presS/Tletter

presS/Tletter n.36-2007

LPP 13/Dec/2007 15:31:54
FLASH di Marcello del Campo
 
Proverbio di Natale
Natalini con i suoi, cas’aimonti con chi vuoi
 
IN EVIDENZA
 
Aymonino, Guido, Ferrara, Amirante, Carreri, Guida,  Giummarra, Zanda, Ordine degli Architetti di Roma, Future System, Mosco, Genovese, Polveroni
- Nell’EDITORIALE DI FINE ANNO alcune considerazioni di LPP
- Nella rubrica MISTERI D’ITALIA Stefano Casciani si interroga sul Triennale Design Museum e su una inchiesta del Censis.
- Nella rubrica DOCUMENTI Aldo Aymonino interviene a proposito dell’editoriale in breve della scorsa presS/Tletter che lo tirava in ballo. Segue una risposta di Luca Guido.
- Nella rubrica CORRISPONDENZE Zaira Magliozzi risponde a una lettera di Antonio Giummarra  a proposito delle opere d’arte che attentano all’incolumità del pubblico.
- Nella rubrica OCCHIO ALL’ECOLOGIA a cura di Francesca Capobianco: La situazione di Gaia non è buona.
- Nella rubrica INTERMEZZO Edoardo Alamaro ci parla di Le nuove porte dell’arte di Napoli.
- Nella rubrica RECENSIONI E COMMENTI una recensione di Valerio Paolo Mosco alla mostra di Future System a Roma. Inoltre le Parole di Marco Genovese.
- Nella rubrica LETTERE Paolo G.L. Ferrara ci manda un intervento sul tema: Bruno Zevi e Franco Franchi? Per Amirante e Carreri ... praticamente la stessa cosa... Giuseppe Guida interviene sulla lettera del Ministro Rutelli.
- Nella rubrica ALLEGATI  un brano dal titolo Il complesso espositivo: la parentela estetica e semantica tra museo e grande magazzino tratto dal libro di Adriana Polveroni: This is contemporary. Come cambiano i musei d’arte contemporanea, recentemente pubblicato dalla Franco Angeli.
- Nel sito: www.presstletter.com troverete il PDF con il disegno di legge Zanda per l’architettura la cui proposta e' anche il frutto della collaborazione con un gruppo di Ordini degli architetti coordinati dall'Ordine degli architetti  di ROMA.


EVENTI
 
Sugli ultimi trent’anni di storia dell’architettura
Incontro presso InArch Lazio 17 dicembre , lunedì, ore 20 in via di Villa Patrizi, 11- Roma  sul libro 1970-2000. Episodi e temi di storia dell’architettura, un testo che affronta gli ultimi trenta’anni di storia dell’architettura. Presenteranno il libro gli autori: Francesca Filippi, Luca Gibello, Manfredi Robilant. Commenteranno Francesco Garofano e LPP.
 
EDITORIALE DI FINE ANNO
 
Restituire senso alla speranza
Con questo numero concludiamo il 2007. Ne approfitto per fare gli auguri di buone feste ai lettori e per ringraziare i nostri collaboratori che anche quest’anno hanno permesso il miracolo di continuare un'impresa antieconomica come la nostra che si regge solo sulla generosità di chi presta gratuitamente il proprio contributo.
Anche quest’anno non sono mancati spunti di discussione. Il più grave ci sembra la mancanza di trasparenza del sistema architettura. Sia nel campo universitario che in quello delle gare si ha la sensazione che i concorsi siano troppe volte pilotati, precostituiti, preparati. Ed e' diffusa l’opinione che a vincere raramente siano i più bravi. Il messaggio che arriva alle giovani generazioni e' devastante: per emergere non basta coltivare il merito ma i padrini di riferimento. E poi giocare sulla confusione dei ruoli per accaparrare benefici. Usare la propria posizione di docente o, peggio, di preside per lucrare incarichi dall’amministrazione, usare i propri incarichi nell’amministrazione per accedere a una cattedra universitaria, favorire il figlio del politico per ottenere benefici professionali,  far entrare nell’accademia la propria famiglia al completo e anche cognati, cugini, fidanzati e affini per poi essere presenti in forza al mercato degli incarichi.
Si dirà: da che mondo e' mondo e' sempre stato così. Certo, in Italia non abbiamo brillato mai in quanto a moralità. Ma oggi il fenomeno e' peggiorato per almeno tre motivi.
Il primo e' che, da parte dei peggiori, non c’e' più nemmeno il senso della vergogna: il malaffare lo si vanta, e lo si ostenta in modo sfacciato. Arrivando pure a cercare di giustificarlo attraverso un uso indecente della critica, che difatti in questo momento versa in uno stato comatoso.
Secondo: sono venute a mancare, da parte dei migliori, quelle regole di buon senso che garantivano il funzionamento di una società civile. Una di queste, per esempio, e' che si evita di partecipare a gare dove si sa che chi giudica ci e' vicino e, viceversa, chi giudica considera con molta più severità il lavoro di chi conosce, preferendogli quello dell’outsider per non avere poi il dubbio, innanzitutto con la propria coscienza, di essere stato parziale.
Terzo: si stanno creando delle lobby di interessi – note a tutti coloro che sono un po’ addentro a queste questioni, ma ovviamente difficilmente smascherabili in pubblico- che stanno scientificamente accaparrandosi l’accaparrabile. A volte dietro il pretesto della coerenza cultural-politica. E in questo senso occorre dire chiaramente che la sinistra sta facendo una pessima figura rivelandosi ancora più temibile della vecchia Democrazia Cristiana, che, nella sua gestione del potere, era molto più pluralista. E che i quarantenni e cinquantenni si stanno rivelando molto peggiori dalla vecchia generazione dei settantenni e ottantenni che eravamo riusciti a mettere all’angolo. A Roma e' per esempio, sempre più forte la sensazione, che i giochi siano gestiti da pochi i quali , come si suol dire con una metafora brutta ma illuminante, non fanno prigionieri.
In tutto questo buio ci farebbe piacere sentire chiara e forte la voce di coloro, che dalle varie posizioni, dovrebbero tutelare il buon andamento delle cose architettoniche. Invece li vediamo troppo spesso darsi da fare per entrare loro o far entrare i loro amici, parenti e famigli nelle giurie di concorso.
Se non vogliamo  giocarci anche la prossima generazione di architetti, occorre fare qualcosa. Non so se noi ci riusciremo, ma statene certi presS/Tletter non starà zitta, facendosi mettere in un angolo. Del resto non tutte le battaglie si vincono, ma non per questo non vale la pena combatterle.
Di nuovo auguri a tutti i nostri lettori. LPP
 
L’OPINIONE
 
La prima pietra
Posta finalmente la prima pietra per la Nuvola di Fuksas ( ma non si doveva porla, una volta effettuato lo scavo?) aspettiamo con ansia l’ultima. Speriamo però che ci risparmino sei o sette cerimonie di inaugurazione.
 
LA CARTOLINA di Renato Nicolini
 
Fiera della Vanità
Walter Veltroni, dalla partecipazione di Nouvel, Fuksas e Piano alla gara per la riprogettazione dell’area dell’ex Fiera sulla Cristoforo Colombo, ne desume che Roma “è al centro dell’attenzione dell’architettura internazionale”. Letizia Moratti definisce “la più bella del mondo”  la Nuova Fiera di Fuksas a Milano. La/e Fiera della Vanità.
 
FOCUS SU… di Diego Caramma

Tracce d'architettura - 16
42. Se c’è presenza c’è anche l’«altro» dalla presenza. Ma l’«altro dalla presenza», pur venendo in presenza, “non è, sic et simpliciter, la presenza stessa”. L’enunciato paradossale è allora il seguente: La cosa che si manifesta da sé in presenza non è la cosa che si manifesta da sé in presenza, esattamente perché è la cosa che si manifesta da sé in presenza. Questo apparente paradosso, spiega Sini, è la vera questione della «cosa fenomenologica», giacché proprio “in esso, e non altrove, sta l’incontro con la cosa. Sicché l’incontro con la cosa è nel contempo l’averla fallita e l’aver mancato il segno”. Il che significa che “proprio quando il fenomeno viene portato alla presenza (…), proprio allora il fenomeno si oscura. Questa però non è la catastrofe della fenomenologia, ma è la natura profonda della presenza e del suo rapporto con la cosa stessa fenomenologicamente intesi (cioè intesi bene)”. Potremmo allora esprimerci in questo modo: la cosa si manifesta da sé in presenza, ma non come la cosa che si manifesta da sé in presenza, bensì in una sua differenza. Nella differenza di un suo rimando, di un suo rinvio. La presenza funziona come un segno, la sua struttura è segnica, è caratterizzata da una «relazione segnica» intesa come «fenomeno originario della presenza».  
43. Se non fosse così, ogni cosa non potrebbe presentarsi e stare nell’esperienza: Va da sé che è solo in forza di questo originario carattere di rimando che l’uomo può servirsi dei segni del linguaggio e in base a essi stabilire poi, ma appunto solo poi, dei segni convenzionali o speciali (…). Noi possiamo deputare certe cose a significarne altre, e quindi possiamo assumerle come segni in senso specifico, solo perché la struttura generale della nostra esperienza è segnica in senso lato e originario. È in questa relazione che si inscrive e circoscrive il duplice segno della cosa. Duplice non nel senso di avere a che fare con due cose (la cosa e la cosa in presenza), ma nel senso che è l’evento che si duplica in una dinamica che è propria di ogni evento. È già stato osservato in precedenza: il «di qua» non è che un essere in tensione verso il suo «al di là», ma nello stesso tempo l’«al di là» è in tensione contraria; «provenienza destinata» e «destinazione proveniente» verificantesi all’interno di un’oscillazione continua, di una vibrazione ritmica, di un istantaneo rimando. Forse in questo senso Zevi parlava dell’architettura e della sue «pulsanti tensioni territoriali e urbane».
 

MISTERI D’ITALIA di Stefano Casciani
 
Triennale Design Museum
Caro Luigi, lo scorso week-end visita a Milano di parenti e amici,
appassionati (da profani) di design e arredamento contemporaneo. Li porto a vedere l'appena inaugurato "Triennale Design Museum".  Dal nome sembra che l'omonimo Design Museum di Londra, fondato 18 anni fa da Terence Conran e diretto ora da Deyan Sudjic, abbia aperto una succursale in Triennale: non è cosi. Sorvoliamo (in tutti i sensi) sul ponticello di De Lucchi in cima allo scalone di Muzio. Si entra: video Son et Lumière a tema curati da registi italiani "giovani", cioè sulla cinquantina, con l'incursione di un giovanissimo: Ermanno Olmi. L'allestimento solido raggruppa in isolotti soprattutto divani poltrone lampade e sedie, la maggior parte ancora in produzione: ogni tanto, per fare colpo, una credenza di Ponti e Fornasetti, o una genialità di Pesce.  Usciamo e porto amici e parenti a visitare i migliori negozi d'arredamento di Milano: Artemide, B&B, Cassina, Driade, Flos, Molteni, Moroso...    Curioso: più di un ambiente (soprattutto da Cassina, dove Pesce  spopola) ricorda molto gli isolotti del TDM.   Pare che lì l'allestimento rimanga fisso per un anno. Tutto il tempo per i negozi di aggiornarsi almeno sei/sette  volte.  Conclusione logica per gli appassionati: per essere informati su quel che succede nel design, a Milano per un anno è meglio andare  a vedere i negozi.
Un abbraccio, Stefano Casciani
 
Censis: L'italia una "poltiglia di Massa" senza coesione
"Una mucillagine sociale che inclina continuamente verso il peggio". Cosi' il Censis descrive la realta' italiana, costituita da una maggioranza che resta "nella vulnerabilita', lasciata a se stessa", "piu' rassegnata che incarognita", in un'inerzia diffusa "senza chiamata al futuro". La realta' diventa ogni giorno "poltiglia di massa - spiega il Rapporto sulla situazione sociale del paese - indifferente a fini e obiettivi di futuro, ripiegata su se stessa"; la societa' e' fatta di "coriandoli" che stanno accanto per pura inerzia. Una minoranza industriale, dinamica e vitale, continua nello sviluppo, attraverso un'offerta di fascia altissima del mercato, produzioni di alto brand, strategie di nicchia, investimenti all'estero; cresce cosi' la voglia di successo degli imprenditori e il loro orgoglio rispetto al mondo di finanza e politica. Ma "siamo dentro una dinamica evolutiva di pochi e non in uno sviluppo di popolo": "la minoranza industriale va per proprio conto, il governo distribuisce 'tesoretti'", ma lo sviluppo non filtra perche' non diventa processo sociale e la societa' sembra adagiata in un'inerzia diffusa. Lo sviluppo di una minoranza non ha saputo rilanciare i consumi e la maggioranza si orienta per acquisizioni low cost e su beni durevoli, senza un clima di fiducia."
E l'architettura?
 
DOCUMENTI
 
Aldo Aymonino risponde a Luca Guido
Caro Luigi PP, quando si parla di me, nel bene e nel male, in genere uso la ben rodata tecnica andreottiana del “lascia fare e non rispondere”. Tuttavia questa volta il tono civile e non troppo delatorio della lettera di Luca Guido mi stimola a rompere il mio ventennale riserbo su  alcune questioni.
Intanto devo ringraziare Luca Guido dei (fin troppi) complimenti che  fa del mio lavoro.  Faccio dei progetti che, cito letteralmente, “sono interessanti e sono tra i migliori elaborati negli ultimi anni in Italia” e faccio parte di  quei “commissari che suscitano interesse culturale e animano il  dibattito architettonico italiano”.
Troppo buono, Guido, troppo buono! Cosa chiedere di più? Ma ho anche 54 anni, ho fatto il liceo e l’università a Roma, lavoro come architetto dal 1981, ho lavorato, insegnato e vissuto a Ravenna, Pescara, Milano, Venezia e Roma, sono docente universitario da alcuni lustri, ho partecipato a circa 120 (centoventi) concorsi nazionali e internazionali come concorrente, vincendone nove e realizzandone sei (queste statistiche non mi mettono di buonumore….). Questa condizione anagrafico/biografica, fa sì che io conosca, frequenti e sia amico di una fascia di persone che comprende una buona fetta di quelli che praticano la nostra professione nel nostro Paese. Come aggravante ho una moglie architetto molto più giovane di me, il che fa sì che anche la generazione dei trentacinque/quarantacinquenni (soprattutto romani, ma non solo…) mi sia molto, molto familiare, sia pure per interposta persona.
Infine il mio lavoro universitario, tra colleghi anziani, coetanei e più giovani (senza contare gli ex studenti e i laureati, alcuni ormai over 40 e architetti affermati nei loro luoghi di origine e a livello nazionale) configura conoscenze che seguono una geometria a piramide rovescia di cui non sono assolutamentein grado di precisare i confini. Del concorso “Rimesse in gioco”, di cui, è bene ricordarlo, io ero uno degli 11 (undici) giurati e che chiedeva un masterplan e non un bell’edificio, dei partecipanti della Rimessa Vittoria Pippo Ciorra è un mio grande amico da alcuni decenni, Nicola Di Battista era mio compagno di università, Labics li conosco bene e li frequento da alcuni anni (sono stati anche in una recente giuria in un concorso a inviti in cui ero  concorrente), mentre dello studio Doppiomisto Carlo Prati si è dottorato insieme a mia moglie di cui ha presentato il libro da lei scritto alla casa dell’architettura l’anno scorso (ed è stato anche l’apprezzato DJ della festa per il mio 50° compleanno), mentre Cecilia  Anselmi ha lavorato nel mio studio. Fidone è un collega universitario che stimo e con cui ho condiviso più di una esperienza didattica. Per quanto riguarda il Deposito di Porta Maggiore gli Ian+ (ho votato anche per loro, altro merito riconosciuto alla commissione da Guido) li intreccio,anche come avversari, con continuità e stima da alcuni anni (oltre l’amicizia che li lega da sempre alla sopracitata moglie), con Efisio Pitzalis, oltre a condividere lo stesso ruolo accademico, abbiamo lavorato insieme negli anni’80 nello studio di Franco Purini e Laura Thermes prima che lui iniziasse una lunga collaborazione con lo studio di mio padre, il gruppo Marazzi era associato con uno studio romano di cui fa parte Valerio Franzone, mio studente per un triennio nel dottorato internazionale “Villard de Honnecourt”, nonché ottimo amico di mio fratello e di mia figlia, mentre il gruppo Insula annovera tra i suoi effettivi Eugenio Cipollone, di cui ho pubblicato un progetto sul libro che ho scritto con Valerio Paolo Mosco (che fa parte del think team della press letter di LLP) e che cortesemente mi invita a tutte le feste che dà nel suo studio. Con Spartaco Paris ho iniziato un lavoro di collaborazione e ricerca  sulle energie alternative, mentre di Arriola e Fiol ho pubblicato due progetti nel libro a cui accennavo prima. Nella giuria conosco da molti anni Maria Argenti, da quando collaborava alla rivista “L’industria delle costruzioni” che per prima  ha pubblicato con continuità i miei progetti, Pio Baldi mi ha coinvolto  nel 1998 nella prima stesura della “legge per l’architettura” voluta da  Walter Veltroni quando era ministro dei Beni Culturali, con Daniel  Modigliani andavo in vacanza a Itaca nel 1983 (c’erano almeno altri trenta architetti, ma l’elenco sarebbe troppo lungo e noioso….), sono stato in alcune commissioni che hanno giudicato il lavoro di Alberto Iacovoni (che, neanche a dirlo, è buon amico della mia signora..) e con Cino Zucchi, amico fraterno da più di vent’anni, oltre alcune decine di mostre, workshop, saggi critici, concorsi e convegni, condivido la costruzione (a metà degli anni novanta) di alcuni edifici ad Ancona in  un masterplan generale redatto, pensa un po’, da Pippo Corra e dallo  Studio Salmoni! Gabriella Raggi, direttrice dell’Ufficio per la qualità dell’ architettura, è un’amica che mi invita in occasioni culturali e non,  mentre Luca Montuori, della segreteria organizzativa del concorso, oltre aver fondato con me e altri un’associazione politico/culturale un paio di anni fa, è il Responsabile Unico del Procedimento (cioè il controllore ultimo del mio operato) di una direzione lavori che sto seguendo con il mio studio a Roma.
Questo è, più o meno, il quadro completo, anche se non sono certo al  100% di eventuali omissioni e imprecisioni.E questo avviene regolarmente in ogni concorso in cui sono concorrente o giurato, in ogni commissione accademica a cui partecipo, a ogni convegno o ricerca in cui vengo invitato. Tengo a precisare che di storie personali simili alla mia, in Italia,  ce ne sono almeno un centinaio, ergo col chiacchiericcio a cui accenna  Guido non se ne esce. Che fare? Chiudersi a casa a meditare su una biografia troppo agitata, anche senza aver fatto il militare a Cuneo? Cambiare paese?  Offrirsi per lavori no profit (il poco profit lo si pratica già  quotidianamente…) nelle regioni più disagiate del nostro pianeta? Proporre al mondo che le commissioni dei concorsi avvengano per  estrazione a sorte? O che siano formate soltanto da commissari stranieri? (segnalo peraltro che molti di noi hanno anche ottimi e  ramificati  rapporti all’estero….) Sono pronto a discutere qualsiasi soluzione non ideologico/utopistica ammantata di rettitudini inesistenti e impraticabili.  Quanto a quello che succederà la prossima volta che Ciorra sarà in  commissione e Aymonino sarà concorrente non lo so (anche se le volte che è successo sono arrivato una volta secondo senza premio e l’altra  quarto su quattro concorrenti….).
Ma quando dovrò giudicare Pippo, se Ciorra avrà fatto un buon progetto  che, cito ancora letteralmente Guido, “esprima affinità culturali” con  le mie idee avrà il mio voto.
Altrimenti no.
Un saluto e, visto che conosco anche te da molti anni, un abbraccio.
Aldo Aymonino
 
Luca Guido: Ancora sui concorsi di architettura
Come avevo detto: stimo molto Aymonino. Vorrei quindi rispondere non con un discorso di tipo personale, ma con alcune considerazioni di ordine generale, per parlare di un tema, quale quello dei concorsi, che ci riguarda tutti.
 
Sui concorsi di architettura bisogna dirlo forte e chiaro: vogliamo crederci. Vi viene in mente la parola architettura se dico Craxi, Andreotti, Berlusconi o Prodi? Andate avanti fino alla fine e capirete il perché di questa domanda. Fin quando non avremo committenti culturalmente preparati sui temi dell'architettura non c' è poi tanto bisogno di accanirsi sulle giurie.
In casi recenti e lontani abbiamo notato che le tanto auspicate "affinità culturali" tra giurati  e partecipanti, richiamate dal sottoscritto nell'ultimo editoriale della presS/Tletter, alcune volte sono vere e proprie frequentazioni personali, di lavoro, di amicizia, o in altri casi preziosi rapporti di collaborazione reciproca.
 
Principalmente credo sia questo ciò che scoraggia molti di noi a parteciparvi, ovvero il fatto che le affinità culturali "debbano" coincidere con le amicizie di chi è chiamato a giudicare. Il circolo vizioso, se pur legale è sotto molti punti di vista deprecabile. Ancora peggiore sarà il risultato se i legittimi vincitori sbandiereranno poi le proprie amicizie
oppure  le proprie "affinità culturali". L' unica consolazione che ci rimane è vedere premiato un buon progetto. A volte accade.
 
Ma il punto è questo: è giusto che, dietro la consolazione di una presunta/ostentata trasparenza, gli elaborati di bravi architetti debbano attendere di essere premiati solo dai propri amici?
Ingenuamente voglio pensare che anche questi metodi portino il committente -e cerchiamo di ricordarci che i tempi da Prima Repubblica sono finiti- a non credere nel risultato di un concorso prima promosso fermamente. Altre volte sarà  il solo effetto mediatico prodotto dal concorso  medesimo che renderà appagato il committente politico, col risultato di degradare a sottoprodotto culturale un meccanismo che al contrario dovrebbe essere virtuoso.
E la cosa purtroppo è molto frequente nel nostro "Bel Paese", è frequente non dar seguito realizzativo ai concorsi. Un committente più serio si chiederà, giustamente, perché non preferire il meccanismo dell' affidamento fiduciario di un incarico, esponendosi in prima persona alle responsabilità a cui troppe giurie sfuggono. Sfuggono perché non ispondono alle critiche mosse, perché non sono pronte ad illustrare pubblicamente il progetto, perché non sinceramente interessate alla cosa, perché sanno che molti dimenticano presto, e forse in alcuni casi, ma speriamo di no, anche perché non credono nel progetto che hanno appena premiato.
 
Sembra che proprio non se ne riesca ad uscire. Quindi che fare? Propongo alcune riflessioni -premesso che sto parlando di concorsi a procedura aperta, mentre ritengo del tutto deprecabili quelli che equiparano la professione ad una mera prestazione di servizio la cui garanzia, secondo il legislatore, dovrebbe essere quella del fatturato-.
In fondo quello che tutti lodevolmente chiedono è di evitare semplici favoritismi e dare una garanzia di reale partecipazione al meccanismo concorsuale.
E questa richiesta avviene per diverse ragioni: in fondo non siamo davvero convinti che gli esiti di tanti concorsi riflettano reali affinità culturali e ci appaiono come semplici e cieche prese di posizione, o peggio favoritismi. Un giurato titolato e qualificato professionalmente non necessariamente è sintomo di giustizia. "Del resto lo stesso Ernest Hemingway ha offerto un esempio di approfondita e documentata coscienza critica quando, bruciacchiato e zoppicante, tra un fiasco di valpolicella e un piatto di scampi, affermò di non conoscere la soluzione di Wright, ma
aggiunse <io voto contro>" (B. Zevi) [si riferisce al progetto di Wright per la Fondazione Masieri n.d.r.]. Mi chiedo e vi chiedo: quanti dei nostri progetti sono stati giudicati da illustri  giurati in questo modo?
 
Vorrei anche ricordare che attorno ad alcuni professori universitari non aleggia affatto quell' aura di misticismo e di autorità che sarebbe più consona alla loro figura e sappiamo bene come i concorsi universitari siano la palestra di certi comportamenti non proprio auspicabili. Forse perché non tutti praticano e conoscono i metodi selettivi descritti nel libro: Salvatore Settis. Quale eccellenza? Intervista sulla Normale di Pisa a cura di Silvia Dell' Orso.
 
Quando i giurati "qualificati" diventano più di uno, magari due, cinque o dieci, il risultato può essere una bella qualificata ammucchiata, ma credo che peggiori ancora di più la cosa. L' Italia è il paese del partito preso -soprattutto quando sono in campo le più alte questioni estetiche e filosofiche, dove sono sempre pronti tutti a dire la propria: soubrette, cantanti, presentatori e con meno presa sul pubblico i professori universitari-, è un paese sufficientemente sciovinista in architettura, ma è anche un paese in cui non ci si assume le responsabilità rinviando le decisioni o preferendo di decidere all' unanimità. L' unanimità è uno strumento democratico, ma può essere anche "bulgaro", o un modo per accontentare tutti senza far dispiacere eccessivamente nessuno. Se un progetto non piace a un giurato, meglio optare su uno che accontenti tutti, o chiedere le dimissioni per indisponibilità per non litigare con i colleghi
commissari,...vi sembra un bel modo di premiare il migliore?
 
Le prese di posizioni in Italia si attuano solo per le crociate discutibili. L' atteggiamento aprioristico e anacronistico delle centinaia di migliaia di denigratori del contemporaneo ne è la conferma così come ne sono la conferma le campagne saltuarie di cantanti-soubrette contro una generica architettura contemporanea, come loro chiamano la speculazione, le periferie, e l'abusivismo, creando inutile confusione semiologica. La stessa serietà caratterizza i recenti detrattori dei "grattacieli" torinesi di Piano e Fuksas  che hanno diffuso alla stampa articoli e artificiosi fotomontaggi per dimostrare la loro verità...
 
Ritornando a noi, non credo molto ai meccanismi partecipativi additati da molti -credo nelle responsabilità culturali e politiche, e quindi ai relativi meriti o demeriti da tributare-. In Italia mancano da troppo tempo committenti che si identificano e che si fanno promotori di architettura, lo dico e lo scrivo da tempo. Mi piacerebbe che le giurie fossero sempre note in anticipo e i concorsi palesi, dico di più: che una parte dei lavori della giuria fosse a porte aperte, per lo meno sui concorsi di una certa importanza.
Quindi se di consulente/esperto ne può bastare uno, chiunque esso sia, prima di aprire una guerra fratricida tra colleghi dovremmo chiedere dei committenti più organizzati e preparati. In grado di assumersi le loro responsabilità, in grado di amare l' architettura e di poterla giudicare consapevolmente nei concorsi da essi stessi banditi. Se qualcuno penserà che questa è un' idea folle, io dico che si sta sbagliando, e che semmai abbiamo sempre avuto bisogno di idee folli per andare avanti. Una grande architettura si realizza solo con un grande committente, e grande vuol dire anche onesto. La politica italiana a differenza di quella francese (cfr. uno degli ultimi discorsi di Sarkozy dedicato agli architetti) non ha il coraggio di identificarsi con l' architettura e con l' urbanistica.
 
Vi invito a riflettere: dopo le signorie, Giulio II della Rovere, varie dinastie papali, ducali e borghesi, dopo il potere forte della dittatura fascista, l' ultimo grande committente italiano è stato Adriano Olivetti. La media delle date colloca temporalmente il "committente medio" italiano nel 1700 circa. Per chi vuole approfondire, segnalo un lucido articolo di Luis Fernandez Galiano pubblicato di recente su El Pais dedicato ai rapporti tra potere e architettura. Inutile dire che i nostri politici sono del tutto assenti da questa lista.
http://www.elpais.com/articulo/opinion/arquitectos/Venus/elpporopi/20071115elpepiopi_11/Tes
 
INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
 
Aldo Rossi a Roma
Aldo Rossi, dieci anni dopo. disegni e modelli di opere e progetti dal 1964 al 1997 dell’archivio personale di Aldo Rossi dalle collezioni DARC – MAXXI con testimonianze degli amici a cura di Francesco Moschini con il coordinamento di Valentina Ricciuti dal 19 dicembre 2007 al 25 gennaio 2008. Inaugurazione: martedì 18 dicembre 2007, ore 18.00. Roma, Accademia Nazionale di San Luca. Piazza dell’Accademia di San Luca, 77
 
Moretti visto da Moretti a Roma
Moretti visto da Moretti dalle carte dell'Archivio Centrale dello Stato. Inaugurazione della mostra di Architettura 13 dicembre 2007 ore 17.30 Archivio Centrale dello Stato, Piazzale degli Archivi, 27 - Roma
 
FestivalArchitettura a Parma
Dopo le giornate di Modena e Reggio Emilia il Festival dell'Architettura 2007 approda a Parma giorno 13 e 14 dicembre, presso il ridotto del Teatro Regio (ingresso dal Teatro, Via Garibaldi 16/a).
 
Ravenna Moderna
Venerdì 14 dicembre 2007 alle ore 10.00 presso la Casa Matha in piazza Andrea Costa 3, Ravenna, avrà luogo il convegno: Ravenna Moderna. Nino Manzone Architetto 1924-1996 opere di architettura. Parteciperanno: Nullo Pirazzoli, Massimiliano Casavecchia, Gianfranco Bessi, Arnaldo Bruschi, Ruggero Lenci, Danilo Naglia. Lo stesso giorno alle ore 18.00 nella chiesa di Santa Maria delle Croci in via Guccimanni in Ravenna, si inaugurerà la mostra curata da Ruggero Lenci: Ravenna Moderna. Nino Manzone Architetto 1924-1996 opere di architettura
 
Indagini tra decor e decus a Omega (VB)
Inaugurazione della mostra Indagini tra decor e decus al Forum di Omegna parco Maulini 1 – Omegna (VB). La mostra espone una nuova collezione di “dipinti” laminati realizzati per l’occasione in edizione limitata da Abet Laminati; i quadri sono affiancati da arredi archetipici che dialogano con il laminato e ne esplicitano anche la valenza applicativa.
 
La Zisa a Palermo
A Palermo, giovedì 13 dicembre 2007, alle ore 17e30 verrà presentato il nuovo libro di Ugo Rosa "Attraverso la Zisa" presso la libreria Kursaal Kahlesa, Foro Umberto I, di fronte al parco del Foro Italico. Il libro, che fa parte della collana "Nuvole" di Biblioteca del Cenide, racconta la Zisa tra spigoli e specchi individuandola come un´anomalia nel panorama delle architetture arabe e, altresì, come un elemento di straniata storicizzazione non potendo essere "una di quelle costruzioni che nuotano dentro la Storia dell´architettura come pesci nell´acqua, piuttosto che appartiene alla categoria delle alghe e dei detriti: vi galleggia sopra". Interverranno, con l'autore, Gaetano Cuccia, Yusif Latif Jaralla e Rosanna Pirajno. Un finale dolce e piccante concluderà la serata.
 
MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

Moretti visto da Moretti a Roma
Mostra aperta al pubblico dal 13 dicembre 2007 al 15 marzo 2008, ingresso libero, nei seguenti orari: Mart-Ven dalle 15.00 alle 18.00, Sab dalle 10.00 alle 13.00, Domenica chiuso. Archivio Centrale dello Stato, Piazzale degli Archivi, 27 - Roma
 
Bruno Munari a Milano
Nel centenario della nascita Milano ricorda Bruno Munari, Rotonda di via Besana (via Enrico Besana 15) dal 25 ottobre 2007 al 10 febbraio 2008. Orari 9.30-19.30 da martedì a domenica; 9.30 – 22.30 giovedì; lunedì chiuso. Info tel. 02.43353522
 
Miralles Tagliabue EMBT 1997/2007 a Napoli
Mostra 10 anni di Architetture Miralles Tagliabue EMBT 1997/2007 tradizione del fare. Facoltà di Architettura Università degli studi di Napoli Federico II. Dipartimento di Progettazione Urbana e Urbanistica. Sala delle Prigioni Castel dell'Ovo Napoli 14 dicembre 2007 - 15 gennaio 2008
 
Le Corbusier Dipinti e disegni ad Alessandria
Palazzo Monferrato (via San Lorenzo 21) Alessandria  mostra: Le Corbusier Dipinti e disegni dal 1° dicembre 2007 al 30 marzo 2008
 
Gonzalo Byrne architetture a Vicenza
Mostra Gonzalo Byrne architetture dall’ 11 dicembre 2007 al 9 marzo 2008 ore 10-18. Palazzo Trissino,Corso Palladio. Vicenza
 
B/N a Bari
Dal 29 novembre al 16 dicembre 2007 il Museo Archeologico di Santa Scolastica a Bari ospiterà la mostra sul design B/N con la partecipazione di: Interaction Design-Lab di Milano - Mario Nanni - Antonio Annichiarico - Domenico De Palo - Corrado Bove - Renzo Buttazzo - Antonio Piccirilli - Gianni Veneziano
 
UNIVERSITA' & Co.. a cura di Ilenia Pizzico
 
Premio internazionale di Design Adam’o Eva a Milano
In occasione del Salone Internazionale del Mobile di Milano, la galleria showroom Adam’o Eva ha indetto la prima edizione del Premio Internazionale di Design indirizzato a giovani designers e progettisti fino a 35 anni di età. Esso non è rivolto al design comune o di routine bensì a quello legato a un impegno di ricerca progettuale e artistica ed intende mettere in evidenza, sulla scena internazionale, i giovani progettisti più creativi del mondo.Il vincitore del premio si aggiudicherà:la somma di € 10.000;la realizzazione di una propria mostra personale presso la sede espositiva di Adam’o Eva; la realizzazione di un catalogo correlato alla mostra, pubblicato da un noto editore italiano, che verrà distribuito in numerose librerie italiane e nei circuiti del settore.Una giuria d’eccezione garantirà il rigore scientifico e il livello internazione del concorso. Partecipazione gratuita. Scadenza domande:25 febbraio 2008.Info e bando:www.adamoevacreazioni.it
 
Corso di Perfezionamento in Architettura del Paesaggio e del Territorio a Napoli
E’ indetto il concorso per l'ammissione al Corso di Perfezionamento in Architettura del Paesaggio e del Territorio, anno accademico 2007/2008. Partecipanti: laureati in Architettura, Ingegneria Edile, Ingegneria Civile, Ingegneria Ambiente e Territorio, Scienze e Tecnologie Agrarie, Scienze Naturali, Scienze Ambientali, Scienze Geologiche, Conservazione dei Beni Culturali Suor Orsola Benincasa. Costi:€ 620,00. Scadenza domande: 22 febbraio 2008. Info e bando: www.unina.it
 
L'Italia di Le Corbusier: 1907-1965 a Roma
L'Italia di Le Corbusier: 1907–1965 è il titolo del Convegno internazionale organizzato in occasione del centenario del primo viaggio in Italia di Le Corbusier.Al centro dei lavori, l'apporto della cultura italiana alla formazione e all'evoluzione progettuale di questo maestro dell'architettura del Novecento: dai viaggi giovanili di formazione, ai contatti negli anni Venti con esponenti dell'arte e della letteratura italiana contemporanea, ai rapporti con gli architetti razionalisti italiani negli anni Trenta, in particolare a Milano, Roma e Venezia. Oggetto delle analisi dei relatori saranno inoltre gli importanti incarichi professionali per il Centro di calcolo elettronico Olivetti a Rho (MI) e per l'Ospedale di Venezia.13 dicembre 2007 ore 9.30, Accademia Nazionale di San Luca, Piazza dell'Accademia di San Luca, 77, Roma; 14 dicembre 2007 ore 9.30-13.30, Facoltà di Architettura Università Roma Tre, Via della Madonna dei Monti, 40, Roma; 14 dicembre 2007 ore 15.00-18.30, Casa dell'Architettura, Piazza Manfredo Fanti, 47, Roma; 15 dicembre 2007 ore 10.45, Villa Adriana, Tivoli. Info: www.arc1.uniroma1.it/public/ConvegnoItaliaLeCorbusier.pdf
 
Master universitario in Progettazione Architettonica per il Recupero dell'Edilizia storica e degli Spazi pubblici a Roma
Il Master forma una figura professionale consapevole della complessità tecnica e culturale dell’intervento nei centri antichi che possa operare, di concerto con gli altri specialisti, con competenza e qualità sull’intero processo edilizio, congiungendo le proprie capacità progettuali con quelle gestionali e manageriali all’interno dell’attuale concezione del progetto come forma di negoziazione continua.Partecipanti: laureati in Architettura e/o Ingegneria.Scadenza domande:20 dicembre 2007.Info: w3.uniroma1.it/pares
 
CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi
 
Gentile Zaira Magliozzi,
Le scrivo in riferimento all'articolo in oggetto, pubblicato sulla press/Tletter n.35-2007, e intitolato CADERE
NELLA CREPA DELL'ARTE CONTEMPORANEA.
Chi le scrive non è certamente uno scettico; amo l'arte in tutte le sue forme, e maggiormente l'arte contemporanea, però dissento totalmente quando afferma che "il pubblico va educato, non salvaguardato. va tormentato, scosso, va fatto cadere ecc.". Sarà banale, ma Le ricordo che l'incolumità delle persone va sempre tutelata. Probabilmente certe sue infelici affermazioni  derivano dalla mancanza di una esperienza diretta di un disagio, o un danno fisico causatole da un'opera d'arte. Mia madre invece questa meravigliosa esperienza l'ha vissuta; infatti, in visita alla Tate lo scorso 13 Novembre, c'è caduta davvero, dentro quella INTERESSANTISSIMA opera d'ARTE (?) e di conseguenza è stata sottoposta a due interventi chirurgici a Londra e a Palermo (uno di pulitura, e uno di trapianto di pelle), e a tutt'oggi non può ancora camminare, si è dovuta assentare dal lavoro, ecc. ecc. ecc. Con questo voglio semplicemente dire che per me l'arte moderna può e deve continuare ad essere provocatoria, comunicativa e d'impatto per il fruitore ma certamente non in questo modo. Altrimenti qualunque artista sarebbe legittimato, per esempio, a far passare il pubblico attraverso stretti corridoi con tante lame affilate incastonate nelle pareti, oppure sotto un'installazione che spruzza potenti acidi sulle persone; o ancora a far attraversare dalla corrente elettrica una installazione metallica, così i più curiosi ed interessati potrebbero portare con sè a vita il ricordo di quella INDIMENTICABILE  E TOTALIZZANTE ESPERIENZA CON L'OPERA D'ARTE. E si potrebbe continuare all'infinito a fare altri esempi con un pò di pazienza e fantasia. Ci si può spingere al limite, ma il limite non va superato. Riguardo all'opera, sarebbe bastato semplicemente renderla più visibile, magari inserendo delle lampade in fondo alla lesione del pavimento comandate da sensori di vicinanza, oppure dei piccoli getti d'acqua...ecc. Non bisognava essere dei geni come la Salcedo, per eliminare il pericolo, mantenendo intatto l'effetto.
Come concludere questo personale contributo... ovviamente rifacendomi alla legge del contrappasso... farei realizzare una mini-SHIBBOLETH  a casa della Salcedo, ovviamente a sua insaputa. Probabilmente cascandoci dentro e facendosi male seriamente proporrà immediatamente alla Tate di  riempire con una bella colata di cemento la sua opera d'arte... con l'augurio che, RIMARGINANDOSI LA FERITA, si estingua per sempre la segregazione e l'odio razziale.
arch. Antonio Giummarra
 
Caro Antonio Giummarra,
Le sue sono parole pesanti, da cui non posso esimermi di rispondere. Come penso sia doveroso, vorrei esprimere tutta la mia vicinanza al dramma che sta vivendo sua madre, da quello che ci ha scritto non deve essere stata una caduta da poco. Cose del genere non dovrebbero accadere, e non penso sia necessario avere “una esperienza diretta di un disagio, o un danno fisico” provocato da un’ opera d’ arte per affermare che questi incidenti vadano in tutti i modi evitati. Non sono d’ accordo, però, sul forzare quello che è un messaggio ben preciso della Salcedo; Nel caso della sua opera non c’ è infatti il dichiarato intento di provocare un danno fisico nel pubblico (come invece sarebbe l’ intento delle bizzarre istallazioni da lei ironicamente descritte). Anzi lancia un messaggio ben preciso…ma è ovvio che non tutti siamo capaci di ascoltare, di vedere, di andare oltre un giudizio superficiale, affrettato e disattento. Come, forse, non tutti ci documentiamo prima di visitare una galleria d’ arte per capire a cosa andiamo incontro. Sarebbe bene farlo, forse doveroso per non rischiare di incorrere in facili incomprensioni. Il problema è quindi capire come sia potuto succedere che un certo numero di persone siano malauguratamente cadute nella crepa della Turbine Hall e come fare per evitare futuri incidenti. Saranno state disattente? Non avranno visto i cartelli di avvertimento? O pensavano, ingenuamente, che fosse dipinta nel pavimento?....tutto ciò può accadere, certo, ma non deve legittimare l’ impedimento e la libera fruizione di quest’ opera al pubblico attento e avveduto che aveva letto a riguardo e/o l’ aveva notata appena entrato (dall’ ingresso principale o dalle sale espositive dei piani superiori). Quanto alle possibili soluzioni per evitare gli incidenti? Aumentare i cartelli esplicativi e il personale di controllo. Ma niente di più. Salvaguardiamo i disattenti, ma rispettiamo l’ opera d’ arte e il suo messaggio.
…Quanto alla sua provocatoria proposta di “realizzare una mini-SHIBBOLETH  a casa della Salcedo” a sua insaputa, bè, si commenta da sola. Si sa, spesso la rabbia offusca la lucidità.
 
E per guardare le foto:
 
OCCHIO ALL’ECOLOGIA a cura di Francesca Capobianco
 
“La situazione di Gaia non è buona”
Il testo del rapporto sul futuro dell’energia di Jeremy Rifkin pubblicato in italiano su La Repubblica 01.12.07 (J. Rifkin, “Energia. La Nuova era, tr. it. A. Bissanti; www.foet.org/JeremyRifkin.htm) è una versione ridotta del “white paper” preparato per il primo ministro portoghese José Socrates, presidente di turno dell’Ue, di cui è consulente per le questioni economiche, per il climate change e la sicurezza energetica. Le osservazioni di Rifkin sono la base delle indicazioni di indirizzo formulate da Socrates per l’Ue nell’Energy Vision Paper for Europe’s Strategic Energy Technology Plan, destinato ad avere un peso rilevante nelle prospettive d’azione delle politiche ambientali europee. Le tesi di Rifkin sono note: a partire dal dato economico dell’esaurimento delle risorse fossili e del petrolio, il ricorso alle fonti di energia rinnovabili non è più dilazionabile, non è più un’opzione ma una necessità. Sicurezza energetica, esplicita il testo, significa produrre energia ed elettricità localmente e regionalmente da fonti prontamente disponibili di energia rinnovabile, capacità di immagazzinarne una parte sotto forma di idrogeno e altre tecnologie di immagazzinamento per sostituire e supportare l’energia della rete elettrica e dei trasporti, possibilità di condividere l’energia supplementare ovunque tramite una rete intelligente che colleghi ogni comunità europea. Una intergrid intelligente su scala continentale e pienamente integrata consente a ogni paese membro dell’Ue di produrre la propria energia e al contempo di condividerne qualsiasi surplus con il resto dell’Europa con un approccio da network che garantisca all’Ue la sua sicurezza energetica. In altri termini il progetto di una terza rivoluzione industriale nella definizione di un sistema di produzione e consumo che si affida a due momenti complementari: il ricorso alle dotazioni locali e la costituzione di un capitale comune energetico da ridistribuire sul territorio. Una rivoluzione che richiede una sorta di atlante geopolitico secondo le potenzialità di ogni paese di concorrere all’uso integrato dell’utilizzo delle energie rinnovabili, senza il quale l’avvento della “generazione distributiva” rimarrebbe un mero auspicio nella sfera dell’utopia.
 
D’altra parte, il fattore tempo costituisce un’invariante con cui non si può non fare i conti come emerge dagli stessi lavori della 13a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in corso a Bali (R. Bultrini, “Caos clima, è Bali l’ultima spiaggia, La Repubblica 4/12/07; unfccc.int/meetings/cop_13/items/4049.php). Bisogna intervenire presto con gli strumenti che abbiamo a disposizione. Sul fattore tempo insiste Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute e presidente dell’Hearth Policy Institute. In una recente intervista rilasciata ad Antonio Cianciullo (“Trattare? Non c’è Tempo. L’Italia scelga sole e vento”, La Repubblica 4/12/07) afferma: “Non c’è più tempo per i negoziati. Il gioco è finito: occorre muoversi subito per arrivare ad una società carbon neutral cioè ad un mondo capace di creare ricchezza e benessere senza alterare l’equilibrio dell’atmosfera”. Di fronte alla presenza di una vera e propria mina climatica, la prima operazione è quella di disinnescarla: avviando la riduzione dell’80% di emissioni entro il 2020. In altri termini, l’immediata apertura dei processi di riconversione di un sistema planetario. Brown per altro registra i timidi segnali di una presa di coscienza diffusa della centralità del problema della riconversione energetica: la Nuova Zelanda, ad esempio, si impegna a tagliare entro il 2020 le emissioni nonché a piantare 250 mila ettari di boschi, entro il 2040 dimezzerà la quantità di benzina per le automobili, punterà sull’idroelettrico e geotermia. Anche negli USA i segnali del cambiamento sono sempre più forti: non passa al Senato l’apertura di nuove centrali a carbone. Il governatore della California Schwartzenegger si batte per vie legali per ottenere agli Stati Americani libertà di decisione nelle misure di contenimento dei gas serra. Cinquecento città americane hanno dichiarato la loro adesione al protocollo di Kyoto. Ad una domanda sul ruolo dell’Europa e, in particolare, dell’Italia, lo scientist risponde che nella mappa geografica globale tutti i paesi hanno il loro ruolo. L’Italia può guardare al solare, all’eolico e alla geotermia, all’interno di un processo in cui: “l’Unione Europea è in prima linea. Ci sono paesi come l’Islanda che hanno virtualmente eliminato l’uso dei combustibili fossili e riscaldano gli edifici all’80% con l’energia geotermica… molte altre cose succederanno perché i segnali che ci arrivano sono terribili”. Il primo obiettivo è quindi la lotta all’inquinamento: nella graduatoria stilata alla conferenza di Bali l’Italia risulta su 56 nazioni al 41o posto, come la Cina, dietro Polonia e Bielorussia. I primi posti, viceversa, sono occupati dalla Svezia seguita dagli altri Paesi Scandinavi, paesi in cui l’attenzione all’ambiente e le best pratices si radicano in una tradizione, e in scelte politiche, ormai più che trentennale. L’invariante tempo, in ogni caso, sembra dover far ragione del possibile ventaglio di opzioni costringendo le scelte ad un percorso obbligato. Nel nostro paese vi sono problemi di messa in sicurezza con cui bisogna in ogni modo fare i conti perché la devastazione dell’ambiente è stata alacre e frenetica in certo senso sistematica sicché le uniche opportunità sembrano quelle offerte da ciò che non si è fatto più che da quello che si è fatto: la via della riconversione è tutta in salita in un paese che è ancora alle prese con problemi di modernizzazione e di manutenzione ordinaria. In agenda c’è certamente il problema del riadeguamento del patrimonio edilizio, per cui il recente piano casa per 80.000 alloggi rappresenta un’occasione da non sottovalutare, collocata ad immediato ridosso della crisi ambientale. Criteri: non fare danni, costruire ecologico, materiali eco-compatibili, risparmio energetico, adeguamento degli standard, valutazione di impatto ambientale, rapporti con la città, uso sociale degli spazi, gestione responsabile, possibile autosufficienza, etc. secondo un alfabeto purtroppo ancora in fieri, che parte ancora da quei principi di igiene e salubrità alla base della rivendicazione sociale dell’MM. Nel laboratorio contemporaneo vi sono i segni dell’avvio di una ricerca sempre più attenta alle sfide della condizione presente. E’ in questo quadro che bisogna interrogare la sperimentazione in atto: proposte come quella di Mario Cucinella, progetto Symbola presentato alla Fiera Campionaria di Milano a Novembre, dove il tema del risparmio energetico è declinato nella sua attuabilità immediatamente comprensibile: la eco-casa (A. Cianciullo, “Nasce la eco-casa: 100 metri quadrati a 100.000 euro”, La Repubblica 22/11/07; www.mcarchitects.it). La eco-casa adotta l’introduzione strutturale del fotovolatico, su di un tetto di settanta metri quadrati- 3 mila chilowattora all’anno, a garanzia dell’autosufficienza energetica e della produttività economica dell’investimento.
Ed è sempre in questo quadro che occorre recuperare le esperienze condotte fino ad adesso, nell’apparente isolamento da forme di consenso generalizzato, e non per questo meno significative: come Roma 2004, Scandicci 2007, Casa Klima, etc. E soprattutto occorrerà interrogare con maggiore “modestia” ed attenzione l’esperienza di quei virtuosi vicini europei di cui siamo chiamati ad essere compagni di strada e interlocutori, se possibile né minori né parassitari, in un progetto comune.
Oggi 12 Dicembre i colloqui di Bali si indirizzano alla costruzione di una road map di azioni comuni ai paesi del globo per tentare il controllo degli esiti, per lo meno i più devastanti, dell’effetto serra. Con un viatico non confortante, perché oltre alla denuncia delle contraddizioni che hanno segnato le politiche dello sviluppo nei diversi paesi, insiste sullo sfondo l’eco di considerazioni come quelle di James Lovelock, il teorico di Gaia, il sistema terra capace di autoregolarsi e di sopravvivere nonostante i danni inferti dall’uomo. In gioco dunque non è la sopravvivenza del pianeta, ma la sopravvivenza degli insediamenti umani, perché l’azione dell’uomo ha messo in moto una serie così complessa di meccanismi distruttivi, senza elaborare le tecnologie adatte a controllarli. Il futuro che ci aspetta è quello dei sopravvissuti: “Pochi, i più ricchi e potenti” dice Lovelock (A. Tonti, “La Terra? Si salverà da sé”, D la Repubblica delle Donne 24/11/07) perché i molti inermi non potranno resistere alla carestia, alla desertificazione, alle inondazioni, allo sconvolgimento dell’assetto antropico: l’inevitabile serie di catastrofi causate dall’alterazioni dell’equilibrio della terra. Ne La rivolta di Gaia Lovelock sottolinea la contraddittorietà delle azioni: ad esempio lo smog, il grande accusato, è di fatto una coltre che protegge dagli effetti più devastanti dell’irraggiamento solare, in un contesto in cui ogni inversione di tendenza rischia di produrre effetti ancora più negativi. Il sistema ha bisogno di energia pulita ma non vi è allo stato energia disponibile a reggere la complessità del sistema. Forse una risposta possibile era nella ricerca sul nucleare, ma anche qui è una questione di tempo. F.C.
 
NOTIZIE DALLA SPAGNA di Moya Trovato
 
Le luci di Madrid
Un nuovo arredo urbano luminoso, progettato da stilisti, designer, scenografi e architetti spagnoli, sta sostituendo progressivamente i tradizionali motivi natalizi religiosi. 9 milioni di lamapdine per un totale di 150 spazi pubblici e una spesa comunale di circa 3,5 milioni di euro, sono il bilancio di un’ operazione che ha per protagonisti Amaya Arzuaga, Agata Ruiz de la Prada, Elio Berhanyer, Juan Duyos, Ángel Schlesser, Francis Montesinos, Alma Aguilar, Ailanto Devota & Lomba, Ben Busche, Isabel Barbas , Sergio Sebastián, Patricia de Miguel, Sergio d’Odorico y Roberto Turegano. Un lavoro senza ricompense economiche, realizzato, a quanto pare, solo per amore all’arte. Rami, foglie, raggi luminosi, lettere, cuori e figure geometriche vestono le notti madrilene con un consumo previsto di circa 227.100 € da confrontare con i 50.000 di Barcellona, cittá dove peraltro sono i commercianti ad assumere i costi delle decorazioni luminose. Dati che preoccupano ecologisti e militanti di Greenpeace che si sono opposti alla spettacolare operazione urbana. Pero lo spettacolo é giá servito e per i piú fanatici, capaci di sopportare code infinite, c’é anche il Bus Navidad, che mostra il circuito die luci firmate del centro cittá.
 
Mostre. L’ Italia vista  da Madrid
A Natale é possibile visitare nella capitale spagnola quattro mostre dedicate all’Italia. Nelle prime due predomina il tono didattico, con reperti archeologici e mezzi audiovisuali che pretendono riscostruire gli ambienti e la cultura del passato.
 
Circa 60 reperti originali per ricostruire gli ambienti delle domus al momento dell’eruzione. Organizzata dal Comune di Madrid con l’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia e le Soprintendenze ai Beni Archeologici di Napoli e Pompei.
Centro Cultutrale Conde Duque, Sala de Bóvedas, Calle Conde Duque, 9 e 11, Madrid. Fino al 6 Gennaio 2008. Da Martedí a Sabato, dalle ore 10.00 alle 21.00. domeniche e festivi, dalle 11.00 alle 14.30. http://www.munimadrid.es/portal/site/munimadrid/me
 
- “ROMA S. P. Q. R.”. La storia dell’Impero Romano dal suo auge alla sua dissoluzione attraverso circa 500 reperti, compresa la lupa capitolina. Commissari:  Isabel Rodà, Cattedratico di Archeologia  dell’Universidad Autónoma de Barcelona, e Manuel Blanco, Cattedratico di Composición Arquitectónica dell’ Universidad Politécnica de Madrid e giá commissario del Padiglione Spagnolo alla Biennale scorsa. Fino al 2 marzo, presso el Centro de Exposiciones Arte Canal nella Plaza de Castilla
 
- "ROMA, LA CIUDAD COMO ESPECTÁCULO"
Fotografie di ALVARO VIERA. Un viaggio in tre atti per una cittá vista come scena. Primo atto: i fori ; l’ ultimo: la Roma contemoporanea. Lo spettacolo comincia quando tu lo decidi, scrive l’autore.  “En este spettacolo d´arte varia, Roma figura en los títulos de crédito como protagonista y decorado; el espectáculo, querido público, está “basado en una historia real”.
Presso l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, Palazzo Abrantes, Calle Mayor, 86. Fino al 21 diciembre 2007. Orario: da lunedí a giovedí dalle ore 10.00 alle 18.00. Venerdí: dalle ore 10.00 alle 15.00. Chiuso il sabato, la domenica e i giorni festivi.
 
- BELÉN DE CALTAGIRONE (PRESEPE DI CALTAGIRONE)
Fino all’ 8 gennaio presso il Centro Cultural Casa del Reloj (La Lonja). Organizzato dal Comune di Madrid con la Provincia di Catania (Sicilia - Italia) e l’ ENIT (Agencia Nacional Italiana per il Turismo)
 
Eventi
Km 13. TALLERES DE DISEÑO GRÁFICO, DE INTERIORES Y PRODUCTOS.
Grafico: de logos y marcas: identidad y comunicación;
Interiores: la memoria del espacio y los nuevos lenguajes;
Producto: mobiliario para el habitat.
En la Central de Diseño del Matadero de Madrid, dall’ 8 al 14 gennaio 2008. DIRETTORI: Manuel Estrada, Alberto Marcos y José Luis Ortega.
 
Ricordiamo
EURAU 08. CULTURAL LANDSCAPE. 4th European Symposium on Research in Architectural and Urban Design. ETSAM (UPM) Madrid 16 – 19 gennaio 2008. www.eurau08.com .
 
- Negli spettacolari locali del Matadero Munipal, Paseo de la Chopera, 14, a Madrid:
Utopías. Centro de Creación Intermediae. Fino al 7 gennaio
Día-logos. El audiovisual como herramienta (strumento) de intervención socioeducativa, fino a maggio 2008.
 
- ESAT Universidad Camilo José Cela: Miércoles Activos. Ciclo di conferenze:
Santiago Cirujeda explica su obra. 12 de diciembre ore 12.30
PO2 (Marcos Parga + Begoña Otegui). Ultime opere. 16 de diciembre ore 12.30.
González Blanco: Fisac Huesos. 23 de enero 12.30.
Presso l’Universidad Camilo José Cela Calle.
Castillo de Alarcón, 49 | 28692 Villanueva de la Cañada. Madrid | Tel.: 91 815 31 31 | www.ucjc.edu
 
RESTAURO TIMIDO  di Marco Ermentini
 
Sisifo e il Coniglio
Oggi la sola teoria del restauro che si possa professare è la fine delle teorie del restauro. In  quasi due secoli se ne sono viste delle belle. Ora è il tempo di prendersi una pausa, di fare una dormita. Il restauro timido, e più in generale l’architettura timida, hanno come ispiratore il carattere timido. Le persone coraggiose cambiano, modificano e alterano la realtà ma i timidi sono i protettori della vita. I timidi sono attenti e sensibili, a volte possono essere eccessivi nelle cautele, ma raramente si sbagliano a percepire il pericolo. Il timido è l’unico che ci fa capire i nostri limiti, così la timidezza è anche la nostra saggezza. La vera ricchezza dell’architetto e del restauratore timido è data da saper intervenire con poco, del quale poco non vi è mai penuria. Al contrario la pazzia del restauro tradizionale e di molta architettura contemporanea è basata sulla tecnica miracolosa, sullo spreco delle risorse, sul consumismo dilagante. Sisifo esiste, ma esiste su questa terra, lo abbiamo sotto gli occhi. E’ la ruota che gira degli affari, dei costi gonfiati, della restituzione al primitivo splendore, dei grandi sponsor. Siamo di fronte ad una vera e propria bulimia. Il restauro tradizionale è impersonato da Sisifo mentre il restauro timido dal coniglio. Il coniglio è colui che scava. Coniglio è l’animale che fa e che sta nel buco. Alla volontà di potenza del mondo della tecnica, la filosofia caratteriale del timido risponde con parsimonia e con economia. Il timido di fronte alla tecnica si comporta con dolcezza; di fronte all’economia mette in pratica un nuovo sciopero: non sciopera dalla produzione ma dal consumo. Il timido a tavola assaggia i cibi e poi li lascia.
 
LA STORIA IN PILLOLE di Rossella de Rita
 
Le origini del capitalismo industriale nel Lazio
Alla fine dell’Ottocento la costituzione della nuova Italia pose una serie di problemi, legati al diverso sviluppo delle regioni che erano confluite nel medesimo territorio, sotto un’unica amministrazione. Uno dei problemi più evidenti era il diverso sviluppo industriale tra il nord e il sud d’Italia.
Roma nel suo ruolo di capitale si rivelò, fin dall’inizio, un buon bacino di raccolta d'iniziative imprenditoriali, provenienti, per la maggior parte, da uomini e capitali delle zone settentrionali della penisola, che scelsero Roma per le sue funzioni istituzionali, perché la capitale era il centro degli affari e il luogo d'incontro degli interessi nazionali. La crescita economica legata a questi nuovi investimenti non andò oltre l'ambito provinciale, escludendo il resto del territorio regionale, che presentava caratteri di profonda arretratezza.
Diverse società portarono a Roma i primi elementi di un capitalismo moderno che intaccarono in maniera definitiva, la struttura produttiva romana, dal carattere ancora artigianale. La società Bombrini-Parodi Delfino, operante nel campo dei prodotti chimici, rappresentava, ad esempio, in età giolittiana, il primo esempio di società destinata ad espandersi secondo gli schemi della grande industria moderna e avanzata, caratterizzata da ampie dimensioni e massiccio impiego di capitali.
Gli anni tra le due guerre offrirono, però, maggiori occasioni d'investimento, incentivate da un governo che s'impegnò per la crescita delle attività industriali della capitale. Le produzioni di forte interesse per il regime, quali le farmaceutiche, le chimiche, le meccaniche, solo per citarne alcune, crebbero rapidamente. Questi settori furono protagonisti di una rapida evoluzione che li aiutò ad uscire dalla forma della ditta per entrare nel vasto e multiforme complesso delle società: spa, sas, srl, arl, snc, aziende municipalizzate. La necessità, insita nel regime fascista, di ostentare se stesso, diede un forte impulso all’industria cinematografica italiana, che con Cinecittà e i suoi impianti si portò rapidamente ai livelli di quella americana.
Le società romane continuarono però ad avere un capitale limitato rispetto ai grandi gruppi azionari delle zone economicamente più avanzate della penisola. Nel territorio della capitale la dimensione delle società per azioni industriali era scarsa, testimoniando ancora una volta la mancanza nell'area d’elementi propri di un capitalismo industriale maturo. Questa connotazione, se pur negativa, non può però offuscare il dato di fatto che, nel periodo che va dall'età giolittiana alla seconda guerra mondiale, si generarono i primi elementi per la creazione di un tessuto produttivo industriale. Molte delle società nate in questo periodo riuscirono perfettamente a stare al passo con le più affermate società sul territorio nazionale.
La regione nel suo insieme deve invece aspettare gli anni Cinquanta del Novecento e l'intervento straordinario dello Stato, per trovare una sua dimensione economica, che si afferma solo verso la fine degli anni Settanta. A partire da questo momento matura un processo di sviluppo che coinvolge tutta la zona laziale, rendendo le diverse aree più omogenee tra loro. Il Lazio però conferma ancora una volta la sua natura particolare, fondando questa evoluzione soprattutto nel settore del terziario avanzato.
 
INTERMEZZO
 
Le nuove porte dell’arte di Napoli
Diavoli contro Acquasante (e acquasantiere). Rossetti contro Santangeli. NO-poletani contro Si-poletani. Certamente ad “Architettura” di S-partenope, non c’è fuga di cervelli. Freschi o sereticci che siano. I giovani (e vecchi) architetti “che possono”, che hanno cervello aguzzo e talenti da spendere (pronti contanti), vogliono rimanere lì, a Palazzo Gravignuolo (e relative dependance). A tutti i costi. Tutto (è) Stato, niente Mercato! Architettura Protetta!!! Sono cervelli educati, ossequiosi, rispettosi della tradizione. Quella delle “facce di cemento” (e non di rado, di bronzo). Quella tradizione collaudatissima dai loro padri e nonni, zii e parenti tutti. Sono cervelli di buoni cristiani. Amano perciò la famiglia, a partire da quella di appartenenza. Pertanto s’intrecciano e s’imparentano rigorosamente tra di loro, come nelle antiche famiglie nobiliari. Castulelle d’architettura moderna napulitane. Formano vere e proprie dinastie, il nuovo “sangue grigio” di cemento cartaceo e burocratico. Sangue spesso rigorosamente sinistroso. Sono cervelli tenaci, all’erta, sempre in attesa, come quelli delle pompe funebri dell’Università: 24 ore su 24. Senza interruzione. Sempre qualcuno “della famiglia” rimane a guardia, vigile e paziente! E passano il tempo dell’attesa operosi. Sempre intenti a fabbricar nuovi articoli e titoli. A costruire appartenenze e benemerenze, libri e dispense!
Potrà infatti sempre accadere d’improvviso una calamità, un’emergenza, un terremuoto, un bradisismo, un mondiale di calcio; una Bagnoli futuribile, una Pomigliano d’Arco luminoso, una Madonna dell’Archi-tetto, un Vulcano semibuono, uno tsunami taroccato, … una “grande occasione” qualsiasi, un’attrazione di massa, (Forza Vesuvio!!!) Ed allora le inutili carte bianche si trasformeranno d’incanto in utilissimo cemento grigio. Da macinare con molta materia grigia e con cervello fine, finissimo! Cemento molto amato ed applicato al luogo. I talenti si trasformeranno allora in danari, tanti renari, perchè la vita è questa: renari, renari, possesso, prebende, bende, bande. E poi musica, tanta musica e musicanti, direzioni d’orchestra, di dipartimenti, di bastimenti. Fino ai vapori, ai vaporetti per Crapi e alle barchette (di carta) per Fischia e Sprucida! L’architettura burocratica a Napule è nel costruire, costruire, costruire, … sempre costruire castelli e case di carta; e poi libri, riviste, relazioni, appartenenze, commissioni, commistioni, comprensioni, corruzioni, …  fino alle estreme unzioni (degli altri).
 
E’ questo il paradossale quadro d’insieme che si presenta al viaggiatore che acquista in questi giorni “La Repubblica/Napoli”. Da un mese ed oltre, inesorabilmente, beneficamente, questo quotidiano esce in edicola con un paginone speciale, Palazzo Gravignuolo! L’eco del “concorso a porte chiuse” per professore associato, di cui pare essere rimasto vittima il ricercatore d’annata (e dannato), ai limiti della pensione, Antonio Rossetti (vedi “PresS/Tletter” n. 26/2007), s’è allargato a macchia d’olio. Un macchione d’olio fetido uscito dalla petroliera “Architettura” di Via Monteoliveto. Raccolto, incanalato e poi stampato situazionisticamente da “La Repubblica” napoletana. Dalla falla penosa (e, pare, dal penale fallo) è uscito “a puntate” un allarmante quadro d’insieme. Un quadro miserabile e sconfortante di un pezzo significativo di città e della sua classe dirigente. Un quadro –parrebbe– fatto di nepotismi, di appartenze, di imbrogli & schifezze varie, fino ai più alti livelli (che per la verità a me non sorprendono affatto, conoscendo bene “il settore”, a mie antiche e recenti spese professionali. Universitarie e post/universitarie).
Ogni giorno c’è n’è stampata una, o più di una, su “La Repubblica”. Ogni giorno il quadro si precisa sinistrosamente. Ogni giorno c’è un ricordo esilarante di un commissario scordarello. Una precisazione imbarazzante (come quella di selezionare i candidati per “simpatia” e per “potenzialità” – potenza di famiglia, s’intende). Ogni giorno c’è una messa fuoco ulteriore dei lettori partecipi. Con lettere e cartoline pepate, sempre più giù nell’inferno s/partenopeo. Una cosa giornalisticamente esemplare, che va oltre il Concorso stesso. Informare, cioè, se ha ragione Rosetti o Bianchetti, i diavoli o gli angeli e i Santangeli. Non si tratta più di appurare giornalisticamente se la porta della stanza fatale (e –pare– fetale) di “Architettura” era socchiusa, chiusa, appannata, Oppure aperta, spalancata, sorvegliata... tutto ciò non è più importante, a questo punto, mi pare. Quella porta di Palazzo Gravignuolo è ormai assunta collettivamente a metafora, a simbolo di un sistema malato spartenopeo. E’ la porta girevole della classe dirigente di Napoli d’oggi. E’ la porta (simbolica ed insieme concreta) che, o può essere, chiusa, aperta, socchiusa, appannata, a piacimento del manovratore, dell’esaminatore. Dipende. Dipende dai punti di vista, da chi guarda, da chi sta dentro o fuori la stanza del bottone. Quella Porta d’Architettura è un’opera d’arte collettiva post/moderna! E’ aggiornamento ed applicazione di quella dell’appartamento parigino di Duchamps, a Rue Larrey, avanguardia storica che fu. Il gran mago concettuale, com’è noto, propose “la soluzione impossibile”: la sua porta d’arte chiudeva (o apriva) infatti contemporaneamente due vani architettonici. Così quando una stanza era chiusa, l’altra (magari il corridoio) rimaneva aperta, e viceversa. Quindi –virtualmente e virtuosamente– quella porta non è mai né aperta, né chiusa. Proprio come quella del concorso di “Architettura” a Palazzo Gravignuolo. E’ la “Napoli a porte aperte” o a “Porte chiuse”, dipende. Così è, se vi pare. Tutto può essere. Quella porta del Concorso di Spartenope è concettuale! Segnala duchampianamente la situazione di stallo dell’arte della città nostra. Segnala anzi una cosa sola, molto concreta …( omissis ndr)…
Eduardo Alamaro (Eldorado)
 
P.S. Una proposta, infine, per Cicelyn e Gravagnuolo: bisogna assolutamente smontare “la porta del Concorso”, farla firmare dalla commissione esaminatrice, e collocarla adeguatamente al MADre, come opera d’arte & d’architettura locale e collettiva. Un’arte pubblica finalmente partecipata e socializzata a Napoli. Competa di tutti gli articoli stampati su “La Repubblica”, s’intende! E.A.

 
LIBRI a cura di Francesca Oddo
 
Il paesaggio futuro. Letture e norme per il patrimonio dell'architettura moderna a Ivrea
" Il volto di una città e la singolare vicenda industriale riproposti attraverso un'esaustiva opera di catalogazione delle architetture del primo e secondo Novecento che rappresentano il lascito materiale della presenza della Olivetti: 'simboli forti' che hanno inciso sull'assetto e sul disegno del paesaggio di un intero territorio fino a connotarne l'identità. I saggi raccolti in questo volume accompagnano l'opera di catalogazione dell'intero patrimonio dell'architettura moderna della città, uno dei più straordinari al mondo. Portano l'attenzione sulle grandi unità di produzione e sui complessi abitativi del comprensorio eporediese. Insieme all'attenta catalogazione mettono in luce i processi che hanno accompagnato la riconversione industriale del Canavese e la riscoperta del patrimonio fin dalla nascita del Museo a cielo aperto dell'Architettura Moderna, uno tra i pochi esempi di struttura 'diffusa', concepita per assicurare la memoria storica di una comunità urbana e tutelare il valore della sua cultura materiale, senza mai smettere di ripensarne il futuro." (Allemandi)
A cura di: Patrizia Bonifazio e Enrico Giacopelli. Editore: Allemandi. Anno: 2007. Pagine: 160. Prezzo: € 35.00
 
Parametro 272: Svelando Kabul
"Oltre la devastazione dovuta agli eventi bellici, Kabul sta vivendo oggi ulteriori catastrofi imputabili alle nuove politiche internazionali e locali. La convivenza tra le forze di occupazione statunitensi, le organizzazioni umanitarie prevalentemente occidentali e la cultura indigena di stampo rurale –ancora legata a sistemi di produzione agricoli– risulta difficile, disordinata e caotica, alterando i normali equilibri della società civile. Dalle ordinarie situazioni di vita quotidiana all’operato dell’amministrazione pubblica, dalle politiche economiche ai processi di pianificazione urbana è ormai chiaro come la Kabul odierna sia un coacervo di conflitti e giochi di potere ove dilagano corruzione e dissolutezza. Conseguenza diretta di tutto ciò una politica urbana insoddisfacente che non riesce a fare fronte alla smisurata crescita di popolazione che continua a registrarsi in questi ultimi anni e ai suoi bisogni primari, favorendo un abusivismo che –oramai– mina fortemente l’assetto urbano e l’equilibrio ambientale dell’area, senza contare le disastrose conseguenze sociali e umanitarie che porta con sè.  «Parametro» 272 ha scelto di raccontare questo scenario multiforme attraverso una serie di contributi che ne affronta di volta in volta specifici aspetti.  A cura di Ajmal Maiwandi, Anthony Fontenot e Anna Soave (studiosi americani e italiani impegnati sul campo in Afghanistan da diversi anni), il numero vuole chiarire come la nuova immagine di Kabul –un indistinto susseguirsi di interventi eccentrici e gratuiti come le immagini di accompagnamento ai saggi in parte dimostrano– sia in realtà l’espressione delle lotte per nuove supremazie individuali che del territorio urbano della capitale hanno fatto il loro campo di battaglia, utilizzando l’architettura, ancora una volta, come utile strumento di controllo sociale, capace di soggiogare le fasce più deboli della popolazione. Ma più di tutto è evidente come sia stata sprecata una possibilità rara se non unica per sperimentare le recenti strategie di pianificazione e di ricostruzione postbellica, impelagate fin da subito nei tornaconto personali dei diversi enti e autorità coinvolti, disinteressati alla costruzione di un progetto comune e condiviso.  Triste ma vero, il popolo afgano ha appena cominciato a subire le conseguenze di tali incompetenze." (numero a cura di Anna Soave, Anthony Fontenot, Ajmal Maiwandi)
 
Graziella Trovato: Des-velos
É uscito in Spagna il libro “Des-velos. Autonomía de la envolvente en la arquitectura contemporánea” (Ediciones Akal, 2007). Il libro propone una lettura della facciata come maschera dell’architettura, filtro in cui si registrano il divenire naturale delle cose e il cambio continuo imposto dall’evoluzione tecnologica, dal consumo e dalla moda.
Un percorso che ci conduce dalla “maschera primitiva” alla ”maschera elettronica”, intesa come interfaccia tra il corpo e il paesaggio naturale e urbano. Attraverso l’interfaccia, elemento autonomo dal punto di vista strutturale, comunicativo e simbolico, l’architettura rivela sia la crisi del significato che l’aspirazione a realizzare edifici sempre piú legati alla sensibilitá del corpo propio. La facciata- interfaccia puó plasmarsi in molteplici apparenze ed essere una pelle attiva, interattiva e sensibile.
In questo modo ci ritroviamo di fronte a un doppio processo che prefigura l’annullamento della facciata, nella sua accezione tradizionale di volto rappresentativo e privilegiato, e un new façadism non piú legato alla frontalitá rinascimentale e piú vicino al gesto, la flessibilitá e la trasparenza di un velo che vela e rivela le molteplici contraddizioni del nostro tempo.
 
RECENSIONI E COMMENTI
 
Future System a Roma
Alla British School a Roma, in appoggio ad una mostra contenuta,  Amanda Levete presenta il lavoro di Future System. Future System li conosciamo da tempo: iper-pop, iconici e lisergici. Il loro lavoro, sin dai primi anni ottanta, rimane in definitiva molto simile a se stesso: mirabile esempio di sapiente eterno ritorno all’identico, proprio di chi è ossessionato dal futuro. D’altro canto non è proprio il pop il regno del ripetitivo, del banale e del corrivo? Ergo nulla di che stupirsi. Introduce la lecture Massimiliano Fuksas che da anni flirta con il pop ed in ciò (almeno in Italia) è tra i migliori. Fuksas rimarca la tradizione a cui Future System si riferisce: del tutto inglese, iniziata con l’Indipendent Group già alla fine degli anni cinquanta, perseguita per tutti gli anni sessanta nelle gallerie di Southbank, con le mostre di Archigram, nei disegni di Ron Herron, Peter Cook, e negli schizzi di quel geniaccio di Cedric Price. Fedeli alla linea quindi Future System, come dei giapponesi nella giungla a guerra finita, tanto che se le slide della Levete fossero state proiettate nei tempi d’oro della Swinging London, ben pochi (probabilmente nessuno) all’epoca si sarebbe accorto del salto temporale. Bendetta da Fuksas la Levette imposta così una lecture improntata su un levigato understatment , inquinato solo da una caduta di tono iniziale. Le prime slide infatti sono un paio di scarpe sadomaso e un fianco di donna fasciato in latex a cui segue l’immagine di un improbabile squalo da acquario periferico della Florida. Così la Levette sembra voler confermare ciò che il Fuksas nazionale aveva detto: “…architettura sexy, anzi erotica !”. Ci si chiede allora: solo il latex, i tacchi a spillo ed il nero luccicante è sexy? I nostri travagli erotici sono riferibili solo  a questa corriva combinazione vista e rivista ad oltranza persino nelle televisioni nazional-popolari? Sicuri? Ma quando c’è di mezzo il pop,  (con l’immancabile kitsch di sostegno) la caduta di tono è dietro l’angolo ed è buona norma andare oltre, perché dell’oltre, almeno nel caso di Future System, c’è.
Partiamo allora dall’edificio più importante costruito da Future System: il megastore Selfridges, presentato dalla Levete con una immagine molto efficace, in cui compare la parete in pixel del megastore e sullo  fondo i tetti del centro storico, sovrastati dalla guglia di una chiesa gotica: “…questa è un immagine che mi piace;è stata scambiata per un fotomontaggio, eppure è realtà!”. La frase è significativa in quanto esemplifica una poetica di fatto basata sul modello del contrasto dialettico tra figura e sfondo secondo il quale un oggetto iper-pop, a-scalare, urlato e sapientemente kitsch, posto in  mezzo al centro di una città europea (perché, buon per loro, Future System progetta solo per i centri storici) ha un effetto dirompente, una rupture auspicata e necessaria. Ecco allora, paradossalmente, che cosa è innanzitutto l’architettura di Future System: una architettura contestuale, bisognosa per esprimersi di un intorno, di uno sfondo, possibilmente storico, senza il quale non c’è rupture, in ultima analisi non c’è eversione. In definitiva l’architettura di Future System (come poi tutta l’architettura iper-pop)  non conosce quella che Frantzen in un suo ottimo saggio definiva  l’arte di saper star soli”. A riprova un’altra opera arcinota presentata dalla Livette: la tribuna stampa del Lord’s Media Centre (1994). Qui lo sfondo su cui l’oggetto pop insiste non è la città storica, ma la folla; la levigatezza assoluta, glossy e sintetica è messa allora a reagire con la pullulante e variegata massa di spettatori, e anche qui, innegabilmente,il gioco funziona. La tribuna inoltre ci alza la palla su un altro tema di grande interesse. Sono passati quasi quindici anni dalla realizzazione di quella che a tutti gli effetti è stata una delle prime architetture di blob design; appena uscita sembrava infatti che di lì a poco l’architettura avrebbe avuto come referente unico il film Barbarella (1966: una splendida Jane Fonda diretta dal libertino Roger Vadim) e sarebbe stata costruita in officina e poi montata in situ come un kit Ikea del prossimo millennio. Futuro non realizzato, anzi, del tutto disatteso. I pezzi blob oggi si contano in tutto il mondo sul palmo di una mano e qualche falange in più;
tra questi un-happy few, uno in Italia: le bolle della Nardini di Fuksas, tra le peggiori opere del per altri versi convincente Fuksas nazionale. Promessa dunque non realizzata quindi quella del blob design, iniziata proprio con Future System e con loro finita, almeno per quel che riguarda la realtà costruita. Intendiamoci, non che l’architettura design, fatta fuori opera, a-scalare, levigata ed assoluta, vada del tutto delegittimata, per alcuni temi infatti è persino convincente. Ciò è dimostrato proprio da Future System con un’altra opera altrettanto famosa: il ponte pedonale galleggiante a Londra (1996). Qui infatti il tema, squisitamente di architettura design in quanto mancante di spazio interno, non solo giustifica la scelta figurativa, anzi si avvantaggia di quest’ultima.
La lecture della Levette si conclude toccando un altro tema oggi di
sostanziale importanza: quello dell’architettura con l’arte. Probabilmente sull’onda del successo della ondata artistica fine anni novanta inglese, targata Saatchi and Saatchi, Future System ha collaborato con artisti oggi molto in voga come Anish Kapoor  e Matthew Barney. In queste collaborazioni la scelta di Future System non è quella di aggettivare le proprie architetture con un “intervento” artistico, ma di coinvolgere l’artista direttamente sin dall’inizio nella concezione dell’opera e nella sua configurazione. Tutto ciò riesce allorquando dall’altra parte c’è un fuoriclasse come Anish Kapoor, uno che dell’arte da spazio pubblico ne ha fatto una parte sostanziale della propria ricerca e riesce talmente bene (ed è qui il rischio di lavorare con gli artisti troppo bravi) che ci si chiede quale realmente sia stato il ruolo di Future System nella elaborazione dei progetti. Inoltre l’assolutezza scultorea che informa questi progetti, se da un lato seduce nei levigatissimi modelli mignon presentati, d’altra parte è impensabile in una costruzione reale, in un oggetto di architettura per intenderci, senza conturbanti cadute di tono. E’ il solito rischio che si corre
allorquando le arti confondono i loro confini, rischio di quella chimera
semplicistica che si chiama ”ibrido”, che come tale seduce a tempi brevi, annoia un pò a tempi medi e delude del tutto a tempi lunghi.
In generale il lavoro di Future System, al di là della furbesca miscela di modernariato,  trash nobilitato a feticismo e  vintage troppo alla moda per essere plausibile, ha il pregio di porre temi e questioni vive ed attuali. Ciò, per chi scrive di architettura e per chi l’architettura la fa con la testa (ovvero criticamente) è un dono che non riguarda il futuro, ma il presente.
Valerio Paolo Mosco
 
Marco Genovese: Parole
Diagonale
L’apertura diagonale è la meraviglia di orientarsi in maniera atipica.
Di colpo la percezione della realtà subisce una trasformazione, sotto una nuova luce il  mondo assume un significato particolare.
Leggero come un soffio, profondo come un solco il segno lasciato dal sentire diagonale è frutto di un’esperienza alterata -fattasi altra- di profonda unità con l’ambiente.
Uscire da sé e rimanere rapiti nella contemplazione dell’ordine nascosto.
Come la risultante di due forze, la congiungente due vertici opposti, il superamento del manicheismo, il mediterraneo–che sta fra terre, la penombra, il dischiudersi delle infinite sfumature.
Niente di più semplice che percepire attraverso triangoli, come topi in soffitta curiosi e fosforescenti attraverso il buio di una stanza rettangolare.
Diagonale è l’ampliamento onirico della realtà che ce la riconsegna arricchita del suo senso più profondo.
Tra passato e presente il futuro appare trasognato come un fiore ancora chiuso nelle spirali diagonali di un codice  non decifrato.
 
Aperto
Se le pareti di una stanza orientano il nostro stare nello spazio l’apertura di una finestra ci mette fuori sulla soglia di un nuovo possibile orientamento.
L’apertura dunque introduce una soluzione atipica.
Come una scala, offre un problema all’immaginazione fornendo l’occasione per uno scarto verso l’alto nella comprensione.
Aperto è ciò che contiene in sé la possibilità di risolversi in altro.
Come un abbozzo, un’opera non-finita , un materiale grezzo, un’industria del bricolage, una briscola in cinque, un pozzo senza fondo, una grotta sotterranea, un flusso di impulsi elettrici attraverso le feritoie del sentire, un intermezzo napoletano.
 
Stupendo
Lo stupore è costitutivo dell’esperienza artistica.
Il processo di continua smaterializzazione cui è sottoposta la materia non può non suggerire l’idea che ciò che conta è il brivido che scende lungo la  schiena.
Tuttavia anche gli sguardi di una coppia in amore avvengono attraverso lo scambio di energia fra corpi materiali.
La capacità di stupirsi posizionandosi nel margine fra materia animata e inanimata permette di costruire il senso della realtà cercando una risposta al perché la vita continuamente accade e così costruire una propria identità attraverso l’identificazione con ciò che respiriamo.
Orientale
“Il sole non è altro che una gigantesca centrale nucleare.
La fusione del nucleo dell’idrogeno in nucleo di elio  sprigiona enormi quantità di energia la cui potenza rimane inalterata per miliardi di anni irradiata nello spazio.”
Il mio amico Elio dopo una laurea in fisica si è orientato alla filosofia e adesso vende ai passanti  cannoli con la crema davanti alla facoltà di economia.
Lui dice che l’assimilazione dell’acido carbonico è ciò che gli dà quel sorriso magico tutte le mattine e io penso che lui è un cactus cerimoniale con un segreto dentro che mi apre la meraviglia del mondo come il sole ad oriente.
Dice anche che il sole sorge sempre ad oriente ma che le ombre nell’emisfero australe stanno a sud e pensando alla mia casa resto disorientato.
La luce costruisce l’estensione dello spazio  e noi come piante ci muoviamo seguendola e costruendo il nostro modo di starvi dentro.
Elio mi ha confessato che un giorno prenderà una barca al porto e comincerà ad inseguire il sole al tramonto.
Dice che sapersi orientare è l’unico modo per uscire fuori da se stessi, che come gli atomi coi loro elettroni anche noi siamo dei piccoli sistemi solari. Ognuno col suo centro che emana energia e crea un campo intorno a sé. Poi di colpo mi guarda serio e mi dice “ Se vuoi progettare lo spazio devi seguire il sole perché lui ti parla di ognuno di noi e da come ci muoviamo puoi capire come siamo fatti e come vogliamo che sia lo spazio che continuamente costruiamo intorno a noi, come le piante, i Sufi, i tarantolati, i marinai, i contadini, i geografi e gli ultra-terrestri come me.”Mi guarda e sorride e mi regala ossigeno assorbendo il mio acido carbonico. Poi mi dice ”Buon viaggio” e se ne va allegramente col suo vassoio di cannoli in mano. Io mangio un cannolo e penso a quanto è a Oriente la  Sicilia e alla distanza che c’è fra la crema e la ricotta.
 
Atipico
Se per tipo intendiamo uno schema codificato allora atipico è ciò che ha uno schema non ancora identificato, qualcosa che per il momento sfugge.
Come studiare in cucina, mangiare in camera da letto e dormire sul divano nello studio.
Sento le auto nel traffico ininterrotto sotto la finestra, mi ricordo della casa sull’Oceano come un motore continuamente acceso e la città mi appartiene di nuovo, non mi è più ostile e penso che le macchine fanno parte della creazione, devo addomesticarle, non sentirmi separato, accompagnare la conoscenza razionale del  funzionamento con l’esperienza emozionale di farne parte e mi ricordo di avere un corpo che è un motore.
E mentre sto lì davanti alla finestra arriva il mio amico Walter con un quaderno con su scritto “ Berliner Kindheit um neunzehhundert,1930-33” e comincia a leggermi : “Non sapersi orientare in una città non significa molto. Però perdersi  in essa come in un bosco è una cosa tutta da apprendere.
Poiché i nomi delle strade devono risuonare alle orecchie dell’errante come lo scricchiolio dei rami secchi e i vicoli interni devono rispecchiare nitidamente le gole delle montagne”
E me lo immagino a Marsiglia dopo aver fumato camminare piacevolmente smarrito in un groviglio di stradine con ansie nuove che muovono  i suoi passi sempre sulle frontiere fra un quartiere e un altro, un marciapiede e una strada, sulle soglie dei ristoranti che sono i libri che legge e quelli che scrive, sulle finestre delle case come bocche di conchiglie da cui tira fuori un’idea con l’eco della voce di chi ha conosciuto durante il viaggio. Atipico, atopico, apolide, aperto, come lo stupore di orientarsi diagonalmente attraverso lo spazio.
 
SGRUNT  a cura di Marco Maria Sambo
 
Bruno Zevi. I geometri della Critica e Jeeg Robot d’Acciaio
Il 28 novembre 2007 –vagando per Internet– sono approdato, come spesso mi capita, nella stanza-web della bella Rivista di Architettura AntiThesi ( www.antithesi.info ). In home page ho trovato il bellissimo e illuminante scritto di Paolo G.L. Ferrara. Ho iniziato a leggerlo. Rimanendo senza parole. L’articolo in questione è un commento (come ormai quasi tutti sappiamo) alle righe uscite sul Corriere della Sera il 17 novembre 2007 e firmate da Stefano Bucci: nel testo del quotidiano Nazionale si scopre –attraverso il corretto articolo del giornalista– che secondo due sconosciuti signori chiamati Carreri e Amirante –forse AL-mirante… Non ricordo bene– Bruno Zevi avrebbe copiato “Modern Building, its nature, problems and forms” del Signor Walter Curt Behrendt (1884-1945) per scrivere il suo “Verso un’Architettura organica”. Questi sono i concetti che emergono –scrive il giornalista del Corriere– dall’Introduzione alla edizione italiana del libro di Behrendt curata proprio da Amirante e Carreri (“Il costruire moderno. Natura, problemi e forme”–Editrice Compositori, pp.224, €30).
  Cioè, in sostanza, siamo arrivati –in Italia– ad accusare di plagio addirittura Bruno Zevi che può essere –volendo– criticato in mille modi ma non può certo essere accusato di aver copiato il compitino del compagno di banco.
  Propongo quindi di aprire le Università di Architettura anche la sera per permettere ad alcuni spericolati Autori (nuovi geometri della Critica) di frequentare corsi serali di Storia dell’Architettura preceduti da almeno un’ora di lezione (ogni giorno e per diversi anni) sulla grammatica italiana per imparare a scrivere. E per dimenticare questo spiacevole “incidente critico” suggerisco di ascoltare la Sigla di “Jeeg Robot d’acciaio” immaginando, solamente nella nostra fantasia, il nostro Jegg –eroe futuristico di altri tempi– mentre combatte e sconfigge i “cattivi”. Per non smettere mai –come ci ha insegnato Bruno Zevi– di combattere per la cultura, per le nostre idee, per l’Architettura. http://www.youtube.com/watch?v=ZVSWkidu__0&mode=related&search=
(marco_sambo@yahoo.it) 
 
MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi
 
Arte e nuovi media a Venezia
FastForum è il nuovo appuntamento all’interno del progetto Tomorrow Now - Pratiche artistiche contemporanee nella cultura digitale con il quale si conclude la programmazione 2007 della Fondazione Bevilacqua La Masa. Il convegno avrà luogo martedì 18 dicembre alle ore 15.00 presso il Palazzetto Tito (Dorsoduro 2826, Venezia). La formula innovativa prevede tredici relatori che avranno a disposizione un tempo massimo di dieci minuti per proporre, illustrare o commentare un tema chiave relativo alle produzioni artistiche legate alle nuove tecnologie digitali. Luca Barbeni, Matteo Chini, Marco Deseriis, Nicola Dusi, Andrea Lissoni, Marco Mancuso, Luigi Pagliarini, Cristiano Poian, Domenico Quaranta, Laura Sansavini, Lucio Spaziante, Valentina Tanni, Antonio Tursi si alterneranno durante la giornata. Oltre ai loro interventi saranno trasmessi, e poi pubblicati in rete, i contributi di altri esperti residenti all’estero, fra cui Tatiana Bazzichelli, Matteo Bittanti, Gianluca Marziani.
Obiettivo del simposio è concentrare nel più breve tempo possibile una serie di prospettive teoriche per attivare una discussione allargata e dialettica sul tema. Grazie alle sue modalità di svolgimento, il forum si presenta allo stesso tempo come un evento performativo che riflette il dinamismo della rete e le logiche di contaminazione proprie di questo ambito.
Con questa iniziativa la Fondazione Bevilacqua La Masa consolida il suo interesse per le pratiche digitali nell’intenzione di rappresentare un nodo di convergenza e di smistamento delle ricerche attuali, che solo recentemente hanno iniziato a guadagnare spazio nelle istituzioni di arte contemporanea. È in quest’ottica che i materiali prodotti verranno resi disponibili in rete, rappresentando così il primo contributo per una bibliografia ragionata, e in continuo aggiornamento, sugli argomenti legati al digitale.
Info: press@bevilacqualamasa.it  041.5207797
antonio.tursi@gmail.com
 
SEGNALAZIONI

Qualità emergente in Sardegna
IN/ARCH SARDEGNA prosegue con la scheda 07/07 la pubblicazione on-line del registro della QUALITA’ EMERGENTE/ARCHITETTURE RECENTI IN SARDEGNA: 
http://www.inarchsardegna.it/07_07SCHEDA_(Gaias%20Chermayeff).pdf
Chi fosse interessato a sottoporre al comitato scientifico opere realizzate in Sardegna dopo il 2000 può inviare la documentazione, formata da almeno 4 immagini fotografiche, da almeno una pianta e una sezione (tutto in formato JPEG 10x15cm 200 DPI), dai dati essenziali del progetto e dell’autore (o degli autori) all’indirizzo inarch.registroqualita@gmail.com
Ulteriori informazioni sul progetto "Qualità emergente/architetture recenti in Sardegna" e sulle attività dell'IN/ARCH SARDEGNA  sono reperibili nel sito web www.inarchsardegna.it <http://www.inarchsardegna.it>  
Al termine di ogni anno di lavoro è prevista una conferenza pubblica, in cui verranno comunicati gli esiti della ricerca. Seguirà la pubblicazione e diffusione degli Atti.
 
Premio Bruno Zevi per un saggio storico-critico 
E' stata bandita la seconda edizione del premio, aperto ai dottori di ricerca la cui tesi non sia stata pubblicata in Italia. Il regolamento è consultabile all'indirizzo:
http://www.fondazionebrunozevi.it/premio2008/premio2008.htm
 
Grattacielo a Milano
Il 6 giugno 2008 , verrà presentato alla stampa, il grattacielo termico per Milano.. http://www.archiram.com/SFORZINDA/Sforzinda_34.html
il grattacielo produce energia elettrica con un sistema foto-eliotermico- è alto 850 metri, ed è collocato nella zona di Milano al confine con il Portello, il grattacielo prococherà la demolizione di interi quartieri obsoleti la città ed installerà una nuova piastra madre per la città... l' ex portello diventerà un immenso querceto... Il nome che è stato dato al grattacielo è SFORZINDA.... IL NOME DELLA PRATICA è   SK-T2042 M Tower sky Milano anno 2042, l'autore è l'architetto Alberto Mei Rossi. organici planner di Milano
 
Drome: The Frontier issue
DROME magazine è un progetto editoriale d'avanguardia trimestrale e bilingue (italiano/inglese) distribuito in tutto il mondo, che intreccia arte, letteratura, fotografia, musica, moda, design, architettura, cinema, video, teatro.
Attraverso un impianto monografico e all’insegna dell’approfondimento e della sperimentazione visuale, su DROME si incrociano le più innovative esperienze artistiche contemporanee internazionali.
Sensibile alla creatività emergente, DROME collabora con numerose realtà italiane e straniere in veste di producer o media partner di eventi, workshop e concorsi internazionali.
Inoltre, DROME è la prima rivista italiana di cultura con articoli copyleft.
Credendo nella trasversalità e praticando l’ibridazione, da sempre DROME cerca di estendere il più possibile i confini delle esperienze artistiche contemporanee, per cui non stupirà che il numero in corso, l’11 (ottobre-dicembre), scandagli universi di possibilità esplorando il tema della frontiera.
Arti di frontiera e frontiere dell’arte vengono sviscerate tra rivolte artistiche poetico-politiche utili per gli spazi più istituzionali come per alti muri da oltrepassare, tra transumanze identitarie e barriere tecnologiche e culturali da superare, tra l’isterismo delle barriere protezionistiche e la levità glocal dei neonomadi.
Tra aneliti, soglie e passaggi, tante le interviste esclusive in quello che è stato considerato il numero più “politico” di DROME: Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten - Jota Castro - Winshluss aka Vincent Paronnaud - Amélie Nothomb - Jean-Luc Nancy - BridA - Steve Albini e i suoi Shellac - Eleonora Chiesa - Feridun Zaimoglu - Rosa Casado - JC De Castelbajac - Valentino Diego.
In guest list: l’architetto e saggista Luigi Prestinenza Puglisi, le storiche dell’arte e curatrici Sol Henaro, Elena Forin, Janka Vukmir, i fotografi Bogomir Doringer e Mark O’Sullivan. E tanto, tanto altro.
 
Andrea Ponsi   Viaggiare, disegnare, progettare
Studio Andrea Ponsi Architetto, Via della Fonderia 25, Firenze, dal 14 al 23 dicembre 2007 e dal 9 al 31 gennaio 2008, feriali ore 15-19
Architetto, designer, disegnatore con una predilezione per  la tecnica dell’ acquarello, viaggiatore sulle rotte d’ oltreoceano ma anche  intorno allo “spazio della sua stanza”, Andrea Ponsi presenta questa  mostra nel luogo più idoneo a riflettere  i vari aspetti di queste attività: il suo studio-atelier  ricavato da un vecchio laboratorio artigianale  nel cuore dell’oltrarno fiorentino.
Attivo nel campo della progettazione di interni , allestimenti, mobili e oggetti oltre che autore di progetti di architettura selezionati in concorsi internazionali, Ponsi ha organizzato questa mostra secondo un percorso espositivo analogo a un viaggio  metaforico.
Le prime stanze sono dedicate agli schizzi ed acquarelli di territori familiari.  Raccolti sotto il titolo  “Il disegno della Toscana” sono suddivisi nelle sezioni “ linee di costa”, “terre e territori” e “profili di città”. Gli elementi del paesaggio rurale ed urbano, talvolta riportati in maniera oggettiva, altre volte stilizzati per forma e per colore, sono indagati attraverso vaste panoramiche, prospettive, disegni di mappe e percorsi. Seguono quindi ulteriori esplorazioni di   città e paesi italiani quali Roma , Venezia , Positano e le Cinque Terre. Il viaggio si estende infine in  luoghi lontani: California, Brasile, Egitto, Tanzania, Zanzibar e Giappone.
La seconda parte della mostra è dedicata all’architettura. La lettura del paesaggio  naturale e del “townscape” urbano costituiscono i principi ispirativi  dei progetti . La serie di  disegni “ Le città analoghe”  è un esercizio di trasposizione in veste contemporanea di forme urbane di città storiche italiane. Un’altra raccolta dal titolo “ La casa ideale” , sempre seguendo il filo dell’astrazione soggettiva , propone immagini  similmente visionarie  alla scala più intima dell’abitare: la casa, la stanza e gli oggetti della vita quotidiana.
Come  esempio di una progettazione basata sulla rispondenza ai caratteri del luogo,  viene infine presentata una casa  attualmente in fase di completamento situata su una spiaggia della baia di San Francisco. Oltre al progetto architettonico si è qui offerta all’ autore l’occasione di concepire  anche gli  arredi in ogni minimo  dettaglio  : lampade , tavoli, sedute, fin anche le maniglie delle porte,  sono state  realizzate su disegno.
Negli spazi dello studio-galleria è inoltre possibile vedere vari prototipi e oggetti  di autoproduzione quali sedie, tavoli, divani, candelabri, vasi, lampade e un’ inventivo orologio  a “immagine solare “.  La mostra-viaggio  si conclude nel cortile dell’edificio: lo spazio rettangolare, analogo per carattere a un giardino zen giapponese, accoglie un’installazione,  il cui titolo, ” Il giardino dei quattro orizzonti”, riflette  la natura insieme intima e universale dell’intero lavoro.
 
LETTERE 
 
Paolo G.L. Ferrara : Bruno Zevi e Franco Franchi? Per Amirante e Carreri...praticamente la stessa cosa...
Tutto mi sarei aspettato ma non che Paolo Portoghesi si prendesse a cuore le critiche che qualcuno muove a Zevi. Invece è successo…e ciò è assolutamente emblematico rispetto le affermazioni di Roberta Amirante e Emanuele Carreri sul presunto “plagio” che Zevi avrebbe fatto del libro di Curt Behrendt “Modern Building its nature, problems and forms”. Dice Portoghesi: “i due curatori hanno preso una cantonata. Il pensiero di Zevi è talmente complesso che non si può assolutamente parlare di copiatura”.Indubbio, ma fatto sta che se i curatori della traduzione del libro di Behrendt cercavano pubblicità mediatica, beh, ci sono riusciti : per commentare le loro assolute vacatio su Bruno Zevi, oltre Portoghesi si sono spesi anche Benevolo, Gregotti e De Fusco. L’articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” del 17 novembre scorso li ha così fatti uscire dall’ombra locale e lanciati nel firmamento dell’effimero mediatico, che altro non è che il luogo ove ciascuno dice qualcosa su qualcuno allorquando questo qualcuno non c’è più.
In sintesi, Carreri e Amirante affermano che Zevi abbia plagiato il tedesco: infatti -secondo loro- se il nostro non avesse avuto la possibilità di leggerne il libro, certamente non avrebbe mai scritto “Verso un architettura organica”.
Bene, sembra proprio che, dopo una serie di “parole nel vuoto” che abbiamo sentito su Zevi e la sua critica dell’architettura dopo il 9 gennaio 2000 durante dibattiti, conferenze, convegni (più o meno importanti) , il revisionismo storico sulla sua opera sia definitivamente aperto: se così fosse, adesso ci aspettiamo che i due autori dedichino doverosamente il resto della loro ricerca a trovare altri plagi di Zevi nascosti in tutti i suoi testi e in tutti i suoi articoli. Soprattutto ci aspettiamo che riescano a confutare il fondamento della posizione di Zevi: la “critica storica”. Solo allora daranno dimostrazione di conoscere profondamente tutti i passaggi della formazione di Bruno Zevi ed i significati ad essi correlati. E solo allora potranno parlare di “plagio”.
Per adesso però, per quanto mi riguarda, si sono limitati a fare considerazioni banali quali
“…A scorrere le pagine di questa prima traduzione si prova una sottile sensazione di déja vu, anzi di déja lu”.
Certo! per i curatori leggere Behrendt e poi Zevi è la stessa identica cosa che guardare “Il Padrino” e poi “iI figlioccio del Padrino”, ovvero la parodia di Franco Franchi a Marlon Brando (famosa e geniale la scena della testa del cavallo della Rai fatta trovare nel letto del produttore che non voleva dare la parte a Franchi…). In fondo, se è vero come dicono gli autori che il libro “Verso un’architettura organica” "...senza Behrendt, Zevi non l'avrebbe mai scritto", altrettanto vero è che senza “il Padrino” Franchi non avrebbe mai girato “il figlioccio del padrino”...
Insomma, secondo quanto traspare dalle parole dei curatori, invece di scrivere “Verso un architettura organica”, Zevi avrebbe fatto meglio a tradurre il testo di Behrendt e pubblicarlo, magari con una prefazione in cui scrivere su chi Behrendt stesso avesse fatto plagio…
Il più è che se Zevi avesse tradotto Behrendt … Carreri e Amirante non avrebbero oggi avuto di che scrivere…
Siamo al limite del paradosso e non può essere che così perché se -come dicono i curatori- “Verso un’architettura organica” nasce dall’avere scopiazzato Behrendt, ciò significa per gli stessi che Zevi non "...non si è limitato a leggerlo" ma "...l'avrebbe compitato, studiato, chiosato, assimilato, recitato, predicato" e in pratica "l'avrebbe riscritto continuamente. Aggiungo io: sino al 9 gennaio 2000; poi, fortunatamente per tutti noi zeviani plagiati di conseguenza, morì e pose fine alla mistificazione e al plagio stesso…Ma per favore!
Carreri e Amirante sono docenti universitari. Dovrebbero ben sapere che la “critica senza storia è battibecco” e che non c’è storia senza critica, se no che insegnano?
Zevi legge Behrendt e ne introietta il messaggio rivoluzionario; ne è talmente consapevole che nel suo “Saper vedere l’architettura” dice testualmente: “gli ideali, la storia, le conquiste dell’architettura moderna sono state esposte da Pevsner, Behrendt e Giedion esaurientemente, e sono state rielaborate in Italia nel saggio Storia dell’architettura moderna” (pag. 93). Chi ha orecchie per intendere, intenda: tanto basterebbe per chiudere qui qualsivoglia polemica con gli autori. Comunque sia, continuiamo.
Zevi non fa citazionismi bensì scrive il saggio "Storia dell’architettura moderna" secondo la veste critica che indossa, ovvero quella di chi è assolutamente attento al significato della critica stessa: renderla sempre e comunque propositiva, assimilandola e lavorandola in sinergia con i tempi e i luoghi ove la si esercita.
Zevi legge Behrendt nel 1941. E’ negli Stati Uniti. In Europa ci torna nel 1945.
Europa e Stati Uniti sono -in quel tempo- due mondi assolutamente diversi. Che cosa trova al suo ritorno in Europa? Il nulla culturale/architettonico, non certo dovuto alla mancanza di personalità eccellenti bensì alla diaspora che la guerra aveva causato. Soprattutto in Italia.
E Zevi in Italia sta, dunque da qui parte e si rende conto che rimettere in moto il nulla culturale/architettonico in un Paese devastato moralmente può essere fondamentale per la sua stessa rinascita. Il Movimento Moderno aveva avuto la porta aperta sino al 1932, poi Mussolini disse basta. Chi si era formato su Funzionalismo, Espressionismo, Neoplasticismo, Organicismo subisce un brusco stop. Terragni muore, Pagano anche. I giovani si trovano a ricominciare dopo un decennio pieno di oscurantismo. Gli insegnamenti dell’opera di Pagano sono soprattutto di matrice d’impegno civile. Zevi capisce che da qui si deve ripartire. I giovani hanno necessità di comprendere appieno i significati dell’impegno civile per potere capire quelli di un’architettura che sia propulsione della rinascita culturale, intesa a tutto tondo.
Nel 1945 Zevi ha 27 anni. Prima di Behrendt aveva studiato Geoge Simmel e Alois Riegl e aveva compreso i significati di “simmetria” quale sistema architettonico dispotico e di “spazio quale quantità materiale e cubica”. Nel 1945 esce così “Verso un’architettura organica”, che non può essere figlia del solo Behrendt, ma anche di Simmel e Riegel, oltre che di Wright. Zevi ama Wright, ma senza Simmel e Riegel non lo avrebbe amato. Non per nulla Zevi dice:
“La simmetria dunque rimanda alla composizione delle masse, dei «pieni», e l'asimmetria alla formazione degli spazi, dei «vuoti». Una soluzione simmetrica è impossibile se si pensa in termini non di facciate e volumi, ma di luoghi e spazi, e ancora più se si pensa agli uomini e alle donne, alle famiglie e alle comunità, ai loro comportamenti. Un uomo può essere considerato simmetrico quando giace immobile in una bara, ma è sempre asimmetrico quando è vivo e cammina nello spazio. Di conseguenza, questo spazio non dovrebbe essere statico, «materiale e cubico», ma fluente, dinamico, come disse Riegl. Quando, nel 1901, egli parlava di «architettura moderna», intendeva un linguaggio che unificasse lo spazio «infinito» del gotico con lo spazio «senza forma» derivato dalle interpenetrazioni barocche.
Fu quasi una profezia. Trentacinque anni dopo, Frank Lloyd Wright costruì Falling Water, la Casa sulla Cascata: nessuna simmetria, nessuna composizione di masse, anzi niente masse, neppure masse vuote, ma formazione dello spazio dentro e fuori, continuo fra interno ed esterno.”
Ma non basta. Il testo è certamente rivoluzionario perché mette in evidenza la strada da evitare a tutti i costi per non cadere nella rete dell’omogeneizzazione spaziale: l’International Style non è il Movimento Moderno perché quest’ultimo non è uno stile. Dice Zevi: “
Avevo imparato da Wright e Mumford, ma anche da Nikolaus Pevsner e Walter Curt Behrendt, che l'architettura moderna non è «uno stile», ma un processo continuo, un gioco che distrugge continuamente le sue regole, e deve essere reinventato ogni giorno”.
Ecco riconosciuto ancora una volta l’apporto fondamentale di Behrendt nella crescita della sua formazione culturale. Il passaggio fondamentale sta però nel collegamento che “Verso un architettura organica” ha con la “Storia dell’architettura moderna” pubblicata nel 1950 e che rappresenta il primo momento fondamentale dell’espressione del pensiero zeviano in quanto sovverte i parametri con cui era stata sino ad allora letta la storia della modernità. Ovvio che in essa confluiscano tutti gli insegnamenti che Zevi aveva avuto, che aveva recepito, anche e soprattutto quelli che aveva scartato perché castranti l’architettura nella sua potenzialità di essere
” …un processo continuo, un gioco che distrugge continuamente le sue regole, e deve essere reinventato ogni giorno”.
Dunque, se non si capisce che “Verso l’architettura organica” è semplicemente uno dei passaggi fondamentali della crescita di Zevi per arrivare alla "Storia dell’architettura moderna", beh, non si è capito assolutamente nulla e, soprattutto, non si ha alcun diritto di avere pretese critiche. E bene fa Roberto Dulio a puntare il dito sulla questione della mera scopiazzatura, il cui concetto è: se si vuole criticare si deve prima conoscere.
Mi chiedo quanto i due autori conoscano la figura di Zevi, quanti suoi libri hanno letto e, soprattutto, se conoscono i suoi articoli, vero e proprio tesoro della cultura architettonica mondiale in quanto hanno toccato ed approfondito qualsivoglia problematica della materia facendola interagire con tutto ciò che coinvolgesse la società, tematiche politiche e civili comprese.
Forse l’unica verità degli autori è quella in cui dicono che Zevi ha compitato Behrendt. Ne ha infatti letto lentamente il testo, distinguendo i vari toni di cui sono formate le parole… Ne ha così fatto “linguaggio” per la modernità dell’architettura, quella che anche oggi continuiamo a vivere.
Leggere lentamente, distinguendo e pronunziando separatamente i vari toni di cui sono formate le parole di tutto quanto Zevi ha scritto in 55 anni: lo consiglio vivamente agli autori.
 
Giuseppe Guida: sulla lettera del Ministro Rutelli
È forse il caso di aprire una breve riflessione sulla lettera del Ministro Rutelli pubblicata su Repubblica del 15/11/07, nella quale si sollecitava la necessità di un recupero del “senso del bello” e della qualità del costruito in rapporto al delicato tema della tutela dei centri storici, dei territori sensibili, delle aree costiere, ma anche di quell’esteso “paesaggio ordinario”, generalmente di prima e seconda periferia che, come recita la Convenzione Europea del Paesaggio, merita parimenti attenzione e reclama politiche urbane e progetti che ne ridefiniscano l’identità. Tematiche cui è lasciato un margine di manovra ormai ristretto in un irreversibile «accumulo di fatti compiuti», come ha scritto Leonardo Benevolo. Un accumulo nel quale anche le architetture di qualità e le pianificazioni urbanistiche più accorte rimangono velleitariamente isolate in un paesaggio senza qualità quantitativamente prevalente.
La necessità, quasi l’urgenza, come emerge dalla lettera di Rutelli, di un rinnovato impegno su questi temi è apprezzabile, in particolare, nelle aree di rilievo paesaggistico e sottoposte a tutela ambientale, quelle che coniugano, cioè, la bellezza del territorio con un indotto economico fatto di turismo sostenibile, agricoltura autoctona, artigianato locale, gastronomia, ecc., e dove la ricerca dell’equilibrio tra tutela e sviluppo si manifesta in maniera più complessa che nei centri urbani dove un tessuto consolidato rende le azioni di controllo probabilmente più semplici.
Tuttavia non è possibile non rilevare che a questo “ritorno in agenda” non abbia ancora corrisposto un impegno concreto fatto di innovazione legislativa (una nuova legge nazionale in materia di pianificazione del territorio), politiche di dis-incentivo, azione repressiva e sensibilizzazione degli enti locali, in particolare i Comuni, cui in ultimo è demandato, secondo il principio della sussidiarietà, il controllo sulle trasformazioni territoriali.
I fatti che contraddicono le intenzionalità contenute nell’articolo di Rutelli sono, purtroppo, tanti.
Il nuovo Piano Regolatore di Roma (città di cui Rutelli è stato Sindaco), ad esempio, prevede di realizzare ex-novo 65 milioni di metri cubi di cemento, che significano l’utilizzo di almeno 15.000 ettari, in buona parte localizzati nella rinomata “campagna romana”, e questo a fronte di un calo di abitanti della città di quasi 200.000 unità nell’ultimo decennio. Il Ministero di Rutelli, evidentemente, ha ritenuto valido quel piano e non è un caso che Roma sia la patria di immobiliaristi di diverso conio e dei “furbetti” delle plusvalenze.
Rutelli cita, inoltre, i casi di «esemplari demolizioni di eco-mostri». L’unico caso narrato dalle cronache recenti, è quello del Protocollo d’Intesa, firmato dallo stesso ministro Rutelli, Regione Campania e privati, riguardo lo scheletro in cemento armato di Alimuri, in Penisola Sorrentina, uno dei territorio più tutelati d’Italia. Qui l’ecomostro viene sì abbattutto, ma incredibilmente  sembra che sarà ricostruito poche centinaia di metri più in là. Una perequazione a senso unico che nessuno finora si era mai preso la briga di pensare o di sottoscrivere e che costituirà un pericoloso precedente per casi similari diffusi lungo le coste italiane.
Se è questa la “politica della bellezza”, per ora soltanto auspicata da Rutelli, allora vuol dire che i tempi per la sua maturazione sono ancora lontani, e ancora più remoto è il formarsi di una volontà politica che sia plurale plurale, condivisa e, quindi, efficace. Parafrasando Jack Lang: «L’immagine della città e del paesaggio non è l’espressione di una società, come si dice sovente, ma quella dei poteri che la dirigono».
Basta affacciarsi dalla finestra per capire che qui da noi, terra dell’abusivismo edilizio (al Sud in particolare) e dell’urbanistica prêt-à-porter, i guasti prodotti al territorio sono troppi e in buona parte irreversibili, e non soltanto, per dirla con Rutelli, per colpa dei geometri.
 
ALLEGATI
 
Il complesso espositivo: la parentela estetica e semantica
tra museo e grande magazzino
di Adriana Polveroni
La visibilità radicale che, attraverso l’architettura, il museo offre di se stesso e del suo attore principale – il pubblico e i suoi riti di consumo– non è affatto una novità, avendo origine in altri contesti nati a cavallo tra Otto e Novecento. Guarda caso proprio i grandi magazzini, quasi a sottolineare la contiguità estetica e funzionale tra museo e centro commerciale, poi le esposizioni universali e altri luoghi dei nuovi consumi metropolitani raccontati da Walter Benjamin nell’opera incompiuta Passages. Questo antecedente storico della visibilità che oggi i musei rilanciano con grande frastuono mediatico è stato letto anche in altro modo. Un filone interpretativo che nasce da Foucault vede nella trasparenza non una scelta democratica, ma una strategia di controllo e di stabilizzazione dei ruoli sociali. Rifacendosi al celebre saggio del filosofo francese sul sistema carcerario, il sociologo Tony Bennett osserva che «identificarsi con il potere, vederlo, se non direttamente come emanazione propria, indirettamente in quanto tale, come una forza regolata e incanalata dai gruppi dominanti della società, ma per il bene di tutti: è questa la retorica del potere racchiusa nel complesso espositivo; un potere reso manifesto non nella sua capacità di infliggere dolore ma in quella di organizzare e coordinare un ordine delle cose, attribuendo agli individui un posto all’interno di esso»50).
  Questa interpretazione di Bennett è di neanche venti anni fa, periodo in cui l’eco dell’analisi di Foucault era ancora molto forte. Ma, pur non condividendo l’identificazione del museo come una sorta di grande fratello, il cui esercizio non sarebbe tanto nello sguardo ma nel controllo, la sua lettura consente di aggiungere all’idea del vedere, dove il pubblico svolge il doppio ruolo di soggetto e oggetto, altri dettagli interessanti. Lo storico australiano Graeme Davison sottolinea come il potere si ridistribuisca in pratiche non più verticali ma orizzontali: «l’evoluzione del complesso espositivo impone anche una nuova esigenza: che ciascuno possa vedere, e non soltanto le imponenti e ostentatorie facciate, ma anche ciò che è contenuto dietro di esse»51). Suggerimento che Bennet accoglie articolando una teoria del «vedere le cose» che venti anni dopo è ancora attuale: «la peculiarità del complesso espositivo (...) consiste nell’incorporazione di alcuni aspetti del panopticon con quelli del panorama a formare una tecnologia della visione volta non ad atomizzare e disperdere la folla ma a regolarla rendendola visibile a se stessa, facendo della folla stessa lo spettacolo supremo»52). Già l’istruzione contenuta nel Breve sermone ai visitatori dispensato per l’Esposizione panamericana del 1901 ricordava al pubblico che «una volta superati i cancelli farete parte dello spettacolo»53).
  Rispetto al loisir moderno che i grandi magazzini spalancano per i propri visitatori, il luogo dell’arte di oggi costituisce un salto di qualità non solo per il design architettonico sempre più attraente, ma soprattutto per la riconfigurazione dei rapporti tra edificio e suo uso, riti sociali, promozione e controllo degli stessi, attraverso una «tecnologia della visione» che mette a fuoco una merce speciale, l’arte, contestualmente a un soggetto, il pubblico, che completa l’opera architettonica.
   Può suonare come un controsenso che, rispetto a edifici così avveniristici quali sono stati giudicati i musei dell’ultima generazione, risultino ancora valide le parole con cui Roland Barthes descriveva quel prodigio visivo realizzato dalla Tour Eiffel: «oggetto quando la si guarda, essa diviene a sua volta sguardo quando la si visita, e costituisce a sua volta in oggetto, insieme esteso e raccolto sotto di essa, quella Parigi che poco prima la guardava»54).
  Il «vedere le cose» disegna quindi una specularità con l’autovedersi, mediata da un’architettura che consente questa duplice attività e che trova la propria conclusione naturale in una sorta di compiacimento del pubblico nel cogliersi come spettacolo di se stesso. Ma questa forma inedita di “autovedutismo” tende oggi ad abbandonare residui di voyeurismo per spingersi verso un traguardo ben più ambizioso: ridefinire l’identità del pubblico, perché è da questa speciale «tecnologia della visione» che matura un nuovo comportamento collettivo. Ancora prima di Bennett, ma collocandosi sostanzialmente sullo stesso filone interpretativo, Pierre Gaudibert aveva sottolineato come attraverso il consumo culturale, le classi medie cerchino di integrarsi alla borghesia colta55). Siamo nel lontano 1970, e oggi questo fenomeno appare superato dal carattere di massa del consumo culturale, per cui non è possibile ritagliare al suo interno una fascia d’élite. È però interessante notare che il ceto medio, di cui la sociologia contemporanea lamenta la scomparsa, sembra ricompattarsi proprio nel consumo culturale e nella ritualità che da questo si genera, sebbene disegnando una larga fascia di utenti dai gusti sempre meno esigenti dal punto di vista qualitativo, ma molto sensibili al richiamo mediatico. Pur in questo livellamento verso il basso, si nota però quello che ancora Gaudibert descrive come «tensione verso una qualità di vita nel quotidiano che l’arte moderna soddisferebbe»56). Fenomeno che trova conferma addirittura in quella fascia di pubblico che musei e istituzioni culturali fanno a gara per conquistare: i giovani che, agli occhi della sociologia contemporanea, sembrano sedotti da ben altri e più attraenti sistemi di comunicazione, primi fra tutti la tv di orientamento più schiettamente giovanilistico e Internet. John Miller, autorevole architetto londinese autore del rifacimento di molti musei inglesi, tra cui la Tate Britain, la Serpentine Gallery, la Whitechapel Gallery e la National Portrait Gallery, confessa per esempio il suo stupore nel constatare come «oggi in Inghilterra il pubblico più giovane sia incredibilmente affascinato dall’arte, perché l’arte è diventata un’occasione d’incontro. I ragazzi vanno al museo, alla Tate Modern in particolare, per trovarsi nell’ingresso tra i grandi allestimenti di Anish Kapoor, di Olafur Eliasson o di Rachel Whiteread. Ma questo successo forse è anche l’ultima eredità di una certa idea dell’arte concettuale: creare una grande opera che comprenda il museo, quello che vi è esposto e l’esperienza del pubblico»57).
   Fenomeno che, di nuovo, parla a favore non tanto della mera capacità attrattiva dell’arte, quanto della possibilità di identificazione e riconoscimento collettivo che essa consente, che già lo storico dell’arte Carol Duncan aveva evidenziato. Esigenza che si avverte tanto più forte in un’epoca globalizzata e che risulta essere una delle poche risorse capace di rinvigorire il declino dell’identità che tale epoca comporta, in nome e nel corpo globale del “popolo dell’arte”.
( Il brano e' tratto dal librodi Adriana Polveroni: This is contemporary. Come cambiano i musei d’arte contemporanea, Franco Angeli, Milano 2007, €19).
 
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