FLASH di Marcello del Campo
La misura dell’architettura italiana (nota a margine su un nuovo libro di Purini)
Più small che maxxi
IN EVIDENZA
Greco, Capitanucci, Belinda Tato, Viñoly, The Plan, Mazziotti, Angelucci, Girasante
- Nella rubrica L’INTERROGATIVO Antonella Greco pone alcune questioni sulla riconversione del velodromo di Ligini all’EUR
- Nella rubrica DOCUMENTI Francesca Oddo intervista Maria Vittoria Capitanucci sul suo ultimo libro: Vito e Gustavo Latis. Frammenti di una città, Skira, 2008
- Nella rubrica INTERMEZZO Edoardo Alamaro ci parla di Architettura e depressione
- Nella rubrica RECENSIONI E COMMENTI una intervista di Lucy Bullivant a Rafael Viñoly tratta, per gentile concessione, dal n.26 di The Plan, da poco in edicola e in libreria
- Nella rubrica LETTERE Gerardo Mazziotti: Salviamo l’architettura moderna. Ci e' però anche arrivata una mail (che sfortunatamente abbiamo perso) che ci invitava a vedere con maggiore attenzione il progetto di Piano per Ronschamp.
- GIPANGO RANDOM FILES. Gipango e' il vecchio nome del Giappone e Salvator-John Liotta è il nostro corrispondente da Gipango. In questo numero: Un eroe a cavallo di un tempo disomogeneo e di due ombelichi del mondo
- Nella rubrica INTERVISTE Graziella Trovato intervista Belinda Tato di ecosistema urbano
- Nella rubrica ALLEGATI pubblichiamo un estratto dal libro di Filippo Angelucci e Francesco Girasante: Envelope is Space. Spazio ed Energia nelle Architetture dei BEAR. Space and Energy in BEAR Architecture, Franco Angeli
LA NOTIZIA
Bruciata la facoltà di architettura di Delft
La storica Facoltà di Architettura di Delft, la cui sede ultima fu progettata da Bakema, fisicamente non esiste più. L’incendio che l’ha distrutta ha divorato la biblioteca, la sua splendida collezione di plastici storici e contemporanei, la collezione degli inestimabili disegni originali dei Maestri olandesi. Un danno irreparabile per tutta la cultura architettonica.
Il Preside della Facoltà di Architettura Ludovico Quaroni in qualità di Presidente della Conferenza Nazionale del Presidi delle Facoltà di Architettura, invia ai responsabili di quella Facoltà e ai suoi studenti il seguente messaggio:
The Conference of the Deans of the Italian Faculties of Architecture is profoundly touched and distressed by the dramatic event suffered by the Delft Faculty of Architecture and by the whole architectural culture. In behalf of the Italian Deans of Architecture our Conference declares to be ready and willing to offer to the students and to the teachers of the Delft Faculty of Architecture all is needed for promptly recovering after the invaluable loss – hosting students and teachers in our spaces, libraries, workshops, class rooms, premises, etc. – and any other sensible help (like the reconstruction of destroyed models etc.), assuring our participation to any international actions in support of your School. We are ready to send to Delft an operative representative of ours, at your beck and call. With our best wishes
Lucio Barbera - The Conference of the Deans of the Italian Faculties of Architecture
L’INTERROGATIVO
La riconversione del velodromo di Ligini
Che strazio tutto questo can can su Meier!! E' vero la teca è brutta, specie guardando il controcampo da via Ripetta. è vero mette in un pozzo San Rocco. E' vero il muro ciclopico etc. Ma per carità è sempre un pezzo di architettura moderna e per giunta, grazie a Paladino e Brian Eno, sembra funzionare egregiamente. Invece vogliamo dare un'occhiata ai progetti di EUR SPA? vogliamo pensare ai metri cubi promessi ai Toti, Caltagirone etc. etc. e tutto su una sola strada? Vogliamo pensare all'assurda demolizione ricostruzione riconversione del velodromo di Ligini in piscine per vecchietti improbabili (vi ricordate cocoon: un tuffo... e tutti di nuovo ventenni)? La trasformazione dell'Ente EUR in SPA ha promesso e sta realizzando sfracelli. Altro che Ara pacis!
Cordiali saluti Antonella Greco
L’OPINIONE
Sul velodromo e altre storie
Personalmente non vedo con la preoccupazione di Antonella Greco e di Renato Nicolini i recenti interventi all’EUR. Mi sembrano tentativi di modernizzazione di un quartiere che altrimenti diventerebbe un museo a cielo aperto. Certo e' che su questi temi, particolarmente delicati perché coinvolgono edifici della storia dell'architettura della Capitale, occorrerebbe un confronto aperto tra le varie posizioni. Potrebbe essere organizzato dall’Ente Eur e coinvolgere la nuova amministrazione cittadina. E male che vada, anche se non si raggiungerà un accordo, sicuramente l’incontro servirà ad esplicitare meglio le diverse posizioni. (LPP).
CARTOLINE di Renato Nicolini
Cartolina Vincolato il Velodromo
Il nuovo Sopraintendente Regionale del Lazio Francesco Prosperetti ha fatto apporre il vincolo al Velodromo Olimpico di Cesare Ligini. La soddisfazione sarebbe più grande se il Velodromo, nel frattempo, non fosse stato illegittimamente demolito in parti essenziali. La memoria di Ligini potrebbe essere sicuramente risarcita arrestando la demolizione delle Torri, il cui piano non è stato approvato dal Consiglio, ma nel frattempo è stato approvato, non si capisce bene in base a quali requisiti di necessità ed urgenza, dall’alacre Commissario del Comune di Roma. Alemanno potrebbe revocarlo; come potrebbe arrestare la progressiva sparizione del verde dell’EUR, su cui l’EUR SpA sembra avere pessime intenzioni.
Cartolina Acquario Virtuale
Nel verde dell’EUR (dove un tempo il verde era più verde del verde della città di Roma) si è aperta una voragine. Per costruire un Museo Marino del Mediterraneo, al cui centro dovrebbe sorgere la grande attrazione dell’Acquario Virtuale. Immaginiamo già le file di folla, quando i lavori verranno finalmente completati, per ammirare i pesci in fotografia.
FOCUS SU… di Diego Caramma
La musica sveglia il tempo
"Non ho niente da eccepire sul piano filosofico se qualcuno suona Bach facendolo assomigliare a Boulez. Ho maggiori perplessità verso coloro che si sforzano di imitare il suono di un'altra epoca. Per cercare di riprodurli, non mi basta sapere che ai giorni di Bach una certa appoggiatura veniva eseguita in maniera lenta e l'abbellimento in maniera veloce. Devo capire perché si suonava così. Considero molto pericoloso un approccio esclusivamente accademico al passato, perché è connesso all'ideologia e al fondamentalismo, persino in musica".
"Un musicista deve sempre porsi tre domande: perché, come e per quale scopo. L'incapacità o la riluttanza a porsi tali domande sono sintomatiche di una sconsiderata fedeltà alla lettera e di un inevitabile tradimento dello spirito".
Daniel Barenboim, La musica sveglia il tempo, Feltrinelli, 2007
DOCUMENTI
Intervista a Maria Vittoria Capitanucci
Ecco l'intervista di Francesca Oddo a Maria Vittoria Capitanucci sul suo ultimo libro: Vito e Gustavo Latis. Frammenti di una città, Skira, 2008
1. Una brevissima auto presentazione in quattro righe dell'autore...
Cresciuta tra Roma e Milano, con una forte eredità culturale siciliana, vivo e lavoro nel capoluogo lombardo. Sono architetto ma fin dai primi anni di università ho capito che l’aspetto critico e umanistico della disciplina avrebbero rappresentato per me il vero interesse per l’Architettura e le sue interrelazioni. Così dopo una laurea in Storia dell’Architettura al Politecnico di Milano con Fulvio Irace, e un dottorato a Napoli con Benedetto Gravagnuolo, ho proseguito nella ricerca, nella scrittura di architettura e nell’insegnamento al Politecnico e in alcune scuole di Design. Ho iniziato, forse senza accorgermene, a diventare un critico e storico dell’architettura, mestiere e passione che conduco anche come professore a contratto alla Facoltà di Design del Politecnico di Milano, seguendo un percorso in bilico tra ricerca di stampo accademico, estremamente scientifica e critico-analitica che mi porta frequentemente ad appassionarmi di archivi e di biblioteche e l’attenzione curiosa e incostante alle dinamiche del contemporaneo nonché alla diffusione dei fatti legati al mondo della progettazione, collaborando con riviste specializzate ma anche di ‘costume’. In una prospettiva anche divulgativa dei temi legati alla trasformazione del territorio e all’abitare..
2. Cinque righe per descrivere il libro...
Il volume aspira ad attestarsi tra quelle pubblicazioni dedicate al dopoguerra italiano tese a ricreare in qualche modo e ad approfondire un clima culturale fatto di professionismo ma anche di raffinata sperimentazione. Sui Latis, che molti di noi conoscevano e stimavano già, mancava effettivamente una monografia e l’incarico diretto da parte di Gustavo Latis è stato per me un onore grandissimo e una occasione di studio e di confronto con altri studiosi che il tema avevano sfiorato e di sguardo su altri protagonisti di quegli anni ‘eroici’, fatti anche di partecipazione e scambio, di forte trasversalità si direbbe oggi abusando di un termine molto in voga. Una condizione culturale che ha reso ancora più intenso il lavoro di ricerca e di rilettura critica del lavoro dello studio Latis che, tra l’altro, è proseguito con incarichi significativi per tutti gli anni Ottanta. Il volume racconta non di icone ma di architetture, non di protagonisti ma di architetti-intellettuali in odore di cultura ebraica intrisa di concezioni antroposofiche.
[…]
3. Tre motivi per comperarlo...
1)Ironicamente: costa poco. 2)Seriamente: Questa monografia rappresenta in fondo una tessera mancante al grande puzzle sulla ricostruzione milanese, ma la sua forza sta anche nel fatto che il progetto è stato condotto da me con l’aiuto di un team di studiosi di giovane generazione che si sono dedicati con generosità a questo tema 3) Veramente: la motivazione più importante è che sfogliando e leggendo le pagine del volume sui Latis, dopo l’affettuosa prefazione di Dorfles e il saggio di Rossari, tra foto d’epoca, schizzi e bei disegni, scoprirete un ‘mondo’ speciale fatto di architetture notevoli mai fine a se stesse, risultato di una cultura raffinata mai troppo dichiarata, con una forte attenzione al dettaglio -compositivo così come tecnologico-strutturale- ma anche alle tendenze del tempo, alle problematiche sociali e, soprattutto, al confronto. Dai noti condomini abitativi, da quello di piazza della Repubblica e quello di via Turati o via Lanzone agli stabilimenti industriali che valsero loro numerose pubblicazioni, dalla Velca alla Cantoni fino alla più recente Fraizzoli, passando per l’esperienza dell’edilizia sovvenzionata legata all’epopea del MSA e dell’Ina Casa, sperimentazioni a cui non si sottrassero certamente. I progetti di Vito e Gustavo Latis come specchio di un tempo, non so se davvero perduto.
[…]
4.L'attualità della lezione dei Latis oggi....
Sta nell’etica della progettazione, nella capacità di guardarsi intorno senza imitare ma assorbendo le suggestioni artistiche e architettoniche del loro tempo, ma più di ogni altra cosa, nella scelta, nonostante l’indiscutibile qualità del loro lavoro e il riconoscimento critico degli esordi, dell’undertatement come stile di vita. Premeditato e quasi programmatico, questo disinteresse ad apparire può considerarsi oggi una dote unica, quasi incomprensibile nella nostra era sostanzialmente ‘mediatica’.
INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
Bruce Fifield a Roma
L'ergonomia tra innovazione e progetto, conferenza di Bruce Fifield Design Continuum per la rassegna InteractiveObject1.0 a cura di Lorenzo Imbesi. 29 maggio Prima Facoltà di Architettura "Ludovico Quaroni", Aula F2 via Flaminia, 72 – Roma ore 17.00
Francesco Palpacelli architetto a Roma
lunedì 19 maggio 2008 alle ore 17.00 alla Casa dell'Architettura, Piazza Manfredo Fanti 47, Roma, presentazione del libro a cura del prof. arch. Giorgio Muratore (Casa editrice Skira) Francesco Palpacelli architetto. Seguirà la proiezione del film di Paolo Albanesi. La gioia del fare la vita, le passioni e i progetti dell'architetto Francesco Palpacelli.
Oscar Niemeyer, L’architettura è nuda a Roma
Giovedì 15 maggio, ore 18.30 Aula Ersoch della Facoltà di Architettura (ex Mattatoio) Università Roma Tre - via Aldo Manuzio 72 si svolgerà in anteprima assoluta la proiezione del film documentario Oscar Niemeyer, L’architettura è nuda di Andrea Bezziccheri.
L'elaborazione dell'esperienza a Roma
Giovedì 15 maggio 2008 nella sede romana del Master MED, in via Ticino 14, alle ore 14.30, evento di chiusura delle attività didattiche del nuovo Master Cultural Experience Design and Management, della Domus Academy - IRFI, Azienda Speciale della Camera di Commercio di Roma. Verranno presentati i lavori conclusive del quinto ed ultimo workshop del Master,dal titolo "L'elaborazione dell'esperienza", coordinato da Andrea Genovese, e con la collaborazione di Claudio Moderini e di Mattia Darò. Gli studenti del Master presenteranno i loro progetti.
Piccolo e bello 2008 a Napoli
Venerdi 16 maggio a Napoli alle ore 9,30 aula nell’aula AT3 di via Mezzocannone, 16 si terrà il terzo incontro del ciclo Piccolo e Bello 2008. Presenteranno i loro progetti gli architetti Roberto Vanacore e Luca Lanini. Comitato scientifico e organizzazione a cura di Alessandro Castagnaro, Antonio Lavaggi e Adele Picone.
MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
Gianni Asdrubali a Milano
Gianni Asdrubali mostra Zigroma A cura di Emiliano Gandolfi
Dal 15 maggio al 30 giugno 2008. aperto dal martedì al sabato 10,30 13.00 / 15.00 19.00. Galleria Artra. Via Burlamacchi 1. 20135 Milano.
Andrea Branzi a Como
Inaugurazione mostra di Andrea Branzi, Oggetti e territory. 24 Maggio presso la Pinacoteca Civica di Como alle 18.00 e presso Milly Pozzi Arte Contemporanea alle ore 19.00.
Cini Boeri, Il mestiere di architetto a Monza
Serate di architettura 2008 giovedì 15 maggio ’08 ore 21.00 Monza urban center via Turati, 6 (binario 7) Cini Boeri, Il mestiere di architetto
Alberto Timossi a Roma
Inaugurazione della mostra di Alberto Timossi: Parti del discorso a cura di Francesco Pezzini e Cesare Sarzini, venerdì 16 maggio 2008 alle ore 18
Associazione culturale TRAleVOLTE - Piazza di Porta San Giovanni, 10 - Roma
dal 16 maggio all’11 luglio tutti i giorni dalle ore 17 alle 20 (chiuso sabato e festivi)
Fabio Barilari a Roma
Inaugurazione della mostra di Fabio Barilari: Freestyle martedì 20 maggio 2008 dalle ore 18 alle ore 21
St. Stephen’s Cultural Center Foundation - via Aventina 7 (Circo Massimo) - Roma
dal 21 al 24 (su appuntamento)
n!studio, Pensare la Materia a Roma
mostra di architettura n!studio, Pensare la Materia dal 15 maggio al 5 giugno curatori: prof. Antonino Saggio, arch. Rosetta Angelini Curatori allestimento: n!studio. Come Se Architectural Gallery, via dei Bruzi 4/6, Roma
Mario Sasso a Roma
Mario Sasso, Urban Life Galassie Urbane. dal 29 aprile 2008 al 20 maggio 2008. Mostra a cura di Massimo Riposati e Mario Iannelli. Presentazione di Patrizia Ferri. Catalogo Edizioni Carte Segrete. Orari: dal martedì al sabato dalle 16.00 alle 20.00 o su apputamento. ph7 Art Gallery Via della Scrofa 46 – 00186 Roma Tel. +39 06 45550864
Pechino 2008 a Roma
Dal 10 febbraio all’8 giugno 2008 il Museo delle Mura di Roma ospita, per la prima volta in Italia, il lavoro di Huang Rui, uno dei più importanti artisti cinesi contemporanei. Pechino 2008: il tempo, gli animali, la storia. Un’opera di Huang Rui è una grande installazione, appositamente concepita per il Museo delle Mura di Porta San Sebastiano da un progetto originario ideato per la Galleria Sala 1 di Roma. L’iniziativa è curata da Mary Angela Schroth e Adriana Forconi, ed è promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma.
Gruppo A12 a Milano
Gruppo A12, partecipa alla mostra Junkbuilding arte urbana presso la Triennale Bovisa, con il progetto Piccoli spazi da trattare con gentilezza. Triennale Bovisa Milano dal 5 - 24 Maggio 2008 Un progetto di Alberto Mario Saruggia, a cura di Davide Giannella e Maria Chiara Piccioli
Mario Cucinella Architects a Torino
Mario Cucinella Architects mostra: Energia dell’architettura alla Cavallerizza Maneggio Chiablese, via Verdi n.9 Torino dal 9 al 28 maggio 2008 dalle ore 14.00 alle 20.00 escluso il lunedì.
Steven Holl-Heinz Tesar a Polignano a Mare
Steven Holl-Heinz Tesar architettua contemporanea a confronto a cura di Paola Iacucci e Antonella Mari. Dal 16 maggio all’8 giugno 2008. Orari dal mercoledì al sabato ore 18/21, domenica ore 11/13 e 18/21. Palazzo Pino Pascali. Polignano a Mare
La città che cambia a Ferrara
Mostra fotografica La città che cambia dal 10 maggio 2008 all’08 giugno 2008, presso Casa Ariosto, via Ludovico Ariosto, 67, Ferrara. Orario: dal martedì al sabato 10.00/13.00 e 15.00/18.00. domenica 10.00/13.00. lunedì chiuso
Paesaggi Piemontesi a Biella
Paesaggi Piemontesi dal 24 maggio al 6 luglio 2008 Biella 2008 – New York 2009 Architettura e paesaggio sono i temi della mostra che muove da Biella e approda a New York. L’idea è di rappresentare, nella provincia come nel mondo, una specificità che ha preso corpo in un territorio unico: il Piemonte. Si mettono in mostra alcuni frammenti di architettura e di paesaggio, d’arte e di letteratura, che guardano al futuro e dialogano con il passato, che oscillano tra la necessità di radicarsi e il desiderio di sradicarsi nel e dall’ambiente circostante. Biella Città dell'arte, via Serralunga 27, Biella dal 24 maggio al 6 luglio 2008
Terribly Emotional a Bellinzona
Mostra Terribly Emotional a cura di Viana Conti Artisti: Stefania Beretta, Vittorio Corsini, Roberto De Luca Matteo Fato, Giuliano Galletta, Mauro Ghiglione, Jean-Pierre Giovanelli, Urs Lüthi, Federica Marangoni, Giuliano Menegon, Chantal Michel, Franco Vaccari, Cesare Viel Sede: Castello di Sasso Corbaro, Torre del Mastio, Bellinzona dal 15 marzo 2008 al 1 giugno 2008 aperta al pubblico tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00
Italia sostenibile al London Festival of Architecture
La sfida dell’Italia sostenibile al London Festival of Architecture 2008 dal 20 giugno al 20 luglio 2008 con l’evento Sustainab.Italy. Energies for Italian Architecture un video, una mostre e tanti appuntamenti. selezionati 41 progetti su 174
Le Corbusier, l'arte dell'architettura a Lisbona
Una retrospettiva sui lavori dell' Architetto del secolo, Le Corbusier, che intende sottolineare l'attualita' della sua 'lezione' per l'architettura contemporanea e urbana. Intitolata Le Corbusier - L'arte dell'Architettura, l'esposizione sara' aperta a Lisbona dal 19 maggio al 17 agosto presso il Museu Colecçao Berardoa e sara' seguita da successive mostre a Liverpool e Londra.
UNIVERSITA’ E DINTORNI di Ilenia Pizzico
Esposizione, conferenza e seminario sull'Istituto Marchiondi Spagliardi di Vittoriano Viganò a Mendrisio
Giovedì 15 maggio 2008 alle ore 18.30 presso l'Accademia di Mendrisio Galleria, pianterreno di Palazzo Canavée, Via Canavée 5, si terrà l'inaugurazione dell’esposizione L’Istituto Marchiondi Spagliardi di Vittoriano Viganò. Una lettura critica attraverso gli archivi e la documentazione recente. L’esposizione, a cura di Franz Graf e Bruno Reichlin, resterà aperta sino a domenica 29 giugno 2008. In occasione dell’inaugurazione della mostra, interverrà Kenneth Frampton, che parlerà di The Brutalist Moment of Vittoriano Viganò: Ethic or Aesthetic. Giovedì 15 maggio si svolgerà presso l’Accademia anche la giornata di studi L’Istituto Marchiondi Spagliardi di Milano: progetto, realizzazione, conservazione, a cura di Franz Graf e Letizia Tedeschi, in collaborazione con Do.co.mo.mo Suisse, Do.co.mo.mo Italia e PARC, Ministero per i Beni e le Attività culturali, Roma. Accademia di architettura, Villa Argentina, Largo Bernasconi 2, Mendrisio.
Fascismo di pietra a Roma
Venerdì 23 maggio si terrà la presentazione del volume Fascismo di pietra di Emilio Gentile. Ore 16.30, Dipartimento di Architettura, Via Flaminia 359, Roma.
Ri-View on line
E' on-line il weblog della Ri-Vista, una nuova iniziativa editoriale del Dottorato di Ricerca in Progettazione Paesistica dell’Università degli Studi di Firenze. Ri-View nasce dall’esigenza e dalla volontà di porre l’accento sugli accadimenti che riguardano il paesaggio, siano essi eventi culturali, progetti, dibattiti, pubblicazioni, trasformazioni, concorsi o, più semplicemente, itinerari di viaggio.Ideata come newsletter mensile, Ri-View mira a colmare i vuoti di notizie lasciati dagli altri strumenti editoriali del Dottorato.<http://www.unifi.it/ri-vista/ri-view/>
In Arch Lab ’08 Campania
Si aprono le iscrizioni al III Workshop-Concorso di Progettazione organizzato a Salerno dalla sezione campana dell’Istituto Nazionale di Architettura. Al workshop, dal titolo IN ARCH LAB ’08 Campania, parteciperanno circa 100 tra architetti e ingegneri, nonché studenti degli ultimi anni delle Facoltà di Architettura e Ingegneria. I partecipanti, suddivisi in 20 gruppi di progettazione, saranno affiancati, in qualità di tutor, da Camillo Botticini, Francesco Buonfantino, Raffaele Cutillo, Donato Cerone, Aldo Di Chio, Giorgio Goffi, Gustavo Matassa, Guendalina Salimei, Nuccio Spirito, Giovanni Vaccarini. Info: <http://www.inarchgiovani.org>
Seminario internazionale di Progettazione Parco fluviale del Guadiana a Serpa
Lo sviluppo turistico della valle del Guadiana nel sud della penisola iberica tra Portogallo e Spagna è vincolato alla creazione del parco fluviale grazie al quale sarà possibile individuare, proteggere e valorizzare gli elementi caratterizzanti lo straordinario paesaggio del Basso Alentejo.Partecipanti: neolaureati e studenti in architettura ma anche tecnici e professionisti come momento di aggiornamento professionale. Serpa, 25 luglio - 3 agosto 2008. Info:<http://www.acmaweb.com/5.0_news/5.2_agendacma/5.2.1_iniziative/5.2.1_iniziative.htm> <http://www.acmaweb.com/5.0_news/5.2_agendacma/5.2.1_iniziative/5.2.1_iniziative.htm>
CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi
Il design italiano è in crisi?
Sul numero del 12 Aprile della Repubblica delle Donne al lettore, Aaron Betsky chiede di rispondere ad un semplice quesito: “Chi sa dire a bruciapelo il nome di un Designer italiano famoso in tutto il mondo?”…bizzarro. La nostra è la patria del Design d’autore, i fratelli Castiglioni, Magistretti, Mari,De Lucchi, Caccia Dominioni, Giugiaro, Meda, Mendini, Munari, Pesce, Pininfarina, Ponti, Zanuso ce li invidiano da tutto il mondo. Ma a ben pensarci i soliti nomi che vengono in mente appartengono al passato, alcuni non sono neanche più in vita, e benché essi costituiscano l’ossatura portante del nostro Design, la domanda, a ben guardare, vorrebbe riferirsi alla generazione dei “giovani”, e la risposta, allora, non è così immediata. Certo ci sono gli immancabili Citterio, Lissoni, Thun e Giovannoni, ma anche loro (classe ’50), non possiamo chiamarli “la nuova generazione”. Allora? La questione è pressante tanto che le esposizioni a riguardo non sono mancate. La Triennale, ad esempio, è da anni impegnata nella ricerca di nuovi talenti nel panorama italiano, basti pensare all’ installazione dell’anno scorso “New Italian Design” e a quella di quest’anno “Cos’è il Design italiano?” . Ma il risultato non credo soddisfi il quesito di Betsky. Il problema è forse al contrario, ovvero ce ne sono troppi di nomi da fare, il sistema è ormai saturo di immagini, proposte e nomi che vengono fuori tutti insieme e tutti allo stesso modo. E’ per questo che non ce ne vengono in mente tre o quattro che oggi possano essere menzionati per il loro sforzo di non seguire solo indagini di mercato, ma di proporre oggetti visionari e pregni di senso per la nostra società che rimane , invece, impantanata nel consumo ossessivo dell’ immagine, e della logica pubblicitaria di creare un bisogno per soddisfarlo.
Noi proviamo lo stesso a fare alcuni nomi, perché,in fondo, qualcuno si salva sempre: Fabio Novembre (attivo in un Design sperimentale e avveniristico), Joe Velluto (un gruppo giovane con sede a Vicenza conosciuto per le collaborazioni con Coincasa design), Paolo Ulian (progettista di irriverenti creazioni di food design), Miriam Mirri (già nota nel mercato per la sua collaborazione con Alessi), e il gruppo Pandora Design (specializzati in oggetti da tavola usa e getta, già compasso d’oro nel 2001 per “Moscardino”).
Ognuno, a suo modo, ha davvero qualcosa di interessante da comunicare, a differenza di molti altri che sembrano aver dimenticato che il Design ha come scopo migliorare la vita di tutti noi.
RESTAURO TIMIDO di Marco Ermentini
Lo Spaccasassi di Libeskind
E’ una pianta molto resistente e adatta a crescere nei luoghi sassosi e aridi dove altre specie non resisterebbero. E’ un albero spontaneo a chioma densa capace di “farsi ombra” come la torre sghemba di Liberskind a Milano. Svetta in molti giardini italiani: il suo nome è Bagolaro (Celtis Australis) detto Spaccasassi. Ora per incentivare la biodiversità, la preziosa variabilità degli organismi viventi che garantisce la ricchezza del nostro territorio, la Regione Lombardia ha deciso di eliminarlo nell’elenco delle specie “autoctone”(le piante che possono essere utilizzate nei parchi regionali). Ma nessuno sa bene cosa sia questa autoctonia e a che soglia temporale debba essere applicata: certo di questo passo anche l’uomo non è autoctono. L’effetto è paradossale: diminuire per diversificare! Non ci resta che ridere.
WILFING di Salvatore D’Agostino
- 0005 [MONDOBLOG] Cercando informazioni su 'Jean Clair musei' su Google il primo link di riferimento è stato il blog di Emmanuele Pilia, una scoperta, vorrei consigliarlo a chi vuole capire l'influenza delle tecnologie digitali sull'architettura. Niente di complicato o sofisticato solo un mondo di relazioni, dialoghi, interviste tra studenti e non solo, ecco alcuni frammenti: «[...] Diventerebbe una sorta di Architettura 2.0: come nel web collaborativo dove tanta gente non si conosce e fanno cmq tante cose insieme. Ecco, immagina se un edificio lo montassero tante persone che non si conoscono… Un po’ come le città ora… Oddio ora che mi ci fai pensare: non è che wikipedia abbia copiato il metodo chiave dell’urbanistica medievale?»; «[...] Sai mi fanno molta rabbia (o tristezza? chissà!) quei tipi che parlano tanto di creatività e che però si limitano semplicemente a fare cose strane… Ecco, sarà una gran vittoria non cadere né nel tecnicismo totale, per quanto affascinante, né nell’ingenuismo post moderno…»; «(Maurice Nio) I think there should be no restrictions with the way we design, we should design with what we like, everything is ok as long as the process is followed.»: http://piliaemmanuele.wordpress.com/ (10/05/2008)
- 0015 [SPECULAZIONE] Intervista a Daniele Segre autore del film ‘Morire di lavoro’. Tre aspetti sembrano trasparire: l'illegalità, il lavoro degli immigrati e la morte per incuria. In Italia si costruisce tanto, male e illegalmente per dopo indignarci se qualcuno muore. Che masochismo!
Salvatore D’Agostino: Il suo film entra nei cantieri per raccontare storie di morti, qual è il panorama che ne esce fuori?
Daniele Segre: La situazione è particolarmente grave, riguarda in particolare il rispetto della legalità nei luoghi di lavoro che è la diretta conseguenza del mercato "selvaggio" dei subappalti che produce situazioni molto difficili per i lavoratori.
SD: Secondo Franco Martini (Segretario Generale della Fillea Cgil) vi è un «segno evidente di un imbarbarimento delle modalità e delle condizioni di lavoro» chi sono i mandanti?
DS: "I mandanti", come li chiama Lei, sono le condizioni che permettono subappalti al ribasso che non consentono di investire in sicurezza, "mandanti" sono le "non condizioni" in cui operano chi dovrebbe fare i controlli, "mandanti" sono le condizioni - molto facili e senza controllo - in cui si può aprire un'impresa e metterla sul mercato.
SD: La forza lavoro nei cantieri ormai è multietnica da chi è formata la nuova geografia secondo la sua indagine?
DS: Nei cantieri edili siamo a più del 50% di presenza di lavoratori immigrati.
SD: Che rilievo hanno figure come il geometra, l'ingegnere o l'architetto?
DS: Non sono in grado di rispondere, sicuramente per la figura dirigente che svolgono sul cantiere rappresentano l'impresa e certamente sono a conoscenza delle condizioni di regolarità dei lavoratori presenti sul cantiere.
SD: Cosa consiglierebbe ai costruttori e ai progettisti?
DS: Credo che occorrerebbe stimolare la cultura della legalità e della sicurezza all'interno delle proprie aziende, questo migliorerebbe molto anche le condizioni e la qualità del lavoro di tutti.
SD: Un film come 'Morire di lavoro' perché non veicola attraverso la TV?
DS: Sono stati fatti molti tentativi con la RAI ma purtroppo al momento inutilmente nonostante gli appelli di ‘Articolo 21’ e non solo.
SD: Qual è la storia più significativa del film?
DS: Sicuramente quella della signora Franca Mulas Sonzogni che ho conosciuto in Lombardia: nel giro di 15 mesi ha perso il figlio e il marito.
SD: Vuole aggiungere qualcosa?
DS: Mi auguro che il film "Morire di lavoro" serva a produrre quella cultura della legalità e della sicurezza, e che possa essere usato in tutte le scuole italiane così come possa essere trasmesso dal servizio pubblico radiotelevisivo (RAI) in una serata interamente dedicata al lavoro.
- 0002 [ARCHIWEB] Bauwelt, un consiglio di Giorgio Muratore:
SD: Qual è la rivista d'architettura (non solo nazionale) più interessante? ...perché?
GM: Secondo me la più interessante è "Bauwelt", pubblicata a Berlino da oltre un secolo con cadenza quindicinale ...
è fatta da professionisti seri ed autonomi ... che studiano, si documentano e girano il mondo ...
il risultato è un prodotto eccezionale privo di tutte quelle "debolezze" ...
che rendono inutili e illeggibili le riviste italiane ...: http://www.bauwelt.de/sixcms_4/sixcms/list.php?page=pg_bauwelt_startseite
(14/05/2008)
LA STORIA IN PILLOLE di Rossella de Rita
Il Monte di Pietà di Roma
Abbiamo visto nell’ultimo articolo comparso nella PresSTletter del 23 aprile 2008, alcuni cenni sull’attività di credito su pegno, svolta degli istituti che nel corso del tempo sono stati diversamente qualificati: istituti di beneficenza fino a veri e propri istituti di credito.
L’attività dei monti era strettamente legata alle vicende economiche del territorio in cui operavano; l’entità dei prestiti e i requisiti in base ai quali erano, concessi dipendevano in larga misura dalla situazione finanziaria dell’Istituto ma anche dalle condizioni della popolazione, dalle sue abitudini, dalla frequenza con cui ricorreva agli sportelli e dal valore degli oggetti impegnati. Il movimento demografico, il tipo delle attività produttive normalmente esercitate, la possibilità di accedere a fonti di credito diverse dal prestito su pegno, erano tutti fenomeni che avevano ripercussioni sulla vita dei singoli enti.
Il Monte di pietà di Roma non fece eccezione a questo principio, integrandosi fortemente nell’economia cittadina e soccorrendo la popolazione con i suoi prestiti. La sua azione fu anche più vasta essendo il più importante istituto finanziario dello Stato pontificio, per cui la sua gestione fu spesso condizionata dai fini e dagli obiettivi della politica temporale della Chiesa. Nell’ultimo trentennio del XIX secolo, gli stravolgimenti politici ed economici che colpirono la città e la nuova legislazione sui monti di pietà, coinvolsero la vita dell’Istituto che si trovava già a combattere con una precaria situazione finanziaria. Nel corso dell’Ottocento tentò di ripristinare il proprio patrimonio e di reinserirsi in un’economia locale che aveva subito profonde modifiche nella sua popolazione, nelle principali attività lavorative, nel mercato creditizio.
Momento particolarmente delicato per la capitale fu la sua annessione al neonato Regno d’Italia che comportò profondi sconvolgimenti.
La popolazione subì un forte incremento: tornarono gli esuli, entrarono i funzionari, gli uomini politici e gli affaristi, con una crescita che solo nel 1870 fu di oltre l'8%. Nel periodo tra il 1872 e il 1900 l'aumento, nella capitale, calcolabile in misura approssimata a 217.000 unità, fu dovuto solo per il 13% a incremento naturale e per l'87% all'immigrazione proveniente per tre quarti dal Lazio e per un quarto dal resto del territorio del Regno. Negli anni successivi al 1870 l'incremento fu meno rilevante oscillando, nel primo decennio, tra l'1,2 e il 3,8% e registrando, negli anni '80, specie nel biennio 1885-87, un aumento medio del 3,4%. Con il sopraggiungere della crisi edilizia il fenomeno si arrestò quasi del tutto. La distribuzione professionale vedeva il 22,4% della popolazione impiegata direttamente nella produzione delle materie prime, il 13% nelle produzioni industriali, il 21,3% in varie attività e il 43,7 % erano comprese nella categoria persone senza professione o indicazione. Le attività da cui principalmente si traeva di che vivere erano quelle più strettamente collegate alla funzione che Roma assolveva nell'età pontificia: capitale religiosa, centro artistico e monumentale, capitale politica di uno stato. La massa popolare era prevalentemente costituita da impiegati pontifici, da artigiani, garzoni, bottegai e commessi. Roma era soprattutto una città di servizi in cui sia il settore agricolo, sia quello industriale, avevano una scarsa rilevanza e la produzione presentava spiccati caratteri precapitalistici. La campagna della provincia romana era caratterizzata da una forte concentrazione della proprietà in poche mani. Nella vita economica predominavano i rappresentanti dell'aristocrazia terriera; molto del denaro che si spendeva in città, proveniva dalle rendite dei proprietari e affittuari dei terreni.
La produzione industriale versava per lo più in condizioni di arretratezza tecnica e mancanza di capitali, che preferivano investimenti alternativi quali i titoli del debito pubblico.
La disoccupazione riguardava il 26,7% della popolazione. La sopravvivenza a Roma era stata garantita dalla struttura del vecchio regime e da una società basata su impieghi e servizi, garantiti dal contesto clientelistico e protezionistico. La massa dei disoccupati e sottoccupati non aveva mai conosciuto la totale miseria, per tutti era stata garantita la sopravvivenza, tenendo bassi il costo dei prodotti alimentari e delle abitazioni, facilitando il ricorso ai numerosi istituti di carità e di beneficenza. Le strutture per l’assistenza erano numerosissime e fortemente impegnate nel far fronte a fenomeni quali la disoccupazione e il vagabondaggio. Per gran parte della popolazione era esclusa la possibilità di ottenere credito nel normale circuito bancario e fondamentale rimaneva il ricorso al monte di pietà.
INTERMEZZO
Architettura e depressione
«‘A cervella è ‘na sfoglia ‘e cipolla». È un detto napoletano che sta ad indicare la fragilità della condizione umana e della nostra ragione (di vivere). Cerca di spiegare, alla buona, popolarmente, il mistero dell’uomo e della mutevolezza della sua “cervella”, sostantivo singolare femminile. Così come singolare e femminile è “la sfoglia” fragile della città storica italiana. Cucinata con cipolla e “cervella” umane, s’intende. O arricciata come la dolce sfogliatella (per chi ha un committente che lo faccia “pasticciare”). Qui il punto depressivo. Gli aspiranti “pasticcieri” delle città italiane sono molti e la crema d’architettura è poca e già s-partita in partenza. E poi, con questa storia delle archistar alla zazzà, anche il sindaco del più s-perduto comune nostro desidera in piazza una torta global a sette piani. Magari piena di crema avariata, ma firmata e che sia bella a vedersi (e vendersi) su qualche rivista patinata d’autore. O sulla locandina elettorale prossima ventura. La felicità di pochissimi è quindi la depressione per moltissimi. Nell’architettura come nell’arte (che è una sfoglia di cipolla al quadrato). Chi non ce la fa a pasticciare architetture ad arte (o arte ad architettura), si mette a fare altre cose. Magari a insegnare, a scrivere sui blog, che è diventata quasi una professione, una terapia antidepressiva, specie per i più anziani e i fuori dagli archi-gioco universitari. Le pullulanti facoltà di architettura italiane d’oggi sfornano così, di fatto, molti involontari giornalisti e scrittori. Si dovrebbe tentare forse un collegamento più organico (ASL a parte) tra Ordine degli architetti e quello dei giornalisti. Magari da riunire in un sovraordine (altro che soppressione di entrambi!) Chi però non possiede la scrittura e/o almeno la spinta al blog da cui affliggere il prossimo, fa karakiri. Buona notte, e leva il disturbo su questa terra ingrata d’architettura. Meno uno, avanti un altro. Al palazzo Gravina di Napoli l’elenco depressivo e suicida (o di tentato suicidio, soprattutto degli altri), sarebbe lungo a stilarsi, tra noti e ignoti architetti & archi-detti malnati. Forse siamo da sempre oltre il fisiologico. Per questo motivo sanitario il Gravina intende oggi decentrarsi (parzialmente) in località “Miracoli”, sempre a Napoli. Ne ha facoltà (d’architettura).
Su questo versante miracolante, quarant’anni fa, il famoso “sessantotto” ebbe il merito di farci sognare “la liberazione”, la rivoluzione, la città partecipativa e antidepressiva. Nei giorni scorsi si è tenuto al Pan di Napoli un raduno di “nostalgici”, reduci ed ex combattenti del luogo (con non pochi i docenti universitari). Commovente “il presidente” dell’assemblea, Sergio Piro, psichiatra basagliano della prima ora, oggi arzillo ottantenne. Ha fatto proiettare il film-documento: “Gli esclusi”. Un cimelio lungo 15 minuti epocali, in bianco-nero artigianale, con dentro terribili (all’epoca) immagini di Luciano D’Alessandro, 75 anni ben fotografati. Un filmato centrato interamente sulla liberazione del manicomio di “Materdomini” a Nocera Superiore (Sa), meglio de “La Corazzata Potëmkin”, per noi. Esemplari in tal senso le sequenze dell’abbattimento delle cancellate che separavano “l’osceno” luogo chiuso e recluso dal resto della città. Fu l’affermazione del diritto alla comunità, al progetto diverso ed inclusivo; a sciogliere il disagio esistenziale e la malattia mentale nel sociale, nella città normale. “Cose ‘e pazze!!”, si direbbe oggi. In questi tempi di belle “pari opportunità” alla Carfagna ministra. “Abitare è essere ovunque a casa propria”, affermammo allora. Anche per i depressi, gli architetti, i visionari, “i pazzi” e i disagiati tutti di questo mondo. Cosa che si è ribadita con forza oggi, al Pan: “NO a qualsiasi limitazione del diritto di residenza e di movimento (mentale). NO alle leggi contro l’emigrazione e la progettazione. SI al diritto a mettere casa ovunque. Per lo sviluppo proprio e della propria famiglia (d’architettura, anche minore, anche web, nda). Iniziamo dai rumeni e finiremo col limitare tutti i diversi, i disagiati e i senza fissa dimora della Terra (e Noi dell’Intermezzo d’architettura siamo perciò “a rischio”, nda).”
A Napoli nei giorni scorsi, è crollato un bell’edificio locale di 58 anni. Nessuno se n’è accorto. Era traballante e lesionato da tempo. Abitato da una cara amica “d’epoca nostra”. Depressa, anello debole e agnello sacrificale di una condizione familiare e sociale più ampia. Non ce l’ha fatto più, un volo dal suo bel palazzo, dal balcone della sua camera da letto, alle sette del mattino. Crollata al suolo, schiattata: dal sonno al sonno eterno, forse un passaggio amletico all’alba: “morire, dormire, forse sognare, chissà…”. Spero che il suo volo d’angelo, tre piani nella piccola corte del palazzo nel centro storico di Napoli (anche questo è Architettura!), sia stato da lei vissuto in una astratta sospensione, tra sonno e veglia. ‘A cervella è ‘na sfoglia ‘e cipolla depressa. Dio onnipotente abbia pietà di noi e ci conduca alla città eterna (senza piano regolatore e accordi di programma, nda)! La cerimonia funebre, in una spettacolare chiesa barocca napoletana, teatro assoluto per questa tragedia silenziosa, è stata struggente. La chiesa era gremita, alta la commozione. C’erano alcuni amici architetti e artisti locali. Alla fine hanno letto una poesia, strana perché, per com’era scritta, poteva sembrare una lettera lasciata dall’estinta, prima di farla finita. Invece no, era una creazione dell’affranto marito. L’ultima parte recitava così: “… ora sono luce / pura e assoluta / per sempre / ho raggiunto la vetta….” Amen! Ed il prete, a cesello: “… O Signore, nella tua infinita misericordia apri le porte del Paradiso a questa nostra sorella che in fondo era rimasta una bambina, con quegli occhi grandi meravigliati di un mondo che non comprendeva ….” Chissà che cosa avrà detto “l’estinta”, nella “cascia” sul pavimento. Forse: “… e mi tocca sentire anche questo!! Io non ho compreso il mondo? Ed il mondo, la città, l’architettura, l’arte hanno compreso e preso me? Ho dovuto fare questo gesto estremo per ricevere queste attenzioni, questi onori ed onoranze (funebri). Per essere io finalmente protagonista. Io finalmente artista condivisa, io depressa che mi son vestita a festa, con le scarpe eleganti, come per andare incontro all’ultimo appuntamento, per volare come in uno schizzo (frenico) di Chagall ...”. Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e … tutta una vita per imparare a recitare la morte. Per chi vuole progettare ancora la scena urbana, nonostante tutto. Tutto è poi finito e sono andato per la città. Napoli, uno spettacolo, una giornata splendida” Mi immergo nel sole, nei suoni dei clacson, nei mucchi di munnezza di nuovo rigogliosi ai lati della strada, che bello!! Sono felice di vedere la vita della mia città vibrionica, vitale, colerica. Contaminata dall’uso delle larghe masse arcaiche, pasoliniane. Incontro per la via un mio amico, un poeta assoluto, ignoto ai più (e ai meno). Colore locale, anche lui d’Epoca improbabile ed indefinita. Gli partecipo il crollo amoroso della mia amica, in qualche modo paradigmatico della città nostra, nel sole espressa ed depressa. Quello mi recita, a sorpresa, all’istante, su due piedi, una sua poesia dedicata alla nostra “strana” città. Il finale me lo ricordo così: “… Napule è ‘na distrazione ‘e Ddio, … Napule è nata quanno Ddio se girai scasualmente e abbuccaje tutte ‘e buattelle d’‘e culori dint’‘ò scuro. Splash!! Rosa, giallo, azzurro, niro; ‘na buattella arreta a ‘nata. Cadettero tutte ‘ccà. E accussì nascette Napule!” Anche la mia amica crollata in cielo ride. Per un attimo è felice, finalmente. Avrà detto: “quasi quasi, ci ripenso, ri-torno, se questa è Poesia, se questa è città!” Alla prossima pastiglia antidepressiva, Eduardo Alamaro (Eldorado)
LIBRI a cura di Francesca Oddo
La città da rottamare
" Il fenomeno della dismissione urbana, iniziato da qualche decennio, continua ad espandersi, anche se le sue conseguenze oggi fanno meno paura. L'esperienza ha dimostrato che i 'vuoti urbani' determinati dall'abbandono di porzioni di città non sono solo problemi molto complessi da risolvere, ma anche occasioni preziose per recuperare ritardi organizzativi del tessuto urbano e rispondere alle domande proprie della nuova vita economica e sociale delle città. Spostando l'interesse dal dismesso al dismettibile, con questo libro Audis mette al centro della discussione una questione non nuova, ma poco affrontata in Italia: il bilancio della città costruita nel dopoguerra, giunta ormai alla soglia di crisi tecnologica e priva degli standard di efficienza sociale, economica e ambientale propri delle esigenze della città contemporanea. Dopo una presentazione di Roberto D'Agostino, presidente di Audis, e l'introduzione delle curatrici, Federico Della Puppa affronta il tema della dimensione del patrimonio residenziale teoricamente dismettibile/rottamabile sul totale delle abitazioni esistenti in Italia, ed Enzo Nocifora esplora le relazioni fra le trasformazioni urbane e le questioni sociali che le generano e/o da esse si possono evolvere. Le riflessioni emerse da questi contributi sono riproposte ad alcuni protagonisti della scena urbanistica italiana chiamati a intervenire in una tavola rotonda. (Cicero)
A cura di: Marina Dragotto, Giusi India. Editore: Cicero. Anno: 2007. Pagine: 96. Prezzo: € 12.00
Antonia Campi
"La monografia è dedicata ad Antonia Campi (Sondrio, 1921), uno dei nomi più noti del design italiano. Artista e scultrice per formazione, Antonia Campi è approdata al design attraverso la Società Ceramica Italiana di Laveno, dove era entrata come operaia nel 1947 e di cui divenne direttore artistico negli anni sessanta. Segnalata per il Compasso d'Oro per il progetto di utensili ancora oggi esposti al MoMa di New York, Antonia Campi si è dedicata alla progettazione in svariati settori, dai sanitari e piastrelle (creati per Pozzi-Ginori) agli oggetti d'uso quotidiano, dalle porcellane artistiche alla sperimentazione di gioielli. Il volume ne ripercorre l'intera produzione, offrendo, grazie a un'attenta disamina della documentazione del fondo della S.C.I., una catalogazione pressoché completa dei pezzi, qui suddivisi in tipologie." (Silvana)
Autore: Anty Pansera. Editore: Silvana. Anno: 2008. Pagine: 304. Prezzo: € 45.00
RECENSIONI E COMMENTI
Lucy Bullivant intevista Rafael Viñoly
Lucy Bullivant - Il Palazzo di Giustizia del Bronx, che il suo studio ha completato lo scorso autunno, ha richiesto 13 anni per la sua costruzione. Lei ha avuto il primo colloquio per questo incarico nel 1994 e l’edificio è stato compiuto in varie fasi. Vuole raccontarci alcuni dei problemi emersi durante la costruzione, un periodo di enormi cambiamenti politici?
Rafael Viñoly - Amministratore del progetto era il Municipio di New York per conto dello Stato - c’è un rapporto di amore e odio tra i due - e noi abbiamo iniziato la programmazione del palazzo di giustizia con un budget che alla fine è stato ridotto di un terzo. Hanno influito le gravi difficoltà economiche dell’amministrazione Giuliani. Abbiamo disegnato tre diverse versioni dell’edificio. La Corte Suprema aveva registrato nel Bronx un record di atti di violenza criminale, inclusa l’uccisione di alcuni giudici; tutti i palazzi di giustizia somigliavano allora a delle fortezze, soprattutto quello accanto al nostro, che risale agli anni ‘70. Noi volevamo invece costruire un edificio trasparente. Si parlò allora di statistiche concernenti i crimini locali, ci furono molte critiche per il mandato nonché una rielaborazione dei costi.
Nel nostro progetto abbiamo cercato di riconciliare la necessità di assoluta sicurezza e trasparenza con un nuovo prototipo di palazzo di giustizia sicuro. Dopo l’11 settembre il problema della sicurezza si è collocato al primo posto e ci siamo chiesti come realizzare un edificio dove l’armatura rimanesse celata. La tendenza odierna è quella di impiegare una quantità superiore di cemento e muri più robusti ma spesso la gente ne è spaventata. L’edificio ha attraversato otto anni di un governo in preda al panico e alla paranoia. La dimensione pubblica, nella sua veste tradizionale, rappresenta un territorio che incute un certo timore, perché tende a tenere l’individuo al di fuori del concetto di progresso. Il risultato, tuttavia, si deve alla scelta del governo federale di ricercare un’architettura di eccellenza. Negli Stati Uniti questo livello di consapevolezza per la qualità della vita del cittadino è minore che in Europa, e determina la scelta degli investimenti nel settore sia pubblico sia privato.
L.B. - Quali strategie avete adottato per la realizzazione di un servizio pubblico che da sempre rappresenta una delle tipologie più rigide?
R.V. - Nel Palazzo di Giustizia del Bronx abbiamo collocato all’esterno l’aula per le riunioni delle giurie, un’ampia sala, luogo di incontro, immaginando che di sera potesse essere una sala concerti. Nella maggior parte degli edifici sono presenti spazi che tacitamente o esplicitamente suggeriscono come essere vissuti, entità che si trasformano secondo la volontà di chi li utilizza. Questo mi piace moltissimo poiché risolve il dilemma di che architettura è da considerare come arte o funzionalità. Si tratta di una maniera pertinente di concepire la creazione di forme, altrimenti lo schema diventa autoreferenziale.
L’architettura ha una dimensione politica poiché costituisce sempre una forma di intervento pubblico. Dovremmo smettere di credere che si tratti unicamente di un esercizio formale. Durante la costruzione del Tokyo International Forum nel 1996, per esempio, un edificio completamente aperto, giunti a metà della costruzione, il governo decise che voleva cambiare questa struttura aperta per impedire l’ingresso ai numerosi senzatetto che circolano lì intorno.
L.B. - Si vedono improvvisamente tante nuove architetture nella città di New York, nonostante il rallentamento del mercato dell’edilizia statunitense dovuto alla crisi dei mutui del mercato della casa. New York fa eccezione alla regola: tutti vogliono vivere e lavorare qui. Terminata la recessione, nel 2002, la gente ha ripreso a costruire, e i developer locali, spesso malvisti per la loro poca sensibilità verso la qualità, sembrano essersi inaspettatamente accorti dell’importanza dell’architettura. Questo cambiamento si deve forse al crescente prestigio delle star dell’architettura?
R.V. - C’è ora la tendenza a ricorrere alle celebrità. La maggior parte degli edifici di qualità di New York non sono disegnati da architetti americani. Le loro opere hanno avuto più visibilità sui media e hanno ottenuto molti consensi per via del lavoro fatto altrove. È divenuta evidente la necessità di commissionare edifici costruiti con solidi principi architettonici.
Come architetto, contribuisci ad un processo di evoluzione.
Essere richiesti per tale motivo è meglio che per il semplice fatto di essere un artista piuttosto che un tecnico. Il panorama dell’architettura è cambiato in modo straordinario. Abbiamo assistito alla follia degli anni ‘80 e ’90, con l’irremovibile ammirazione per il nuovo e la separazione tra progettazione architettonica e altre problematiche, possiamo sentirne ancora gli effetti.
L.B. - Nel Regno Unito la Rafael Vigñoly Architects sta completando il Performing Arts Centre a Leicester e il primo edificio dedicato alle arti visive a Colchester. A Londra, il suo ruolo è in ascesa con il discusso “Walkie Talkie”, un edificio per uffici al numero 20 della Fenchurch Street nella City, costruito per la Land Securities e approvato nel luglio del 2007. Più recentemente avete battuto Foster e SOM per l’incarico del nuovo masterplan commissionato da parte dei nuovi proprietari della Battersea Power Station. Come si trova a lavorare con clienti britannici?
R.V. - Stiamo lavorando molto nel Regno Unito che offre un panorama incredibilmente interessante, molto aperto e generoso e i committenti, nelle discussioni, palesano un buon livello di esperienza.
L.B. - L’impressione pubblica dell’edificio di 20 Fenchurch Street è stata influenzata dal fatto che il governo ne abbia richiesto una revisione pubblica, tra il 2006 e il 2007, in seguito alla campagna montata dalla English Heritage, l’istituzione che salvaguarda il patrimonio storico. Erano contrari alla forma della struttura e alle sue dimensioni, contestavano che avrebbe bloccato la veduta di monumenti importanti come la Torre di Londra. Come risponde alle polemiche sollevate al tempo?
R.V. - Si tratta di una controversia da non sottovalutare. Le decisioni architettoniche sono spesso e unicamente basate su una questione di stile ma in questo caso si trattava di una scelta politica fondamentale. La decisione di procedere con la costruzione di Fenchurch Street non è dovuta al fatto che piacciano o meno gli edifici alti, bensì alla questione più importante di come una città decida di evolversi al di là del proprio carattere urbano storico e la maniera di pianificare questo cambiamento. Ci sono sempre momenti di conflitto e dissenso.
Londra, con il London Plan, il piano urbanistico pubblicato dalla Greater London Authority nel 2004, dà direttive molto chiare. Non è restrittivo al semplice scopo di stabilire un corpus di norme, ma formula decisioni relative ai nuovi sviluppi, sulla base del singolo caso. Mette un po’ paura ma è uno strumento valido perché ha come fattore determinante la qualità. Una fastidiosa componente di questa complicata discussione è che uno dei parametri della qualità architettonica prevede sempre più che un edificio sia “iconico”, un aggettivo terribile, che prescinde dal concetto di qualità.
L.B. - Quali sono le innovazioni dell’edificio di Fenchurch Street capaci di migliorare l’identità del luogo dove sorge?
R.V. - Invece di grandi superfici alla base e piccole superfici in alto, l’edificio offre qualcosa di inedito; è provvisto all’ultimo piano di un ambiente di 3.000 m2 aperto al pubblico: un giardino pensile e un orto botanico, il più alto di Londra, dove i visitatori possono godere di una vista della città a 360 gradi. È un contributo allo spazio pubblico e trasforma il concetto di skyline urbano da qualcosa da ammirare a luogo di osservazione. Il disegno afferma la città nella sua verticalità dove l’ambiente pubblico è stato trasferito in alto.
L.B. - Quindi la sua funzionalità è importante quanto la sua forma?
R.V. - L’immagine architettonica può essere un elemento scatenante. Adolf Loos disse che un edificio che si lascia fotografare bene, non è di qualità. L’architettura è cinetica. Il ponte di Chris Wilkinson, il ‘Winking Eye’ a Newcastle, per esempio, ha un disegno incredibile, è una interpretazione moderna del ponte levatoio. Una struttura essenziale, con varie funzioni in un solo progetto.
L’architettura non è sempre integrata nel processo di sviluppo urbano, come penso dimostri il nostro progetto di Fenchurch Street. Quanto alla sua funzionalità, lo metto al confronto con gli altri edifici circostanti, quelli che contengono un gran numero di uffici ma nessuno spazio pubblico.
SGRUNT a cura di Marco Maria Sambo
Un reazionario chiamato Léon
Un conto è rivendicare un’Architettura a dimensione umana (magari decostruita e dinamica, perché no), lottando –ogni tanto- contro uno Star system che produce –troppo spesso- solamente l’Architettura/Styling del Mercatino globale che si traduce –a volte- in pura speculazione edilizia e –sovente- in impatto ambientale incontrollato (come avviene, oggi, a Milano). Altra cosa è rivendicare la dimensione umana della Città progettando un’Architettura “mitologica” che si ispira alla Germania nazista di Albert Speer, riproducendo scenari labirintico-urbani ancorati a una logica espressiva reazionaria.
Dunque, per farla breve, non abbiamo affatto bisogno, in Italia, di Léon Krier.
(marco_sambo@yahoo.it)
MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi
L’arte biotech per la mediologia
Qualche volta capita che le cronache riferiscano di avanzamenti della ricerca genetica adoperando termini evocativi: si parla così della creazione di mostri, chimere, ibridi da parte della tecnoscienza. Spesso si utilizzano i termini in modo inappropriato, ma il risultato sperato è altrettanto spesso raggiunto: incuriosire e incutere paure pregiudiziali.
A fronte di ciò ci sono in giro artisti che, lavorando nei laboratori a fianco degli scienziati, cercano di suscitare quell’attenzione utile a permettere una nuova consapevolezza delle ultime frontiere della biotecnologia. Eduardo Kac con il suo famoso coniglio fluorescente Alba, Oron Catts con le sue bistecche di rana coltivate in laboratorio, Marta de Menezes con le sue farfalle taroccate, George Gessert con le sue selezioni di piante ornamentali, Chrissy Conant con i suoi ovuli in barattolo, gli architetti come Marcos Novak con le sue superfici-membrane ci interrogano sugli esiti della manipolazione del vivente.
Questi nomi e queste imprese rientrano in quella che si chiama “arte biotech”. Jens Hauser è il critico che più ha esplorato questa galassia organizzando mostre in tutta Europa e pubblicando volumi come Art biotech (Cleub, Bologna, 2007) e Sk-Interfaces (Liverpool University Press, 2008). A lui si deve soprattutto il merito di aver colto la centralità di queste nuove emergenze espressive, altrimenti relegate ai margini del sistema dell’arte.
In un suo recente giro italiano (alla Naba di Milano, alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, all’Università “La Sapienza” di Roma) si è confrontato con diversi interlocutori su questi temi. Per la mediologia, il suo lavoro ci pare particolarmente utile a ripensare le tecnologie di comunicazione reticolari e digitali e l’orizzonte post-umano nel quale ci muoviamo. Le prime infatti ricevono nuova luce dallo spostamento di attenzione verso le biotecnologie: queste mostrano una materializzazione dell’esperienza espressiva che, per alcuni teorici, proprio i new media avrebbero negato attraverso un processo di progressiva astrazione. Grazie all’arte biotech si può invece pensare la continuità tra la corporeità dilatata dai new media e la corporeità modificata dalle biotecnologie. Inoltre, nell’ibridazione di carne e tecnologia, l’arte biotech indica con forza quell’apertura sensibile che connota la figura provocatoria del post-umano. Le opere sopra ricordate mostrano infatti quell’ibridazione continua e profonda tra teriosfera, tecnosfera e antroposfera che è uno dei fondamenti del pensiero post-human. Queste ci paiono le sfide teoriche lanciate da un personaggio come Jens Hauser. Saprà la mediologia, soprattutto in Italia, farsene carico?
antonio.tursi@gmail.com
SEGNALAZIONI
III Workshop-Concorso di Progettazione a Salerno
Al via le iscrizioni al III Workshop-Concorso di Progettazione organizzato come ogni anno a Salerno dalla sezione Campana dell’Istituto Nazionale di Architettura. Al workshop, dal titolo IN ARCH LAB ’08 campania, parteciperanno circa 100 tra architetti e ingegneri, nonché studenti degli ultimi anni delle Facoltà di Architettura e Ingegneria I partecipanti, suddivisi in 20 gruppi di progettazione, saranno affiancati, in qualità di tutor, da Camillo Botticini [Botticini Architetti - Brescia], Francesco Buonfantino [Gnosis - Napoli], Raffaele Cutillo [OfCA - Caserta], Donato Cerone [Five Studio - Salerno], Aldo Di Chio [Vulcanica - Napoli], Giorgio Goffi [giorgio goffi architetti - Brescia], Gustavo Matassa [Matassa_Architetti- Avellino], Guendalina Salimei [T studio - Roma], Nuccio Spirito [Asnova Studio Associato - Salerno], Giovanni Vaccarini [Teramo] .
Il workshop si terrà dal 22 al 25 giugno 2008 al Grand Hotel Salerno, sul lungomare della città e sarà aperto con una conferenza di Luigi Prestinenza Puglisi. I lavori prodotti saranno valutati da un giurì formato da Fulvio Irace (storico e critico d’architettura), Adolfo Guzzini (Presidente Nazionale In Arch), Massimo Pica Ciamarra (Vice Presidente Nazionale In Arch), Pasquale Belfiore (Presidente In Arch Campania), Bruno Discepolo (Presidente Società S.I.Re.Na), Domenico De Maio (Assessore all’Urbanistica del Comune di Salerno), Lorenzo Criscuolo (Dirigente Settore Opere e Lavori Pubblici del Comune di Salerno) e da Bianca De Roberto (Dirigente Settore Urbanistica del Comune di Salerno), che conferirà al miglior progetto un premio di 2000 Euro.
INFO:
LETTERE
Gerardo Mazziotti: Salviamo l’architettura moderna
In occasione del recente appello del mondo culturale internazionale in difesa del contesto nel quale sorge la chiesa di Notre Dame du Haut a Ronchamp di LeCorbusier mi è venuto in mente che la Robie House di Wright e la Villa Savoy di Corbu sarebbero state demolite se non fossero insorti alcuni prestigiosi protagonisti della cultura internazionale. E che, causa l’ assenza di una qualsiasi forma di salvaguardia, è stato demolito l’Imperial di Tokyo, costruito dal Maestro americano negli anni ’20. In questi giorni mi è capitato di consultare l’elenco dei siti di particolare interesse culturale e ambientale che, su iniziativa dell’Unesco, fanno parte del patrimonio dell’umanità. Presumendo che le scelte delle opere d’architettura fossero limitate a quelle del passato remoto fino alla fine dell’800, grosso modo, mi ha molto sorpreso l’inserimento nell’elenco di alcune opere architettoniche che, per essere state prodotte nella prima metà del ‘900, si è convenuto di definire “moderne”. Si tratta del Parco Güell e la casa Milà a Barcellona, il Bauhaus di Dessau e il Mèmorial de la Paix a Hiroshima. Certo, non v’è chi non trovi condivisibile la decisione di trasmettere ai posteri accanto alle opere di Ictino, di Callicrate, di Palladio, di Michelangelo e di Leonardo anche quelle dello spagnolo Antoni Gaudì, del tedesco Walter Gropius e del giapponese Kenzo Tange. Tuttavia non si comprende la ragione di non considerare di interesse culturale universale anche le opere dei maggiori protagonisti del Movimento Moderno (Wright, LeCorbusier, Mies van Der Rohe, Perret, Terragni, Melnikov, Michelucci, Scarpa…). La scelta del Bauhaus di Dessau (centro ideale dei movimenti artistici di avanguardia ) è indubbiamente basata sulla sua importanza, da tutti ampiamente riconosciuta, come matrice dell’architettura moderna. Tesi che si ritrova in quasi tutti i testi storici e in numerose enciclopedie. Ma che, pur tuttavia, contrasta con due fatti. Wright e Le Corbusier cominciarono la loro attività creativa ben prima della nascita del Bauhaus, per il quale non manifestarono mai alcun interesse. Negli stessi anni (1920-1930) in cui Gropius dava vita al Bauhaus gli architetti sovietici Ginsburg, Rodchenko, Tatlin, El Lissitsky facevano nascere nella facoltà di architettura di Mosca il Vuchtemass con gli stessi indirizzi d’insegnamento, aventi la stessa finalità: l’architettura moderna. Nettamente diverso, però, è stato il destino delle due scuole architettoniche. Il Bauhaus, del tutto incompatibile con l’architettura del III Reich, venne chiuso da Hitler che costringe Gropius, Breuer e Mies a emigrare negli Stati Uniti. Dove continuarono per decenni la loro opera di architetti. Il Vuchtemass, a sua volta incompatibile con l’architettura del regime bolscevico, venne chiuso da Stalin che si premurò di emarginare i suoi docenti fino a cancellarne addirittura la memoria. E infatti, mentre sono numerosissimi gli architetti e, in genere, gli uomini di cultura che non hanno mai sentito parlare o non hanno mai letto nulla del Vuchtemass, di contro non c’è architetto e uomo di cultura che non conosca il Bauhaus di Dessau. Specie da quando esso è diventato patrimonio dell’umanità. Mi viene perciò da proporre la istituzione di una Commissione internazionale di Saggi con il compito di individuare le opere di architettura moderna da includere tra i siti d’arte e di cultura dell’umanità. Non ci sarebbe più bisogno di lanciare appelli in loro difesa.
Gerardo Mazziotti
LE INTERVISTE di Graziella Trovato
Intervista a Belinda Tato di ecosistema urbano
-Breve presentazione:
Belinda Tato (Madrid 1971) e Jose Luis Vallejo (Madrid 1971) sono membri fondatori dello studio di architettura e urbanistica ecosistema urbano.
Il loro progetto per l’Eco Bulevar di Vallecas ha ricevuto numerosi premi internazionali tra cui l’AR Award for emerging architecture e il Premio di Riconoscimento Europeo della Fundazione Holcim. É stato inoltre selezionato per il premio dell’Unione Europea per l’Architettura Contemporánea Mies Van der Rohe Award, pubblicato ed esposto in piú di 30 Paesi di tutto il mondo.
- Graziella Trovato: Come nasce ecosistema urbano. Avevate sin dal principio dei propositi determinati? Se li avevate, si sono mantenuti nel tempo?
Belinda Tato: Ecosistema urbano é un equipe di professionisti, provenienti da diversi ambiti disciplinari e nazionalitá, interessati per lo spazio pubblico e nuovi modelli di cittá. Stiamo lavorando su progetti legati alla cittá e al territorio attraverso strumenti di partecipazione cittadina vincolati con la generazione di questi nuovi modelli urbani. Allo stesso tempo ci interessano l’ambiente e la gestione delle risorse e l’energia. Pensiamo che dall’innovazione possiamo arrivare a modelli piú efficienti.
Ecosistema urbano inizió come studio di architettura peró attualmente lavoriamo con professionisti di altre discipline e Paesi. Tutto ció ha ampliato il nostro campo di visione e i nostri interessi e ci ha portato a credere realmente nel lavoro di equipe. Pensiamo che la cittá, per fortuna, non é solo degli architetti.
- G.T.:Quali sono le maggiori difficoltá dopo la laurea? La formazione accademica é completa o si notano delle lacune su alcuni temi specifici?
- B.T.: La formazione ricevuta nella scuola (ESCUELA Técnica Superior de Arqutiectura di Madrid, U.P.M.) é abbastanza completa peró d’altra parte i 500 architetti che escono ogni anno dalla E.T.S.A.M. sono tutti formati per portare avanti la professione in una maniera molto simile. Ció implica un necessario adattamento al contesto quando ci si incorpora alla professione e ci si deve aprire un cammino propio.
- G.T.: La Escuela de Arquitectura de Madrid (ETSAM) vanta una formazione altamente scientifica e tecnologica. Ci si sente in un certo senso “piú ingeneri” con rispetto ad altri architetti europei. Credi che é una tradizione che si mantiene e che si puó apprezzare nell’architettura spagnola contemporanea?
- B.T.: Credo che c’é molto del vero in questa affermazione. In confronto ad altre Facoltá o Paesi la formazione é ancora abbastanza tecnica e molto vincolata a una maniera di esercitare la professione in ciu l’architetto mantiene un ruolo predominante nello sviluppo del progetto.
-G.T.: Nel 2007 siete stati selezionati, con altri studi di giovanni architetti madrileni, per la creazione della piattaforma Fresh Madrid. Si trattava di un’ iniziativa di interconnessione e promozione, derivata in una mostra organizzata nel COAM. Potete parlarci di quest’ esperienza? Cosa ne é rimasto?
- B.T.: Fresh Madrid é stata un’esperienza molto interessante perché si é data visibilitá a un grande numero di equipe di giovani architetti madrileni. Quest’iniziativa ha rappresentato una importante opportunitá per l’ architettura giovane. Siamo molti grati di esservi stati coinvolti. Infatti gente di diversi Paesi europei cn ha contattati come conseguenza di questa proposta che, senza dubbio, ha costituito un riferemento fuori Madrid per i giovani architetti europei.
- G.T.: Credi che esistono caratteri comuni ai giovani architetti madrileni in atteggiamenti, intenzioni o risultati? Se é cosí, quali sono?
- B.T.: In Spagna ci sono state molte opportunitá negli ultimi anni; specialmente per la gran quantitá di concorsi pubblici che hanno dato la possibilitá ad architetti appena laureati di avviare uno studio con lavori di piccoli scala. Questa situazione ha propiziato un ambiente altamente competitivo e una cultura del concorso che fa che in questo momento esista un’ architettura di alto livello prodotta da studi giovani.
- G.T.: Parlaci del vostro blog. Che finalitá ha?
- B.T.: Il blog (www.ecosistemaurbano.org) nasce come mezzo di diffusione, non solo della nostra produzione ma anche di una rete di persone attive che lavorano su temi come la cittá, il territorio, i residui, l’energia, ecc. Lo abbiamo attivato un anno fa e attualmente registriamo piú di 10.000 visite al mese. Si propone come catalizzatore di idee e persone attorno a ció che denominiamo “sostenibilitá urbana creativa”.
- G.T.: Per questo vostro compromesso con la sostenibilitá siete stati selezionati per la Expo Zaragoza. Puoi anticiparci qualcosa sulla vostra partecipazione?
- B.T. Ci hanno selezionati, con altri 10 studi internazionali relazionati con la sostenibilitá, per partecipare nella mostra “Zaragoza-Kioto architetture per un pianeta sostenibile” commissariata da Luis Fernandez Galiano.
Abbiamo optato per creare un progetto la cui nascita fosse la propia expo e che perdurasse oltre la stessa. Il progetto si chiama www.ecosistemaurbano.tv ed é un programma di diffusione e scambio di contenuti multimedia connessi con la sostenibilitá urbana e basato su canali di televisione partecipativa. L’obbiettivo fondamentale é fomentare il dibattito sulla sostenibilitá basandoci sull’opinione di esperti, professionisti e tutti i tipi di usuari, fomentando un maggiore dialogo fra il mondo accademico - professionale e i cittadini. Crediamo che il fattore piú sostenibile é l’educazione. In questo senso questa televisione vuole offrire l’opportunitá di dibattere e informare sotto un punto di vista piú appropriato, piú partecipato, piú scientifico e meno generalista.
Si propone come una piattaforma per la diffusione di temi legati alla sostenibilitá, utilizzando un linguaggio che arrivi al grande pubblico, che sia di facile comprensione e che allo stesso tempo non risulti superficiale. Appoggia dal principio le dinamiche di participazione capaci di arricchiere e aprire a nuove idee e collaborazioni.
- G.T.: Per terminare: tre parole per il prossimo futuro....
B.T.: Innovazione, partecipazione, azione.
ALLEGATI
Envelope is Space
La collana “Architetture della Tecnologia” della Franco Angeli indaga, all’interno della riflessione sul rapporto tra tecnologia e progetto, questioni legate al ruolo dell’energia e dell’innovazione che derivano dall’uso di nuove tecniche e materiali. In un momento in cui l’impiego innovativo delle tecniche è vincente nello star-system degli architetti, il rischio è l’accentuazione retorica del linguaggio, l’uso manieristico dei mezzi tecnici e lo svuotamento di significati dello strumento tecnologico. Il percorso progettuale parte troppo spesso da un approccio formalistico, che solo in un secondo momento trova le tecnologie - sempre più ardite e raffinate - adatte alla realizzazione. Ma, se non vogliamo condannare l’innovazione tecnologica ad una sorta di accademia di se stessa, è necessario invertire il rapporto, partire cioè dalla riflessione sulle tecniche appropriate al contesto progettuale che abbiamo di fronte per arrivare, attraverso la formalizzazione dell’immaginazione tecnologica, al progetto di architettura.
Estratto dal libro di Filippo Angelucci e Francesco Girasante: Envelope is Space. Spazio ed Energia nelle Architetture dei BEAR. Space and Energy in BEAR Architecture.
Le trasformazioni del linguaggio o dei linguaggi dell’architettura - quando di architettura si tratta - impongono una riflessione più ampia sui modi di produrre, appunto, architettura.
Dalla complessità dei rapporti, che legano da una parte la tecnologia alla progettazione architettonica e dall’altra la tecnica alla processualità dell’edificazione, si solleva una consequenzialità di questioni tale da rendere particolarmente sentita l’esigenza di una consapevolezza complessiva dell’operazione progettuale e delle sue implicazioni.
L’architettura attraversa un momento storico in cui la pressione tecnologica presenta modelli sostenuti, spesso, da fenomeni e comportamenti al di fuori dell’architettura stessa e il manufatto architettonico rischia di diventare, talvolta, la sommatoria di soluzioni tecniche e superfetazioni progettuali che hanno poco a che fare con la cultura del progetto.
L’architettura contemporanea ripropone al progettista il dilemma - infinite volte dibattuto - di quale ruolo e importanza attribuire alle questioni tecniche nella determinazione delle scelte che sono alla base della costruzione di un’opera; un dilemma che ciclicamente si manifesta ogni volta che nuovi scenari delineano contesti o emergenze da cui non si può prescindere.
[…] La complessità di relazioni e interferenze messa in gioco nel quadro delle questioni ambientali sta incidendo profondamente sugli atteggiamenti dei progettisti. In questo senso, la configurazione dell’involucro edilizio è divenuta una tra le tematiche più interessanti nel panorama dell’architettura, non solo per le strategie progettuali, ma anche per quelle esecutive: una tematica su cui si confrontano le sperimentazioni e che offre maggiori occasioni di promuovere continue ricerche, sia tecniche che formali.
Nel significato più usuale si intende per “involucro dell’edificio” quella parte dell’organismo costruttivo - elemento di frontiera - che racchiude l’organismo stesso e ne costituisce una delimitazione fisica, ma che, nel contempo, è anche elemento funzionale, schermo di separazione e filtro di connessione tra interno ed esterno, nonché elemento ambientale con il ruolo di interagire con gli spazi esterni circostanti.
[…] Connotare l’involucro semplicemente come facciata dell’edificio, quindi, non restituisce in pieno la complessità delle tematiche che raccoglie, essendo questa una chiave di lettura molto riduttiva: l’idea di facciata, infatti, rimanda agli aspetti estetici dell’opera, mentre quella di involucro coinvolge i fattori della qualità ambientale, attribuendo all’unità tecnologica delle chiusure un compito fondamentale per l’equilibrio funzionale dell’organismo edilizio.
[…] Il concetto di involucro, in realtà, si estende a interfaccia tra spazio costruito e ambiente circostante: luogo dove si incontrano interno ed esterno, dove da un lato si conclude lo spazio confinato e dall’altro si scambiano le condizioni ambientali tra interno ed esterno. In termini tecnici, l’involucro appare sempre più come parte deputata a garantire i requisiti fisico-ambientali dello spazio interno, stabili per richiesta, ma anche tale da recepire le caratteristiche complessive dell’ambiente circostante, variabili per natura.
Agli elementi costruttivi dell’involucro, il progetto assegna, pertanto, le prestazioni coerenti con le attività che vanno a svolgersi all’interno dello spazio, ma anche le prestazioni relative alla gestione e alla ottimizzazione del rapporto con il proprio intorno.
[…] L’idea di sostenibilità ambientale che i BEAR cercano di sviluppare è, infatti, radicata in una concezione del costruire che vede nel processo di evoluzione delle proposte progettuali l’occasione per condurre una ricerca applicata, in progress, sui temi dell’innovazione tecnologica. Una sfida, questa, che si concentra sulle modalità di attuazione e di diffusione della cultura dell’innovazione nella pratica quotidiana del progetto e nella costruzione progressiva di scenari che, per piccoli passi, promuovono e concretizzano nuovi modelli per l’abitare.
In questa prospettiva il rapporto tra spazio, involucro ed energia, nell’edificio e nella dimensione più ampia dell’insediamento, è da interpretare nel lavoro dei BEAR come un’indagine continua sulle nuove relazioni che intercorrono tra gli elementi materiali del processo costruttivo e le componenti immateriali - potremmo dire fluide - dell’ambiente costruito.
L’esito del progetto risulta da un percorso complesso attraverso il quale si recupera il senso dell’architettare le trasformazioni dell’habitat, in una logica svincolata dal ruolo rigorosamente demiurgico del progettista, così da indirizzare i processi tradizionali del costruire verso una dimensione tettonica nuova e responsabile.
[…]Nel lavoro dei BEAR il processo costruttivo passa, quindi, attraverso una continua interpretazione e re-interpretazione di ciò che può delinearsi come luogo di interfaccia tra forze e componenti che agiscono nel sito di intervento.
Lo spazio di interfaccia, nelle loro proposte, si configura spesso come involucro edilizio o urbano: una vera e propria membrana che tende a relazionare le spazialità abitative interne con le dinamiche esterne del sito, mediante il controllo di flussi di informazioni ed energia.
Altre volte, il tema dell’interfaccia è sviluppato come un sistema fluido di mediazione e di delimitazione degli ambiti spaziali abitativi, senza anteporre barriere fisiche, ma configurando superfici o volumi che si prestano ad accogliere usi e modificazioni successive nel tempo, non necessariamente previste dal progetto.
Le elaborazioni del team olandese esplorano, quindi, le possibilità di individuare criteri differenziati e codici di lettura alternativi per il progetto, in grado di restituire un più complesso sistema di relazioni fra tradizione e innovazione del costruire; un campo di relazioni che si materializza in tutti i loro lavori e che oggi costituisce una delle strade percorribili per la ricerca progettuale del cambiamento nelle logiche dell’abitare.
Integrare l’innovazione tecnologica
Nelle sperimentazioni dei BEAR tutto ruota intorno all’idea della costruzione di involucri abitativi nei quali il fattore energetico è visto in un’accezione ampliata, non esclusivamente legata a una dimensione termodinamica. È in quest’ottica che la loro concezione bioclimatica del costruire si affianca alla ricerca progettuale per trasformare in spazio i flussi di energia che attraversano edifici, giardini e quartieri. La loro stessa idea di architettura che reagisce alle sollecitazioni del contesto, sotto l’aspetto energetico e termico, tende a reinterpretare il tema dell’involucro abitativo come spazio di mediazione; uno spazio in cui l’innovazione, nell’uso dei materiali e delle soluzioni costruttive, diventa occasione per manifestare un campo di possibilità di adattamento, di evoluzione e di potenziamento delle prestazioni dell’edificio, senza mai comprometterne gli aspetti fondativi e costruttivi elementari.
[…] Nei loro lavori emerge con forza il ruolo centrale della complessità della progettazione architettonica alla luce delle problematiche ambientali contemporanee. Forse ancora di più nelle loro architetture prendono forma i diversi livelli di questa complessità, le implicazioni interdisciplinari e le ricadute delle innovazioni tecnologiche.
All’interno di un iter che non esula dai tradizionali canoni del costruire, la progettualità dei BEAR è fondamentalmente protesa a contribuire alla formazione di una nuova cultura dell’architettura diffusa. In questo articolato percorso, il tema dell’innovazione tecnologica e, in particolare, le ricadute di un più generale fenomeno di innovazione culturale e tecnica, che agisce sul costruire “a prescindere” dalle reali esigenze dell’abitare, diventano il problema centrale del loro processo costruttivo.
[…] Il loro è un impiego soft della tecnologia che non osa mai infrangere il legame con la storia. Attraverso questo sperimentalismo leggero, i BEAR indagano ciò che le innovazioni tecnologiche possono aggiungere all’abitare tradizionale e gli aspetti dell’abitare contemporaneo che rivelano una imprescindibile necessità di innovazione tecnologica.
Il rapporto fra tradizione e innovazione costruttiva non è affrontato ricorrendo a cesure o contrapposizioni nette. Il percorso formativo del loro progetto si incentra, piuttosto, sull’individuazione e sulla valutazione dei gradienti di cambiamento che possono essere messi in gioco in un intervento.
Anche l’enfasi posta sul tema degli involucri restituisce, in effetti, un’ottica di lavoro che tende a rintracciare nello “strato epidermico” delle costruzioni il luogo dove delineare configurazioni del cambiamento ragionevoli per il progetto.
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