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presS/Tletter n.29-2008
inserito da: lpp (del 27/10/2008 @ 22:54:03, nella categoria: Le PresS/Tletter, letto 1352 volte)

FLASH di Marcello del Campo

Fuksas sul Corsera ricorda con nostalgia il 68

Quando era di destra o quando era di sinistra?

 

IN EVIDENZA

 

L’OPINIONE: LPP su: Moralità e linguaggio architettonico

CARTOLINE: una cartolina da Renato Nicolini

FOCUS SU: Diego Caramma interviene con: Il bambino e il re

DOCUMENTI: Cesare de Seta: Premessa alla Terza edizione di Architettura e città durante il fascismo

INCONTRI DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

MOSTRE DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

UNIVERSITA’ E DINTORNI: news di Ilenia Pizzico

CORRISPONDENZE: Zaira Magliozzzi ci parla di: La città multisegnica

NOTIZIE DALLA SPAGNA: gli eventi in Spagna raccontati da Graziella Trovato

FINNIKA...notizie dalla periferia nord dell'europa di AgaTino Rizzo

RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di Strane figure

WILFING: Un dialogo di Salvatore D'Agostino con Salottobuono sull'architettuta esplosa e suoi flussi

CRONACA E STORIA: Arcangelo di Cesare continua con Cronache e storia: settembre 1958

INTERMEZZO: Edoardo Alamaro ci racconta la Cronaca di una morte archiannunciata

LIBRI a cura di Francesca Oddo: Atlante dell'abitare contemporaneo. Marcociarloassociati

RECENSIONI E COMMENTI: Giampiero Sanguigni: Archizoom, per una dottrina di operazioni formali eretiche

IDEE: Laura Montedoro: Hermanitos Verdes_ Una mostra pop_antologica

SGRUNT: Sambo ci parla di Il colore dei soldi

MEDIA E DINTORNI: Tursi: Rinascimento virtuale a Firenze

TESTIMONIANZE: Giulia Mura: Teatri dell’arte, Esperienza di Firouz Galdo

LETTERE: Maria Elena Fauci: Lavorare all’estero. Alessandro Zoppini: Lavorare all’estero

  

UNA NUOVA FORMATTAZIONE DELLA PRESS/TLETTER

Stiamo provando una nuova formattazione con collegamenti ipertestuali interni per andare direttamente dall’indice alle rubriche che si desidera leggere e viceversa. Può darsi però che con alcuni computer non funzioni. In questo caso abbiamo un piano B, basta mandarci una mail con scritto:non funziona. Proveremo a rimandare da un Mac invece che da un Pc. Se non funzionasse neanche in quest’ultimo caso, o ci si accontenta o si guarda la presS/Tletter sul sito: www.presstletter.com

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA

 

Ricordo di Giuseppe Pagano (Parenzo 1896 – Mauthausen 1945)

In occasione della pubblicazione di “Architettura e città durante il fascismo” (a cura di Cesare de Seta, ed. Jaka Book, 2008)

mercoledì 6 novembre – ore 17. Fondazione Memoria della Deportazione. Via Dogana 3 (angolo piazza Duomo). Gianfranco Maris, saluto introduttivo. Mimmo Franzinelli, Pagano, straniero in patria. Giancarlo Consonni, Pagano architetto. Fulvio Irace, Pagano critico e polemista. Dibattito. Cesare de Seta, conclusioni.

 

L’OPINIONE

 

Moralità e linguaggio architettonico

Su antitesi (www.antithesi.info), Sandro Lazier ripubblica un articolo di Bruno Zevi lamentandone l’assenza.

Cosa rende il messaggio di Zevi attuale, anche a otto anni dalla scomparsa?

Provo a tentare una risposta: l’aver individuato il nesso che lega  moralità e  linguaggio delle forme. O, il che e' lo stesso, e per adoperare una categoria crociata, aver raccontato l’architettura come uno dei percorsi della storia della libertà, della ricerca da parte dello spirito umano di una sempre maggiore libertà. E di averne valutate di conseguenza le tappe: come avanzamenti o come ritirate. Quindi con un giudizio morale. Quindi con intransigenza. In un momento in cui la moralità sembra essere una variabile dipendente, un ragionamento che sappia raccoglierne l’eredità, muovendosi lungo questa direzione, appare sempre più urgente.

 

CARTOLINE di Renato Nicolini

 

Cartolina La tutela di Roma

Tra i più convinti sostenitori del progetto “Roma vetus” c’è il proprietario del “Messaggero”, Caltagirone, che ambirebbe a realizzarlo. Consumo di territorio a parte, quali possono essere le conseguenze di una versione mediatica di Roma alla Disneyland – che ambisce allo stesso pubblico ed allo stesso tipo di pubblico di Disenyland – sul modo con cui verrebbe poi vista ( a parte che i centurioni ci sono già…) la città di Roma? Qualcosa che non va sottovalutato, perché sono insistenti le voci di un “emendamento alla Finanziaria” per assegnare a Roma lo statuto di città “libera” (come Bolzano; o in Germania Amburgo), sottratta cioè alle competenze delle sopraintendenze di stato. Non più “signornò”… E inquieta ancora di più se si aggiungono certe intenzioni dichiarate di “affittare” a privati, perché le “mettano a reddito”, parti di aree archeologiche…

 

FOCUS SU di Diego Caramma

 

Il bambino e il re

L’Altro – “C’era una volta…”

Il Filosofo – In che senso?

A. – Come in che senso! È un incipit, l’incipit delle favole.

F. – Vuoi dire che le favole cominciano da sole?

A. – Che discorsi, certo che no. C’è uno che la racconta, uno che per esempio racconta una favola.

F. – A qualcun altro immagino.

A. – Be’ certo …

F. – Quindi sono due, non uno.

A. – Ma sì. È ovvio.

F. – Due più la favola che viene raccontata. O meglio: non “più”, ma “con”: con la favola che viene raccontata.

A. – Fa differenza?

F. - Direi di sì. Se si tratta di un incipit, non puoi prendere qualcosa di già iniziato e poi aggiungerci le favole. Chi racconta è ciò che è in quanto appunto la racconta, la favola. Ha in questo raccontare il suo incipit. È colui che racconta favole, ovvero questa. E lo stesso è per chi l’ascolta: uditore di favole, anzi di questa. Stanno entrambi dentro il raccontar favole, al suo incipit, almeno in quanto o sin tanto che le raccontano e le ascoltano.

A. – Come la fai lunga.

F. – E non basta, perché proprio ora viene il bello.

A. – Se lo dici tu…

F. – Perché questo è un incipit letteralmente “per modo di dire”; ciò che dice parla infatti di un’altra volta.

A. – Come?

F. – Sì: “C’era una volta”. Quindi non c’è più quando lo si racconta. C’era prima. In un certo senso è questo l’incipit, se no la favola non avrebbe nulla da raccontare e nemmeno ci sarebbe come favola.

A. – Ma l’incipit delle favole, si sa, è immaginario. “C’era una volta un re…”: mica vuol dire che ci sia stato davvero questo re. E così il suo regno, i suoi personaggi e le vicende che si raccontano.

F. – Quindi la favola narra una cosa che non c’è mai stata così com’è narrata : quel re, quel regno, quel paggio ovvero quel bambino.

A. – Certo che no, è tutto interamente immaginario.

F. – Sino a un certo punto.

A. – In che senso? A quale punto?

F. – Che re, regni e paggi bambini devono pur esserci stati qualche volta per poterseli immaginare in una favola; per esempio che c’erano una volta.

A. – Non capisco dove vuoi arrivare.

F. – Per esempio a questo: che la favola, dicendo “C’era una volta”, non vuol dire, nella sua finzione, ciò che appunto dice. Vuol dire, piuttosto, ciò che sempre c’è.

A. – Ma che cosa sempre c’è?

F. – Quel che c’era una volta.

A. – Oddio, non mi raccapezzo più.

F. – Eppure è semplice. Stai attento. Uno racconta una cosa a un altro: succede di continuo, no? Se la racconta vuol dire che non c’è più. Non ho bisogno di raccontare ciò che abbiamo davanti agli occhi. Si racconta quindi ciò che c’era e ora non c’è. Ma di solito con l’intesa che c’è stato così come lo si racconta. Giusto?

A. – Giusto.

F. – La favola invece racconta qualcosa che non c’è come se ci fosse stato, ma dando a intendere che non c’è stato mai. Giusto?

A. – Giusto.

F. – E allora lo vedi da te: la favola dice ora che non c’è mai stato quello che c’era. È questo che c’è.

A. – La favola finge un passato immaginario.

F. – Posto che sia così, perché lo fa, secondo te?

A. – Mah, per il piacere dell’immaginazione di chi narra e di chi ascolta.

F. – Scusa, non mi sembra sufficiente. Se io ora ti racconto un passato immaginario, per esempio che mia nonna era la concubina preferita del re di Persia, non vede che piacere ce ne verrebbe.

A. – Se lo facessi dandomi a intendere di raccontare una storia vera, stai certo che la cosa, quanto meno, mi incuriosirebbe parecchio.

F. – Questo dice molto del tuo carattere o della tua natura, ma vedi, indipendentemente da ciò, la favola dà a intendere proprio il contrario. Dice: “C’era una volta…” e la formula allude a un tempo e a un luogo immaginari.

A. – È così.

F. – Quindi la favola ha in qualche modo, mi sembra, un fine educativo, uno scopo morale o qualcosa del genere. Opera una finzione per mostrare o insegnare qualcosa della realtà.

A. – Sono d’accordo. Ma direbbe qualcosa della realtà anche il sapere che sei proprio il nipote di una buona nonna, se posso permettermi.

F. – Lasciamo stare mia nonna e il re di Persia e torniamo alla favola: quale possiamo supporre che sia il motivo, l’importanza, il fascino del suo insegnamento?

A. – Così su due piedi non saprei rispondere.

F. – Ma te l’ho già detto e sei tu che non sei stato attento. La favola insegna quel che sempre c’è.

A. – Che cosa sempre c’è?

F. – Quel che c’era una volta.

A. – Oh questo l’hai già detto, lo ricordo benissimo.

F. – Vedi che ho ragione? C’è sempre.

A. – Mi prendi in giro?

F. – Solo nel senso che il giro non può chiudersi, come mostra appunto la favola.

A. – Quale giro?

F. – Te lo dirò con un esempio, cioè con una favola. Dunque: dice il bambino: “Raccontami una storia”. Eccola: “C’era una volta un re; chiamò un paggio e gli disse: raccontami una storia, e il paggio incominciò: c’era una volta un re; chiamò un paggio e gli disse: raccontami una storia, e il paggio incominciò: c’era una volta un re…”

A. – L’ho detto che mi prendi in giro. Ma vai al diavolo!

F. – A quel punto il bambino si è già addormentato (dipende molto anche dal tono di voce) e sogna di essere il re. Sei tu che non sai sognare, né da re né da bambino.

A. – Continuo a non capire dove vuoi arrivare.

F. – Capire, capire… Vedi, è impossibile per noi capire davvero qualcosa senza dirlo, cioè senza attraversare la soglia della parola. Quanto meno la parola ci è necessaria per sapere ciò che si è magari compreso istantaneamente solo in pratica. Ma tu stai poco attento alle parole. Per esempio io dico: “Fa freddo qui” e così già iscrivo in nuce questo freddo in una storia. Posso venire a riferirtelo o raccontartelo domattina. Posso anche inviarti un messaggino (come oggi si usa), ma il fatto è che ciò che dico non c’è più e in quanto lo dico, non c’è mai stato.

A. – Ma il freddo l’hai sentito.

F. – Come no, ma era in un altro universo.

A. – Quale altro universo?

F. – Quello delle favole.

A. – Ma fammi il piacere…

F. – Volentieri. Dimmi: vuoi che te lo racconti o vuoi che te lo dica?

A. – Sei proprio insopportabile.

F. – Sono semplicemente l’Altro dell’Altro, o l’altra verità della favola. Parlo per tutti e due e nel parlare dimentico ciò che c’era una volta.

A. – Ma cosa c’era dunque una volta?

F. – Ciò che c’è. Sicut erat in principio.

A. – Non ho capito niente ma fa lo stesso.

F. – E così sia.

(Il Filosofo ripone lo specchio sul comodino, spegne la luce e si addormenta. Domani racconterà di aver sognato di essere un bambino che sognava di essere un re.)

(di Carlo Sini – tratto da: M. Donà, C. Sini, A. Tagliapietra, “Anime. La filosofia si racconta”, AlboVersorio, Milano 2008)

 

DOCUMENTI

 

Cesare De Seta: Premessa alla Terza edizione di

Architettura e città durante il fascismo

Il nome di Giuseppe Pagano Pogatsching ricorre in tutta la saggistica e i compendi di storia dell’architettura italiana e straniera che si occupano del primo Novecento: dopo la prima edizione della mia antologia del 1976 c’e stato un notevole incremento di interesse sulla sua opera di architetto e sull’attività pubblicistica, resa molto più agevole grazie alla facile disponibilità di un’antologia di oltre 450 pagine.  Non c’è testo saggistico italiano o straniero che prescinda da Pagano e che non abbia utilizzato (o saccheggiato) a piene mani l’antologia. Purtroppo non si può dire lo stesso della storiografia dedicata alla cultura di quegli anni che pochi e occasionali cenni ha dedicato e dedica a Pagano. Una conferma di un’inspiegabile separazione tra storiografia architettonica e la storiografia tout-court: tanto più inspiegabile perché Pagano ebbe un ruolo pubblico di rilievo nell’Italia liberale e fascista, non relegabile nel campo della specializzazione tecnica che gli fu propria e una storia personale del tutto eccezionale che attraversa la storia d’Italia dalla Grande Guerra al crollo del regime. Non dunque solo un bravo architetto, ma uno scrittore e un intellettuale a tutto tondo che interloquì da pari a pari con Mussolini e con tutti i maggiori gerarchi del regime. Pochi storici se ne sono accorti, ma sono eccezioni che confermano la regola. E’ invece una novità il notevole interesse in Italia ma soprattutto all’estero che ha suscitato e suscita l’attività di Pagano fotografo dopo la ricca mostra da me curata a questa attività dedicata (catalogo Electa, 1976): pertanto ho un’informazione di prima mano su quanti siano gli studiosi che dall’Australia agli Stati Uniti, dalla Germania alla Spagna stanno scoprendo il fotografo: ma questo argomento specialistico esula da queste pagine.

Nel riprendere tra le mani la mia antologia che ristampai, ridotta, in seconda edizione nel 1990, ho dovuto compiere un notevole sforzo di aggiornamento dell’introduzione, perché, come ho già spiegato, sono innumerevoli i contributi che affrontano la vicenda architettonica in cui Pagano ha posto di rilievo e, nei limiti di un’introduzione, ho provato a darne conto in questa ristampa che rimane invariata rispetto alla seconda edizione per la scelta antologica.

A riprova del ruolo che Pagano ha negli anni che vanno dagli anni venti al 1945 nella storia dell’architettura italiana ho scelto un insolito criterio che dirò della sonda statistica. Per dare conto di quanto vado dicendo ho assunto come riferimento il più vasto compendio di sintesi di cui si dispone allo stato attuale: mi riferisco alla Storia dell’architettura italiana. Il primo Novecento, a cura di G. Ciucci e G. Muratore, Electa 2004 e il volume di P. Nicoloso, Mussolini architetto. Propaganda e paesaggio urbano nell’Italia fascista, Einaudi 2008 e fresco di stampa nel momento in cui scrivo questa nota. La sonda statistica di cui dicevo consiste in questo: ho contato le righe delle note che sono riservate a Pagano e comparativamente ad alcuni dei massimi protagonisti della scena architettonica. Nella Storia citata, con saggi di molti autori, con angolazioni tematiche e disuguali per impegno, il nome di Pagano ricorre per 14,5 righe; Gio Ponti, 10,5; Gustavo Giovannoni 8,5; Adalberto Libera 8,5; Giuseppe Terragni 8; Mario Ridolfi, 5; Luigi Moretti, 5,5; Marcello Piacentini 14,5. Questo banale conteggio conferma quanto dicevo, cioè che Pagano e Piacentini sono i protagonisti indiscussi della scena storiografica, seguiti da Ponti e, molto staccati, da altri importanti architetti.

Nel recentissimo volume di Nicoloso l’esito è assai squilibrato: a Piacentini 11 righe, Pagano solo 5, ma comunque più di Terragni, 3,5 e Libera, 2,5. La forte sperequazione è facilmente spiegabile alla luce del fatto che il libro in questione non è una storia dell’architettura, ma è centrato sul ruolo di Mussolini architetto nel quale l’accademico d’Italia ebbe il ruolo del deus ex machina.

Poiché dobbiamo entrare nel merito, e la mia introduzione ha questo scopo, bisogna dire - dopo essermi aggiornato sulla letteratura più recente e successiva al 1976 – che è invalsa una assai diffusa tendenza alla sottovalutazione, all’appiattimento del ruolo di Pagano su quello di Piacentini, una sorta di schiacciamento che è parte di quell’alone storiografo revisionista che tende ad annullare le distanze tra due personalità, nell’architettura e nella vita politica del tempo, contrapposte. Questo atteggiamento è ben evidente non solo negli studi monografici e spesso agiografici dedicati a Piacentini, ma anche in una saggistica di carattere più generale. In effetti l’ondata revisionista, non affatto conclusa, ha investito larga parte della storiografia che si è occupata del fascismo con un’acribia volta a dimostrare che il regime fascista sì, era stato una tragica vicenda, ma che pure s’erano fatte tante belle architetture e importanti opere pubbliche che avevano “modernizzato” il paese. L’architettura è stata assunta  in primis e in toto tra le benemerenze del duce.

La cultura negli anni del fascismo fu occasione di un vivacissimo dibattito che vide su fronti opposti Norberto Bobbio e Nicola Tranfaglia: il primo – semplificando per necessità – sostenne che non c’era stata una cultura fascista, il secondo che c’era stata. Quel dibattito è del 1971, ma entrambi discussero prevalentemente di letteratura, filosofia, storia, giornalismo: nel 1972 pubblicai nella Bcm di Laterza La cultura architettonica in Italia tra le due guerre (VI ed. riveduta, Electa Napoli 1998) nel quale provai a sostenere la tesi che non solo c’era stata una ricca produzione d’arte e d’architettura in quegli anni, ma essa in taluni casi aveva prodotto artisti di genio e opere di eccellente qualità. Al tema dedicai il saggio introduttivo al catalogo della mostra Il Razionalismo e l’architettura in Italia durante il fascismo 1919-1943, Biennale di Venezia-Electa, 1976, poi ampliato nell’Architettura del Novecento, Utet, 1981. Lì ribadivo che Sironi e Carrà, Terragni e Pagano e con loro tanti altri erano stati pittori e architetti fascisti la cui opera è da considerarsi di assoluto rilievo. Tuttavia nel sostenere questa tesi mi guardai bene – come poi stoltamente s’è fatto – di omologare Pagano a Piacentini, Terragni a Giovannoni, Gardella o Figini e Pollini a Calza Bini o a Foschini. Erano tutti fascisti con tanto di tessera del Pnf in tasca, ma operarono in modo assai diverso: i primi riferendosi al modernismo europeo, i secondi facendo prevalentemente un’architettura pompier, magniloquente, ampollosa e retorica. Essa divenne Stimmung del regime a partire dal ‘36 quando il duce – dopo anni di ambigue esitazioni - abbandonò al loro destino gli illusi razionalisti. Il centro di questa offensiva restauratrice fu la Scuola romana a cui dedicai alcune paginette che riscriverei senza cambiare una virgola. Allo storicismo e alla teoria del “diradamento” nei centri storici di quest’ultimo, succede la “modernizzazione” urbanistica del “piccone risanatore” e si assiste al trionfo dello stile mussoliniano nelle maggiori opere pubbliche. Contro tale andazzo, sostenuta da esili teorie, quella di Pagano fu una vox clamantis in deserto.  Ma è un’operazione che contamina anche architetti che hanno fatto la fronda come Pagano, Michelucci e alcuni dei giovani più dotati. 

         Le commesse per la Città universitaria di Roma e l’E42 sono un capolavoro di corruzione delle coscienze più vigili che Piacentini condusse a buon fine con il suo autentico talento di trasformista. Pagano abboccò e sono anni di difficile convivenza che vanno dal 1932 ai primi del 1937: tra dichiarazioni di stima e amicizia e prese di distanze caute fino alla rottura che si consuma nel corso dell’operazione dell’E42.

Chi si è assunto l’onere di fare, in poche e manchevoli paginette, storia della storiografia del movimento moderno in Italia conviene che La cultura architettonica in Italia… ha segnato una “svolta” negli studi, ma poi si aggiunge che avrei sostenuto “una distinzione tra cattiva architettura fascista (espressa in forme classiche) e buona architettura antifascista (quella moderna)” che permarrebbe anche nei miei libri su Raffaello Giolli e Pagano. È un bell’esempio di cattiva storia della storiografia, perché mi si fa dire cose che non ho mai pensato e che nessuno può aver trovato nei miei saggi nei quali si parla certo di architettura fascista, ma mai di architettura antifascista. La distinzione che mi si rimprovera, tra “buoni” architetti antifascisti e “cattivi” architetti fascisti – distinzione troppo stupida perché debba smentirla - è segno dell’incapacità a leggere senza pregiudizi le altrui parole. Per dirla in breve: ho sostenuto che Pagano fu fascista e buon architetto, sempre schierato sul fronte modernista, e buoni architetti o eccellenti architetti – schierati cioè nettamente come Pagano sul fronte modernista - furono Terragni, Figini e Pollini, Bottoni, Gardella, Michelucci: tutti fascisti; ma accanto a loro vi furono architetti fascisti che furono architetti pompiers del regime (l’archi­tettura fascista “espressa in forme classiche” sic!) che costruirono cattiva e persino pessima architettura. Qui salta all’occhio la furbizia intrigante del regime fascista perché le opere degli architetti modernisti contribuirono con le loro opere alla “politica del consenso”. Naturalmente c’è una larga area in cui distinguere tra i due fronti diventa molto più difficile, perché le carte si mescolano e le personali biografie dell’uno o dell’altro non si possono tagliare con l’accetta. Questa area è stata negli ultimi decenni studiata con maggiore attenzione per l’affinarsi e l’arricchirsi della ricerca. Ma la mia opinione è stata e rimane che Piacentini fu uno straordinario organizzatore della politica architettonica e urbanistrica intrapresa dal regime fascista ma ciò nulla toglie al fatto che fu un assai mediocre architetto. Ebbe il talento di intuire e interpretare perfettamente le intenzioni del duce architetto, ben prima del fatidico 1936, quando Mussolini sposò senza ambiguità la linea accademica di Piacentini. Il mio è un giudizio critico che, come ogni giudizio è discutibile, come tutte le tesi storiografiche, ma esse vanno discusse per quelle che sono e non per quelle che volessimo fossero.

Sgombrato il terreno da questo grossolano equivoco, vorrei aggiungere che dal 1976 ad oggi l’unica monografia su Pagano che ha uno spessore storiografico è quella di Alberto Bassi e Laura Castagna, sia pur centrata sul designer, Laterza, 1994: a conferma dell’inattualità di Pagano come architetto, come intellettuale e uomo pubblico. Se facciamo invece la conta dei libri su Piacentini e sugli architetti della sua cerchia o che ruotano attorno a questi anni ci si avvede che questa compagine ha riscosso un interesse assai maggiore di quello suscitato dall’opera dell’architetto istriano. L’ondata revisionista, esplicita o strisciante, conta qualche migliaio di pagine dedicate a queste vicende: ha fatto emergere come campione Piacentini e ha letteralmente sommerso Pagano.

Mi auguro che questa antologia e la ristampa recente e assai propizia del numero monografico di “Casabella” che i suoi amici gli dedicarono nel 1946, possa riportare l’attenzione su questo antitaliano così anomalo da incontrare tante resistenze nell’ambiente della storia dell’architettura e largo disinteresse da parte della stragrande maggioranza dei colleghi storici del fascismo: nonostante dal 1945 – quando si spense nel campo di sterminio di Melk – siano trascorsi molti decenni.

Napoli, Aprile 2008

 

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

L’Italia cerca casa a Roma

Presentazione del catalogo della mostra L’Italia cerca casa / Housing Italy, Electa Auditorium del Museo dell’Ara Pacis. Roma, Lungotevere in Augusta, angolo Via Tomacelli, mercoledì 29 ottobre ore 16.30. Saluto Umberto Croppi. Introduzione Francesco Prosperetti, Francesco Garofalo. Interventi degli espositori del Padiglione e dei curatori della mostra Studio Albori, Baukuh, Andrea Branzi, Maristella Casciato, Giovanni Caudo, Cliostraat, Mario Cucinella, Luca Emanueli, IaN+, Mario Lupano, Gabriele Mastrigli, Marco Navarra, Italo Rota, Salottobuono, Beniamino Servino, Stalker/Osservatorio Nomade. Tavola rotonda Fulvio Irace, Carlo Olmo, Franco Purini

 

Geotermia a Roma

Geotermia, una risorsa per l'efficenza energetica 11 novembre 2008, h. 15 Hotel Novotel Via Andrea Noale 291, Roma. Per info: alessandra.fedele@abitare.rcs.it

 

Ricordo di Giuseppe Pagano a Milano

Ricordo di Giuseppe Pagano (Parenzo 1896 – Mauthausen 1945)

in occasione della pubblicazione di “Architettura e città durante il fascismo” (a cura di Cesare de Seta, ed. Jaka Book, 2008) mercoledì 6 novembre – ore 17 Fondazione Memoria della Deportazione Via Dogana 3 (angolo piazza Duomo) Milano.

 

Riconversione dei siti industriali a Verona

La  riconversione dei siti industriali dismessi  per uno sviluppo sostenibile del territorio  veronese. Verona,  23 ottobre 2008 Confindustria Verona - Piazza Cittadella 12

 

Gestire il design a Bologna

Al via il programma autunnale del Design Center Bologna.il Centro si fa promotore di una serie di workshop dal titolo Gestire il design. Cinque casi di design management che si terranno nella sede del Design Center, presso l'Accademia di Belle Arti, a partire dal 23 ottobre , in collaborazione con Unindustria Bologna, l'associazione che raccoglie le imprese della provincia, che patrocina l'intera iniziativa. Con scadenza settimanale gli incontri animeranno i mesi di ottobre e novembre, rivolgendosi a un target composto da progettisti, professionisti e manager d'impresa. Per le iscrizioni, va compilata l'apposita scheda sul sito www.design-center.it Per informazioni: info@design-center.it

 

Olivo Barbieri a Monza

Inaugurazione mostra site specific, Monza si terrà. Venerdì 24 ottobre ore 18.00. Monza Serrone della Villa reale.

 

Urban Emergence a Lecce

Urban Emergence 30 ottobre ore 17.00 Auditorium del Museo Provinciale S.Castromediano inaugurazione mostre fotografiche Umani, Urbani & Marziani. Diari della megalopoli, Mumbai di Giorgio de Finis. Lecce multietnica a cura S.I.U.I.F.A. 31 ottobre ore 10.00 Università del Salento, Edifico sperimentale aula sp3. Seminario all’interno del corso di Pedagogia della Comunicazione (prof.Angelo Semeraro) alla presenza del regista Giorgio de Finis e di Lorenzo Romito di Stalker. Ore 17.00 Auditorium del Museo Provinciale S.Castromediano proiezione della rassegna video Diari dalla Megalopoli, Mumbai di Giorgio de Finis. Di Passaggio di Giorgio de Finis in collaborazione con Sandro Veronesi. Segue tavola rotonda Urban Emergence. La città che avanza con Franco Purini, Angela Barbante, Giorgio de Finis, Lorenzo Romito, Giulia Fiocca, Angelo Semeraro, Maria Giovanna Reni, Valeria Monno, Maria Rosaria Panareo, Mimmo Pesare. Coordina Cristina Caiulo e Stefano Pallara.

 

Paesaggi Altirpini a Montella (AV)

Sabato 25 ottobre ore 10.00 appuntamento a Montella 2008 Paesaggi Altirpini visita guidata al vasto Complesso del Castello del Monte e correlato Convento di S.Maria della Neve  e  al Convento-Museo di San Francesco a Folloni. Per info Angelo Verderosa info@accanto.it    0827.215122  tel    0827.216555  fax

 

Architetture siciliane a Gibellina

Presentazione mostra Architetture siciliane a cura di Maurizio Oddo sabato 25 ottobre 2008 ore 18.30 Museo Civico di Arte Contemporanea di Gibellina. Intervengono Fausto Spagna, Vito Bonanno, Vittorio Sgarbi, Laura Thermes, Franco Purini, Ugo Cantone, Maurizio Oddo.

 

Studio Cusenza+Salvo a Trapani

Presentazione del volume Studio Cusenza+Salvo opere e progetti di Maurizio Oddo. Domenica 26 ottobre 2008 ore 11.30 Palazzo della Vicaria, Trapani. Presentazione di Franco Purini. Introduce e coordina: Enzo Tartamella, intervengono: Mimmo Turano, Vito Corte, Maria Salvo, Rosario Cusenza, relatori: Laura Thermes, Franco Purini, Marco Navarra, Giovanni Chiaramente, Maurizio Oddo.

 

Werner Oechslin a Mendrisio

Conferenza di Werner Oechslin dal titolo Mentalmente architettato. La biblioteca come universo fisico del sapere e come meccanismo della memoria è prevista per giovedì 23 ottobre 2008 alle ore 20.00 presso l’Aula Magna dell’Accademia di architettura Palazzo Canavée, Via Canavée 5, Mendrisio, Svizzera

 

MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

Peacebuilding a Roma

Peacebuilding. Architetture e identità nelle aree di conflitto. Mostra dal 3 ottobre  al 9 novembre. Lunedì - Venerdì 10 /19 - Sabato 10/13 - Domenica chiuso. Casa dell'Architettura, piazza Manfredo Fanti 47 Roma. www.casadellarchitettura.it    

 

Bruno Munari a Roma

Dal 26 Settembre 2008 al 22 Febbraio 2009 Roma festeggia Bruno Munari. Museo dell’Ara Pacis, Casina di Raffaello, EXPLORA il Museo dei Bambini.

 

Oscar Niemeyer a Vicenza

Oscar Niemeyer: Architettura, Città e Paesaggio mostra fotografica a cura di Salvino Campos. La mostra, patrocinata tra gli altri dall'Ordine degli Architetti PPC dalla Provincia di Vicenza, ha aperto al pubblico l'11 ottobre 2008, alle ore 18.00, e sarà visitabile fino al 9 novembre presso il prestigioso spazio espositivo della Stamperia Busato in contrà Santa Lucia n. 38 a Vicenza, a pochi passi dal Teatro Olimpico.

 

Alba. Nuovi manifesti italiani a Torino

Alba. Nuovi manifesti italiani. Icograda Design Week Torino 2008. Dal 17 ottobre al 14 novembre 2008. Politecnico di Torino, Manica d'approdo Cittadella politecnico corso Duca degli Abruzzi, 24 Torino.

 

Olivo Barbieri a Monza

Dal 25 ottobre 2008 al 6 gennaio 2009, il Serrone della Villa Reale di Monza ospiterà la mostra Olivo Barbieri site specific_Monza 08 che presenta la nuova serie di lavori di grande formato che l’artista  ha appositamente  realizzato su Monza, e che si inserisce nel  progetto site specific iniziato nel 2003, un work in progress che coinvolge molteplici zone del pianeta.

 

Detour a Bologna

Detour, Architettura e design lungo 18 strade del turismo in Norvegia. Dal 6 a 25 ottobre 2008  Urban Center Bologna,  Salaborsa, piazza Nettuno 3, Bologna

 

Architetture siciliane a Gibellina

Mostra Architetture siciliane a cura di Maurizio Oddo da sabato 25 ottobre al 31 dicembre 2008. Museo Civico di Arte Contemporanea di Gibellina.

 

Gianni Braghieri mostra a Palermo

Mostra dal 17 al 28 ottobre 2008: Gianni Braghieri. Architettura, Rappresentazione, Fotografia presso l'Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della Provincia di Palermo Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della Provincia di Palermo P.zza Principe di Camporeale, 6 - 90138 Palermo - tel. 091 6512310

 

UNIVERSITA’ E DINTORNI di Ilenia Pizzico

 

Werner Oechslin e omaggio a Sergio Steffen tra parole e musica a Mendrisio

Giovedì 23 ottobre 2008 alle ore 20.00 si terrà la conferenza di Werner Oechslin, professore di storia dell’arte e dell’architettura al Politecnico federale di Zurigo e fondatore della Stiftung Bibliothek Werner Oechslin di Einsiedeln, che custodisce la sua preziosissima collezione di testi di architettura (dal 1500 ad oggi). Lo studioso parlerà delle biblioteche di architettura, del mestiere del bibliotecario e della figura del collezionista.L’Accademia dedica la serata a Sergio Steffen, responsabile della Biblioteca di Mendrisio fin dalla sua creazione e principale artefice del suo sviluppo. Alle ore 17.00, presso la Biblioteca dell'Accademia, si terrà una lettura-concerto con lo scrittore Loriano Macchiavelli ed il musicista Maurizio Camardi. Accademia di architettura Villa Argentina, Largo Bernasconi 2, Mendrisio.

 

Periferie urbane degradate a Roma

Il seminario presenta i risultati di una ricerca coordinata da Mario Cerasoli che si è occupata dell'individuazione e della descrizione di quelle regole che sono alla base delle parti non centrali delle città, indagando le questioni che caratterizzano la periferia, ma che non sono una esclusiva della periferia. Ciò attraverso una inconsueta comparazione tra le periferie di Roma, Buenos Aires, Montevideo. 27 ottobre, ore 15.00, Facoltà di Architettura, Aula Ponzio, Via della Madonna dei Monti, 40, Roma. Info: www.urbanisticatre.uniroma3.it

 

Dessiner sur l’herbe 2008, Progetti Iuav per la laguna di Venezia

Il convegno trae occasione dalla presentazione al pubblico dei risultati del Concorso 2G, Parque de la laguna de Venecia, in mostra all’Arsenale Novissimo, e dall’avvio della ricerca dal titolo Arcipelaghi del rifiuto. Indagine sul rapporto scarto/progetto, da parte dell’Unità di Ricerca Iuav. Convegno: 30 e 31, ore 9.30, Tolentini, Aula magna, Santa Croce 191, Venezia. Inaugurazione mostra: 30 ottobre, ore 9.30, Arsenale Novissimo, Tese San Cristoforo, Venezia.

 

Workshopmobiligence a Frascati

Il Workshopmobiligence, si basa sul processo interattivo tra coreografia/danza, suono, luce, architettura, motion capture, motion graphics. L’interesse è stimolare una formazione adatta a predisporsi alla mutazione continua della progettazione mediale, spettacolo live, televisione e cinema. Partecipanti: studenti delle Università, professionisti che operano negli ambiti delle arti performative, dell’architettura, della produzione digitale, cinematografica e televisiva, del motion capture e della motion graphics. Costi: 150 € per gli studenti universitari, 250 € per i professionisti. Scadenza domande: 15 novembre 2008. 25,-27 novembre, dalle 12.45 alle 17.45, Auditorium delle Scuderie ALDOBRANDINI, Piazza Marconi 5, Frascati. Info: altroteatro@katamail.com

 

CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi

 

La città multisegnica

Passeggiare per Barcellona può rappresentare un vero excursus nella storia dell’ Architettura. Si, perché più che una gita turistica la città offre un viaggio nel tempo dove segni e linguaggi fortemente dissonanti tra loro non rifiutano l’accostamento azzardato ma anzi lo cercano, lo vogliono fortemente, quasi lo ostentano. Esempi lampanti. _Le texture degli edifici che si susseguono nelle periferie trasformano la loro regolarità geometrica nelle forme sinuose delle vie centrali dove può capitare di veder affiorare le opere d’ arte di Gaudì che si staccano, si isolano dalla contemporaneità in cui la città oggi si riversa. _La voglia del “nuovo a tutti i costi” (Il Mercato di Santa Caterina di Muralles e Tagliabue, il Forum Building di Herzog e De Meuron, il giardino botanico di Ferrater) che fa i conti con una presenza storica rilevante fin dal tessuto urbano (il Barrio gotico). _ L’ attaccamento radicale alle proprie origini catalane contro la necessità di doversi aprire all’ Europa, al mondo, rivalutando questo senso di appartenenza non più come chiusura ma come valore aggiunto. Come possono convivere nel medesimo skyline le guglie della Sagrada Familia e il profilo contemporaneo della torre Agbar di Nouvel?... Eppure possono. Magari è ancora troppo presto per non ammettere che l’accostamento strida almeno un poco ma è un tentativo per uscire da quel rigido immobilismo che spesso contagia le città a forte valenza storica. E che dire del frequente fenomeno di scimmiottare quel retaggio di stili e forme che inevitabilmente appartiene alla città di Gaudì? Paradossalmente nel caso di Barcellona diventa interessante scoprire come questa ricerca non si risolva in una pedissequa ripetizione di un linguaggio che ormai ha fatto il suo tempo, ma anzi si proietta verso il futuro a volte osando anche più di quanto ci si potrebbe aspettare. A noi che, invece, viviamo in una realtà come Roma, tutto questo ci fa credere che, la convivenza dialettica tra il vecchio e il nuovo, non solo sia possibile ma rappresenti anche un traguardo di civiltà e di apertura al cambiamento.

 

NOTIZIE DALLA SPAGNA di Graziella Trovato

 

Visioni per una cittá utopica.

Continua presso il Matadero Municipal di Madrid il Progetto Alter polis, curato da A. Franco e organizzato con il COAM, Ordine degli Architetti di Madrid. Obiettivo: progettare e immaginare una cittá utopica basata su riflessioni umanistiche.

Il progetto conta con la partecipazione di otto equipe di architetti spagnoli, selezionati in una fase previa. Tra questi segnaliamo: Ecosistema urbano, Ludotek, Amid (cero 9), n + trece, Rueda Pizarro Arquitectos, Estudio FAM.

Ogni equipe espone durante una settimana il plastico della cittá utopica che ha progettato.

Dal 27 orrobre al 6 novembre é il turno di ecosistema urbano che presentará al pubblico il suo progetto il 7 novembre.

Dal 24 al 28 novembre poi é previsto un incontro per la riflessione e le conclusioni con architetti e critici aperte al pubblico. I plastici saranno esposti nel matadero durante tutto il mese di Dicembre.

 

Eventi

- From building to Architecture without paper. Riflessione sulla 11ª Biennale di Architettura di Venzia a Madrid

23 Ottobre 2008. C/ Barquillo 12, ore 20.00 presso il COAM, Ordine degli Archtietti di Madrid che organizza un atto dedicato alla partecipazione spagnola alla Biennale: "From building to Architecture without paper". Curatore: Angel Fernández Alba. Intervengono tra gli altri: Juan Navarro Baldeweg, Álvaro Soto, Ignacio Borrego, Victor López Cotelo

- III Congresso Internazionale di Archtiettura, Cittá ed Energia

Organizza il Congresso il Dipartimento di Architettura Bioclimatica del Centro Nacional de Energías Renovables CENER .

Tema: Rigenerazione urbana con criteri ambientali.

Obiettivo: la ricerca di soluzioni ai problemi energetico derivati dall'edificazione nelle cittá.

Intervengono: B. Plattner (Svizzera); E. Peñalosa (Colombia); M. Van Valkenburgh y M. Singer  (EEUU); S. Fryxell (Svezia); J. Rubio del Val, J. López Asiaín y F. Pich Aguilera (Spagna); M. Santamouris y A. Tomazis(Grecia);  F. Sartogo (Italia); J. P. Vassal (Francia); M. Pearce (Zimbawe).

Informazioni e iscrizioni: www.cibarq.com

 

FINNIKA...NOTIZIE DALLA PERIFERIA NORD DELL'EUROPA di AgaTino Rizzo

 

La Finlandia guarda all’Australia

La Finlandia guarda all’Australia attraverso una lettura dei più recenti progetti di architettura residenziale realizzati negli ultimi anni. La mostra, prodotta dal Deutsche Architektur Zentrum  e ospitata al Museum of Finnish Architetcure, riporta parole chiave quali minimalismo, interazione, paesaggio e rapporto Est-Ovest al minimo comune denominatore del fare architettura in un ambiente naturale, quello australiano, che quasi mai cede lo scettro di primo attore. “Living the Modern: Australian moder architecture” è a Helsinki fino al 30 Ottobre (http://www.mfa.fi/exhibition?nid=11415606).

 

Jorma Järvi

Un’altra interessante retrospettiva è quella sul lavoro di  Jorma Järvi, celebre progettista del palazzo centrale delle poste ad Helsinki e per aver contribuito ai più importanti progetti urbani della capitale fino al 1960 – tra i quali per la realizzazione del quartiere olimpico con il complesso Uimastadium e per la celebre città giardino di Tapiola. “Architecture for everyday life” è corredata da disegni originali e ricostruzioni delle principali opere che hanno reso Järvi una delle principali figure dell’architettura moderna in Finlandia. Al MFA fino al 30 di ottobre (http://www.mfa.fi/exhibition?nid=11424546).

 

RESTAURO TIMIDO  di Marco Ermentini

 

Strane figure

Strane figure si aggirano per l’Italia: il Certificatore Certificato e il Programmatore Totale. Sono facili da riconoscere. Il Certificatore sa muoversi nella giungla di tutti i decreti e le circolari energetiche delle regioni . Queste ultime  fanno il salto in alto per la palma della più risparmiosa. Sempre attivo, offre la sua collaborazione per ottenere il massimo delle agevolazioni fiscali. Il Programmatore Totale risolve con un clic tutte le esigenze di uno studio professionale: dall’apertura della partita iva al rendering più accattivante. Osserviamoli attentamente. Sono davvero figli del loro ( anzi, del nostro ) tempo.

 

WILFING di Salvatore D’Agostino

 

0022 [Speculazione] Intervista a Salottobuono

Salvatore D'Agostino: Il salotto buono mi ricorda l'atmosfera degli anni cinquanta e gli scritti sul saper vivere nelle riviste: Grazia, Gente, Annabella, Omnibus a cura delle signore Irene Brin, Donna Letizia, Gasperini Brunella pseudonimi di Maria Vittoria Rossi, Colette Rosselli, Bianca Robecchi. Uno spazio ormai desueto e dimenticato nella progettazione attuale. Perché 'Salottobuono'?

Salottobuono: Interessante, non conoscevamo queste signore. Salottobuono nasce in un salotto di casa, e a questo deve originariamente il suo nome. Volevamo uno spazio per far circolare idee, per incontrare amici e raccontarci progetti, lavori in corso, piccoli e grandi (in)successi. Avevamo un soggiorno abbastanza capiente, un videoproiettore, qualche bottiglia di vino. Si trattava solo di trovare un po' di tempo. Detta così sembra una cosa molto remota e nostalgica. Invece era l'estate scorsa. Qualcuno maliziosamente iniziò a vedervi analogie con Marta Marzotto, e a noi piacque. A noi fa pensare più a "La Casa Calda", "Pianeta Fresco" o "Superstudio".

SD: Nel n.475 di Abitare, settembre 2007, esordite con la rubrica 'Istruzioni per l'uso' dove scomponete alcune opere di architettura, presentate nella rivista attraverso piante, sezioni, schemi distributivi, diagrammi, assonometrie, prospettive e particolari costruttivi. Una semplificazione che denuda le opere tra le più complesse. Qual è lo scopo?

S: "Istruzioni per l'uso" prende in esame opere frutto di diversi campi della progettazione: architettura, design, arte. I materiali eterogenei che ci vengono forniti dagli autori sono sottoposti ad un'attenta analisi, scomposizione e dissezione. Di volta in volta scegliamo come raccontarli e rappresentarli, secondo il punto di vista più stimolante per comprenderne il funzionamento, le peculiarità, gli intenti. Gli oggetti e gli strumenti necessari a produrli vengono modellati e manipolati usando diversi software, poi ridisegnati, attingendo a tecniche di rappresentazione tradizionali (assonometrie, prospettive, esplosi, etc.) o innovative. Attraverso dettagli, testi, disegni, grafici viene introdotta "l'ecologia" dei progetti, ovvero le condizioni specifiche legate alla committenza, al luogo o al segmento di mercato a cui si rivolgono, alle tecniche di produzione e distribuzione. Un terzo livello di lettura è caratterizzato dalle "derive", libere associazioni di idee, considerazioni, annotazioni a margine che si accumulano nel corso della produzione dei diagrammi. Queste sono complementari ai dati oggettivi che vengono forniti, rivelando curiosità e forme di pensiero laterale, intuitivo, non consequenziale.

SD: Con il n.481 di Abitare, aprile 2008, la rivista esce anche in Cina. Qual è stata la reazione dell'editoria orientale?

S: Non abbiamo ancora ricevuto i primi feedback riguardanti la nuova edizione cinese di Abitare. Per quanto riguarda il nostro lavoro, sarebbe indubbiamente interessante ascoltare le opinioni e le critiche di lettori cresciuti in una cultura anche visivamente diversa dalla nostra, ma che - in particolare attraverso l'uso quotidiano di internet - oramai condivide alcuni codici comunicativi. Nuovi sistemi cognitivi e di ricezione delle informazioni hanno portato a forme e strumenti di comunicazione più elastici, erratici, presenti anche nel nostro lavoro.

SD: Quali sono i vostri strumenti di lavoro?

S: Lo strumento più importante è la nostra curiosità verso molteplici discipline, lo studio della storia antica e recente e l'attenzione costante verso fenomeni e realizzazioni a noi contemporanee o immaginate per futuri più o meno remoti. Questo è quello che ci permette fervidi e proficui scontri, discussioni, proposte e visioni. Libri, quotidiani, riviste, computer, software, internet diventano poi dal punto di vista pratico strumenti imprescindibili per il nostro lavoro quotidiano.

SD: Come è nata la collaborazione con Stefano Boeri?

S: Tutti noi abbiamo frequentato i corsi di Stefano allo IUAV. Per alcuni, poi, il rapporto è continuato al di fuori dell'ambiente accademico, nel suo studio professionale a Milano, o collaborando con Multiplicity.

SD: Chi sono i nuovi protagonisti dell'architettura in Italia?

S: I nostri amici Baukuh, 2a+p, Dogma e noi.

SD: Una vostra considerazione sullo stato attuale dell'università italiana?

S: Bisogna chiederlo a Luigi Prestinenza Puglisi:

http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/10/0022-speculazione-intervista.htm o http://www.presstletter.com/articolo.asp?articolo=1662 (20 ottobre 2008)

 

CRONACA E STORIA di Arcangelo Di Cesare

 

Cronache e storia-settembre 1958

David J. Jacob è un architetto americano che vive a Detroit, ha 29 anni, si è laureato nell'Accademia d’Arte di Cranbrook. Nel 1958 vinse la borsa di studio per l’Accademia Americana a Roma e scoprì l’architettura minore di Ischia, di Capri e Roma.

La sua sorprendente architettura si basa su alcuni principi:

Bisogna eliminare la distinzione tra pareti e soffitto raggiungendo una struttura unica.

La tecnica contemporanea ci permette di riprendere antichi motivi spaziali con mezzi nuovi.

La terra deve tornare ad essere uno strumento costruttivo.

Bisogna modellare il pavimento in modo che costituisca un invaso.

Bisogna modellare le pareti sottraendo materia.

Le foto del plastico, a supporto di queste idee, mostrano una soluzione fantastica, una sorta di moderna “grotta” libera nelle sue forme architettoniche e accattivante nelle sue qualità spaziali.

Nel 1958 il comitato di consulenza della Biennale di Venezia stabiliva che, nel nuovo statuto dell'ente, dovevano essere incluse anche le mostre di architettura……….. da allora di strada ne è stata fatta ma è interessante sottolineare come la rivista di Bruno Zevi sia stata in prima linea nel richiedere, reiteratamente, l’approvazione del provvedimento……………chissà dove sarebbero andati le migliaia di architetti e non, che dal 15 settembre fino al 15 novembre, si recheranno nella città lagunare………

Il numero di settembre della rivista è incentrato sulla presentazione delle nuove opere del compianto architetto friulano Marcello D’Olivo: Villa Mainardis, Villa Spezzotti e il caffè Pancotto.

La Villa Mainardis sorge a Lignano Pineta, addossata alla duna ed aperta verso il mare.

È a pianta circolare con piano rialzato a livello della duna situata a nord.

Lo sviluppo della casa avviene attorno alla scala che oltre a rappresentare il fulcro delle dinamiche spaziali, rappresenta un elemento sapientemente costruito su cui gravita l'intera struttura circolare. Si snoda in modo agile e dinamico dentro uno spazio lievemente  statico; è  una casa tutta raccolta, come un guscio, come una sfera.

Il caffè Pancotto si affaccIa sulla piazza grande di Latisana con  la pensilina che viene avanti nel senso della strada laterale. Come struttura, esso rIsulta dall'incastro di due parallelepipedi disposti l'uno sull'altro a blocchi, con una netta sfalsatura su un lato e longitudinalmente.

L'impostazione delle forme è di una semplicità estrema; a confronto della Villa Mainardis, il caffè di Latisana sembra riflettere una visione più placata;  in realtà, si tratta sempre dello stesso discorso, ugualmente aggressivo: “verrà un giorno-diceva D'Olivo- che riuscirò a fare un corpo, una città completa, dove tutto sarà espresso, manifestato”.

La terza opera presentata, villa Spezzotti, può ritenersi un monumento dell' architettura organica.

In essa D'Olivo non ha articolato una pianta, ha articolato uno spazio; il vento ha modellato il cemento, lo ha fermato, lo ha costretto, ha curvato, lo ha dispiegato. Scompare la planimetria, scompaiono i dettagli, gli accessori, resta solo l'immagine, solida, assoluta, come quella di una fortezza normanna, come quella della grande muraglia. Il lato creativo di questa architettura è tutto nella visione primaria che essa riesce ad esprimere senza altre mediazioni che la sua stessa forza.  E’ tutto nella sua facoltà anticipatrice.

L’architetto D’Olivo, nei ritagli di tempo, dipingeva e si occupava di matematica: la pittura gli serviva sul piano sperimentale, la matematica gli permetteva di crearsi di volta in volta una base sicura per la codifica dello spazio.

Resta il ricordo di un uomo fatto per creare una condizione felice intorno a se; guardando i suoi progetti o avvicinandosi alle case da lui costruite, si avverte subito questo tratto, si capisce in che modo la società gli sta a cuore.

Vengono presentate delle recenti realizzazioni milanesi dello studio degli architetti Attilio Mariani e Carlo Perogalli.

Le loro case riflettono un “modo” espressivo e un gusto costante fondato su una chiarezza planimetrica, sullo sfalsamento delle aperture a piani alterni e su un accorto uso di colori complementari e contrastanti.

Questa ricerca è apparsa all'inizio un semplice dispositivo diretto a creare una più fresca impaginazione parietale; ora, dopo vari anni di esperienza costruttiva, si può affermare che rientra in una organica sensibilità architettonica.

Lo sfalsamento delle finestre, che oggi caratterizza molte composizioni architettoniche, era, cinquant’anni fa, ingrediente di elasticità e permetteva di differenziare e di qualificare un'edilizia troppe volte stereotipata.

In quegli anni si aggiudicava il Concorso Nazionale per il teatro all' aperto di Pescara; il teatro, precisava il bando, “vuol essere degno monumento a Gabriele D’Annunzio” e destinato ad opere drammatiche e liriche, in particolare a quelle dannunziane.

La  votazione proclamava vincente il progetto degli arch. Mariano Pallottini, Antonio Cataldi Madonna e Filippo Mariucci, ma era il progetto di Francesco Palpacelli e Sergio Musmeci a meritare la palma del migliore.

Il teatro era costituito da un cono rovesciato del diametro massimo di m. 76 su base d'appoggio di m. 8x12. La struttura era in c.a. formata da due serie di parabole incrociate.

Il basamento era costituito da un tronco di cono, formato da 12 setti radiali in c.a. su piastra anulare in calcestruzzo. All’interno erano ricavati magazzini, sale prove e amministrazione.

Sopra, e all’aperto, era disposto Il palcoscenico con scena girevole e spazi laterali per cori, balletti e scenografie più ampie.

Il progetto dell’architetto recentemente scomparso insieme al genio strutturista del ponte sul Basento si dovette accontentare di un rimborso spese di lire 125.000 …………………………………………………………

….pardon di euro 64,55.

Architetto Arcangelo DI CESARE

www.xxl-architetture.com

mail   a.dicesare@xxl-architetture.com - archang@libero.it

 

INTERMEZZO di Edoardo Alamaro

 

Cronaca di una morte archiannunciata

Mercoledì 15 ottobre, ore 11.30. Università di Napoli, ateneo fridericiano al Rettifilo. Sono seduto nell’Aula Magna della “Centrale”. Ubertosa & umbertina, certamente non libertina. Questa Magna Aula era già caramellosa in partenza, a fine ‘800. Forse bisognava sottrarre oggi qualcosa. Renderla più amara e al-amara. Troppi zuccherini e liquorini. Senza farsene accorgere, nel recente restauro creativo. Invece è stata scelta la via opposta. Sono stati aggiunte creme, specchi, liquirizie, ceraselle, marmi, ciù-ciù, legni pregiati, metalli indorati e fritti ad arte. Ora mi pare un appetitoso crème-caramel posto in un simpatico negozio di balocchi e profumi della Vienna tardo jungestil. Pezzottato a Napoli. “Lavanda Kannavalen” alla De Sica.

Sono qui, nell’Aula (dove si) Magna, perché voglio festeggiare anch’io gli ottanta anni di Mamma Gravina, la mia amata facoltà di Architettura di Napoli. Ottanta anni e li dimostra tutti, mammà. Ma anche la Madre Gravinosa non vuole invecchiare. Nonostante gli acciacchi -anzi la paralisi, le stampelle e le numerosi protesi edilizie- mammà ha ottantavoglia di riciclarsi. Di farsi una plastica archi-facciale, di tirarsi su i seni e i coseni ammosciati. Di far restyling. Magari in quella ipotesi di Politecnico lanciata di recente dal Berlusca, tra una camp-discarica e l’altra del settimanale suo consiglio dei ministri a  Napoli. La “Bocconi del Mezzogiorno” (buon appetito!), al momento pare però, secondo i soliti amici ben informati, una scatola vuota. Da riempire. Buon pranzo, amici di mammà! Il Mezzogiorno è pur sempre l’Aula Magna d’Italia.

Ma il nostro è tempo di tagli (oltre che di ragli globali). Se ne lamenta il novello preside di Architettura di Napoli, Claudio Claudi di Saint Mihiel. Lamenta la riduzione del budget alla s-facoltà; così la lenta contrazione dei posti lavoro: solo tre docenti su una quindicina pensionabili dalla Gravina saranno sostituiti. Brunetta (“l’energumeno tascabile”) sarà contento, meno “fannulloni” in giro!

Tre i Claudioclaudi - punti fondanti (e fondenti): formazione studenti, ricerca, reclutamento docenti. Su quest’ultimo aspetto auspica che il mondo industriale e quello accademico la smettano di guardarsi con reciproco sospetto. Sarà premiato chi esprimerà punti di eccellenza (punti in classifica, arbitro d’architettura cornuto!); ossia chi evidenzierà “grande preparazione e capacità di tenere bene rapporti di ricerca internazionali”.

Internazionale è la parolina chiave e magica. Per la formazione di nuove leve e levette, chiavi e chiavistelli d’architettura global dalla Bocconi del Mezzogiorno prossima ventura (e d’avventura). Il ClaudioClaudi-pensiero annuncia infatti che (almeno) un intero corso di laurea sarà tenuto interamente in inglese: lezioni, esercitazioni, laboratori, libri, quaderni, penne, computer, docenti, idee, tutto rigorosamente england. Una Gravina all’inglese. Aprire poi, dice “a laboratori d’architettura che allenino lo studente a simulare la realtà della vita professionale”. Che lo aspetta (e spera). Per questo motivo, nostro “paesano” emendamento alla proposta “inglese”, si potrebbe fare, per par condicio, un intero corso d’architettura svolto esclusivamente in lingua napoletana. Testi base: Ferdinando Russo, Totò, Ferdinando Sanfelice, Domenico Antonio Vaccaro, Raffaele Viviani, Roberto Pane. E “Gomorra” di Saviano.

Bene. Anzi male. Lo spettacolo langue un po’. Mi annoio, si sa che vado in giro solo per divertirmi (e poi intermezzare). “Qui si ammette ogni forma di teatro, fuori che quello noioso”, scrisse Moliere sulla porta del suo, in Francia. Fortunatamente entra in scena Giancarlo Carnevale, il cui cognome già promette bene. Non lo vedo da trent’anni, sta a Venezia, ha fatto carriera, ai massimi livelli IUAV. Ha messo anche qualche chiletto in più, mi pare. Ma è sempre simpatico e ben informato. “Il gazzettino della Gravina”, come lo chiamavamo affettuosamente. Infatti conferma la sua verve e (buona) informazione, nonostante la sua lontananza dalla “Casa Madre”.

Parte da lontano, nelle sue ricordanze napolitane. Dalla base, dalla bassa forza. Da Andreone (a Roma già avevano Andreotti), il bidello che si industriava coi libretti per le firme di frequenza, che tenerezza! Poi ricorda “le discipline ancillari, passaggi importanti per la formazione di studenti architetti”: chimica (primo anno); mineralogia (insegnata -per diritto di nome- da un bizzoso Minieri, secondo anno); poi plastica ornamentale (che era scaduta a fare solo un plastico in balsa, per la verità). Salendo via via al vertice della piramide della Gravina, il Nostro ricorda “i magnifici sette” baroni del tempo che fu. Con le loro fobie, i loro campi di pertinenza, la loro orgogliosa separatezza, tipica di una facoltà di elite. Schizzata, fatta di extempore, di “vero”. Con pochissimi docenti, pochi libri, poche riviste. Con recinti e istituti fortemente perimetrati da reticolati disciplinari ad alta tensione. Ciò fino al ’64.

Qui irrompono, ricorda Carnevale, i giovani rampanti architetti (oggi quasi tutti docenti in procinto di pensionamento, brunettaniamente non sostituibili): ricorda anche i piccoli/grandi studi nella città dei giovani studenti predestinati per ceto (politico) alla professione e alla docenza d’architettura; la stagione degli atelier, del confronto serrato pre-sessantotto, le ragioni strutturali della crisi di Architettura, la mancanza di un vero progetto culturale autonomo “dal basso”. E poi l’Occupazione, il collasso del dopo-sessantotto, la conseguente dequalificazione professionale “gestita e incoraggiata dai docenti stessi”, dice oggi Carnevale. (Tutto ciò, con inedite e struggenti foto, scritti e schede, si può confrontare in un corposo libro commemorativo realizzato dalla Coinor-Unina).

Poi, anni settanta, prosegue Carnevale, la corsa al posto al solo, la colonizzazione napolitana della nascente facoltà di Architettura di Pescara, lo scambio con Milano, “la Tendenza” … (salto qualche passaggio, per brevità, già mi sono “allargato”) … fino alla epocale mutazione antropologica degli studenti d’oggi. Arrivano i marziani, le masse teledipendenti e computerizzate, si afferma una idea di sapere trasferito, atomizzato: l’auto-mi(ti)zzazione. Si moltiplicano così i corsi di laurea e le facoltà (26 oggi sul territorio nazionale). Interrogativo finale di Carnevale: “Come mai negli studenti è venuta meno la sensibilità politica & disciplinare?” Boh!, e chi lo sa? Saluti Magni, Eldorado

 

LIBRI a cura di Francesca Oddo

 

Atlante dell'abitare contemporaneo

"Dopo l'intenso dibattito avvenuto lungo tutto il Novecento, il tema dell'edilizia residenziale sta assumendo nuovamente un ruolo di primaria importanza nella situazione contemporanea caratterizzata da panorama metropolitano complesso segnato dallo sprawl e da una generalizzata frammentazione dello spazio della casa e della vita collettiva. Si tratta di progetti che tentano risposte alla domanda di sistemi flessibili e che cercano di configurare nuove dimensioni per l'individuo nello spazio pubblico e privato. La casa racconta di un mondo che sta cambiando molto rapidamente e i progetti selezionati possono essere visti come tentativi sperimentali di dare forma ai nuovi modi dell'abitare la casa nel futuro prossimo. Attraverso la raccolta degli esempi più significativi prodotti negli ultimi dieci anni, il libro percorre i temi centrali come quello della densità, della flessibilità, del rapporto con il suolo, del costruire sul costruito, dell'immagine della casa, attraverso i saggi di alcuni tra gli autori più significativi che si stanno occupando di questi temi. (...) Tra i cento lavori che raccoglie, il libro illustra progetti di Herman Hertzberger, Wiel Arets, Steven Holl, Sanaa, Gigon-Guyer, Cino Zucchi, Eric van Egeraat, David Chipperfield, Atelier Bow How, Mecanoo, Baumschlager & Eberle, Massimo Carmassi e di altri tra i più interessanti protagonisti della scena architettonica internazionale contemporanea. " (Skira)

A cura di: Maria Alessandra Segantini. Editore: Skira. Anno: 2008. Pagine: 348. Illustrazioni: 400. Prezzo: € 32.00

 

Marcociarloassociati

"Nello sfogliare il volume, il valore che emerge forse con più evidenza dalla illustrazione grafica e fotografica delle opere recenti di Marco Ciarlo è il suo aver saputo mettere a punto, non tanto un repertorio di forme riconoscibili, quanto un metodo, coerente e costante eppure vario nei risultati, volto a offrire una chiara risposta al tema del costruire in luoghi ricchi di valori stratificati nel tempo. In ciò egli riprende una tradizione italiana, forse trascurata negli ultimi decenni a favore della ricerca dei grandi linguaggi che determinano oggi il successo internazionale di una firma architettonica, ricerca, quest'ultima, assai poco nelle corde della cultura architettonica novecentesca del nostro paese, ad esclusione di poche eccezioni." (Libria)

A cura di: Giovanni Leoni. Editore: Libria. Anno: 2008. Pagine: 120. Prezzo: € 14.00

 

RECENSIONI E COMMENTI

 

Giampiero Sanguigni: Archizoom, per una dottrina di operazioni formali eretiche

Un libro e una mostra, curate da Roberto Gargiani, raccontano i progetti e le teorie degli Archizoom (1966-1974), documentandone per la prima volta l’intera opera.

Descrivere la storia dello studio fiorentino, la loro fondazione, l’apoteosi e lo scioglimento, significa indagare un periodo breve e denso della storia politica e culturale del nostro paese. Nell’arco di otto anni si sono intrecciate, nella vita sociale e nei lavori dello studio, la critica militante marxista, l’arte pop, l’environmental art, l’influenze e il rigetto di alcuni tra personaggi fondamentali di quel periodo, tra i quali Tafuri, MalcomX, Aldo Rossi, Tronti e Dylan.

Gargiani, nella mostra come nel libro, cerca le basi delle teorie dello studio partendo dai progetti universitari e di laurea dei suoi componenti fondatori: Branzi, Coretti, Deganello e Morozzi.

Visto con gli occhi di chi vive e ha studiato architettura nel 2000, l’effetto del libro e della mostra è dirompente: gli Archizoom propongono, già da studenti, i temi che li accompagneranno per tutto l’arco della loro carriera professionale. Le loro strutture urbane, la città estrusa, e le attrezzature ricreative mostrano già una cosciente introiezione di Eco, di Kahn, dei Metabolisti, dell’estetica pop e della dimensione operaia applicate ad una scala territoriale.

In un lasso di vita professionale breve, anche gli esami accademici concorrono alla definizione delle “teorie costruite”, applicate poi negli anni seguenti. I progetti dal 1964 al 1966 (anno della fondazione dello studio) hanno funzioni e configurazioni sintomatiche della posizione di rottura che gli allora studenti avevano nei confronti della cultura accademica. La composizione paratattica dei primi lavori scolastici accosta funzioni eterogenee, supermercati e teatri, percorsi casuali che interferiscono con volumi decorati con motivi pop, ambienti destinati all’accumulazione delle merci, o, come nel caso della tesi di Morozzi, spazi vuoti e allestibili, da allagare, in cui disporre arredi commestibili o stoccare le vernici necessarie a colorare le montagne vicine.

E’ già evidente quella componente “terroristica” e ironica con cui gli Archizoom tentano di disarmare l’ergonomia funzionalista e la cultura borghese. – Disegnano mobili come gli anarchici seminerebbero bombe – è il commento di un articolo anonimo riportato da Gargiani e apparso su Casa Vogue nel 1969.

Ben presto l’atteggiamento cospiratorio dello studio fiorentino, e in particolare la loro riflessione critica attraverso immagini e collage (discorsi per immagini), verrà criticato da Tafuri come “macchine ludiche inutili”; mentre la loro componente kitsch e volgare verrà messa a confronto con gli oggetti elementari puri del primo Aldo Rossi. Eppure, oltre alle immagini, gli Archizoom produrranno progetti (S.Agata, la fortezza da Basso, il padiglione italiano per Osaka) in cui l’architettura è una lucida analisi del mondo e non la visionaria deriva auto-propagandista oggetto delle critiche tafuriane.

Gargiani traccia le linee di una storia continua, mettendo in sequenza critica le analogie e sottolineando attraverso fonti e documenti l’evoluzione dello studio: dalla mostra Superarchitettura di Pistoia del 1966, che rende pubblico lo studio e evidente il legame di idee e intenti con i coetanei Superstudio; fino alla No-stop city.

Le prime parti del libro e della mostra raccontano i lavori di design (Superonda, Safari, Dream Beds e Gazebo) evidenziando il passaggio da un’immagine pop alle contaminazioni islamiche, dalla Superonda al Kitsch Afro-Tirolese. Gli Archizoom inventano Cavalli di Troia, che inseriti nella casa distruggono tutto quello che c’è, che hanno spesso composizioni simboliche e demistificanti del mercato capitalista e della borghesia, in cui è possibile inscenare atti tribali e funerali. Così i gazebo diventano il recinto per racconti allegorici in cui vengono usati materiali già esistenti sul mercato, la struttura ideale dell’allestimento fatto da chiunque e quindi privo di invenzioni compositive. La loro eresia si spinge alla cospirazione del padiglione per la triennale di Milano del 1968 (estraneo al contesto, estraneo all’arte) in cui gli arredi mettono in crisi il design contemporaneo attraverso una composizione simbolica e inutilizzabile.

Il libro e la mostra restituiscono una visione completa dello studio fiorentino, in cui storia, politica e arte concorrono a contestualizzare i progetti esposti. Un’operazione storico-critica che riazzera la mitizzazione negativa perpretata nel corso dei decenni, con autori e pubblicazioni che avevano pian piano perso il contatto con l’epoca in cui la generazione degli Archizoom era nata. Una damnatio memoriae frutto dei cambiamenti, ma anche di un tipo di saggistica che per anni ha riproposto le solite immagini famose, spesso svincolate da un’indagine critica e omnicomprensiva.

Nel titolo della mostra “dall’onda pop alla superficie neutra”, ci sono l’alfa e l’omega di una generazione di professionisti, che hanno attraversato con impegno critico tutta l’architettura del ‘900, dal formalismo irriverente al grado zero delle megastrutture amorfe della No-stop city. Alla stregua di Coltrane, che in un’arco di tempo ristretto traghettò il jazz dall’Hard Bop al Free Jazz (dal formale all’informale), la storia degli Archizoom si ferma nel momento in cui il loro lavoro ha raggiunto l’apice della radicalità: l’ipotesi di una città senza confini e senza gerarchie sociali, un globo urbanizzato che risponde a criteri quantitativi e utilizza le tecnologie della fabbrica e del supermercato all’interno di un progetto in cui scompare la firma dell’architetto.

Gli ultimi lavori degli Archizoom degli anni ’70 cercano una libertà compositiva che non risolve ma restituisce le incongruenze della realtà in cui si trovano a progettare. Un’operazione che, come sottolinea lo stesso curatore della mostra, venne fatta propria da Koolhaas sin dai tempi dell’AA, quando si interessò alle vicende del gruppo toscano.

Una ricerca storica continua lega i due ultimi libri Gargiani, con essi lo storico fiorentino ha ricomposto in termini critici la fine della carriera degli Archizoom e l’incipit del lavoro dell’architetto di Rotterdam.

La mostra “dall’onda pop alla superficie neutra” è stata allestita nel Salone Borghini dell’Ospedale degli Innocenti a Firenze. Una collocazione ideale, in cui i lavori degli Archizoom tornano a stridere con la realtà storica della città in cui sono nati.

Come nel progetto accademico del corso di restauro del 1966, quando Morozzi e Navai proposero di decorare l’interno del campanile di Giotto con un modulor lecorbusieriano sovrastato da una gigantografia di Batman.

Archizoom Associati (1966-1974),

Dall'onda pop alla superficie neutra

a cura di: Roberto Gargiani

22 settembre - 19 ottobre 2008

Salone Borghini, Istituto degli Innocenti, Piazza SS.Annunziata, Firenze

 

IDEE

 

Laura Montedoro: Hermanitos Verdes_ Una mostra pop_antologica

HVA - “Child Friendly” West Village Gallery,  Modena,18 Ottobre - 9 Novembre 2008.

Si prendano due fanciulli modenesi e figli d’arte formati a nordest (nello Iuav di Manfredo Tafuri e Aldo Rossi) a cavallo tra gli anni ottanta e gli anni novanta; li si mandi in giro per l’Europa con i primissimi esperimenti Erasmus (a lezione da Françoise Choay e Henri Ciriani); gli si affianchi un’architetta cilena, di formazione madrilena; li si metta in uno studio professionale in provincia (ma «città media felix» piace di più a tutti); gli si affidino incarichi di edilizia pubblica (scuole, presidi per anziani, centri socio-sanitari). Si aggiungano un istintivo impegno sociale d’altri tempi, una verve polemica naturale verso pensieri e pratiche dominanti, un senso critico corrosivo che ha punte di militanza (ma sempre con molta auto-ironia). E ancora: piccole creature, vivaci e curiose, che riaprono memorie e sogni dell’infanzia, tortellini dell’Aldina, molte riviste (non patinate) internazionali, tanta tanta buona musica di ogni provenienza... Si agiti a dovere e si otterranno gli Hermanitos Verdes.  Qui in mostra, per la prima volta da soli.

Il carattere ludico e irriverente dell’allestimento non deve però trarre in inganno circa la serietà del lavoro e il rigore della ricerca di questi ‘giovani’ architetti (in un Paese come il nostro, i quarantenni sono giovani!) che desta un interesse particolare per il meritorio intento di porsi nella migliore tradizione del moderno, senza però rinunciare a sperimentazioni originali e esplorazioni creative. Proprio questa misura di impegno - il muoversi cioè tra le sponde di un repertorio formale consolidato (e nobile) e istanze di rinnovamento (in particolare sensibili ai temi ecologici, del risparmio e dell’invenzione tecnologica) - mi sembra uno dei tratti distintivi più interessanti dell’attività degli Hermanitos.

Eduardo Souto de Moura ama ripetere che, tra il «Regionalismo critico» alla Frampton e l’International Style, sceglie un meditato «Internazionalismo critico». Credo che questa definizione ben si adatti anche agli Hermanitos. Infatti, chi cerchi in questi progetti tracce di architettura vernacolare o ammiccamenti linguistici in omaggio a un presunto genius loci emiliano resterà deluso. E resterà deluso anche chi vorrà trovare apparentamenti con le grandi famiglie dell’architettura italiana (soprattutto accademica) del Novecento: non ossessioni tipologiche, non neo-storicismo postmoderno, non drammatico espressionismo, non asfittica riproduzione di modelli (che pure, in una qualche stagione, furono felici).  In questi progetti, però, non si trova nemmeno la spregiudicata gratuità della forma o il «fuck the context» del Rem_Archi_Star. Infatti, quello degli Hermanitos Verdes è un «silenzioso fare». Quella degli Hermanitos Verdes è una architettura gentile. Mi piace, questa definizione.  Ma cos’è, esattamente, un’architettura gentile?

Se si guardano, ad esempio, i progetti per gli ampliamenti delle scuole nella provincia di Modena - a San Prospero (1998-2004), a Vignola (1997), e a Fossoli (2001) - si può osservare una notevole maestria nel dare soluzioni ospitali e di carattere anche con elementi semplici e con esiguità di mezzi. Un’architettura civile: “povera” nel budget, ma non nella cura dei dettagli e nelle piccole invenzioni. Prima ho citato Souto de Moura; forse non è un caso. Ritrovo qualcosa di portoghese in questi edifici. Alvaro Siza più di altri. Si dirà: come si può pensare un volume siziano senza il candore del bianco abbacinante degli intonaci, resi ancora più immacolati dalla luce dell’Atlantico? Giusta obiezione. Infatti, al contrario, qui troviamo i caldi toni della pianura padana: gli ocra, i rossi, il mattone. Ma anche – soprattutto negli interni - inaspettati colori squillanti: gli azzurro accesi o gli arancione ‘becco di papero’: la ricerca cromatica è importante, in queste architetture, e chiede di essere sottolineata perché concorre alla espressività dei volumi. Ma questi hanno delle morbidezze, delle piccole trasgressioni apparentemente non necessarie, che fanno pensare alla lezione del maestro lusitano, rimeditata (come d’altronde dovrebbe essere sempre per la lezione dei «Maestri»).

Ancora in riferimento alla gentilezza, esemplare mi sembra l’intervento per il Centro socio-sanitario per pluriminorati sensoriali a Modena (2005). Un edificio semplice - sviluppato con molta attenzione sia agli ospiti che al quartiere - a cui la scelta di una parete frangisole in listelli di legno lungo tutto il prospetto verso la città dà un carattere pacato ed elegante. Anche l’intervento per il Centro sociale per anziani a Modena (2000) interpreta in modo delicato, ma per nulla mimetico o rinunciatario, il rapporto con l’edificio preesistente, e di nuovo il legno di rivestimento del volume dell’ascensore pronuncia parole di attualità. La “Croce Blu” che dà il nome al centro, in lamiera forata dipinta, rende chiaramente riconoscibile il presidio su via dei Giardini, ma con grazia.

La ricerca praticata nei concorsi non contraddice il carattere delle opere realizzate. Per alcuni versi approfondisce i temi più presenti nell’attività dello studio, riferiti alla dimensione collettiva dell’architettura. Ecco dunque i progetti per le altre scuole  l’Ampliamento della scuola media e nuova scuola elementare a Fano (2003), la Nuova scuola elementare a Fiez in Svizzera (2003) e la Scuola dell'infanzia a Prato (2008) - nei quali la stringente logica distributiva si sposa con una attenzione agli spazi aperti, alla relazione interno/esterno e al linguaggio, insieme domestico e neorazionalista, dei prospetti.

Ci sono poi i progetti per gli impianti sportivi: la Piscina intercomunale nel parco agricolo di Lissone (2001), il Centro sportivo comunale a S. Martino in Rio (RE, 2008) e il Palazzo dello sport a Guastalla (2008). Le tre proposte sono unite da un forte intento di relazione con il paesaggio, che qui risulta particolarmente convincente, e da una notevole efficienza del collegamento tra le parti (una volta si sarebbe detto forse funzionalismo). Sta invece a sé il progetto per una Palestra scolastica tipo (Romania, 2005), in cui prevale l’interesse per la riproducibilità di un modello a basso costo.

Ancora progetti per edifici pubblici nelle proposte per il Centro culturale e biblioteca a Pegognaga (Mantova, 1999), per il Museo della Pallavolo a Modena (2005), per la Biblioteca comunale di Maranello (2007) e per il Centro culturale “Gabriela Mistral”, Santiago del Cile (2007). Questi sono forse i lavori in cui più prevale l’immagine dell’edificio, quello che nelle aule universitarie si definisce «il contenuto iconico». Si tratta di concorsi di idee, nei quali l’impatto di un carattere ben riconoscibile e accattivante prevale sullo studio degli spazi o di dettaglio.

Nell’attività per i concorsi si consente di indagare anche un altro importante aspetto nella riflessione sull’abitare: il tema della residenza sociale. I progetti per l’Insediamento residenziale protetto per anziani a Ozzano (Bologna, 2004), le Residenze economiche sperimentali “ELEMENTAL” in Cile (2004) e l’Insediamento residenziale sociale in Galizia (2006) dimostrano la fecondità di questa ricerca che ha, tra l’altro, il pregio di applicare una colta e sistematica esplorazione tipologica a temi di marginalità sociale.

Vi è poi una produzione sul tema della residenza tout court: è il caso dei progetti per un Insediamento residenziale in un parco a Pordenone (2003) e per un Edificio residenziale e direzionale a Zaragoza (2006). Se nel primo caso si dà la possibilità di sperimentare la ‘casa nel verde’, nel secondo - un edificio alto in un contesto urbano denso – e' una metafora naturalistica a sottrarre la proposta a una soluzione banale e di maniera. Date le ristrette dimensioni del lotto d’angolo a disposizione, all’interno di un isolato urbano, qui gli Hermanitos immaginano il complesso come un geode: all’esterno continuità di superficie (cosa che peraltro consente di ottenere una certa linearità della cortina edilizia, sebbene animata da un’alternanza dei materiali di rivestimento); all’interno invece le ‘gemme’ di cellule abitative estruse, con l’esito di uno spazio di sevizio (la corte) articolato e non convenzionale.

Questo breve ritratto non sarebbe completo se non ci si riferisse anche alla questione della scala del progetto. Infatti, il lavoro non si esaurisce con lo studio dell’oggetto architettonico, dell’edificio. Come forse gli ultimi veri architetti generalisti di formazione, gli Hermanitos si interessano anche della scala territoriale (con i due concorsi per l’aeroporto di Santiago del Cile e la Riqualificazione e ampliamento del Parco dell'Idroscalo a Milano, 1999) e della piccola architettura effimera: è il caso del Padiglione temporaneo in balle di carta da macero per la fiera del libro di Madrid (2007) e della Folie nel porto di Rotterdam (2007), per il concorso internazionale Follydock. Quest’ultima - «una struttura in multistrato di betulla, rivestita con un impasto di sabbia, paglia e argilla proveniente da diverse regioni dell’Olanda, omaggio alla capacità degli olandesi di costruire la propria terra» - ben dimostra l’interesse dell’Atelier per la materialità dell’architettura e la sensibilità al rapporto con la terra. 

E poi, ancora, il divertissement della casa tascabile: la Foldable House n. 1, casa pieghevole per bambini (2004), è un ingegnoso sistema di cartone perfettamente richiudibile che sarebbe assai piaciuto a Bruno Munari. Ma anche questa trovata giocosa dà lo spunto per un ulteriore approfondimento del tema. Nasce così la Foldable House n. 2, modulo abitativo d'emergenza (2005), tema quanto mai attuale, sia in termini sociali, sia all’interno del dibattito disciplinare: è di quest’anno infatti l’iniziativa della mostra e del concorso «Casa per tutti» che la Triennale di Milano ha dedicato alle forme di residenza temporanea,(«casa-mobile, casa-abitacolo, casa prefabbricata, alloggio minimo»).

La mostra HVA - “Child Friendly” - mette allegria: non solo per le bandierine a muro, il doppio livello di fruizione («la prima mostra di architettura per bambini»), il pavimento rosa e la raffinatissima Casa di bambole (degna di Ibsen?).  Mette allegria perché ci restituisce la possibilità di praticare ancora la professione dell’architetto in quel modo colto, consapevole e misurato che a tratti, nell’ultimo decennio, è sembrato

irreversibilmente perduto.  Il nostro paesaggio - tra anonimi poli terziari di grandi imprese con acronimi impronunciabili, villette naif di geometri laureati, rassicuranti palazzine déjà vu’ di cooperative benintenzionate e pezzi unici di grandi nomi - pareva cancellare progressivamente le architetture gentili e, con loro, quella dimensione artigianale e intelligente del fare, un po’ idealista ma non ideologica, per cui tanti di noi avevano scelto questo mestiere.

Laura Montedoro. Milano, 13 ottobre 2008

 

SGRUNT  a cura di Marco Maria Sambo

 

Il colore dei soldi

“Il colore dei soldi” è un film di Martin Scorsese. Il colore dei soldi è un colore. Il colore dei soldi è un sentimento, una predisposizione, una filosofia di vita. Il colore dei soldi è Paul Newman nel 1986. Il colore dei soldi è Tom Cruise nel 1986. Il colore dei soldi cela, nel titolo, il verde dei dollari americani. Il colore dei soldi è il seguito del film “Lo spaccone” del 1961. Il colore dei soldi guida il mondo, come profumo, inebriante e dirompente. Il colore dei soldi guida la metropoli contemporanea, ricca, opulenta. Il colore dei soldi non esiste nei paesi poveri. Il colore dei soldi se ne infischia proprio dei paesi poveri. Il colore dei soldi guida l’architettura contemporanea. Ogni tanto il colore dei soldi va mischiato con gli altri colori che dipingono il film del mondo che costruiremo.

(marco_sambo@yahoo.it)

 

MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi

 

Rinascimento virtuale a Firenze
Il tema del Festival della Creatività 2008 è Visioni, Viaggi e Scoperte, con un’attenzione particolare dedicata ai Mondi Virtuali e in particolare a Second Life. Tra gli eventi la mostra Rinascimento Virtuale: L’Arte in Second Life e nei Virtual Worlds, dal 21 ottobre 2008 al 7 gennaio 2009 al Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze (Via del Proconsolo, 12).
La mostra organizzata da Fondazione Sistema Toscana è stata curata da Mario Gerosa.
Rinascimento Virtuale vuole creare un contrasto culturale tra l’etnografia, l’antropologia, le testimonianze creative dei primordi, e le avanguardie artistiche contemporanee che nascono e vivono solo nei Mondi Virtuali e nei Social Media. Lo scopo è portare nel “mondo reale” quello che altrimenti adesso sarebbe fruibile solo in virtuale/digitale, facendo emergere gli esempi più significativi dell’arte in Second Life.
In questo universo sintetico popolato da più di quindici milioni di residenti ci sono moltissime persone che sperimentano nuove forme espressive, assolutamente inedite, destinate a diventare presto nuove tendenze, facendo nascere nuovi stili, che sono in attesa di essere legittimati dalla critica e dal mercato dell’arte. Stili come l’Impressionismo digitale, il Postkitsch, il New Pop, l’Avatar Art, l’Iperformalismo, l’Ultranaif, non hanno ancora dei riferimenti sicuri. È quindi auspicabile creare una sorta di atlante iconografico, che permetta di ravvisare una serie di categorie, cominciando a classificare gli esponenti e le opere più rappresentativi di ciascun genere.
Il progetto dell’allestimento della mostra è dell’architetto Fabio Fornasari, che ha dato vita a un’innovativa filosofia espositiva, dove le sale del museo si trasformano in ambienti immersivi tesi a comunicare il carattere di Second Life. Cabine-installazioni in cui vedere i vari filmati tematici, stanze che riproducono i suoni di Second Life, tappeti grafici che raccontano e descrivono i mondi virtuali, gigantografie con le opere degli artisti selezionati, compongono un allestimento di grande effetto.
Per aggiornamenti: www.rinascimentovirtuale.com <http://www.rinascimentovirtuale.com/>

 

SEGNALAZIONI

 

World Architecture Community

Visit the most interesting contemporary buildings from ALL countries in a slideshow-like presentation. The new BUILDING SURFER <http://worldarchitecture.org>  of WA randomly shows all the 2500 buildings submitted for WA AWARDS by members from 135 countries. You can click the images to see them larger. You can also pause the show, click on the name of the architect and examine his/her work in detail on a seperate window.
WA is not only for architects! One of the declared goals of the World Architecture Community is to "stimulate public interest in architecture to overcome the introvert character of architectural discourse and make it an issue of general intellectual culture and gossip. "English is not required! The message of architecture is inherently visual: there is no language divide to prevent various cultures to appreciate the express ions of architecture from different countries.WA targets to become the most extensive world directory of contemporary architecture where you can find architects from ALL countries with their detailed portfolios.
World Architecture Community is founded by 200+ Honorary Members <
http://www.worldarchitecture.org/community/?users=honorary_letter>  (all internationally prominant scholars and architects) invited by Suha Ozkan, former Secretary General of the Aga Khan Awards, an active member UIA committees and international events. Also try the RATING MACHINE to effect the WA Awards to promote architects from your country and participate in shaping the trends of the future. Support the architectural approaches you believe to be appropriate for our environment.

 

LETTERE

 

Maria Elena Fauci: Lavorare all’estero

Caro architetto, ho letto con interesse il suo articolo nella presstletter, ma la situazione all'estero non e' nemmeno tanto rosea per quegli italiani, che vogliono scommettere su se stessi, in una nuova realta' lavorativa, cosi' stimolante e innovativa come quella olandese, ad esempio.

Le posso raccontare tanti di quegli aneddotti, sperimentati sulla mia pelle negli ultimi due anni, che sono stati veramente al limite di ogni sopportazione.

Tuttavia col tempo ho potuto verificare che il mio non era un caso unico, ma una realta' che accomunava tanti altri architetti italiani, che come me, si sono trasferiti qui a seguito di una scelta di vita familiare e per inseguire un sogno.

La selezione negli studi di Architettura (a tutte le scale) viene operata in base all'eta', alla pluriconoscenza delle lingue straniere (io ne parlo e ne scrivo 4)  al tipo di clientela che si e' avuta nella propria esperienza lavorativa passata e alla conoscenza dei regolamenti edilizi locali!!!

Per farla breve, qui si ragiona cosi'. Niente investimenti su persone che non si conformano ad un sistema o un piano di studi che non sia il loro. Niente rischi su personalita', comunque interessanti o qualificate, che rappresentino quella diversita' che non possono appieno controllare.

Questa e' la non piacevole realta' a cui non riesco a dare una spiegazione convincente, visto che gli olandesi sono innamorati pazzi dell'Italia e non vi e' casa o negozio che sciorini con orgoglio solo Design italiano!

Quindi, non resta che guardare avanti sempre con il sorriso, sperimentandoci da soli in terra straniera, nella speranza che l'occasione giusta arrivi un giorno anche per noi, indipendentemente da tutto.

Un caro saluto, Maria Elena

 

Alessandro Zoppini: Lavorare all’estero
Hai perfettamente ragione Luigi, è quello che stiamo sto cercando di fare io da un po’ ma pochi si interessano o promuovono quello che facciamo. Purtroppo da noi si pensa solo al proprio orticello.
Ciao. ALe

 

TESTIMONIANZE

 

Giulia Mura:  Teatri dell’arte, Esperienza di Firouz Galdo (Acer 13 ottobre 2008)

Confrontarsi con architetture preesistenti non è mai stato un compito semplice, raffrontarsi poi con preesistenze storicamente connotate in una città – come Roma -  che di connotazioni storiche vive e si nutre ancora, è compito arduo anche per un architetto elegante e rispettoso come Firouz Galdo, iraniano di nascita ma romano d’adozione, forse decisamente meno archistar della connazionale Zaha Hadid impegnata nel completamento del Maxxi. Forse meno archistar dunque, come se questo – agli occhi dei più – potesse rappresentare un elemento dispregiativo che genera una sorta di lieve imbarazzo. Niente di tutto questo. La fiera “non-appartenza” a nessun genere tipologico, a nessuna corrente stilistica, bensì la sola appartenenza all’Architettura con la A maiuscola rende invece Firouz Galdo una figura di considerevole interesse nel panorama italiano. Impegnatissimo sul tema propriamente architettonico del “fare” (simile in questo allo stimato collega Renzo Piano) si è visto negli ultimi 5 anni protagonista di importanti riqualificazioni verso due enormi istituzioni votate all’arte contemporanea a Roma: il Palazzo delle Esposizioni e la Gagosian Gallery. Impresa decisamente difficile, poiché si trattava di intervenire in maniera funzionale ma non violenta, contestualizzata, puntuale. Riqualificazioni interne soprattutto e quindi ancor più fragili, che dovessero dimostrare un reale miglioramento delle prestazioni dei fabbricati (costruiti entrambi per una diversa destinazione d’uso) : nuovi spazi per l’arte dunque dove l’arte, per Firouz Galdo, doveva essere la vera protagonista. Il suo intervento doveva cioè rendere accogliente e idonei spazi che non lo erano affatto, senza che l’architettura ne prendesse l’immediato sopravvento, sedotta dalla voglia di dimostrare la sua superiorità. Interventi efficaci ma silenziosi, rispettosi appunto. Il Palazzo delle Esposizioni era tra i due il più complesso, non solo per l’enorme metratura che possiede (circa 12.000 mq) ma anche perché quando venne costruito da Piacentini alla fine dell’Ottocento, lo stesso concetto di “esposizione” era ben diverso da ora e perché la sua impostazione a Basilica Romana lo rende un luogo unico ma dalla fruizione complessa, planimetricamente rigida, chiuso su se stesso, imbrigliato da un enorme numero di colonne marmoree alte circa 10 metri, che rendono difficile lo smistamento dei flussi e la qualità dell’esposizione. L’intervento che necessitava doveva quindi avere un  carattere che fosse insieme massiccio ed effimero, visibile e invisibile, a tratti collaborativo verso la precedente risistemazione dell’architetto Dardi avvenuta negli anni Ottanta. Bisognava far spazio all’arte. La tecnologia in questo è stata un utile strumento: in una sala per esempio, si sono potute eliminare per intero le scomode colonne grazie ad aggiustamenti strutturali nascosti, che hanno dato vita ad una sala espositiva di grande respiro da 400 mq. Si è potuto lavorare sui flussi, si sono riaperti i corridoi posteriori delle sale espositive per lasciare maggiore libertà agli artisti, si sono rivestite le pareti di un tessuto tecnico fasciante che neutralizzasse in parte l’ambiente, sono state posizionate delle luci ( disegnate per l’occasione da Michele De Lucchi ) e dei pannelli per una corretta visualizzazione delle opere esposte. Il tutto, da sommare al corale intervento avvenuto invece nel piano ipogeo, dove – come ogni istituzione museale contemporanea che si rispetti chiede– sono stati collocati i servizi accessori indispensabili. Grande interesse è stato dedicato da Firouz Galdo al Bookshop dove una serie di pannelli bianchi a vele sagomate fungono da scenografico controsoffitto ( aiutato in questo dalla sua lunga esperienza nel teatro)  o dove la disposizione dei libri in vendita è stata studiata ad hoc in orizzontale, per garantire un maggiore effetto dinamico totale. Diverso, ma certamente non meno complesso, l’intervento effettuato invece alla Gagosian Gallery di Via Crispi, dove lo spazio neoliberty esigeva tutt’altro tipo di riqualificazione. Larry Gagosian, magnate dell’arte mondiale sognava una galleria in Italia, a Roma, che si potesse identificare nel brand dalla matrice piuttosto connotata che di solito impone agli spazi della sua arte. La grande stanza ovale che accoglie il fulcro espositivo ( la cui apparente fluidità minimalista è rotta, tradita da assi ottici volutamente sbagliati) appariva perfetta ma erano necessari accorgimenti tecnologici di grande rilevanza per rendere effettivamente lo spazio fruibile e pronto ad ospitare arte contemporanea. Così, il pavimento in pietra serena è stato consolidato con fibra di carbonio rendendolo resistente a  250 tonnellate di carico ( e rendendo cosi possibile l’esposizione di sculture dalle enormi proporzioni come quelle di Richard Serra o Anselm Kiefer ) , gli impianti nascosti garantiscono un benessere termoigrometrico con temperatura e tasso d’umidità costante per la conservazione perfetta delle opere, i grandi infissi a due ante dal sapore antico nascondono invece un elevatissimo grado di tecnologia nello spessore minimo dei vetri ad alta resistenza, una carrucola nascosta a soffitto permette lo spostamento di grandi opere sui due livelli ecc ecc…torna imperante il tema del “fare” in architettura, la sapienza di intervenire in maniera forte ma invisibile, quasi un gesto di umiltà se non di grande eleganza e cultura nei confronti dell’arte, mettere cioè a servizio delle conoscenze per il miglioramento di uno spazio collettivo a favore della qualità del dettaglio che c’è ma non si vede. In questo, Firouz Galdo, sembra essere un maestro poiché antepone alla pura forma il pensiero.

 

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