In questo numero ne LE INTERVISTE DI PresS/Tletter LPP interroga n! studio.
Nella rubrica PROTAGONISTI una intervista a Luca Bergamo.
Nella rubrica RECENSIONI E COMMENTI Tiziana Villani ci parla del libro: Il tempo della trasformazione.
Nella rubrica INTERMEZZO, Eldorado Alamaro ci parla di restauro.
Nella rubrica LETTERE Giuseppe Strappa risponde a Renato Nicolini che lo aveva chiamato in causa nella presS/Tletter precedente. Oliviero Godi propone un suo gioco della torre.
Nella rubrica PAROLA ... DI ARCHITETTO a cura di Diego Barbarelli risponde: Roccatelier associati (Laura Rocca, Beniamino Rocca, Maristella Terzoli, Stefano Rocca).
Nell’ALLEGATO n.1 Angela De Fazio intervista Franco Purini su tema: il restauro del moderno e i nuovi modi di abitare la città.
L’archivio di PresS/Tletter
E’ finalmente on line l’archivio di presS/Tletter e, presto, di presS/Tmagazine. Si trova all’indirizzo www.presstletter.com <http://www.presstletter,com> . Il sito e' stato disegnato da Luigi Catenacci che ringraziamo per il suo disinteressato e generoso supporto.
Legge sulla privacy
A proposito della legge sulla privacy, invitiamo i nostri lettori a leggere la nota con le informazioni contenuta alla fine di ogni presS/Tletter. Ricordiamo, comunque, che i dati in nostro possesso di regola si limitano al solo indirizzo e-mail accompagnato, qualche volta, dal nome e cognome o dal nome dello studio e sono utilizzati esclusivamente per la spedizione della presS/Tletter e di presS/Tmagazine: e' escluso in maniera tassativa che vengano forniti a terzi. Inoltre chi volesse cancellare il suo nominativo dalla lista lo può fare in qualsiasi momento inviandoci un cenno con scritto: remove. Chi, infine, volesse avere informazioni più precise le avrà scrivendoci una mail all’indirizzo: l.prestinenza@libero.it
L’OPINIONE
Demolire Corviale?
Sull’argomento, francamente, non condivido l’opinione di Renato Nicolini di questa settimana. Ritengo Corviale e lo Zen due architetture tragicamente sbagliate, esempi di cattiva ideologia applicata all’habitat: il primo perché voleva applicare un modello astratto e forse nordico alla povera Palermo, il secondo per la sua ideologia disumanizzante. Tra gli orrori contemporanei aggiungerei – anche se non essendo adibiti ad abitazione, hanno un potere di disturbo minore sull’opinione pubblica- i pessimi e fuori scala Carlo Felice di Genova, l’università di Calabria, la Moschea di Roma e l’ampliamento della scala di Milano. Però, prima di demolire i summenzionati edifici, mi piacerebbe far fare la stessa fine ad almeno dieci brutte architetture del passato ( perché prendersela sempre con il contemporaneo, tanto più che tra cinquanta anni sarà trattato dai conservatori con la stessa devozione con la quale oggi trattano le opere del passato?). Tra gli edifici meno recenti sceglierei il Vittoriano, il Palazzaccio di giustizia, il Colosseo quadrato e il Rettorato della città universitaria a Roma, la stazione di Milano, la piazza piacentiniana di Brescia e i molti palazzi di giustizia in stile littorio che infestano le città italiane. Ma forse, piuttosto che raderli al suolo, facendone delle vittime del piccone demolitore, li trasformerei in poetiche rovine ad uso dei turisti giapponesi in cerca di emozioni metropolitane, in cadenti musei degli orrori ad uso dei progettisti in cerca dell’autonomia dello statuto disciplinare o, al massimo, in pittoresche e polverose sedi per le soprintendenze più mummificatrici ad uso intimidatorio per i progettisti eccessivamente creativi (LPP)
LA CARTOLINA di Renato Nicolini
Demolire Corviale?
Massimiliano Fuksas propone, intervistato dal “Corriere della Sera” dopo la demolizione di Punta Perotti, di demolire Corviale. Bruno Zevi, di cui Fuksas ha ereditato la rubrica sull’”Espresso” e che invece considerava Corviale una grande architettura, purtroppo non può più far sentire la sua voce, e non penso certo di sostituirlo.
Devo però dire – come responsabile scientifico di una ricerca, “Paesaggi ed Identità” che la Regione Calabria ha promosso per combattere gli “ecomostri” - che per chiamare un edificio ecomostro ci deve essere un intollerabile impatto ecologico o sociale o urbanistico (in termini di consumo di territorio) o culturale (negazione di valori, di identità) o economico (speculazione edilizia). Corviale è edilizia popolare, è firmata dall’architetto del Monumento alle Fosse Ardeatine, è concentrato proprio per non consumare territorio secondo la lezione di Le Corbusier, e non danneggia l’ambiente. Quanto all’impatto sociale, Corviale soffre le conseguenze di un’assurda gestione, che amministra una piccola città di 5000 abitanti come un condominio, e soprattutto di una denigrazione preconcetta, cui hanno iniziato a reagire artisti ed architetti come Matteo Fraterno, gli Stalker, etc. (e che Fuksas invece alimenta).
Un mese fa Fuksas, intervistato questa volta dall’”Unità” , ha lanciato un appello agli architetti: “Architetti, costruite democrazia!”. A giudicare dagli ecomostri da abbattere elencati al “Corriere della Sera”, lo Zen di Palermo di Gregotti (e Purini), Monterusciello di Agostino Renna, Corviale di Fiorentino – una lista di proscrizione – Fuksas pensa che in architettura la sua concezione della democrazia si possa esportare, se non con la guerra sicuramente con la dinamite.
FOCUS SU… di Diego Caramma
Punta Perotti
Sbagliarono più di dieci anni fa, quando decisero di costruire Punta Perotti con finalità grettamente speculative e un intervento devastante. Da pochi giorni si è conclusa la prima fase delle opere di demolizione di quello che è stato definito l'"ecomostro" barese. La prossima tappa è prevista il 23 aprile. Ma nell'intento di porre rimedio ad un precedente errore, hanno sbagliato di nuovo. Non si può demolire un siffatto scempio e, proprio in considerazione di ciò che rappresenta, mancare l'occasione di aprire un confronto di idee su possibili interventi di riqualificazione, al di là dei generici intenti e proclami senza costrutto. Ad un atto incivile si sarebbe potuto opporre l'esempio di un impegno capace di prospettare una visione per il futuro, lavorando sul terreno di un incontro interdisciplinare.
LE MOSTRE DELLA DARC… a cura di Marcello del Campo
La rubrica, cambierà spesso titolo. Prima era: E LA DARC TACE… per sottolineare il silenzio dell’ Istituzione su alcune importanti questioni, in primis sull’ abbattimento dell’Ala Cosenza e sul caso Giorgini. Adesso diventa LE MOSTRE DELLA DARC…per porre l’attenzione sulla, a nostro avviso, deludente attività espositiva di questa istituzione.
Cara Sig.ra Guccione: parliamo di cataloghi
Cara Signora Guccione, non riesco a trovare, per quanto lo cerchi, il libro uscito a seguito della mostra di De Carlo, se ben mi ricordo da lei curato. Peccato perchè proprio su questo tema volevo scambiare quattro chiacchiere... Ma dove lo avrò messo? Forse sotto qualche tavolo traballante? Forse in seconda fila? O forse lo avrò regalato a qualcuno per non occupare posto nella libreria? Proprio non lo trovo… Pazienza, andrò a memoria… giusto per dirle di guardare, se le capita, il libro che ha accompagnato la recente mostra del Team X a Rotterdam. Non per fare confronti…
Cordiali saluti LPP
LE INTERVISTE DI PresS/Tletter
Risponde n!studio
Continuano le interviste a personaggi impegnati nel campo dell’architettura e dell’arte. L’ intervista e tutte le numerose altre comparse in questa rubrica sono raccolte all'interno della sezione Interviews di Channelbeta http://www.b-e-t-a.net/~channelb/interviews/ e nel sito dell’Ordine di Roma: http://www.architettiroma.it/architettura/opinioni.asp
Tra i prossimi intervistati: Pepe Barbieri, Cecilia Cecchini, Ian+, Alessandra Orlandoni Molte altre in preparazione.
1.Una auto-presentazione in quattro righe...
Siamo tra i fondatori, nel 1990, di n! studio. Il riferimento è al simbolo matematico, al fattoriale, per tendere al ‘limite’ il progetto, forse fino ad annullarlo come forma. Dal 2002 abbiamo costituito la Ferrini::Stella:;n!studio. Lo studio è a Roma nell’ex lanificio Luciani a Pietralata. Fin dall’inizio, la nostra ricerca si è concentrata sul progetto delle opere pubbliche, in Italia e all’estero, strada impervia, senza il paracadute di un ‘buon mecenate’. Insegnamento (facoltà di Ferrara e Pescara), ricerca progettuale e professione come un tutt’uno, dalla piccola alla grande occasione.
2.Cosa ne pensate dell’ architettura in Italia oggi ...
Difficile dirlo, soprattutto di una realtà in ebollizione, che a nostro avviso presto troverà un suo coaugulo più all’estero che in Italia se lo stato attuale delle cose da noi persisterà: il dato che ci ha sempre impressionato è la distanza tra le dinamiche a livello europeo in quanto a capacità di comunicazione, sperimentazione, consequenzialità dei processi rispetto a quelle italiane, spesso non abbastanza ‘spregiudicate’ da proporsi con forza e convinzione all’esterno. La critica estera ignora quasi completamente la nuova ricerca progettuale italiana, la forza di molti gruppi che si sono riuniti intorno ad una sigla, concentrandosi non su uno stile, ma su alcune tematiche di grande interesse nel contemporaneo.
Da parte nostra e di molti nuovi gruppi a noi coetanei, c’è sicuramente la necessità di ‘comunicare’, di rinunciare spesso al nostro logo per uscire all’esterno come gruppo più complesso e articolato, lavorando su forme di comunicazione e su temi di architettura.
Da questo è nata l’idea comune a otto gruppi romani di formare RM_008, una rete che organizza incontri, che lavora su temi e progetti, senza nulla togliere ai percorsi più ‘personali’.
Pensiamo che se solo ci fosse qualcuno che si prendesse la briga di osservare, selezionare, e rimontare insieme i pezzi secondo un progetto preciso, e non secondo affiliazioni formali e di scuola, si potrebbe far conoscere all’estero una produzione che niente a che invidiare con gli analoghi, ma più fortunati e promossi coetanei europei. Ci piacerebbe una rete di comunicazione tra i critici di architettura che si confronti sui temi più sperimentali e confrontabili con la ricerca europea.
Perché non ci provi tu?
3.Il nome di un architetto italiano vivente al quale fareste costruire casa vostra...
Non siamo per la casa d’autore, il massimo sarebbe una casa prefabbricata, industriale, smontabile, su catalogo…. all’inizio del moderno ne hanno ‘pensate’ e prodotte di incredibili…
4. Il nome di una star internazionale alla quale fareste costruire casa vostra...
…..vedi sopra, sicuramente ci piacerebbe convertire l’eventuale ingente parcella in viaggi e soggiorni, in realtà ci piace molto “abitare” gli alberghi…anche quelli progettati dalle star…..tra tutti l’albergo delle terme a Vals di Peter Zumthor o l’Hotel New York sul porto di Rotterdam ristrutturato da Bolles & Wilson…
5. Il nome di un edificio famoso che non vi piace affatto.
Possiamo dire solo di quelli visti con i nostri occhi, non ci fidiamo delle immagini. Non esistono edifici belli o brutti ma edifici che hanno un senso e altri che non ne hanno. Uno di questi ultimi è la caserma dei Vigili del fuoco della Hadid al Vitra di Basilea. Ci viene in mente l’ultimo visto qualche giorno fa e che sicuramente famoso lo diventerà, il museo d’arte primitiva che Jean Nouvel sta finendo di realizzare sul quai Branly a Parigi, un edificio che dimostra una tale ‘dissonanza’, una tale disarmonia da suscitare al tempo stesso sorpresa, disappunto, meraviglia……
6. A vostro parere, quali sono i tre principali problemi che oggi un architetto italiano deve affrontare se vuole fare la professione senza il paracadute universitario?
La difficoltà principale è trovare il livello di comunicazione possibile con la realtà, riuscire, come direbbe Merleau-Ponty a ‘diminuire la distanza tra noi e il mondo’, in questo l’università dovrebbe avere il ruolo primario di insegnarci a pensare all’interno di un contesto più ampio, in cui le nostre azioni partecipano e si riverberano in una rete complessa di relazioni e processi.
7. L’università italiana...la consigliereste? E se si in quale città? E a Pescara? E a Ferrara?
Sicuramente a Pescara…sicuramente a Ferrara, dipende da chi dei due risponde e per vari motivi. Ferrara è prima da alcuni anni nella classifica di gradimento delle università, ma Pescara quest’anno è risultata prima nella valutazione nazionale della ricerca condotta nelle università dal Civr. Siamo quindi impegnati in due facoltà di medie dimensioni, ma di forte spessore culturale, con temi di ricerca che le caratterizzano e ne costituiscono una continuità di pensiero: a Pescara i temi dell’infrastruttura, del paesaggio, delle reti e del territorio, il mediterraneo, le nuove modalità dell’abitare; a Ferrara c’è forse meno “teoria”, che stiamo cercando di introdurre, ma con un’attenzione molto forte verso il progetto di architettura dall’A alla Z senza campanilismi disciplinari.
8. L’opera che avete realizzato e a cui siete più affezionati e perché...
Quella che dobbiamo ancora realizzare………Ogni opera è per noi l’intreccio tra le nostre autobiografie e quelle di tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione: partner, committenti e imprese. Aldo Rossi diceva: è strano come ogni progetto somigli a me stesso; negli oggetti realizzati rivediamo tutte le “storie” delle persone che vi hanno partecipato, molte delle quali ancora con noi impegnate in “altre storie”
9. La vostra visione dell’architettura: autodefinitevi: reazionari, tradizionalisti, moderati, organici, progressisti, sperimentalisti, avanguardisti ( o altro purchè la definizione sia al massimo di un paio di parole e non cercate di scappare alla domanda dicendo che siete oltre le sigle...)
Per tutte ci piacerebbe essere sperimentali ma, purtroppo per noi, esserlo veramente è solo di due o tre persone per secolo….Le Corbusier sicuramente lo è stato…. Herzog & de Meuron forse…
10. Mettetemi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Anselmi, Purini,Cellini, Portoghesi, Gregotti. ( per cortesia non mettere pari merito). Se non volete rispondere a questa domanda potete scegliere quest’altra: dovete organizzare un importante concorso a inviti di architettura e vi danno l’incarico di invitare cinque architetti Chi scegliete?
I due poli che si fronteggiano e si guardano a distanza…Herzog & De Meuron e Rem Koolhaas
11. Che ne pensate della Darc? E che fareste se foste al posto di Pio Baldi?
Ne vorremmo pensare bene perché i presupposti ci sono tutti, anche se dovrebbe impegnarsi maggiormente nella conoscenza dell’architettura italiana contemporanea e certo non allinearsi con le posizioni più reazionarie delle varie sovrintendenze. In questo senso, la nostra generazione di architetti italiani potrebbe competere con gli analoghi stranieri solo se avesse dalla propria parte le strutture promozionali che hanno olandesi o spagnoli tanto per fare gli esempi più eclatanti. La globalizzazione funziona se ci sei dentro, ma se ne sei fuori, sei territorio da colonizzare.
12: Zevi o Tafuri?
Dei mostri sacri vissuti con un certo distacco. La distanza storica ci permette di guardare al meglio del loro pensiero.
13: La critica oggi non e' un po’ senza denti?
I denti servono per masticare ed il cervello per pensare. Quello che manca sono due cose. Da un lato un progetto chiaro che dica: tu sì e perché, tu no e perché e, una volta capito questo, esportare questo progetto attraverso i canali che abbiamo e che veicolano all’estero (basti pensare a Casabella e Domus che sono tra le riviste di architettura più lette al mondo) come fanno benissimo e molto astutamente i critici europei.
14: Un libro che consigliereste a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico
Da anni consigliamo ai giovani studenti L’autobiografia scientifica di Aldo Rossi, uno straordinario modo di essere nell’architettura senza parlarne; ad un architetto invece Infinite Jest di David Foster Wallace, che proprio a partire dal titolo Scherzo Infinito dovrebbe insegnarci l’autoironia, a perderci nei labirinti della realtà per sentirne il profumo e il ritmo; a un critico consiglieremmo di tenere sul tavolo Delirious New York di Koolhaas, per suggerirgli qualche dubbio e qualche notte insonne, chi meglio di un progettista può parlare di architettura? Forse essere critico è una dimensione diversa dal parlare sull’architettura, ma piuttosto una dimensione etico-esistenziale, uno sguardo ‘altro’…
15. Gioco della torre: Purini o Gregotti?
…perché buttarli giù? Entrambi si trovano a proprio agio nel guardare dall’alto!
16: Saranno famosi: fatemi tre nomi di architetti non romani
Pensando al futuro sicuramente una serie di gruppi che si sono formati in questi anni e che come noi stanno guardando molto all’estero: tutti sempre più spesso in corsa nei concorsi internazionali a seconda fase, a procedura ristretta e prima o poi qualcuno riuscirà a farcela in maniera eclatante, fuori dall’’Italia, questo è un in ‘bocca al lupo’ per tutti!
17: Saranno famosi: fatemi tre nomi di architetti romani
Almeno due a caso degli RM_008 e nello stesso ambito ian+
18: Il vostro artista favorito (non architetto) e il vostro critico d’arte favorito.
Burri, visto e rivisto più volte a Città di Castello. Per quanto riguarda il critico, come sai, noi frequentiamo di più la filosofia per cui se ci permetti citiamo un filosofo italiano: Carlo Sini.
19: Rigioco della torre: Boeri o Dal Co? Insomma: Domus o Casabella? ( potete fare anche una carneficina o dire: passo)
Dal Co per gli argomenti detti; se sfogli l’indice di Casabella il 90% (margine di errore per difetto) degli architetti pubblicati è straniero con progetti di piccole e medie dimensioni che puoi trovare analoghi in italia solo se ti sforzi di osservare e cercare. All’estero molte volte ci chiedono: ma che sta succedendo in Italia oltre a Piano e Fuksas? Qualcuno glielo dovrebbe dire.
20: Tre parole oggi importanti
Etica, significato, innovazione
PROTAGONISTI
Intervista a Luca Bergamo
1. Una auto-presentazione in quattro righe...
A 44 anni e due figli, dopo essermi occupato di intelligenza artificiale, aver dato vita ad Enzimi, ai festival di Fotografia e Letteratura, sostenuto l’idea del recupero del Mattatoio, aver “abbandonato” l’Italia per il Glocal Forum (www.glocalforum.org), mi è tornata voglia di occuparmi della cultura a Roma, mettendo in relazione idee, persone e punti di vista diversi per promuovere innovazione.
2. Cosa ne pensi dell’ architettura in Italia oggi ...
Molte intelligenze, molta frustrazione ed una delle principali risorse per lo sviluppo del paese e delle nostre città del tutto sotto-utilizzata.
3. Recentemente hai partecipato a un incontro in cui si parlava di bellezza come fattore di sviluppo. Ci esponi in sintesi le tue idee in proposito?
E’ piuttosto difficile sintetizzare. Ci provo separando gli argomenti e sperando che chi legge abbia poi voglia di ricostruire i nessi. E perdonami ma devo dilungarmi un po’.
1. L’Italia perde competitività. Le rilevazioni sulla consistenza e la crescita della Classe Creativa (C.C), evidenziano la distanza crescente tra le città italiane – di cui Roma è comunque la migliore – e la maggior parte delle altre città del mondo sviluppato. Un dato solo: a Roma la C.C. (misurata con il metodo Florida) rappresenta circa il 25% della forza lavoro, a Stoccolma il 45%. Dunque nel più generale problema della competitività italiana, c’è ne è uno strategico che riguarda la disponibilità della “materia prima”, l’intelligenza creativa.
2. Alcuni[1] <#_ftn1> hanno cominciato a misurare la relazione che esiste tra le qualità estetiche delle città (opere umane e ambiente naturale) e la loro capacità di attrarre coloro che nel lavoro usano l’intelligenza per affrontare problemi complessi. Ne risulta una relazione positiva tra “bellezza” di una città e consistenza della cosiddetta C.C. che, nota bene, è in buona parte composta da persone giovani, proiettate verso il futuro. In sintesi, per i componenti del gruppo sociale attorno a cui ruota lo sviluppo economico, la bellezza di una città è uno dei fattori principali che influenzano la scelta del luogo dove stabilirsi e vivere.
3. L’Italia è un paese con la testa rivolta al passato. Come se tutto ciò che la nostra civiltà avesse da dire fosse già stato detto dai nostri avi e dunque, contaminarne i segni con opere contemporanee, fosse un sacrilegio. Perciò prevale un’idea di bellezza che si associa solo a “oggetti” (nel senso più ampio del termine) che hanno una storia, possibilmente lunga. E’ l’atteggiamento di una civiltà destinata al declino, che si rifiuta di dialogare con il futuro.
Secondo me la bellezza di una città sta nel rapporto tra qualità dell’hardware (opere architettoniche e ambiente naturale intesti come sistema) e software (attività umane). Dunque la bellezza sta anche nell’apporto che forme, spazi e volumi danno alla libertà di espressione di chi ci vive. Nel suo tempo. Quando questa relazione favorisce la creatività degli individui, è una spinta a proiettarsi costruttivamente oltre se’stessi, alimenta il senso di felicità di chi la vive, allora una città può dirsi bella. Altrimenti, nel caso italiano, al meglio è un “bel” museo (pensa a Venezia per dirne una).
4. Noi, nel nostro tempo, abbiamo significati e qualità da esprimere almeno altrettanto quanto ne avessero nel passato. Mi pare essenziale proporre un’idea alternativa di bellezza, fortemente legata all’espressione della comunità attuale ed alla sua proiezione verso il futuro. E soprattutto battersi per praticarla.
5. Discutere sul rapporto che esiste tra bellezza e sviluppo nell’economica della conoscenza, non è dunque accademia ma occuparsi della competitività e proporre una nuova interpretazione di politiche culturali. Politiche che non si limitano ad occuparsi dei servizi al tempo libero, ma viceversa suggeriscono strategie per lo sviluppo di Roma. Faccio un esempio: utilizzare l’attuazione del nuovo PRG per promuovere l’architettura di qualità in modo diffuso (residenzialità, funzioni comuni,…) è una componente essenziale di una politica moderna per la cultura e la creatività e, insieme, una misura di promozione dello sviluppo economico e sociale.
6. Incidentalmente. La discussione a cui ti riferisci è stata promossa da un sasso nell’acqua, la sede di confronto per contribuire alla formazione delle strategie di sviluppo della città, a cui abbiamo dato vita qualche mese fa in parecchi e a cui spero qualcuno dei tuoi lettori possa avvicinarsi (info@sassonellacqua.org).
4. Sei stato uno degli animatori del premio Borromini, un importante premio di architettura, assegnato dal Comune di Roma, ma abortito dopo il primo anno. E’ una iniziativa che si potrà a tuo avviso riprendere?
Il Borromini assegnava due premi: uno alla “carriera” uno ad un giovane. Il meccanismo di quest’ultimo riconoscimento è secondo me ancora valido. Scandagliare la scena mondiale e renderla visibile in Italia ad un pubblico composto anche da non architetti. Due vantaggi: qualificare il paese come attento alle posizioni emergenti e svolgere una funzione divulgativa interna sul valore sociale e culturale dell’architettura. Mi auguro se ne possa riparlare.
5. Cosa ne pensi, in generale, dei premi di architettura. Servono a diffondere la qualità?
Non il Pritzker. Il Borromini invece, nelle intenzioni, avrebbe voluto. Ma ci vuole molta coerenza, perseveranza e voglia di raccontare l’architettura a chi non se ne occupa …
6. Architettura contemporanea a Roma: abbastanza o troppo poca?
Del tutto insufficiente.
7. Quale e' il tuo giudizio della vicenda dell’Ara Pacis?
Prima di tutto troppo lunga. Poi mette in luce alcune storture tutte nostre: troppe voci in capitolo con potere di impedire; un dibattito sull’impatto dell’opera del tutto astratto dalla realtà, con la testa rivolta indietro; un tasso di ipocrisia notevole e una sua strumentalizzazione costante a fini politici di bassa cucina.
8. L’auditorium a Roma. Un capolavoro di Renzo Piano o un’opera che si poteva realizzare meglio?
A me piace, sebbene da fruitore mi sembra che alcune cose si potessero fare meglio (non so valutare quale impatto abbia avuto la riprogettazione dovuta alla necessità di inglobare la “villa” e il chiarimento sulla sua multifunzionalità arrivato dopo). Certo che come piazza funziona e dimostra che la città (l’Italia) ha un bisogno spasmodico di segni contemporanei.
9: Cosa si può fare per divulgare di più e meglio l’architettura al di fuori del ristretto giro degli architetti?
Primo costruire, soprattutto abitazioni innovative. Poi fare giocattoli/giochi anche virtuali con le architetture contemporanee … e poi raccontare ciò che c’è dietro ogni opera, raccontarne il senso, la storia, la conoscenza. Sarebbe utile pensare a tutti i cantieri da questa prospettiva, per esempio.
10: Che ne pensi della casa dell’architettura a Roma?
E’ importante averla creata e fatta funzionare. Può migliorare soprattutto se riuscirà ad emanciparsi dai suoi “genitori” il Comune di Roma e dall’Ordine degli Architetti, le due istituzioni che l’hanno voluta e che la finanziano. Penso dovrebbe essere sempre più un luogo di confronto sull’architettura, sulla funzione sociale e culturale delle opere umane, del rapporto con l’ambiente naturale e sempre meno di dibattito interno agli architetti.
11. Quale potrebbe essere il ruolo di Roma nel nuovo scenario europeo?
Abbiamo una opportunità unica, dopo decenni. Prova ad immaginare quale potrebbe essere il ruolo di Roma se nuovo PRG significasse … nuova architettura (chi non vorrebbe cimentarsi a Roma!). La comunità architettonica e le istituzioni potrebbero individuare scelte originali su cui puntare per proporsi all’attenzione dell’Europa, e allo stesso tempo porsi obiettivi non inferiori a quelli degli altri sulle cose che fanno tutti. Sono convinto che si possa fare e sono impegnato perché lo si faccia.
Più in generale Roma ha una carta ancora da giocare, investendo nella conoscenza e in un nuovo rapporto tra passato e futuro. In ogni campo della cultura umana. In vent’anni non più prevalentemente consumatori, ma in primis produttori di cultura e scienza.
12. Che ne pensi della Darc? E che faresti se fossi al posto di Pio Baldi?
Non sono impressionato, ammetto. Ma penso che chiunque sarebbe in difficoltà a dirigere una struttura pensata da un governo aperto ai temi della cultura dovendo poi invece rispondere ad un governo ostile.
13. Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti costruire casa tua...
Dubito mi capiti la possibilità di farmi costruire una casa. Se mai dovesse potrei fare un concorso(ino). Vorrei che lo facessero costruttori privati e pubbliche amministrazioni, perché non pretenderlo da me stesso.
14. Il nome di una star internazionale alla quale faresti costruire casa tua...
Non è una star di primo piano, ma apprezzo le case di Shigeru Ban che mi colpiscono più dei suoi edifici in tubi di cartone.
15. Il nome di un edificio famoso che non ti piace affatto.
Faccio fatica, tendo a ricordare quelli che mi hanno colpito positivamente. In fotografia il Landmark Tower a Singapore. Non mi piacevano le Twin Towers. Uno orrendo: il Palazzo della Regione Lazio sulla Via Colombo a Roma. Dentro è più incomprensibile del labirinto del Minotauro.
Però confesso una passione insana: Our Lady of the Angels di Rafael Moneo.
16. La tua visione dell’architettura: autodefinisciti: reazionario, tradizionalista, moderato, organico, progressista, sperimentalista, avanguardista ( o altro purchè la definizione sia al massimo di un paio di parole e non cercare di scappare alla domanda dicendo che sei oltre le sigle...)
Se fossi vissuto agli inizi del ‘600 avrei tifato per Borromini, senza dubbio. Forse progressista-sperimentalista (ma non so quale specifico significato disciplinare darebbe un architetto a questa definizione).
17. Tre architetti che reputi interessanti...
Mathias Klotz, il duo Herzog & De Meuron e forse Toyo Ito.
18: Un libro che consiglieresti a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico
Studente: Edgar Morin, il metodo. Ad un architetto, da leggere con attenzione: i due capitoli dedicati de’ principati nuovi, dal Principe di Machiavelli. Ad un critico proporrei Wittgenstein: Osservazioni sui colori e il “Trattato” (almeno le 7 proposizioni principali).
19: Il tuo artista favorito (non architetto).
Johannes Vermeer. La luce.
20: Tre parole oggi importanti
Curiosità, conoscenza, talento.
INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
Stati Generali della Creatività a Roma
2006-2008 da Enzimi al Centro di produzioni culturali del Mattatoio percorsi e strumenti per le nuove generazioni. Il 6 e il 7 aprile a Roma all'interno degli Opening Days della V edizione di Fotografia Festival Internazionale di Roma, prodotto da Zoneattive, si svolgerà un ciclo di incontri sul tema della creatività e delle nuove generazioni. All'incontro prenderanno parte i rappresentanti dei principali festival italiani, dei network internazionali e giovani operatori, curatori e artisti.
Marco Zanuso Jr a Milano
La Galerie Italienne presenta la mostra: Policromi di Marco Zanuso Jr Giovedì 6 aprile 2006 Cocktail dalle 18.00 alle 22.00 via Marsala 7 20121 Milano
Domus Free zone a Milano
In occasione del Salone del Mobile un evento multimediale organizzato da Domus con tre grandi artisti Ennio Morricone, Amos Gitai e Gabriele Basilico. Giovedì 6 aprile 2006 ore 21.00/22.30/23.30 Cinema Manzoni, Galleria Manzoni, via Manzoni 40. Milano
Johanna Grawunder a Milano
Mostra di Johanna Grawunder New positions inaugurazione 5 aprile 2006 h 11.00-22.00. galleria alessandrodemarch Via R.Rigola, 1-20159 Milano
info@alessandrodemarch.it www.alessandrodemarch.it <http://www.alessandrodemarch.it>
Giovani Architetti under 40 a Ceggia,Venezia
Inaugurazione mostra Giovani Architetti under 40, 8 aprile 2006 ore 11, intervengono Paolo Vocialta, Giovanni Damiani Luca Maria Francesco Fabris. Sede espositiva ProgettoContemporaneo galleria di architettura, via Venezia 28, Ceggia, Venezia
Angelo Mangiarotti a Verona
La galleria PAD inaugura con Le forme del liquido una mostra dedicata all'architetto Angelo Mangiarotti venerdì 7 aprile 2006 dalle ore 18.00 alle 22.00. PAD Pay and Display via Sottoriva, 52 37121 Verona (Italia) telefono e fax +39 045 8032001 info@payanddisplay.it www.payanddisplay.it <http://www.payanddisplay.it>
MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
IaN+ a Roma
Prima personale dello studio di architettura Ian+ Modelli di Architettura. Da giovedì 30 marzo al 13 aprile 2006 dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.00. Fondazione Adriano Olivetti , sala Roberto Olivetti, Via G.Zanardelli 34 Roma
Mirando Haz a Roma
Mostra antologica di Mirando Haz pseudonimo di Amedeo Pieragostini dal 9 marzo al 17 aprile. Refettorio Quattrocentesco di Palazzo Venezia via del Plebiscito 118 Roma
Clemente-Iran-Monnino a Roma
Francesco Clemente, Iran Do Espirito Santo e Carlo Monnino in mostra dal 23 febbraio al 30 aprile 2006 al MAAXI Museo Internazionale delle arti del XXI secolo via Guido Reni 2 Roma dalle ore 11.00 alle 19.00-chiuseo lunedì
Johanna Grawunder a Milano
Mostra di Johanna Grawunder New positions dal 5 al 13 aprile 2006 galleria alessandrodemarch Via R. Rigola,1-20159 Milano
info@alessandrodemarch.it www.alessandrodemarch.it
Istant Karma a Milano
Istant Karma mostra di Stefano Casciani. Oggetti, disegni, installazioni + special guest vedovamazzei. Dal 30 marzo al 10 aprile dalle 15.00 alle 20.00. Galleria Artra via L. Settala 20124 Milano artragalleria@tin.it
Marco Zanuso Jr a Milano
La Galerie Italienne presenta la mostra: Policromi di Marco Zanuso Jr dal 5 al 10 Aprile 2006.via Marsala 7 20121 Milano
Looking for…a Milano
Collezione Permanente del Design Italiano Looking for…La collezione di Alessandro Pedretti alla Triennale di Milano. Durata mostra: dal 31 gennaio al 10 aprile 2006. Alla Triennale di Milano via Alemagna 6
Giovani Architetti under 40 a Ceggia,Venezia
Mostra Giovani Architetti under 40 dall’ 8 aprile al 24 giugno. Sede espositiva ProgettoContemporaneo galleria di architettura, via Venezia 28, Ceggia, Venezia
Venezia 1948-1986: La scena dell’arte
Venezia 1948-1986:La scena dell’arte. Fotografie da ArchivioArte Fondazione Modena dal 5 febbraio al 21 maggio 2006 alla Collezione Peggy Guggenheim, a cura di Luca Massimo Barbero
Angelo Mangiarotti a Verona
La galleria PAD inaugura con Le forme del liquido una mostra dedicata all'architetto Angelo Mangiarotti dal 7 al 30 aprile 2006 da martedì a domenica ore 16.00 - 21.30. PAD Pay and Display via Sottoriva, 52 37121 Verona (Italia) telefono e fax +39 045 8032001 info@payanddisplay.it www.payanddisplay.it <http://www.payanddisplay.it>
Mario Ridolfi a Terni
Mostra all’ex Siri 7 gennaio 2006- settembre 2006. Orario di apertura: 10-13 e 16-19 tutti giorni ad eccezione del lunedì. Ingresso libero
Il seno di Elena e il fuoco di Napoli a Napoli
Mostra Il seno di Elena e il fuoco di Napoli a cura di Filippo Alison e Agostino Bossi dal 31marzo all’1 maggio 2006 PAN Palazzo delle Arti Napoli
Architettura contemporanea in Brasile a Napoli
Mostra a cura di Paolo Giardiello e Marella Santangelo allestimento Marella Santangelo, fgpstudio Nicola Flora e Paolo Giardiello quadro da arquitetura brasileira a cura di Ruben Otero, Ciro Pirondi, Alvaro Puntoni e Fabio Restrepo Dal 31 marzo all’1 maggio 2006 PAN, Palazzo delle Arti di Napoli
Disegnare nelle Città. Architettura in Portogallo a Napoli
Mostra a cura di Alvaro Siza con Maddalena D’Alfonso, Antonio Madureira, João Soares, André Tavares prodotta con l’appoggio della Fundaçao Calouste Goulbenkian, Fundaçao Luso-Americana, Istituto Camoes – Ministero degli esteri del Portogallo, UNIFOR, Archivio Fotografico di Lisbona, FAUP (Faculdade de Arquitectura do Porto), MDS Correctora de Seguros. Adattamento dell’allestimento Maddalena D’Alfonso, Paolo Giardiello e Marella Santangelo Dal 31 marzo al 30 aprile 2006 PAN, Palazzo delle Arti di Napoli
UNIVERSITA’ & Co... a cura di Ilenia Pizzico
La mano e il gesto di Juan Navarro Baldeweg a Mendrisio
Inaugurata lo scorso ottobre, la Galleria dell'Accademia ha già ospitato tre esposizioni. Il prossimo appuntamento è previsto per giovedì 6 aprile 2006, quando aprirà la mostra La luce, l'equilibrio e la mano di Juan Navarro Baldeweg. Per l'occasione l'ateneo mendrisiense accoglie anche Gae Aulenti. Università della Svizzera italiana, Accademia di architettura, Villa Argentina, Largo Bernasconi 2, Mendrisio. Info: aprada@arch.unisi.ch
Master in Interiors naval Design a Reggio Calabria
L'Università degli studi Mediterranea di Reggio Calabria emana il bando d'ammissione al Master universitario di I livello in Interiors naval Design.Il master è finalizzato alla formazione di esperti in Interiors naval design, una figura culturale e professionale che possiede conoscenze e abilità altamente specializzate per la progettazione e l'arredo degli ambienti interni di imbarcazioni da diporto. Partecipanti: laureati in Architettura e Ingegneria, diplomati in altre discipline. Scadenza domande: 5 maggio 2006.Costi: 1.500.00. Info: www.unict.it <http://www.unict.it/>
Movie Design a Milano
Il Master universitario Movie Design, La Gestione E La Produzione Della Comunicazione Multimediale Audiovisiva, forma progettisti della comunicazione multimediale in grado di progettare e gestire un artefatto di comunicazione, dall’idea al prodotto finito, dalla strategia alla finalizzazione. I prodotti multimediali sono destinati ai settori dei nuovi media digitali come ad esempio la comunicazione aziendale, le corporate TV, la telefonia mobile, la televisione digitale, il web. Costi: 10000 euro. Scadenza domande: 12 maggio 2006. Info: ww.polimi.it
Storia della progettazione architettonica a Roma
Nell’ambito del Master di II livello in Architettura-Storia-Progetto, mercoledì 5 aprile si terrà l’inaugurazione del corso di perfezionamento in Storia della progettazione architettonica. Ore 17, Aula Urbano VIII, Facoltà di Architettura, Via Madonna dei Monti 40, Roma.
INTERMEZZO
Restauro
Caro LPP, ti scrivo da una postazione d’emergenza. Oggi “intermezzo” economico e restaurato, cioè economia della Cultura, Salone dell’arte del Restauro e della conservazione a Ferrara, fino al 2 aprile. Le cifre: 290 espositori, 16.000 mq di esposti e sovraesposti restaurati, 29 convegni, 86 incontri tecnici, 10 mostre culturali. Insomma un buon aggiornamento tematico per chi come me pratica interessi in questo settore del total/restauro: dal mestieraccio del “come si fa”, vale a dire la pratica della firmitas dell’edificio storico, anche del Novecento, alle raffinatezze dell’inquadramento storico-critico, alle scuole di pensiero, alla teoria complessiva del restauro, e via via, scendendo “per li rami” fino al disperante quadro economico amministrativo che è stato autorevolmente tracciato, in un bel convegno ministeriale d’apertura. Tagli, tagli e solo tagli, fare le nozze coi fichi secchi, friggere il pesce coll’acqua, peraltro riciclata e restaurata. Solo il Post/Piemonte industriale e post/Fiat pare che goda di una situazione migliore, favorito anche dall’impegno economico di ben tre fondazioni bancarie italiane, tra le più solide; a parte la felice ricaduta sul territorio delle recenti olimpiadi della neve, perfettamente utilizzate in loco e che pare abbiano messo su una nuova classe tecnico-amministrativa operativa, versabile per nuovi cimenti ed eventi. Insomma un Piemonte ben restaurato coll’economia della cultura, come da sottotitolo del salone ferrarese, giunto felicemente alla quattordicesima edizione. In effetti immagino, per venire più a noi, che l’Università dovrebbe in un certo senso funzionare come questo Salone ferrarese, con le stesse dinamiche di viaggio che si sperimentano in queste occasioni, cultura dinamica e molto applicata sull’obiettivo da raggiungere: un livello di incontri tematici con contenuti alti e robusti, talvolta vere e proprie lezioni, non di rado molto legate ai singoli territori dell’Italia da restaurare (come il piano del colore per alcune città della Campania e Liguria); un altro livello fatto di una miriade di incontri tecnici e di seminari specifici, ricaduta della ricerca pura, per quanto pura può essere considerata la nostra disciplina dell’architettura, contaminata fin dalle sue fondamenta, per nostra fortuna (l’Opera e la mano d’Opera). Infine il Salone propriamente detto, quello commerciale, dove si incontra quella fauna molto interessante dei venditori, rappresentanti, standisti, acchiappaclienti e compagnia bella, quella specifica della messa in scena del prodotto, fase decisiva che molto andrebbe considerata negli studi. Ho fatto molto zapping in questi tre livelli, nei miei due giorni di viaggio in questo paesaggio italiano da restaurare. Alla fine ho udito un boom, proveniva dal fondo dello stivale, da Bari, dove è saltato in aria “il mostro” di Punta Perotti. Evviva! L’avevano detto simpaticamente ad uno dei convegni, qui a Ferrara: un buon modo di far restauro italiano è esportare dinamite! Detto fatto! E poi dicono che l’Italia è lenta! Purtroppo questo boom è stato sovrastato dal dolore e dallo sgomento per il ritrovamento del cadaverino del piccolo Tommy di Parma. Leggo che gli odiosi rapitori “non hanno saputo gestire il suo pianto” e gli hanno dato una badilata in testa per farlo tacere, per sempre, ‘o ninnillo. Terribile! Forse si deve restaurare il concetto stesso di umanità, la casa dell’uomo sacro, il Gesù bambino che ci portiamo dentro, la speranza di restauro
LIBRI e RIVISTE a cura di Francesca Oddo
Dominique Perrault. Opere recenti
"Dominique Perrault e’ assurto, giovanissimo, all’olimpo dell’architectural star system grazie alla vittoria del concorso per la Bibliothèque Nationale de France a Parigi e continua a essere uno degli architetti piu’ sperimentali e provocatori della scena internazionale.
Questo volume rivolge lo sguardo critico alla produzione dell’ultimo decennio a partire da un’opera considerata un fondamentale spartiacque nel percorso progettuale di Perrault: il velodromo e la piscina olimpica a Berlino.
Una serie di opere progettate e parzialmente costruite che indicano una nuova direzione nella sua ricerca architettonica, nella sperimentazione di materiali innovativi e nel dibattito contemporaneo." (Skira)
Autori: Maria Vittoria Capitanucci. Editore: Skira. Anno: 2006. Pagine: 224. Illustrazioni: 280. Prezzo: € 26.00
Come le città si raccontano. Verso un’urbanistica gentile
"Il tema della condivisione, cioe’ la convinzione che ‘nessuno puo’ decidere per noi, senza di noi’, costituisce la sfida di cui deve farsi carico una societa’ che intende risolvere la questione del confronto attraverso il conflitto del dialogo e non attraverso il conflitto dello scontro. Certamente il voler decidere insieme comporta una disponibilita’ al confronto, allo scambio e al riconoscimento del principio che tutti gli interlocutori sono portatori di certezze, di diritti e quindi, di valori. Il tema del ‘decidere insieme’ costituisce, pertanto, il filo rosso che unisce le diverse parti del testo, in quanto il tema del ‘dialogare insieme’ per risolvere comuni problemi rappresenta, ormai, un irrinunciabile obiettivo." (Giovanni Cerami)
Autori: Giovanni Cerami. Editore: CLEAN. Anno: 2006. Pagine: 112. Illustrazioni: 89. Prezzo: € 20.00
Le Corbusier. Catalogue raisonné de l'oeuvre peint
"L'opera rappresenta il primo catalogo ragionato dedicato all'opera pittorica completa di Le Corbusier. Pubblicato in due volumi e realizzato con il consenso della Fondation Le Corbusier di Parigi, che ha messo a disposizione degli autori tutti i documenti necessari, il Catalogo ragionato dell'opera pittorica di Le Corbusier presenta tutti i dipinti a olio su tela, cartone e pannello per un totale di 462 quadri, di cui 24 ancora sconosciuti.
Una biografia epistolare, inedita, basata sul voluminoso carteggio di Le Corbusier, permette di conoscere meglio e di seguire il percorso dell'uomo e della sua opera. Numerosi documenti e testi sono pubblicati per la prima volta." (Skira)
Autori: Jornod Jean-Pierre, Jornod Naïma. Editore: Skira. Anno: 2006. Pagine: 1118. Illustrazioni: 1705. Prezzo: € 280.00
RECENSIONI E COMMENTI
Tiziana Villani - Il tempo della trasformazione- manifestolibri - Roma 2006 - 24,00 euro - 240 pagine
1. Una auto-presentazione dell'autore in cinque righe...
Tiziana Villani (Taranto, 1957) scrittice e saggista. Ricercatrice presso il Dipartimento di Filosofia urbana dell’Université Paris XII e dirige la rivista «Millepiani». È autrice di molti libri tra cui Demetra. La spiga recisa (Milano 1987), Una stagione in fuga (Milano 1994), Athena Cyborg (Milano 1995), Gilles Deleuze. Un filosofo dalla parte del fuoco (Milano 1998). Collaboro con numerose riviste italiane e straniere tra cui «Urbanisme».
2. Perché questo libro?
E' un lavoro che nasce da una passione per la forma urbana, quello che racconta e dice della vicenda umana. Questo libro parla del mutare del nostro tempo con un'attenzione particolare per il quotidiano che si declina tra modi di abitare, stili di vita e linguaggi che indicano attese e frustazioni, desideri e limiti.
3. In che modo corpo e territorio si relazionano oggi? Ce lo spiega sinteticamente?
Stiamo attraversando un tempo di straordinaria trasformazione, le nuove tecnologie hanno cambiato il modo di pensare l'esistenza, tutto ciò è molto concreto poiché modifica quello che è un corpo e quello che è il territorio. In entrambi i casi si tratta di confrontarsi con fattori apparentemente rigidi, ma che in realtà sono performativi. I corpi tendono verso una nuova "salute", vivono più a lungo, apprendono una perdurante giovinezza e il territorio moltiplica le sue espressioni produttive e abitative interrogandosi sulle compatibilità ecologiche, o meglio di tenuta ambientale. Il problema, in entrambi i casi che sono inoltre strettamente intrecciati, riguarda l'accesso a queste possibilità, o meglio la comprensione di una profonda discriminazione che separa i nuovi privilegi dalle odierne e sempre più radicali povertà. Tutto questo accade in un tempo in cui le potenzialità scientifiche ed economiche paiono parlarci di una nuova terra promessa. Tuttavia un'esistenza migliore non potrà che essere pensata nel senso di una rivoluzione tecnologica capace di reinventare, al contempo, il patto sociale tra gli uomini.
4. Mi sembra che da un po’ di tempo sia tornando fuori Foucault. Possiamo considerarlo tra gli ispiratori di questo libro?
Sì, il Foucault che si interrogava sulla biopolitica e lucidamente insisteva sulla "cura di sé" non solo come insegnamento filosofico, ma come tecnica per una migliore pratica di vita.
5. Più forte e', però, l’influenza di Deleuze. Sbaglio?
E' così. Considero Deleuze uno dei miei maestri. L'arte dell'umorismo che Deleuze recupera dall'insegnamento stoico è un'arte della vita irriverente nei confronti dei poteri, appassionata del molteplice e del divenire, ossia innamorata della vita nella sua continua metamorfosi.
6. Il libro si conclude con questo paragrafo. Geofilosofia, divenire liberi, divenire minori. In che senso si può essere liberi e minori?
Minoranza e libertà sono concetti che ci permettono di comprendere una sorta di capacità del fare al di fuori di tutte quelle gabbie di azione che indendono rinchiudercì in percorsi dati, in luoghi comuni. Divenire minoritario è come divenire donna dunque un modo di fare la vita che si stà inventando, che non è mai stato dominante, ma che è capace di creazione di condizioni non preconfezionate e che così riescono ad esprimere la natura intensamente libera della vita che non ammette catalogazioni.
7. A chi e' rivolto il libro? Lo consiglierebbe a degli architetti?
Anche se è un saggio questo libro vuole essere una guida per viaggiare che si rivolge a chiunque. Per viaggiare occorre saper star da soli ed anche in compagnia. In questo libro parlo dei miei compagni viaggio, di quelli che aiutano ad essere felici anche quando le cose sembrano diventare difficili. Anche gli architetti devono saper ben fare e ben viaggiare.
8. Tre motivi per comperarlo.
E' un libro onesto che non vuole dire cose definitive per chiunque.
9. E un errore che nel prossimo libro che curerà non ripeterà...
Non lo sò, ogni libro nasce da una scommessa ed è appunto un nuovo viaggio
CINEMA a cura di Federica Scarnati
La vita segreta delle parole
Di Isabel Coixet. Con Sarah Polley, Tim Robbins, Julie Christie, Javier Cámara. Distribuzione BIM.
Meraviglioso film sul dolore, sulla sorprendente “vita delle parole”, sul silenzio come reazione alla sofferenza e sull’energia vitale nascosta dentro l’improvvisa rottura del silenzio che come un fiume in piena fa riemergere macigni celati sul fondo. La vita segreta delle parole è una pellicola spagnola prodotta da Almodóvar che racchiude in sé numerosi elementi di profondità e dolcezza e accosta temi e volti più che mai incisivi. I drammi individuali nel film si trasformano in minacce globali che nessuno deve dimenticare, la sofferenza ambientale abbraccia e racchiude un nucleo di dolore individuale come dimostrano le splendide inquadrature della piattaforma petrolifera alta e immobile circondata dall’eterno moto delle onde. È incredibile come la commozione che un semplice racconto è in grado di far scaturire sia anche sorgente di numerosi spunti di riflessione. La poesia delle immagini, così come la semplicità dei dialoghi e la profondità delle interpretazioni fanno di questo film un dei più importanti di questa stagione, purtroppo passato in silenzio.
MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi
Arte e tecnologia: Stampone a Teramo
Dal 13 aprile al 28 maggio 2006 si terrà a Teramo presso il Museo d’Arte e Pinacoteca Civica (viale Bovio 4) la mostra personale dell’artista multimediale Giuseppe Stampone, a cura di Marco Tonelli. Verranno esposte opere realizzate tra il 2003 ed il 2006: una decina di video installazioni, installazioni fotografiche a parete e light box tridimensionali, a formare situazioni spesso interattive e sonore alcune delle quali installate all’interno di box provvisti di effetto sonoro dolby surrounder. Il catalogo, De Luca editori, è corredato dai testi di Marco Tonelli, Derrick de Kerckhove e Marco Senaldi.
Come presentazione della mostra, si terrà mercoledì 12 aprile ore 11 presso la Sala Consiliare del Comune di Teramo (piazza Orsini 16) la tavola rotonda Arte e tecnologia. Media ed estetica dello spettacolo, a cura della Banca di Teramo ed Ascoli in collaborazione con l’Università di Teramo e l’Università di Roma “La Sapienza”. Intervengono: Derrick de Kerckhove, Raffaella Morselli, Marco Senaldi, Franco Speroni, Antonio Tursi, Luisa Valeriani.
Ufficio stampa: Novella Mirri, tel. 06/6788874; cell. 335/6077971; email: ufficiostampa@novellamirri.191.it
PHILO-SOPHIA a cura di Stefano Malpangotti
Stanze e circostanze
Perché, con il passare degli anni, i disastri architettonici e urbanistici commessi dagli uomini (non voglio dire dagli “architetti”, perché non sempre sono gli architetti i veri responsabili) sono stati così incredibilmente frequenti e gravi?
Quello che continua a essere ancora l’equivoco di molti, ogniqualvolta si accenni agli esempi famosi di architettura spontanea (Mikonos, Capri, Alberobello), è di credere che con questo si voglia incitare a un “ritorno alla natura”, a un riaccostasi a materiali locali quando tale ritorno è ovviamente impossibile e insensato; non solo, ma quando ormai è dimostrato che anche in quei paesi dove ancora si fa uso di materiali locali usati secondo tecniche primitive (tufo al posto del mattone, copertura a volta al posto di cemento armato ecc,) il risultato è altrettanto mediocre (anzi spesso pessimo) di quello che si ha con i materiali nuovi usati secondo metodi e sistemi recenti e anzi la loro artificiosità è ancora più patente.
Cosa differenzia le costruzioni tecnologiche che ho citato dalle altre dell’architettura cosiddetta “moderna”? (E intendo qui sempre fare un discorso generalissimo che lasci in disparte quei pochi – pochissimi – capolavori che si devono al genio dei Mies, degli Aalto, dei Rudolph, di Kenzo Tange, e di pochissimi altri; e che non bastano assolutamente a bilanciare le malefatte altrui, né a far balenare un briciolo di speranza per le costruzioni del futuro.)
La vera differenza tra quelle strutture tecnologiche che giudico “accettabili” e le altre costruzioni inaccettabili è soltanto una: che quelle sono le uniche a essere di nuovo, in un certo senso, “naturali”. Nel senso cioè che ho indicato sin dall’introduzione: di un’integrazione tra oggetto e natura; di un recupero da parte della natura dell’oggetto artificialmente prodotto, industrialmente prodotto dall’uomo; d’un ampliamento del panorama oggettuale (e naturale); insomma di un “diventare naturale” del prodotto creato dalla macchina (dall’uomo attraverso la macchina) e non di quello creato dall’uomo attraverso i desueti sistemi dell’artigianato.
(da: Gillo Dorfles, Urbanistica e disegno industriale tra natura e artificio, in Artificio e natura, Skyra editore, Milano, 2003)
PAROLA ... DI ARCHITETTO a cura di Diego Barbarelli
Parole di architettura e contemporaneità: l'opinione degli architetti ci guida alla ricerca di definizioni attuali.
Risponde: Roccatelier associati (Laura Rocca, Beniamino Rocca, Maristella Terzoli, Stefano Rocca)
1. Scegliete un termine dal vocabolario del critico contemporaneo tra regolarità, libertà, unicità. E quale depennate?
Depenneremmo regolarità perché riteniamo che l’architettura sia sempre legata alla vita dell’uomo e questa vita cambia ogni giorno, non ha soste. L’architettura deve così saper rispondere alla molteplicità delle istanze, al pluralismo dei nostri bisogni, alla complessità e all’incertezza.. Come si potrebbe considerare un valore nella società moderna la regolarità? L’architettura dà forma al proprio tempo, e questo è tempo di complessità e contraddizioni, per dirla con le parole di Robert Venturi, e l’estetica del disordine ci sembra l’unica risposta possibile per la democrazia e la civiltà contemporanea.
2. Siete i curatori di una mostra sull' Architettura Contemporanea. Quale titolo tra trasformazione, disgregazione, interpretazione? Quale non visitereste?
Come titolo sceglieremmo senz’altro Disgregazione perché ci sembra, fra i tre proposti, il più stimolante ed attuale. E poi lo troviamo in sintonia con quel “Progettare per vuoti” che è uno dei motti del nostro studio; uno stimolo a ribaltare le consuetudini progettuali, a girare il cannocchiale dall’altra parte, a pensare nuovi spazi tagliando, demolendo, disgregando appunto, piuttosto che aggiungendo, rettificando, ordinando. Zevi ce lo ha insegnato “La felicità dell’architetto creativo sta nelle deroghe, nella conflittualità, nella trasgressione”. Per quel che riguarda poi l’ultima parte della domanda, noi pensiamo che, potendo, un architetto dovrebbe visitarle tutte le mostre, perché c’è sempre qualcosa da imparare.
SEGNALAZIONI
Se avesse vinto Terragni?
La Fondazione Bruno Zevi, in collaborazione con l’Archivio Cattaneo e il Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Giuseppe Terragni, intende partecipare alle celebrazioni per il centenario di Giuseppe Terragni, con un convegno, una mostra e la ristampa di Omaggio a Terragni, numero monografico de “L’architettura – cronache e storia” pubblicato nel 1968.
A partire dai progetti di concorso di Terragni - Lingeri - Cattaneo per il Palazzo dei Congressi il convegno si propone di ripercorrere la storia del quartiere Eur a Roma come contrapposizione tra il fronte modernista sconfitto e quello accademico piacentiniano. “Lo spirito ha le sue rivincite. Magari soltanto sulla carta, magari in sede polemica, magari nella gloria della sconfitta” come scrisse Pagano in un editoriale su “Casabella” da lui diretta (Le occasioni perdute).
Assistiamo oggi a una rivalutazione politico - culturale - turistica dell’Eur assunto nella sua totalità, senza distinguere tra sinistre realizzazioni del Ventennio ed esempi coraggiosi di architettura moderna, tutti accomunati in una sorta di terrain vague tra razionalismo e metafisica.
Occorre invece ribadire che l’Eur rappresenta la più grande occasione mancata per un’ipotesi urbana moderna e integrata. All’Eur ha vinto la visione scenografica e monumentale ideata dal fascismo, mentre ha perso definitivamente quella razionalista seppellita dai venti neo-classici scaturiti dall'alleanza tedesco-italiana.
Un giudizio sull’Eur oggi, ma anche una semplice visita guidata, non possono prescindere dalla consapevolezza di quello che l’Eur avrebbe potuto essere se Terragni e i suoi compagni avessero vinto.
L'attualità dei progetti di Terragni, Lingeri e Cattaneo, Piccinato, Bianchetti e Pea, Gardella, BBPR, Figini e Pollini, non risiede tanto nella soluzione formale quanto nell’indicazione metodologica per la costruzione di una metropoli contemporanea.
Il convegno è accompagnato da una mostra dove sono esposti il plastico originale del progetto di Terragni-Lingeri-Cattaneo, insieme alle tavole di studio eseguite sul progetto stesso.
Viene inoltre presentato un video, prodotto per l’occasione dal Laboratorio di Disegno Digitale presso la Facoltà di Architettura di Pescara, che ricostruisce virtualmente l’immagine del quartiere con gli edifici moderni bocciati ai concorsi del 1937. La ricerca, diretta dal Prof. Livio Sacchi, è stata condotta dagli architetti Emiliano Auriemma, Massimiliano Mazzetta e Pierfrancesco Perletta, con il supporto di Maurizio Bernabei, Fabrizio De Rosa, Danilo di Mascio, Alessio D’Onofrio, Valentino Di Pietro e Luca Mincarini per le elaborazioni grafiche.
Nel corso del convegno sarà presentata la ristampa del numero monografico de “L’architettura – cronache e storia” Omaggio a Terragni. Interverranno: Alessandra Muntoni (Il progetto di Terragni– Lingeri – Cattaneo per il Palazzo dei Congressi), Antonino Saggio (Il progetto del Palazzo dei Congressi nell'ambito della produzione di Terragni. Presentazione di “Omaggio a Terragni”), Riccardo Mariani (Se avesse vinto Terragni, quale Eur?), Stefano Garano (La sconfitta moderna come ipoteca per lo sviluppo di Roma), Massimiliano Fuksas (Intervenire oggi all’Eur).
L’iniziativa sarà affiancata inoltre dalla mostra Terragni Futuro, a cura del Prof. Antonino Saggio. Saranno esposti i lavori prodotti dagli studenti del suo corso nell’anno accademico 2003/2004. L’indagine sull’architettura di Terragni, intende confrontare i progetti del celebre architetto con alcuni temi di ricerca attinenti l’Information Technology.
Segreteria organizzativa: Fondazione Bruno Zevi, Via Nomentana, 150 – 00162 Roma;
tel/fax 06 8601369 (orari di apertura lunedì, mercoledì, venerdì ore 9.30-13.30);
info@fondazionebrunozevi.it <mailto:info@fondazionebrunozevi.it> - www.fondazionebrunozevi.it <http://www.fondazionebrunozevi.it>
Mostra: Casa dell'Architettura, Piazza Manfredo Fanti, 47 - 00185 Roma
Orario: dal lunedì al sabato 10.00-18.00; domenica 10.00-13.30. Ingresso gratuito.
Tel. 06 97604598 - Fax 06 97604561; info@casadellarchitettura.it <mailto:info@casadellarchitettura.it> - www.casadellarchitettura.it <http://www.casadellarchitettura.it>
Docks reloaded
Belgrado (Serbia), Istanbul (Turchia)
Csiaa, la struttura di ricerca e progetto condotta dal 1999 da Roberto A. Cherubini, prosegue questa primavera l’attività di divulgazione e dibattito che fa parte integrante del suo programma di lavoro, portando la conferenza “Docks reloaded – csiaa projects on harbour and coastal design” , dopo numerose tappe all’estero nel corso del 2005, a Belgrado alla Facoltà di Architettura e al Landscape Design Department dell’Università di Agraria i giorni 11 e il 12 aprile 2006 , a Istanbul alla Facoltà di Architettura dell’Istanbul Technical University, il 27 aprile 2006. Il sito www.csiaa.it <http://www.csiaa.it/> è stato per l’occasione rinnovato e arricchito di numerose sezioni.
Un nuovo portale
Attivato un nuovo portale di Architettura che pubblica progetti su Napoli e Campania al fine di porre in evidenza e di far conoscere architetture realizzate e non che difficilmente potrebbero essere diffuse. www.palaepolis.com <http://www.palaepolis.com
Concorso- mostra SiciliArchitettura
EXPA vuole, grazie a SiciliArchitettura ed agli incontri ad essa collegati, avviare un’indagine generazionale sullo stato dell’architettura contemporanea in Sicilia, attraverso le esperienze di giovani studi di architettura sparsi sull’intero territorio e divisi in due categorie, under 30 e under 40. Un comitato scientifico selezionerà 40 progetti, ed in sede di inaugurazione, dopo un confronto pubblico, si assegnerà il premio EXPA ai tre migliori progetti per ciascuna categoria. Da Palermo a Siracusa, da Messina ad Agrigento, sarà un’occasione unica per rinsaldare un link culturale e professionale fra gli architetti isolani.
Riteniamo, infatti, urgente, dare il via ad un confronto e dibattito diretto su come e quanto si progetti oggi in Sicilia, con particolare attenzione alle giovani realtà, al fine di acquisire la necessaria coscienza su emergenze, disagi, talenti, utopie e obbiettivi raggiunti o ancora da raggiungere.
Scadenza 23 aprile.
info@expa.org, http://www.expa.org
LETTERE
Giuseppe Strappa risponde a Renato Nicolini
Caro Nicolini, c’è anche un film di Totò in cui Totò cerca di vendere la Fontana di Trevi. E leggendo la tua ultima cartolina sembra che tu abbia imparato la lezione.
Credo che, invece, bisognerebbe dire le cose come stanno, e magari fare qualche sforzo per capirle!
Invio l’articolo da te spiritosamente incriminato con la richiesta di pubblicarlo: tu rimarrai della tua opinione, ma i lettori di PresS/Tletter si potranno rendere conto che le tesi che sostengo sono un po’ meno rozze di quelle che mi attribuisci.
Se l’italiano ha un senso e delle regole, non vedo come se ne possa dedurre, tra l’altro, che Guido Marinucci (che conoscevo personalmente) abbia collaborato al Palazzo della Democrazia Cristiana. Che Marinucci fosse “muratoriano” di stretta osservanza, poi, è noto a tutti: per convincertene, comunque, potresti dare un’occhiata a quanto scrive a commento dell’edizione delle opere di Muratori, che egli stesso ha curato.
Nel mio articolo, scritto sul Corriere della Sera a seguito di un tuo appello, comprensibilmente accorato, (“Perché accanirsi in particolare contro Cesare Ligini…?”) sostenevo che il prodotto di architettura è l’esito complesso di molti fattori e spesso, come in questo caso, di personalità contrastanti. Per cui mi sembrava insostenibile identificare la qualità dell’opera, necessariamente, con il valore di uno degli autori.
Detto questo, ho portato altri argomenti “nel merito” secondo cui le torri non vanno considerate un capolavoro del moderno romano da tutelare. So bene che, in un periodo in cui a parole si vuole conservare tutto, la mia è un opinione controcorrente. Ma discutiamo di questo. Noi, che Totò non siamo, discutiamo di architettura. Senza cambiare, davvero, le carte in tavola.
Giuseppe Strappa
Oliviero Godi: il gioco della torre
Caro LPP, Leggo sempre con molto interesse le tue interviste su PresS/Tletter, soprattutto quando si arriva al gioco della torre. Siccome non ne ho mai avuta l’opportunità, mi piacerebbe finalmente gettare anch’io un po’ di gente da questa benedetta torre. Anche se la lista è lunga, non ho nomi particolari da fare. Si tratta di gente comune, perlopiù locale, il cui unico merito è quello di rovinare la qualità della mia vita quotidiana. Vorrei quindi gettare dalla torre, a Bergamo si dice dalle mura perché ne abbiamo di venete e pure alte…, senza seguire un ordine di importanza ma in base a quanto mi viene in mente, quei tecnici comunali che lanciano riparazioni ordinarie alle strade durante le ore di punta, quelli che lasciano proliferare i cartelloni pubblicitari lungo le strade che sembra essere a Las Vegas (impariamo da Las Vegas…) quelli che mettono un doppio paracarro centrale in una strada ad altro scorrimento così sembra di viaggiare in trincea, quelli che si vantano di aver tagliato i fondi ai comuni, così che questi poveretti –in senso finanziario- adesso sollecitano quella speculazione edilizia che prima fermamente contrastavano, pur di acquisire fondi dagli oneri di urbanizzazione e quant’altro, quelli che affibbiano appartamenti in alveari usando lo slogan “le case nel parco”, e così via decine d’altri. Si rischia di colmare il fossato attorno alla torre… Cosa c’entra questo con l’architettura con la “A” maiuscola? C’entra, c’entra. Dietro tutti questi attentati alla mia vita quotidiana si celano degli architetti. Architetti della provincia, del comune, privati, asserviti agli immobiliaristi, etc. Urbanisti, pianificatori, designers, artisti della costruzione, primedonne, comprimari. Parliamo continuamente dei grandi progetti innovativi, di questi nuovi oggetti d’avanguardia, che però restano delle cattedrali del deserto in un contesto –io parlo soprattutto della provincia- in completo degrado urbanistico, architettonico, territoriale. A volte vengono da noi studenti in cerca di lavoro. Molti, molti di più di quanti io potessi pensare, alla domanda perché vuoi fare l’architetto, non sanno dare una risposta credibile. Sono questi quelli che poi vanno ad ingrossare le fila in coda sulla torre. Noi non abbiamo firmato alcun giuramento di Ippocrate, ma temo che molti degli architetti di oggi non si rendano conto delle implicazioni a livello sociale delle proprie azioni, della facilità con la quale possiamo stravolgere sia la vita quotidiana della gente che segnare i luoghi per generazioni. Questo non significa non agire, ma usare un po’ più la testa ed il senso di responsabilità e soprattutto se non si è all’altezza di fare, meglio non fare. Ciao Oliviero
ALLEGATI
Allegato n.1
A colloquio con Franco Purini.
Angela De Fazio intervista Franco Puruni su tema: il restauro del moderno e i nuovi modi di abitare la città.
1) Il dibattito sul “restauro del moderno”, come nuova urgenza all’interno della più ampia problematica del “progetto dell’esistente”, sta diventando una questione centrale per le rilevanti questioni progettuali che connotano quest’ambito. Lei ha avuto l’opportunità di affrontare questi temi nell’elaborazione di diversi progetti. E’ possibile sintetizzare la sua posizione?
Prima di esporre la mia posizione sull’argomento mi sembra necessario premettere alcune precisazioni che ritengo importanti. La prima riguarda l’idea di restauro, un’idea che vede da sempre il dispiegamento di una pluralità di orientamenti teorici contrastanti, i quali danno luogo a pratiche anch’esse molto diverse l’una dall’altra. Il restauro non è altro per me che una forma particolare di progetto architettonico. Per questo sono contrario a quella tendenza, prevalente di questi ultimi anni nelle Facoltà di Architettura, che vede nel restauro una disciplina autonoma, una sorta di appendice della ricerca storica. All’interno di questa tendenza si finisce inevitabilmente con l’enucleare il problema del restauro da quello più generale della progettazione architettonica. E’ necessario al contrario riaffermare, e con molta determinazione, che il restauro è una forma particolare del progetto architettonico la quale implica la considerazione di una temporalità plurima, quella del contesto in cui l’edificio da restaurare è inserito, quello dello stesso edificio e infine la temporalità del manufatto che è stato oggetto dell’intervento. Le tesi di Paolo Marconi, Gaetano Miarelli e Giovanni Carbonara, tanto per citare solo alcuni dei più autorevoli dell’attuale dibattito sul restauro, si muovono da tempo, pur con interpretazioni personali, lungo le direttive prima richiamate, una linea che può alla lunga produrre conseguenze molto gravi al delicato tessuto della cultura di progetto. La seconda precisazione riguarda la differenza tra il restauro di un edificio premoderno e il restauro di un manufatto moderno, differenza che s’identifica semplicemente nella presenza del progetto. Questo è un dispositivo formalizzato di decisioni, un sistema di scelte rappresentate e memorizzate con determinati procedimenti, decisioni volte a raggiungere un certo risultato futuro. Definito in questi termini il progetto è qualcosa che non c’era nell’architettura premoderna, essendosi proposto in modo chiaro e completo solo nella seconda metà del Settecento. Se si deve restaurare il Bauhaus e la Casa del Fascio possediamo i loro disegni costruttivi, cosa che non si verifica se l’intervento concerne un edificio di Michelangelo o un’architettura di Francesco Borromini. Disponiamo in effetti di alcuni disegni relativi alle opere dei due grandi architetti ma per tutta una serie di motivi essi non sono in grado di restituire l’insieme delle scelte che sono state alla base della realizzazione delle opere stesse. Non lo sono perché i disegni sono pochi, non sono coordinati, perché richiedono un lavoro di decodificazione ad ampio spettro di variabili. Per contro noi possediamo da duecentocinquant’anni lo spartito di ogni edificio e sono quindi in grado di eseguire ogni volta la musica scritta sul pentagramma con un buon livello di approssimazione. Uscendo di metafora l’esistenza di un progetto ci fornisce un simulacro completo dell’opera da restaurare, un modello al quale riferirsi con notevole esattezza. La terza precisazione riguarda una contraddizione insita nella stessa nozione di restauro del moderno. Se ripercorriamo il Manifesto dell’architettura futurista, di Antonio Sant’Elia, troviamo un’affermazione fondamentale, ovvero che “ogni generazione dovrà costruire la propria casa”. L’idea che l’architettura è effimera, che è un prodotto industriale deperibile come gli altri, che ha un ciclo vitale breve che la vede in breve tempo metabolizzata, consumata e distrutta è in sostanziale contraddizione con la volontà di renderla monumento perenne. Quando visitiamo la Villa Savoye di Le Corbusier ci accorgiamo che essa non è stata costruita per durare. La sua fisicità è ridotta e debole, somigliando a quella di un modello in scala. E’ un’architettura più dimostrativa che concreta: i pilastri sono esigui, i muri hanno uno spessore modesto, i particolari rivelano un che di precario. La Villa Savoye è un edificio fragile che gioca le sue carte non sul piano della durata ma su quello dell’intensità programmatica e dell’icastità rappresentativa. Per far sì che la Villa Savoye continui a vivere occorre sottoporla ad un vero e proprio accanimento terapeutico che contrasta totalmente con la sua natura provvisoria. Agli effetti di questa contraddizione vanno aggiunti quelli che derivano agli edifici moderni dal fatto che essi sono inseriti nel flusso dei fenomeni urbani, subendo per questo tutta una serie di trasformazioni e di adattamenti. Questo è un altro determinante vettore del ragionamento che si sta facendo. Esaurite comunque le mie tre precisazioni rispondo positivamente alla sua domanda, condividendo pienamente la sua opinione sul restauro del moderno come questione urgente.
2) Lei ha scritto a proposito del patrimonio storico “...Come se fossero malati terminali- molti malati terminali del significato, si intende- gli edifici storici sono tenuti in vita con un accanimento terapeutico che prevede trapianti, sostituzioni di organi, trasfusioni continue”. Pensa che anche nel progetto sul moderno si possa inserire nel sistema delle idee progettuali la de-composizione, l’auto-distruzione come diritto all’obsolescenza?
Esiste un’immagine convincente, che io ho avuto occasione di vivere di persona, più che di vedere, l’immagine dell’autodistruzione di una parte del Zoonnestraal di Johannes Duiker ad Amsterdam. Lì un paio di padiglioni abbandonati, aggrediti, più che riassorbiti dal verde, suggerivano non solo che anche la modernità potesse creare ruderi ma che soprattutto queste rovine moderne non erano poi meno suggestive dei resti dell’antichità classica greca o romana. Ho potuto constatare allora, anche sulla base di un illuminante scritto di Gino Pollini, che la capacità evocativa del rudere, così importante nell’architettura del passato si riproponeva, in fondo negli stessi termini, nell’architettura moderna. Per questo è giusto che una parte anche significativa degli edifici moderni scompaia. Fa parte della cultura stessa del costruire. Quando ci si sforza di conservare la Villa Savoye occorre rendersi conto che si fa un’operazione contraria allo spirito di quell’architettura, che vorrebbe per così dire lasciarsi scorrere come il tempo che essa ha rappresentato. Se si decide di prolungare la vita di quelle architetture del Novecento che hanno voluto essere poco solide fisicamente è necessario assumere la contraddizione che tale scelta esprime. Il Do.Co.Mo.Mo., l’organizzazione mondiale che si occupa di questo problema, nel momento in cui cerca di estendere la nozione di durata a tutta l’architettura moderna, deve affrontare questo cruciale dilemma. Se pensiamo all’Italia, oppressa in qualche modo dalla necessità di conservare il patrimonio storico, si comprende facilmente come una tutela generalizzata del patrimonio moderno possa creare guai peggiori di quelli ai quali vuole porre rimedio. Non è possibile che ogni colonia marina, ogni edificio postale, ogni Casa del Fascio meriti di passare alla storia. Ha molto più senso abbandonare molta dell’architettura moderna a un serio processo di sostituzione edilizia che permetta di inserire nel tessuto urbano elementi in grado di rigenerarlo secondo le regole di una corretta fisiologia dell’insediamento. Il “diritto all’obsolescenza”, come lei lo ha definito, è da questo punto di vista indiscutibile.
3) Quindi la necessità di conservazione e i metodi di intervento relativi agli edifici moderni passano attraverso la valutazione della loro qualità architettonica?
Certamente. La necessità della conservazione e i metodi di intervento relativi agli edifici moderni passano non solo attraverso la valutazione della qualità architettonica ma anche attraverso la loro consistenza fisica e il peso che hanno avuto nel determinare una svolta nel dibattito disciplinare. Quando verifichiamo che l’ossatura in cemento armato di un edificio vicino al mare è quasi completamente disfatta, e che quindi va interamente ricostruita, ci si trova davanti ad un problema di difficile soluzione. Le pensiline della Stazione Centrale di Napoli, precedenti all’intervento di Pier Luigi Nervi e di Bruno Zevi, sono strutture largamente compromesse. Esse propongono la questione se ricostruirle così come sono o modificarne il disegno, coinvolgendo così l’intera immagine della stazione. Nasce così un problema di filologia ma anche un problema teorico riguardante la connessione tra dimensione storica e piano estetico. Dovendo rifare un pilastro in cemento armato ci si dovrà domandare se questo materiale è come il marmo, che è portatore di per sé di un segno qualitativo o se è per così dire una sostanza neutrale che può essere riprodotta infinite volte. Decidendo di ricostruire lo stesso pilastro ci si chiederà poi se è possibile adoperare ferri a spirale o ferri lisci, meno capaci di assicurare l’aderenza tra metallo e conglomerato. Restaurando il Bauhaus hanno tradotto gli infissi originali in ferro-finestra in infissi in alluminio pressoché delle stesse dimensioni. L’effetto è lo stesso, ma occorre un esauriente quadro teorico che legittimi questa deriva.
4) Il progetto dunque è una parola nuova del moderno?
Ho già chiarito in una risposta precedente che il progetto come sistema di decisioni volte a produrre un oggetto futuro, prefigurato in tutte le sue parti, decisioni formalizzate in una serie opportunamente codificata di elaborati convenzionali, è senz’altro un’invenzione della modernità. In questo il termine progetto è veramente una parola nuova. Stiamo restaurando da qualche anno un edificio del Cinquecento che sorge a Poggio a Caiano, le Ex-Scuderie Medicee, costruite a ridosso della Villa prediletta da Lorenzo il Magnifico. Si tratta di un’opera di Niccolò Pericoli detto “Il Tribolo”, un architetto manierista appartenente alla cerchia michelangiolesca. Dell’edificio non esistono disegni e per questo le singole scelte progettuali derivano tutte da altrettante interpretazioni di particolari aspetti del manufatto. Il qualche modo, attraverso il rilievo, si è dovuto ricostruire ciò di cui non si disponeva, mettendo a punto, a posteriori, una sorta di progetto virtuale che ha costituito la guida del nostro lavoro, un progetto ovviamente e ampiamente congetturale.
5) Come ha messo in evidenza il teorico inglese Colin Rowe le opere del moderno sono opere aperte nel futuro. Crede che il progetto contemporaneo sul moderno sia la proiezione per un progetto futuro?
Il progetto moderno è nato proprio con l’intenzione di tradurre il futuro nel tempo presente. Esso ha voluto dar vita a un futuro realizzato. Ancora oggi, visitando la già ampiamente citata Villa Savoye, si respira il futuro come qualcosa di compiutamente espresso. In realtà l’attitudine a vedere nella città attuale brani di futuro pieno non è molto diffusa. Si tende sempre a pensare il futuro come qualcosa di lontano, di potenziale, e anche di difficilmente raggiungibile. Occorre al contrario dotarsi di un occhio capace di vedere il futuro compiuto, un futuro che è molto attivo e che sa rigenerarsi continuamente come tale. Queste considerazioni non sono solo il frutto delle mie riflessioni o della condivisione di quanto Colin Rowe pensava sul rapporto tra l’architettura moderna e l’idea di futuro. Esse mi sono state suggerite da un bel racconto di William Gibson contenuto nell’antologia “Mirrorshades” a cura di Bruce Sterling, dal titolo “Il continuum di Gernsback”. L’autore racconta di un giornalista il quale, percorrendo gli Stati Uniti, si rende conto che le architetture aerodinamiche degli anni trenta o cinquanta erano manifestazioni assolute di un futuro interamente realizzato. Osservando con lo stesso sguardo la Stazione Marittima di Messina o la Stazione Ferroviaria di Reggio Calabria, entrambe di Angiolo Mazzoni, si prova la medesima sensazione. Messina e Reggio Calabria sono state e sono oggi , per questo, autentiche città del domani, almeno lì dove sono irradiate dalle due presenze mazzoniane. E lo sono continuamente.
6) Per Paul Valery bisogna porsi in una posizione d’ascolto, in uno stato di attesa inteso come disposizione a cercare più che a trovare. Pensa che questa strada consente di tener conto delle condizioni di origine dell’opera ma anche di valutarne la presenza contemporanea in relazione ai fenomeni che compongono l’attuale compagine urbana?
E’ senza dubbio necessario “ascoltare l’origine” di un’opera così come occorre seguire le reazioni al suo inserimento nella città. Tuttavia, oltre alla predisposizione all’ascolto ci vuole una certa attitudine, quasi poliziesca, all’indagine. Come qualsiasi altro testo un’opera architettonica si difende nascondendo i propri valori e i propri contenuti. Quando ci si avvicina a un edificio si deve fare ricorso ad opportune strategie di avvicinamento. Direi, seguendo Carlo Ginzburg, che bisogna rintracciare i parametri indiziari dell’opera, scoprire quello che fino ad allora non era stato rilevato, appropriarsi di ciò che l’opera stessa non vuole dire o che dice senza volerlo. Costruire un’interpretazione è dunque l’obbiettivo di ogni ascolto, un’interpretazione non conformista né consueta. E’ questa la differenza tra coloro che pensano che il restauro sia in qualche modo la ricostruzione di un’integrità perduta, fosse anche il frutto di una restituzione critica, e quelli che pensano, come me, che il restauro corrisponde comunque alla produzione di un valore differenziale, a uno scarto tematico. E’ senz’altro questa la discriminante: una risposta intonata al testo edilizio si oppone ad una soluzione dissonante che separa e oppone gli strati del testo stesso. Per questo il solo ascolto, in quanto comprensione dei livelli di significato di un testo, non è sufficiente. C’è bisogno anche di contrastare fino in fondo ciò che si vuole decifrare al fine di rilevare con una precisione unita all’intelligenza dell’imprevedibile e dei contenuti che ogni scrittura nasconde.
7) Negli studi preparatori per la valorizzazione e riqualificazione delle aree e degli immobili di proprietà dell’Ente Ferrovie dello Stato ubicati nel nodo di Roma Termini, vengono da Lei proposte alcune soluzioni, quali sono i nuclei tematici individuati? Quali le motivazioni di queste scelte?
Il problema che abbiamo affrontato nel progetto per la Stazione Termini ha riguardato soprattutto la stratificazione delle due fasi corrispondenti ai progetti di Angiolo Mazzoni e di Eugenio Montuori. Angiolo Mazzoni aveva progettato una stazione di transito che sembrava una stazione di testa. In effetti il fabbricato viaggiatori era collocato parallelamente ai binari lungo la Via Giolitti, mentre su Via Marsala si distendeva l’edificio dei servizi ferroviari. La grande galleria di testa era un semplice schermo che mediava il rapporto con la città,costituendosi come uno spazio utilizzato per l’arrivo delle automobili e il posteggio dei taxi. Nel dopoguerra il portico mazzoniano, già pronto in cantiere per essere montato, non viene più costruito. Si bandisce un concorso vinto dal gruppo guidato da Eugenio Montuori, che si afferma su quello capeggiato da Mario Ridolfi, che aveva presentato una proposta architettonicamente drammatizzata, nella sua dimensione colossale, scalfita da ombre potenti, densa di umori espressionisti. Mi ricordo che nel 1985 Giuseppe Samonà, in una conferenza da lui tenuta presso la Facoltà di Architettura a Valle Giulia in occasione del “Consulto su Roma”, organizzato da Francesco Moschini per l’“Assessorato agli Interventi sul Centro Storico”, affidato allora a Carlo Aymonino, sostenne che il progetto di Montuori fosse in realtà migliore di quello di Ridolfi. La ragione di questa preferenza nel fatto che esso non si poneva in competizione con la città in un punto fortemente segnato dalla presenza delle Terme di Diocleziano, ma si configurava come uno sguardo, una sorta di appoggio visivo destinato a dissolvere l’intervento nel contesto. Il progetto di Montuori trasforma Termini in una vera stazione di testa alterando in profondità il senso dell’opera di Mazzoni. La nostra proposta, che è del 1990, si era inserita nella vicenda di Termini leggendola prima di tutto nelle sue varie fasi, per poi proporre una complessa serie di scelte progettuali che andavano dal vero e proprio restauro di alcune parti della stazione alla riabilitazione funzionale di altre e alla aggiunta di nuovi elementi. Il progetto ultimato da qualche anno accoglie pressoché tutte le nostre indicazioni. È stato da poco annunciata anche la realizzazione di un grande parcheggio sopra i binari, collocato su una piastra connessa con percorsi ai due lati del fascio di binari. Nel corso del nostro lavoro si è cercato con una certa attenzione di cogliere il codice genetico di Termini. Il problema posto da qualsiasi intervento su una preesistenza è infatti quello di comprendere, e conseguentemente di seguire, il DNA che gli edifici, al pari di ogni essere vivente, posseggono. Qualsiasi modificazione di un manufatto deve essere compatibile con la sua radice biologica, con la sua impronta identitaria.
8) Attraverso il ruolo che ha l’interpretazione?
L’interpretazione del senso di un edificio consiste proprio nella comprensione dei suoi dispositivi formativi, ovvero delle leggi costitutive che hanno conferito quella particolare struttura e quella determinata realtà linguistica. Ciò vale anche per le città. Ciascuna delle quali è tale perché corrisponde a un certo e unico progetto genetico.
9) L’intervento di recupero del “Villaggio Anic”, modello di quartiere autosufficiente degli anni ‘50 e ‘60, è finalizzato a promuovere l’integrazione tra il quartiere e la città di Ravenna, quali sono state le strategie adottate?
Non sono io l’autore del progetto di densificazione del Quartiere Anic, un progetto il quale, come lei dice, è “finalizzato a promuovere l’integrazione tra l’insediamento, rimasto in qualche modo isolato nella sua autonoma funzione e la città di Ravenna”. L’autore è Carlo Sadich e la sua strategia è stata quelle di consolidare l’insediamento preesistente costruendo nel costruito, vale a dire utilizzando le vaste aree libere presenti al suo interno per dar vita a un sistema edilizio più complesso, organico e compatto. Laddove c’era distanza doveva esserci contiguità. Il progetto di Sadich nasce da un attento ascolto del DNA del Quartiere Anic, di cui vengono identificate le linee-forza nonché le matrici morfologiche. I nuovi nuclei edilizi si collocano lungo le direttrici prospettiche reinterpretando il tracciato dell’insediamento e creando una serie di centralità secondarie e di nuovi fuochi visivi, uno dei quali è l’edificio per uffici “Kubo”, progettato da me e da Laura Thermes.
10) La cultura urbana contemporanea sembra vivere con profonda lacerazione la crisi dei modelli abitativi Moderni. Il disagio per il Corviale, Tor bella Monaca, lo Zen è in ragione della inadeguata e moderna idea di abitare che essi configurano. Affinché queste testimonianze permangono, l’unica possibilità sembra che ne venga valutata la presenza contemporanea in relazione al contesto e ai fruitori contemporanei.
Quello da lei toccato è un punto molto delicato. Gli esempi citati riguardano solo quartieri popolari e ciò fa nascere un interrogativo di una certa importanza riguardante la relazione tra la povertà e il disagio sociale. Non è possibile che, nel momento in cui i paradigmi progettuali sono gli stessi per i quartieri popolari e per i quartieri residenziali borghesi, la constatazione di un irrimediabile fallimento riguardi solo i primi. Anche quando l’Unitè di Marsiglia fu ultimata e gli alloggi assegnati nacquero problemi di una certa gravità, immediatamente risolti quando si decise di cambiare ceto degli abitanti. Da allora l’Unitè è un modello perfetto di convivenza civile. Ciò significa che il problema non stava tanto in quale opera di Le Corbusier ma nella scarsità delle risorse di cui chi viveva lì disponeva. Scarsità che è causa di difficoltà di ogni tipo, prima di tutto comportamentali e culturali. Alcuni quartieri sono dunque duri da vivere perché è la vita di chi li abita che è dura. Ovviamente l’architettura ha una sua responsabilità in questi fenomeni, ma molto meno pronunciata di quanto la si creda. Il Corviale di Mario Fiorentino, la casa lunga un chilometro, è un edificio per molti versi paradossale, che sicuramente possiede un ché di oppressivo e claustrofobico. Tuttavia, anche se esso richiede a chi vive il possesso di una concezione collettivistica e in fondo totalitaria della città e dell’abitare, il suo problema è sempre stato quello di una manutenzione scarsa o assente. Mi ricordo che regalai a Fiorentino, appena ultimato il Corviale, il romanzo di James Ballard “High Rise”, pubblicato da Urania con il titolo “Condomininum”, proprio per sottolineare il carattere estremo che egli aveva voluto imprimere a questa sua opera. Ben diverso è il caso dello Zen, anch’esso travolto dal cosiddetto degrado, al punto da divenire a livello dell’opinione pubblica l’emblema più noto della pretesa incapacità dell’architettura contemporanea di risolvere i problemi della città. Eppure lo Zen ha un’altezza media di quattro piani; dispone di un fitto tessuto di percorsi e di spazi pedonali; possiede una rete di piazze che lo qualificano come una vera e propria parte di città morfologicamente compiuta. Una volta terminata la prima insula, il Comune non le assegnò a chi ne aveva diritto, ma vi confinò le persone più pericolose di Palermo considerando lo Zen una sorta di discarica sociale nella quale depositare chi non si poteva più controllare. Comunque ora le cose cominciano lentamente ad andare meglio. A Roma quartieri come la Garbatella, il Tuscolano, il Tiburtino hanno impiegato trent’anni per assimilarsi alla città: la stessa cosa sta ora succedendo a Palermo. Vorrei infine dire che nessuno afferma che è colpa dell’architettura dei Parioli se in quella prestigiosa zona c’è abbandono, droga, alcolismo, molteplici devianze. Esiste quindi una falsa coscienza, un moralismo alla rovescia e anche un trasparente razzismo nel pensare che la colpa di ciò che turba e preoccupa la società non abbia origine dalla società stessa – e dai privilegi di pochi contro i molti – ma dall’architettura, un capro espiatorio a buon mercato.
11) Le aggiunte a moderni monumenti americani come il Kimbell Museum e il Guggenheim Museum hanno posto il tema dell’aura; si sostiene che le aggiunte sottraggono l’aura dell’oggetto architettonico. Come va affrontato questo tema?
L’architettura è fatta di addizioni, al punto che è essa stessa che sembra richiederle. Tutte le polemiche relative al corpo lamellare che Charles Gwathmey e Robert Siegel hanno aggiunto al Museo Guggenheim di Frank Lloyd Wright a New York sono fuori luogo. L’architettura non è come una scultura. Non si può far spuntare dal tronco di una Venere un braccio in più o montare un’altra testa accanto a quella originale. Al contrario l’architettura, in quanto espressione di una funzione, e viva fino a quanto è funzione che evolve nel tempo, può benissimo comprendere nella sua fenomenologia la costruzione di un nuovo corpo di fabbrica accanto a un edificio preesistente. È chiaro che anche in questo ambito di problemi occorre distinguere. Forse non si può aggiungere alcunché a San Pietro in Montorio del Bramante o alla Rotonda palladiana, perché sono opere raccolte perfettamente attorno a se stesse, proponendosi come opere assolute, ma si tratta di poche eccezioni.
12) Lei pensa che queste opere vanno viste in funzione delle trasformazioni urbane?
Quasi tutti gli edifici che conosciamo sono effetto di trasformazioni, alterazioni, aggiunte, sostituzioni, rifusioni, demolizioni parziali. È bello che l’architettura abbia la possibilità di evolvere biologicamente nel tempo, a meno di opere che presentino un carattere esemplare. È difficile, ripeto, pensare che al Tempietto di San Pietro in Montorio si possa aggiungere una parte. Quella architettura è un’affermazione di principio che vale non tanto per la sua natura di manufatto ma per la sua totale idealità. Però sono pochi gli esempi come san Pietro in Montorio. Quasi sempre l’architettura, proprio perché si costruisce per essere usata, prevede ampliamenti e modificazioni. Incorporare un’utilità, che è la sua forza, e anche, in realtà, la sua bellezza, fa sì che si inserisca nel ciclo delle trasformazioni d’uso. È quindi naturale che essa riceva correzioni, ampliamenti, trasformazioni.
13) Lei si è occupato del restauro delle ex Scuderie Medicee di Poggio a Caiano, quali sono le analogie e le differenze con un progetto di restauro sul moderno?
Ritorno a quello che dicevo all’inizio. Nel caso della Ex-Scuderie noi abbiamo avuto a che fare con due difficoltà, ovvero la non esistenza del progetto come insieme di disegni coordinati e la scomparsa di molte delle tecniche adottate per la costruzione del manufatto originario. Quando abbiamo dovuto sostituire alcune parti dell’edificio, ad esempio una finestra quasi completamente disciolta dall’acqua, si è dovuto ricostruire con un rilievo la modanatura della cornice superiore. Un rilievo fortemente congetturale data la condizione fisica della finestra. Inoltre un conto è realizzare queste modanature così come si eseguivano nella seconda metà del Cinquecento, un conto è rifarle adesso. Il senso di una lavorazione in qualche modo industriale, anche se è stata fatta parzialmente a mano, è rimasto, e non c’è più quella adesione fra mano e materiale che c’era allora. Forse dovranno passare quindici anni prima che il dilavamento produca sulla pietra serena quell’effetto di appartenenza del materiale alla sua forma che c’era nella finestra autentica. Adesso si nota un certo stridore visivo, uno scarto semantico che è comunque necessario. Per questo non abbiamo voluto sostituire nessun altro elemento oltre questo che, essendo staticamente pericoloso, non poteva essere lasciato in opera. È impossibile ricreare oggi l’aura dei dettagli antichi anche se i capitelli, ma la stessa cosa si potrebbe dire per le basi o i fusti delle colonne, non sono particolarmente pregiati, nel senso che il Tribolo, l’autore del progetto, non li aveva veramente disegnati, limitandosi a dar semplici indicazioni tipologiche sul genere di elemento da adoperare. Si tratta di un disegno corrente, manualistico, adatto a un’opera in fondo non d’autore, un’opera tecnica la cui bellezza è nella sua essenza di macchina, di oggetto ripetitivo, premoderno nella sua razionalità originale; per quanto detto la differenza tra questo restauro e quello di un manufatto moderno consiste proprio nella necessità di ricostruire idealmente un progetto che non esiste.
14) Quindi questa ricostruzione è stata fatta adottando il metodo del contrasto?
Il contrasto c’è sicuramente, anche se non è stato cercato ma imposto dalle circostanze. Vorrei aggiungere che il restauro delle Ex- Scuderie è stato piuttosto complesso. Bisogna intanto distinguere la parte del consolidamento dall’intervento più architettonico. Nell’edificio c’era una grave lacuna causata da un incendio al quale era seguito un crollo parziale delle murature e del tetto. Si era per questo posto il problema se ricostruire quella parte come era prima dell’evento distruttivo, oppure, dal momento che avremmo comunque dovuto collocare una scala, approfittare della lacuna per inserire una nuova valenza spaziale all’interno del manufatto. Abbiamo quindi chiuso la frattura strutturale e spaziale con una teca in cemento e vetro, non ancora completata, che ospiterà la scala consentendo di collegare due livelli adesso non in comunicazione. Quando in un manufatto dal valore storico si verifica un fatto traumatico si può determinare una condizione a partire dalla quale l’incidente avvenuto produce un nuovo ordine di valori architettonici. Se la perdita di integrità non produce quel plusvalore iconico e semantico è giusto ripristinare la situazione ante-quem; se invece la rottura provoca in effetti nuovi significati architettonici allora è il caso di sfruttare questa potenzialità. Mi spiego meglio. Immaginiamo ad esempio una rotonda romana che subisca il cedimento della sua metà: si vedrebbe, come a Villa Gordiani a Roma, la sezione del manufatto. In questo caso la coincidenza tra una rappresentazione reale – la materializzazione di un disegno- e la concretezza della rovina suggerirebbe senz’altro di non ripristinare l’integrità perduta. Nel varco prodotto nelle Ex-Scuderie dal crollo – un incidente che peraltro ha reso visibile per la prima volta proprio la sezione dell’edificio – è stato quindi calato un classico pezzo di architettura moderna, una gabbia in cemento armato e vetro che ospiterà una scala.
15) Per quanto riguarda la Facoltà di Architettura di Del Debbio lei ha affermato che “...restaurare il nucleo originario, così come eliminare le superfetazioni ecc. comporta un giudizio di valore sulla tradizione”.
Ogni volta che ci si interroga sul nucleo originario di un manufatto nell’interesse di riportarlo alla condizione iniziale, ci si pronuncia a favore della tradizione, comprendendo in tale definizione tutto ciò che l’ha proseguita o contrastata. Nel momento in cui, restaurando un edificio, ne elimino una parte aggiunto reputo che tale addizione non è entrata in una dialettica vitale con il suo nucleo originario, sostenendo anche in questo caso la necessità di una continuità ideale e fisica. Può anche darsi, però, che l’aggiunta venga valutata come organica all’impianto planimetrico e spaziale iniziale e per questo essa è definitivamente accolta come una delle componenti strutturali dell’opera. L’aspetto progettuale del restauro risiede proprio nella dialettica tra la conservazione dell’originalità e la considerazione della processualità vitale dei manufatti, dialettica da interpretare caso per caso. Per questo sostengo che il restauro è una forma particolare di progetto architettonico. Coloro i quali non sostengono questo punto di vista difficilmente possono comprendere veramente il significato di un’entità evolutiva come un’opera architettonica immersa nel flusso del tempo.
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