento che tutto è in movimento, questa mia ricerca è permanente e le risposte non sono mai completamente soddisfacenti.
M.B. - La sua architettura potrebbe essere paragonata ai film del regista Yasujiro Ozu perchè entrambi mostrano l’autenticità della cultura giapponese senza filtri occidentali…
T.A. - I giapponesi hanno sempre vissuto in stretto contatto con la natura e hanno un forte senso di responsabilità verso l'ambiente. Questa sensibilità è alla base della cultura giapponese e credo che sia presente anche nei film di Ozu. Durante il periodo Edo il Giappone è rimasto completamente isolato dal mondo esterno. Poi nel 1868, con l'inizio dell’ epoca Meiji, il Giappone ha aperto le sue porte al mondo. A questo punto i giapponesi iniziarono ad interessarsi attivamente alla cultura dell’Occidente e in particolare all’ architettura. Durante questa prima fase eravamo particolarmente interessati alla cultura architettonica inglese, tedesca e francese. Da quel momento è diventata importante la capacità di saper prendere in prestito dal mondo esterno e sviluppare nuove idee sovrapponendole alla cultura locale. Forse il Giappone all'inizio non è stato molto abile a sviluppare una propria originalità. Di contro però abbiamo avuto una meravigliosa capacità di fondere la conoscenza orientale e occidentale e sviluppare così una nostra modernità specifica. Questo attributo che caratterizza la cultura architettonica giapponese si ritrova anche in figure importanti come Kenzo Tange e Kiyonori Kikutake che hanno lanciato il Giappone a livello internazionale.
M.B. - Come considera il suo lavoro in relazione al panorama architettonico internazionale?
T.A. - Credo che il mio lavoro possa fare da tramite tra la conoscenza contemporanea e quella tradizionale (non solo la loro forma tangibile), allo stesso tempo riscoprendo la storia e gli aspetti caratteristici del luogo in cui vado ad operare. Questa idea di collegare il passato al presente è molto frequente in Giappone.
M.B. - Qual’ è il ruolo della storia nei suoi progetti?
T.A. - In architettura vi sono molte strade e approcci possibili. Ciascun architetto ha il proprio modo di progettare e di progredire attraverso il suo lavoro. Credo che dovremmo guardare avanti, ricercare nuovi spazi e nuovi habitat in cui vivere. Ma allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare la storia. Con il mio lavoro provo a creare un ponte tra questi due aspetti della nostra storia, del futuro e del passato.
M.B. - Quali sono i principali temi del suo lavoro?
T.A. - Ho sempre cercato di creare un’architettura d’impatto, in grado di trasmettere qualcosa alla società. Così quando progetto il mio scopo è quello di realizzare spazi che sappiano dialogare con chi li fruisce. Un altro obiettivo che mi propongo è quello di collegare l’interno e l’esterno dell’edificio in maniera ottimale. Provo a concepire il dentro e il fuori come un'entità unica. Legare queste due parti è come unire l’uomo alla natura. Lo stesso concetto si ritrova nell’architettura tradizionale del Giappone. Forse ciò deriva dallo stile di vita giapponese, intimamente legato alla natura. In uno dei miei primi lavori, la Row House di Sumiyoshi, il tema principale del progetto è proprio quello dell’ingresso e dell’uscita. Anche nel Museo d'Arte Chichu mi sono focalizzato su questo punto. L'idea è di collegare queste due parti in un unico modo. Si tratta di un traguardo molto impegnativo, ma sono disposto a proseguire la mia ricerca su questo tema.
M.B. - Alcuni critici hanno scritto che lei è uno dei più grandi eredi di Louis Kahn. Si identifica in questa affermazione?
T.A. - Anche se Louis Kahn non era giapponese e non è stato influenzato dal giappone, vi è certamente qualcosa in comune tra la sua architettura e quella della tradizione giapponese. Egli ha creato spazi di intensa spiritualità attraverso l’uso del vuoto. Ma tra me e lui vi è una differenza sostanziale. Louis Kahn ha fatto uso di forme molto possenti, la sua architettura aveva un forte definizione spaziale. Il mio lavoro, invece, è più nella ricerca dell’assenza di forma. Io non cerco di produrre volumi forti ma mi concentro sullo spazio “in-between”.
M.B. - L’architettura tradizionale giapponese privilegia il centro, attraverso il pilastro centrale chiamato daikoku-bashira, e la soglia, l’elemento di transizione tra esterno e interno. Come si valorizzano questi due elementi?
T.A. - Nella casa giapponese il pilastro più importante prende il nome di daikoku-bashira. L’intera costruzione si realizza a partire da questo elemento. Eppure non possiamo affermare che il daikoku-bashira sia la reale essenza dell’architettura giapponese. Ciò che davvero conta è lo spazio che lo circonda e la delicatezza della luce naturale, il modo in cui questa penetra gradualmente all’interno della stanza attraverso l’ engawa. Queste continue mutazioni della luce, caratteristiche dell'architettura tradizionale giapponese, hanno influenzato molto il mio modo di lavorare. Questa sensazione di meraviglia che suscita la continua mutevolezza della luce mi affascina molto più del pilastro stesso. La nostra tradizione architettonica non è basata su monumenti o su maestosi edifici di rappresentanza. Essa ha da sempre espresso molta cura per la qualità della vita, per le relazioni tra le persone e anche per il rapporto tra il dentro e il fuori di ogni costruzione.
M.B. - Dunque non è il centro ciò che conta, ma ciò che vi è intorno. Tokyo è costruita intorno ad un centro che, a differenza delle città europee, è un vuoto.
T.A. - Non si tratta di costruire l’architettura attorno a un centro. Si tratta piuttosto di valorizzare la periferia, che è un concetto diverso. Per l’architettura giapponese è importante il modo di collegare tra loro le varie parti, e la transizione tra interno ed esterno diventa un punto focale del processo. E’ fuor di dubbio che io abbia subito influenze dall’ architettura tradizionale giapponese, ma è difficile individuare un rapporto diretto tra questa e il mio lavoro. Ciò che di sicuro li accomuna è l'importanza assegnata al rapporto tra dentro e fuori. Per questo considero essenziale avere un giardino, una corte o un qualuque spazio esterno al centro della composizione.
M.B. - Io penso che il nostro compito sia quello di realizzare edifici utili e confortevoli, ma che al contempo sappiano meravigliare e far riflettere le persone…
T.A. - L’architettura necessita di una esperienza fisica, non può essere compresa solo attraverso le immagini. Per questo cerco sempre di realizzare edifici e spazi dove l’esperienza fisica continua a produrre emozioni e le persone possono sentirsi bene. Forse la questione centrale è che cosa sia possibile ottenere con l'architettura, e quale “posizione culturale” un architetto possa raggiungere. In questa epoca di rapidi mutamenti, ciò che conta è saper trovare una propria posizione. La questione centrale che mi pongo oggi è la seguente: cosa voglio ottenere come architetto? Come dovrei lavorare? Rigiro la domanda: tu perché pratichi l’architettura? Qual è il tuo interesse?
M.B. - Provengo da una famiglia di architetti e sin da piccolo ho respirato “un’aria densa di architettura”. Questo mi ha portato ad amare spontaneamente le discipline creative e quindi a seguire un percorso di ricerca e sperimentazione in questo campo…
T.A. - Come è accaduto nel tuo caso, è sempre importante tornare alle proprie radici, assicurandosi che le azioni siano coerenti con i propri principi.
M.B. - A volte il suo lavoro può apparire provocatorio e critico nei confronti della società. Gli architetti possono agire da amplificatori per favorire i grandi mutamenti della collettività?
T.A. - Mi pongo spesso queste domande: cosa posso fare di buono per la società in quanto architetto? Come posso contribuire a elevare il livello culturale e sociale della gente per avere un mondo migliore? Credo che gli architetti debbano avere la piena consapevolezza di chi sono, cosa fanno e – più di tutto – per quale scopo.
M.B. - Forse dovremmo iniziare a costruire edifici rispettosi del contesto ambientale…
T.A. - La popolazione mondiale aumenta di 6,7 miliardi di persone e i cambiamenti climatici sono il campanello di allarme sul nostro modo di utilizzare le risorse naturali. Il riscaldamento globale è un problema reale che dobbiamo affrontare e non possiamo risolverlo individualmente. Attualmente sto lavorando ad un progetto la trasformazione di un’isola nella baia di Tokyo in quella che noi chiamiamo Umi-no-Mori, foresta nel mare. Nella Baia di Tokyo c’è un’isola-discarica di 100 ettari, grande quanto un campo da golf, una montagna di 30 metri composta di rifiuti industriali generati dalla nostra vita quotidiana e dall’attività edilizia. La mia idea è quella di chiedere ad ogni cittadino di contribuire con una cifra minima di 1000Yen per trasformare quest’isola insalubre e antiestetica in una splendida foresta gallegiante. Basterebbero circa 500.000 persone. Luoghi di questo tipo si ritrovano in molte grandi città del mondo, come Shanghai, Città del Messico, Seoul e Hong Kong. In realtà queste isole rappresentano gli scarti della società moderna, che malauguratamente sono in crescita in tutto il mondo. In questo contesto, Umi-no-Mori deve essere inteso come l’emblema di uno sforzo ecologico globale che trasmetta al mondo il messaggio di una coesistenza pacifica dell’uomo con la natura. Per questo aspiriamo ad ottenere un supporto economico a questa iniziativa non solo dai giapponesi, ma da tutto il mondo. Non dimenticare che il punto principale non è quello di raccogliere fondi - che è certamente importante - ma di rendere le persone consapevoli. Questo progetto cambierà il nostro modo di concepire l'architettura. Cerco di trasmettere alla popolazione urbana che ormai è giunto il momento di cambiare ed invertire la tendenza negativa sull'inquinamento. Con il mio lavoro cerco di parlare alla coscienza della gente. Tutti noi dobbiamo comprendere che l'ambiente del nostro pianeta è in grave pericolo. Tuttavia se convinceremo le persone a prendersi cura del nostro pianeta e a coinvolgerle in questo progetto, otterremo questo risultato nel giro di dieci anni (mostra alcune immagini del progetto).
M.B. - Ho sentito dire che lei ha coinvolto anche numerose figure di rilievo mondiale in questa campagna di raccolta fondi.
T.A. - Siamo fortunati perché abbiamo l’appoggio di molte persone, tra cui l'ex presidente della Repubblica francese, Jacques Chirac, il Premio Nobel per la Pace Wangari Muta Maathai e il leader degli U2, Bono. Quest’ultimo non immaginavo di coinvolgerlo in un primo momento. L'anno scorso gli ho mostrato la Chiesa della Luce durante la sua visita in Giappone. Quando siamo entrati, ispirato da quel luogo molto spirituale, Bono ha iniziato spontaneamente a cantare Amazing Grace. Allora sono rimasto sorpreso dalla sua grande sensibilità e ho pensato che avrei potuto fidarmi di lui. Gli ho chiesto di sostenere la campagna di raccolta fondi per Umi-no-Mori e lui ha generosamente accettato.
M.B. - Qualche consiglio ad un giovane architetto all’inizio della sua carriera…
T.A. - La cosa più imporante, quando si lavora con l'architettura, è avere coraggio. Occorre proporre nuove idee e portarle a termine superando le difficoltà. Non importa quanto grande possa essere il progetto su cui stai lavorando: ci sarà sempre qualcuno che saprà apprezzarlo e qualcuno a cui non piacerà. Prendiamo ad esempio la Row House a Sumiyoshi. Molte persone capiscono e apprezzano il tema principare del progetto, la prossimità con la natura e la relazione con il cielo. Eppure non è semplice vivere in una casa dove c’è sempre la luce del sole e dove hai bisogno dell’ombrello per andare al bagno! Su 5 persone, forse 4 direbbero "non potrei mai vivere lì". Ma forse ce n’è uno che vuole vivere proprio in un luogo del genere. Questa persona che potrebbe dire "sì", fa che i nostri progetti si avverino. Sto lavorando su molte nuove idee e in molti progetti a Tokyo. Anche se la scala è diversa, il coraggio che metto nel mio lavoro è sempre lo stesso. Devi credere in te e comunicare con la gente: altrimenti nulla accade da sé.
M.B. - Molti dei suoi lavori sono considerati coraggiosi…
T.A. - La Chiesa della Luce, ad esempio, è una chiesa molto particolare. A differenza delle altre chiese cristiane, in cui generalmente il sacerdote si trova sopra l'altare, qui non ci sono gradini e questo crea una rapporto più diretto tra il sacerdote e i fedeli seduti. La sala ha una pendenza, così la prima fila di sedili si trova sullo stesso livello del sacerdote. Ancora una volta è stato necessario spiegare le ragioni di questa scelta a molte persone, cercando di rendere il concetto più chiaro possibile. Alla fine abbiamo ricevuto il premio "Frate Sole" dalla Città del Vaticano. Certamente durante le valutazioni necessarie all'attribuzione di questo premio ci sono state discussioni tra i sacerdoti sull’opportunità o meno di conferire questo premio. Pensa che il Papa di solito parla affacciato ad un balcone; questa chiesa sembra essere molto democratica.
M.B. - Può elencarci 5 capolavori e 5 maestri dell’architettura italiana?
T.A. - E’ difficile limitarsi a soli 5 capolavori. Amo molto Michelangelo, Gae Aulenti e il Pantheon, ma penso che i capolavori in Italia siano certamente molti più di 5. Oltre gli edifici è la pianificazione della città italiana che mostra il più alto livello al mondo. Il classicismo francese e Lenotre, ad esempio, hanno le loro radici in Italia, e da questa ha tratto ispirazione Napoleone quando ha fatto gli Champs Elysee.
M.B. - Una frase che lei ripete spesso…
T.A. - Non ne ho una in particolare. Ma c’è qualcosa che mi preme chiarire: l'architettura non si limita alla progettazione di edifici. Essa richiede lo sviluppo di una propria visione, necessaria a costruire una propria filosofia. Dal momento che l'architettura ha un forte carattere pubblico ed una responsabilità sociale, noi architetti dovremmo sempre occuparci della società nel suo complesso e delle comunità locali attraverso il nostro lavoro. In questa fase di sviluppo incontrollato, in tutto il mondo sono stati costruiti numerosi edifici, soprattutto in Medio Oriente e in Cina. Il problema, in questi paesi in via di sviluppo, è che gli architetti si sono concentrati solo sull’ architettura trascurando l'ambiente. Le ragioni del commercio fanno sì che spesso sorgano degli edifici senza una vera e propria funzione. Ciò ha reso molto complicata la posizione degli architetti. Questi dovrebbero avere la capacità di riconoscere e identificare i problemi sociali e di impiegare l'architettura come un concreto strumento di espressione nel dialogo con la società. Non dimenticate, quindi, qual è il ruolo dell’architettura: dare risposte e soluzioni intelligenti ai problemi della nostra società.
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