presS/Tletter

Gipango Random Files 14

LPP 15/Nov/2006 06:37:00

Geografia esistenziale 2: il luogo del nome  

Qualche anno addietro Antonio Gnoli scriveva in Nostalgia dello spazio che Bruce Chatwin preferiva chiedersi non “chi sono io?” ma bensì “che ci faccio io qui?”. Preferiva considerare l’esistenza a partire da un  “se stesso” posto in relazione allo spazio esteriore piuttosto che a quello interiore. Chatwin aveva capito che era più lieve riflettere sull’esistenza riferendovisi spazialmente, tentando di definire una possibile identità a partire dalla geografizzazione dell’esperienza. Un punto qualsiasi da dove cominciare ad essere.
È da notare come molti cognomi giapponesi hanno in se qualcosa che esprime una coordinata spaziale, una possibile relazione col paesaggio che lo contiene. In tempi passati, recarsi in un luogo significava anche recarsi dalla persona che portava il nome del luogo. Ad esempio ci si poteva recare ai piedi della montagna e si incontrava il signor Yamashita. Yama significa monte  e shita significa sotto. Ma anche che si andava in città e si incontrava il signor Nakamura, ovvero “fra le mura”. Così come Nakata, campo di mezzo, oppure Kurokawa, fiume nero. Ma anche Morita, il campo di riso della foresta, o Takahashi, ovvero colui che vive presso il ponte più alto del passo di montagna. E ancora Ogawa e Ono, rispettivamente i signori del piccolo fiume e del piccolo campo. Infine Ito che significa uomo, persona. Di Ito ce ne sono almeno due tipi: quelli delle montagne e quelli di città.
Diego Caramma sul n°36 della presS/Tletter invitava a riflettere sul significato delle parole oriente e orientarsi. Se in questo gioco di coincidenze fra nomi di luoghi e di persone dovessimo tentare di orientarci, potremmo dire che non solo lo spazio ma anche gli esseri umani hanno in sé un fattore spaziale che prevede l’attraversamento, in quanto gli esseri umani sono anch’essi un luogo e per questo permettono di orientarsi. Sia quando ci troviamo in uno spazio o con una persona necessitiamo di orientarci quasi come se il labirinto non fosse soltanto una metafora spaziale ma soprattutto esistenziale. Il verbo giapponese “nobori”  significa andare verso il centro e quando sentito pronunciare sembra tanto somigliare alla parola inglese nobody, nessuno. Quasi a significare che andando in città si può perdere la propria identità, ma nel diventare “nobody”, nessuno, si guadagna lo spazio privilegiato della contemporaneità e la possibilità di espandere la propria identità a discapito di quella avuta precedentemente. “Why to be you when you can be new?” .