Quella che segue è la storia di un’infatuazione: quella tra un architetto e il suo tanto amato cemento armato.
Tanto amato cemento armato
Anno 1928. La sera dello stesso giorno in cui si laurea sale su una nave che da Kobe lo trasborda a Dalien -oggi capitale della moda cinese, allora colonia dell’impero nipponico- prosegue alla volta di Vladivostock dove salta sul leggendario treno che attraversa la Siberia e lo porta -non solo nel cuore dell’Europa, ma soprattutto- nel cuore dell’allora centro del mondo dell’architettura: Atelier Le Corbusier. Dopo due anni di disegni e apprendistato col maestro svizzero torna a Tokyo dove la crisi nera attraversata dal Giappone –dovuta alla guerra con la Russia- gli regala tempo in abbondanza e lo spinge ad auto-inventarsi un lavoro. Traduce il libro che più lo aveva colpito del suo maestro: L’art Decoratif d’Aujord’hui.
Dopo quattro mesi -a fatica terminata- entra nello studio di Antonin Raymond, discepolo di Wright di stanza a Tokyo, vi rimane per cinque anni, capisce profondamente come svolgere la professione, ringrazia sentitamente, lascia il franco/americano e fonda il proprio studio di architettura.
Missione: portare il verbo modernista nel paese del sol levante. Mezzi: pochi. Materiali a disposizione: giusto un po’ di legno, cemento ancora troppo poco, troppa scarsezza di tutto. Risultato: ha inizio il “modernismo di legno giapponese”. Architetto e leggenda in capo: Kunio Mayekawa.
L’architetto giapponese è stato uno dei traghettatori, o forse per meglio dire ha fatto da ponte, ( che strano sembra la storia dello stretto di Messina dove ancora ci sono i traghetti e il ponte è solo un progetto), comunque sia che avesse fatto da ponte o da traghettatore, Mayekawa, ha svolto un ruolo di radicale importanza connettiva negli anni in cui l’architettura giapponese cominciava a sperimentare spazi, materiali e forme che avrebbero ammesso la nazione a partecipare al gioco dell’architettura modernista.
Nel Morinaga Candy Store, il suo primo lavoro in proprio, vi è da notare che in facciata vi sono due insegne: una scritta in giapponese, leggibile a cominciare da destra, l’altra in inglese leggibile a cominciare da sinistra. Da poco l’imperatore Showa, aveva decretato che il giapponese si poteva scrivere non solo a partire da destra ma anche da sinistra. Messaggio imperiale: andiamo incontro alla modernità occidentale. Messaggio scritto sulla facciata di questo negozio di dolciumi -di modeste dimensioni, in legno, dove la lezione corbuseriana è digerita e proposta in un originale remix: è ora di diventare moderni.
In qualche modo questa sua prima opera è la metafora del lavoro di Mayekawa. Ovvero di uno di coloro al quale si deve il passaggio dall’architettura pre-industriale ad una post-industriale dove si nota chiaramente il passaggio dall’uso di materiali reperibili in natura, quali la pietra e il legno all’uso di materiali prodotti dall’uomo quali il ferro, il cemento e la plastica.
Prima dell’inizio della seconda guerra mondiale si reca da lui -ad apprendere le regole del gioco- Kenzo Tange, che una volta messosi in propio non mancherà di soffiare al maestro importanti commesse. Dichiarazione a caldo di Mayekawa dopo l’assegnazione di un secondo premio ad un concorso vinto da Tange: “Ho allevato in casa una vecchia volpe”. L’amicizia-rivalità fra i due si protrarrà per tutta la loro pluridecennale carriera.
Una volta finita la guerra, Mayekawa guida l’architettura giapponese verso la produzione di spazi veramente moderni ed ha il merito di essere il cantore di quelle rinnovate esigenze espresse da una società che stava veramente diventando moderna, ma che ancora non aveva spazi in cui riflettere la nuova cultura adottata.
A lui si deve il primo edificio con cemento a facciavista in Giappone. Lo comincia ad usare già prima della seconda guerra mondiale e continua a perfezionarne l’uso in una chiara articolazione delle masse e nella precisione dei dettagli.
Le Corbusier nel 1955 si reca in Giappone per la prima e unica volta nella sua vita, giusto il tempo di fare un sopralluogo sul sito di quello che sarà il Museum of Western Modern Art che sorge accanto all’edificio più importante dell’ex-allievo: la Tokyo Metropolitan Festival Hall. I due edifici rappresentano un raro confronto fra maestro e discepolo, che in questo inusuale fronteggiarsi in uno spazio contiguo, ancora oggi, creano una sensazione vibrante dello spazio.
Fra le costruzioni di pregio di Mayekawa ricordiamo: la Nippon Sogo Bank, di cui costruirà la sede centrale e una dozzina di filiali di cui a guardarne le facciate si capisce molta dell’architettura moderna di Tokyo. La sede della libreria Kinokuniya nel quartiere di Shinjuku e il Saitama Prefectural Museum, dove impiega la sua distintiva tecnica: disegno a tratto unico. Ovvero una sola linea tracciata senza staccare mai la matita dal foglio. Risultato conseguito: grande fluidità e continuità di spazi.
Partecipa all’esposizione di Osaka del 1970, dove sarà presente con due padiglioni. In uno fa uso di una tensostruttura di forma tronco-conica leggerissima di grande impatto visivo e ariosità spaziale. Influenza con i suoi progetti almeno tre generazioni di architetti moderni giapponesi.
Uno ogni tanto si chiede dove hanno origine i fatti, le cose. Si potrebbe dire che sono nell’aria, che basta avere delle buone antenne, essere dei buoni catalizzatori, connettersi all’anima del mondo e scaricare i pensieri che aleggiano nell’atmosfera, o per meglio dire nell’infosfera, in quell’hyperion già presupposto dai Greci. Ma a volte si potrebbe anche dire che invece i fatti, le cose, hanno date, nomi e quindi storie da poter raccontare perché migrano dall’ etereo mondo delle idee al sanguinario mondo della carne. E nel caso di Kunio Mayekawa, migrano dal mondo delle idee al mondo del suo tanto amato cemento armato, con cui ha dato corpo ad una delle filosofie dello spazio moderno giapponese.




