La radice del tetto
La parola giapponese Yane=Tetto è formata da due ideogrammi Ya=Casa, Ne=Radice.
Viene da pensare che in Oriente, il tetto sia la radice della casa, ovvero che l’origine dello spazio “costruito” non sia da ricercare nelle fondazioni ma bensì nel tetto.
Toyo Ito, in un suo scritto accennava al fatto che in altri tempi gli uomini si lasciavano trasportare in una corrente della natura in continuo cambiamento, creando uno stile architettonico aperto alle forme effimere. In una recente intervista, curata da Matteo Belfiore, Roberto Tranchese e da chi scrive, Ito rispondeva ad una domanda postagli dicendo che lui non teme che una sua costruzione possa venire abbattuta dopo dieci o ventanni. Essendo oggi immersi in una corrente che non è più soltanto quella della natura ma anche quella più dinamica della città, in questo spazio, fenomenologicamente instabile e fugace, per ragioni economiche e culturali, ci si trova ad operare con la necessità di produrre un sistema che ha soltanto un minimo di durabilità, ma che si deve tentare di trasformare in architettura.
La città giapponese, di cui Tokyo è il gigantesco esempio, è un organismo che non è stato possibile imprigionare in nessun precedente dogma o piano di sviluppo architettonico o urbanistico che tenesse conto di un contesto solido, o duraturo, nel quale operare. Il contesto, così importante nella costituzione dello spazio della città europea, si ritrova ad essere messo criticamente in discussione nella produzione dello spazio orientale. Per altro a Tokyo, dove il 30% delle costruzioni viene ogni anno, trasformato, demolito o ricostruito, parlare di contesto ha un senso profondamente diverso che in Europa. Raccontava Toyo Ito, che nel gioco del Go ogni volta che si sposta una pedina si impartisce un nuovo equilibrio dinamico allo schema del gioco. Questo è quello che in parte avviene a Tokyo: il contesto si trasforma a una velocità accelerata, che non permette di avere una base solida sulla quale poter fondare un’architettura che non sia già riconosciuta in partenza come fenomeno transitorio. Come se fosse un gioco al quale partecipare sapendo che le configurazioni man mano prodotte, solo in parte dipendono dal proprio progetto. Per altro, pensare a relazionarsi con i palazzi accanto che fra non molto non ci saranno più, non può non sembrare anche solamente un po’ insensato.
Allora, ecco che ricercare la radice dello spazio costruito nel tetto, e non nelle fondazioni, acquista senso. Ciò permette di rintracciare nella tenda, come costruzione effimera archetipica, parte del senso del costruire contemporaneo orientale: fatto di ferro e vetro modernista, ma di temporaneità buddista. In qualche modo, sapere che non ci sia un punto stabile sul quale soffermarsi, pone in evidenza il fatto che oggi la contemporaneità abbia forse più a che fare con la mutevolezza che non con la stabilità. Ovvero che una buona costruzione, per quanto ci abbiano insegnato che si comincia dalle fondazioni, forse una volta tanto si potrebbe cominciare a costruire non dal basso ma bensì dall’alto. Questo non significa non stare con i piedi per terra e con la testa in aria. Significa stare con la mente aperta, vigile e disponibile alla prossima mossa.




