Il senso del Restauro
di Fabio Pasquaré
La cultura moderna ci ha tramandato la pratica ad effetto dello slogan. Per mezzo del suo impiego concetti più o meno arditi sono sintetizzati in poche righe che possiedono un’elevata intensità comunicativa. Questa prassi ha lo scopo di riuscire a trasmettere la complessità del discorso all’attenzione della massa, poco partecipe e preparata alle vicende che riguardano il complesso sistema della conoscenza. La cultura contemporanea ha voluto farsi carico di tale mezzo comunicativo, anche se rivisitato in chiave bit generation. Lo slogan nella nostra società è diventato un complesso insieme di immagini, parole, colori ed effetti grafici, i più disparati.
La disciplina restaurativa non è rimasta immune ai modelli di riduzione espositiva, soprattutto per quello che riguarda la verifica quotidiana degli orientamenti teorici. Le forme ed i modi non sono assolutamente confrontabili con quelli di altri ambiti disciplinari, tuttavia l’intendimento culturale di fondo si manifesta attraverso l’uso di definizioni troppo restrittive. Purtroppo la contrazione del mezzo ha come diretta conseguenza la semplificazione dei contenuti, i quali perdono di approfondimento e non riescono a dichiarare tutta la loro poliedricità. La complessità del restauro per questo male si adatta alle nuove istanze comunicative, oltretutto la volontà di una definizione univoca condiziona gli stessi assunti teorici, obbligando non solo a una visione poco chiara, ma addirittura tronca. Le definizioni di restauro divengono, per queste ragioni, le indicazioni nebbiose di una delle molte possibili forme di restauro. Il conflitto in argomento, oltre a non rendere chiaro lo spessore teorico della disciplina, implica alcuni possibili seguiti di ordine divulgativo.
La ricerca, a qualsiasi campo essa appartenga, ha lo scopo di rendere migliore la vita dell’uomo. Come la medicina, il diritto, gli studi sociali, anche l’architettura e nello specifico il restauro, sono strumenti teorici che spingono costantemente in avanti la nostra evoluzione. La diretta conseguenza a un impegno di ricerca, è un’opera di divulgazione capillare: il solo strumento che possa permettere il raggiungimento del fine che ne giustifica l’esistenza. Ma nel momento in cui la forma di divulgazione diventa fallace o criptica, come precedentemente accennato, la volontà di informare e formare la società viene disattesa e lo stesso lavoro di ricerca perde senso. Il risultato di questo paradosso è testimoniato dal modo in cui la collettività recepisce gli orientamenti teorici del restauro. I dialoghi della massa, che hanno per argomento il restauro, implicano semplicisticamente: un oggetto di discussione, qualsiasi manufatto architettonico antico; un modo di intervento, la conservazione integrale; uno stato sociale, borghesia medio alta. Si tratta di categorie molto diverse tra loro, ma il loro ricorrere testimonia la profonda ignoranza al riguardo del tema in discussione.
Per chi deve quotidianamente confrontarsi, sia dal punto di vista pratico sia teorico, con la disciplina del restauro, la poca chiarezza diventa un impedimento oggettivo non facile da colmare. In questi casi, come testimoniano i movimenti di architettura d’avanguardia, sarebbe più giusto fermarsi a riflettere nuovamente su concetti primitivi di base. A tal fine possiamo affermare genericamente che il restauro è l’insieme delle operazioni pratico teoriche, che hanno lo scopo di garantire il mantenimento ed il perdurare nel tempo di un edificio.
Non tutto deve essere restaurato. La società ha sempre riconosciuto in ogni fenomeno ambientale, sia artificiale sia naturale, un importantissimo oggetto di indagine, ma è evidente che ogni ricerca si confronta con pochi soggetti sufficientemente rappresentativi. Anche l’architettura è un particolare elemento che costituisce l’ambiente, e come tale diventa oggetto di ricerca solo se la società ritiene opportuno che ne abbia i connotati. Tale scelta è condotta sulla base di un riconoscimento di valore: valore storico, valore culturale, valore sociale, valore economico. E’ evidente che ogni presa di posizione è frutto di uno specifico contesto culturale, per cui i valori attribuiti a ogni singola opera architettonica mutano al variare degli orientamenti morali e teorici della società che li produce. L’apparente carenza di scientificità di questo metodo è giustificata dalla continua evoluzione del processo di conoscenza, che ricerca nell’apparenza delle cose una definizione di verità sempre più incisiva. Per queste motivazioni il restauro riguarda un campo ristretto di edifici preventivamente circoscritti, i quali rappresentano un insieme di valori che mutano sia al variare delle condizione storiche sia di quelle geografiche.
Le forme di applicazione del restauro sono infinite, ma tutte devono confluire all’interno di un'unica idea di fondo. Si può parlare di restauro scientifico, ripristino, diradamento, sventramento, manutenzione, restauro conservativo, restauro critico, anastilosi, restauro strutturale, restauro per comparazione, restauro storico, ossia di diversi modi di interpretare la complessa disciplina del restauro. Ognuna di queste diversità non rappresenta in se l’unicità del senso del restauro, ma ogni distinzione accennata confluisce a suo modo all’interno di un sistema teorico molto più vasto il cui fine ultimo è il mantenimento in vita dei valori incarnati dall’edificio. Si potrebbe proporre un’analogia matematica: gli edifici che devono essere restaurati costituiscono il dominio della funzione restauro e all’interno di questo dominio ci sono dei sottoinsiemi che si distinguono poiché rappresentano valori diversi. La funzione restauro, per ogni sottoinsieme in cui è suddiviso il dominio, prevede una formula distinta che nonostante l’apparente diversità formale prevede risultati in un codominio unico. Pur nella sua riduttiva schematicità, questa analogia vuole dimostrare che il restauro deve obbligatoriamente ogni volta adattarsi, con mezzi e pratiche diversificate, all’unicità dell’edificio. Quindi, ritornando all’analogia matematica, potremmo dire che il restauro è un tipo di analisi puntuale o locale, che non ha senso se condotto sul continuo, ossia non è possibile assoggettare l’intero corpo degli edifici da restaurare ad una visione univoca di intervento. Oltre a questo, deve essere fatto notare che le metodologie di intervento, a cui prima si è accennato, sono il frutto della società che ne ha dato i natali. Evolvendo, la società modifica le proprie istanze culturali e con esse i propri strumenti. Per questo motivo l’applicazione pratica della disciplina restaurativa implica una costante mutabilità degli esiti al variare del tempo; non solo perché vengono create nuove strumentazioni teoriche, ma anche perché quelle già esistenti vengono adattate alle nuove necessità. Il progressivo stratificarsi di nuovi interventi di restauro va visto sotto questa ottica: non si tratta di errori accumulati, ma di nuove soluzioni ritenute verità dalla società che le ha ricercate.
Questo complesso insieme di pratica e teoria ha come unico obiettivo l’architettura. Ma se la vera essenza dell’architettura, quella che ne definisce l’unicità disciplinare, è lo spazio, allora l’oggetto delle discussioni del restauro è inequivocabilmente lo spazio dell’architettura. La banalità di questa digressione si scontra paradossalmente con la sua quotidiana applicazione: la semplicità degli intenti, infatti, è sempre disattesa dagli esiti pratici che gli esempi concreti ci offrono come testimonianza. Una sì deludente applicazione delle faticose ricerche teoriche è il frutto di un germe contenuto all’interno della stessa definizione di restauro. Ogni società, infatti, sceglie il proprio tipo di restauro, ma allo stesso tempo, estendendo il concetto, decide come applicarlo e questo non può far altro che lasciare il campo aperto all’ignoranza e al profitto.
Alla luce di quanto detto, nascono spontaneamente alcune prime considerazioni riassuntive. Il restauro, come tutta l’architettura, vive in stretta simbiosi con la cultura del suo tempo, per questo motivo non può far altro che definirsi per mezzo di modificazioni successive. Tale processo di approssimazione non è sinonimo di mancanza di scientificità, al contrario, nasce dalla necessità di riuscire a ponderare la giustezza del metodo a un contesto ben preciso e questo richiede tempi di riflessione e di analisi non brevi. Le leggi che regolano la metodologia del restauro appaiono complesse, e sono tali poiché sono caratterizzate da una eccessiva eterogeneità. Nonostante le apparenze, il fine, come abbiamo avuto modo di dire, è lo stesso: il mantenimento dei valori che la società ha riconosciuto all’edificio. Ogni forma di restauro, giustificata dalla diversità dei valori da preservare, ha senso se applicata a un contesto chiaramente riconosciuto. In questo, più di ogni altra cosa, contano lo studio e il buon senso, dote che non dovrebbe mai mancare ad un architetto.
La scomposizione teorica che abbiamo condotto, oltre a illuminare le implicazioni fondamentali che caratterizzano il restauro, ci ha permesso di definire chiaramente le motivazioni di incompatibilità tra la cultura contemporanea e la disciplina restaurativa. Quella che Guy Debord definisce La società dello spettacolo altro non è che un complesso insieme di immagini, scritte, visive o uditive caratterizzate dall’eccessiva rapidità e concisione, risultato di una sempre maggiore esigenza di repentina innovazione in ogni ambito sociale. Il restauro pur volendo adattarsi alla cultura del suo tempo, non è compatibile con l’eccessiva rapidità dei meccanismi della società contemporanea: non riesce ad evolversi con la stessa velocità che contraddistingue le mutazioni del contesto. Inoltre la riduzione dei messaggi informativi, causata dalla necessità di garantire una rapidità di fruizione del mezzo, non mette pienamente in luce le molte sfumature che contraddistinguono il restauro.
Per la cultura contemporanea il restauro, e più in generale l’architettura, sono degli strumenti usati in modo parziale, a tal punto che la complessità degli intenti viene banalizzata all’interno di definizioni pronte all’uso, di cui nessuno conosce il contesto teorico. La parola restauro, e le implicazioni a essa dovute, divengono in questo modo semplicistiche strofe in prosa di un epico poema.




