FLASH di Marcello del Campo
Gregotti chiede il vincolo per una sua opera
Passato prossimo o passato remoto?
IN EVIDENZA
In questo numero
- L’OPINIONE: LPP su: Lavorare all’estero
- CARTOLINE: una cartolina da Renato Nicolini
- FOCUS SU: Diego Caramma interviene con: Schegge – Dall’ordine alle cose
- DOCUMENTI: Gianpaolo Buccino: Sull’orlo del caos
- INCONTRI DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci
- MOSTRE DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci
- UNIVERSITA’ E DINTORNI: news di Ilenia Pizzico
- NOTIZIE DALLA SPAGNA: gli eventi in Spagna raccontati da Graziella Trovato
- RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di Il grande crollo
- WILFING: L'architettura concettuale e l'uomo di concetto in un colloquio di Salvatore D'Agostino con Marco Pasian del gruppo Opla+
- INTERMEZZO: Edoardo Alamaro ci racconta di Impara l’arte e applicala
- LIBRI: a cura di Francesca Oddo:
Roma. Nuova architettura.
5+1aa - Rudy Ricciotti. Il nuovo Palazzo del Cinema di Venezia.
Il tramezzino del dinosauro. 100 oggetti, comportamenti e manie della vita quotidiana
- RECENSIONI E COMMENTI: Massimo Canevacci: Arquitectura Desassosegada alla Biennale
- IDEE: : Ossi di seppia verniciati di verde, blu e rosso. Marcociarloassociati. Ed.Libria, 2008
- SGRUNT: Sambo ci parla di Dubai, oltre il futuro
- MEDIA E DINTORNI: Tursi: Fucina.off a Spoleto
- SEGNALAZIONI: Allestire & Installare nella città contemporanea. AOC: Cultural Approaches. ALAD vince. Aperte le iscrizioni al premio archiettura citta’ di Oderzo
- LETTERE: M.Irene Vairo: L’architettura “ piatta”. Felice Gualtieri: Portoghesi e Jean Nouvel già non esistono più. Gerardo Mazziotti: Un grattacielo alto un miglio
- TESTIMONIANZE: Benedetta Stoppioni: L’abito di piume. Seconda puntata
UNA NUOVA FORMATTAZIONE DELLA PRESS/TLETTER
Stiamo provando una nuova formattazione con collegamenti ipertestuali interni per andare direttamente dall’indice alle rubriche che si desidera leggere e viceversa. Può darsi però che con alcuni computer non funzioni. In questo caso abbiamo un piano B, basta mandarci una mail con scritto:non funziona. Proveremo a rimandare da un Mac invece che da un Pc. Se non funzionasse neanche in quest’ultimo caso, o ci si accontenta o si guarda la presS/Tletter sul sito: www.presstletter.com
Lavorare all’estero
E’ inutile dare illusioni ai giovani. Anche nella migliore delle Italie possibili non ci sarà mai posto per i troppi architetti sfornati dalle troppe facoltà di architettura.
Occorre che trovino lavoro all’estero. Ma per fare questo, e non da emigranti o da manodopera dequalificata, e' essenziale che le istituzioni si attrezzino fornendo informazioni e supporto. Altro che parlare di italianità dell’architettura italiana. Quello che occorre e' organizzare una strategia seria e consapevole per conquistare dei mercati, alcuni ancora promettenti.
Cosa fa, in tutto questo, la Parc? Non e' riuscita a organizzare neanche una mostra di quello che producono gli italiani fuori dai confini nazionali.
CARTOLINE di Renato Nicolini
Cartolina La colata di cemento
Proporrei di rinunciare d’ora in poi a questo termine, rivela un moralismo che infastidisce. Il fatto che con 46 milioni di tonnellate all’anno l’Italia sia al primo posto in Europa va combattuto con altre armi di propaganda. Se scompare il terreno agricolo, se scompaiono i pascoli, da dove verranno i nostri alimenti? Se il paesaggio distrutto non commuove, pensate almeno alla tavola.
FOCUS SU… di Diego Caramma
Schegge – Dall’ordine alle cose
“La via che cominciamo a percorrere è fatta in questo modo. Primo: c’è una considerazione che fa da premessa a tutto quanto diremo. Si tratta di un punto di vista accettato spesso anche da Heisenberg. La premessa riguarda il rapporto con il mondo e dice che tale rapporto è sempre parziale, cioè sta sempre sotto il segno di una rappresentazione. E nella fisica questo è ben evidente, o persino banale se pensiamo a quanto abbiamo appreso da Galileo in poi. La rappresentazione è quindi una organizzazione del mondo tra cui viviamo secondo ordini, trame di significati che si sciolgono continuamente l’uno nell’altro, anche quando sembrano avere il carattere di permanenza. Inoltre, se non si implicassero e sovrapponessero reciprocamente, non sarebbero significati e, quindi, non ne sapremmo dire alcunché. E tuttavia è lecito chiedere: dove sta la rappresentazione, visto che il senso comune fatica a riconoscerla? Da cosa capiamo che il mondo è un reticolo di significati?
Lo sappiamo da ciò che facciamo. Il nostro fare è lo spazio di relazione tra noi e il mondo, fatto dei nostri gesti e delle risposte del mondo a essi. Le risposte di mondo sono, precisamente, ciò che diventa significato e, al tempo stesso, lo conferisce anche a noi. Tale spazio di relazione, allora, determina significati a partire da qualcosa e verso due direzioni. Cioè: a partire dall’insieme di gestualità e di abiti già intesi che è la tradizione a cui apparteniamo – filosofica e scientifica – e a partire dall’essere dato del mondo, la relazione nel fare determina significati su di noi, chiamandoci «soggetti», e su alcuni aspetti della vita, chiamandoli «mondo». Se poi guardiamo il fare di cui stiamo parlando, ci accorgiamo subito di questo: nella tradizione della filosofia prima e poi anche delle scienze, il fare è per lo più uno scrivere. Perciò le qualità della scrittura, cioè la permanenza, la stabilità, l’invarianza, la pubblicità diventano cifre della relazione con il mondo. (…) Noi dunque, a partire dal momento in cui abbiamo scritto nei modi propri di quei saperi, abbiamo frequentato e messo in opera la verità. Ed è per questa ragione che possiamo trovarne riscontro nel mondo. Trovarla, allora, non è stupefacente ma è la conseguenza del rapporto tra scrittura e verità; al punto che sarebbe piuttosto strano se tale riscontro non ci fosse affatto.
Seconda considerazione: poiché le gestualità, il nostro fare nel mentre che viviamo e attraversiamo il mondo, comunque incontra delle risposte, possiamo considerare quelle gestualità come domande. Ciò significa che il pensiero è nell’azione. Quindi è l’azione l’origine del significato.
Ora possiamo vedere bene una cosa: se non sappiamo guardare ciò che facciamo, perdiamo di vista anche le domande che continuamente rivolgiamo al mondo e che ci qualificano come uomini. E così, infine, ripetutamente smarriamo la data e il luogo di nascita del significato e di noi stessi”.
da: Valentina Cappelletti, Dall’ordine alle cose. Saggio su Werner Heisenberg, Jaca Book, 2001
Gianpaolo Buccino: Sull’orlo del caos
Il passaggio dalla cultura dell’aut-aut alla cultura dell’et-et è il risultato più importante finora raggiunto dalla “sfida della complessità”, i cui principi vengono oggi applicati in ogni campo del sapere in una nuova alleanza tra scienze della natura e scienze dello spirito.
Nel XX secolo, nonostante i grandi progressi raggiunti, crollano le certezze che sono state acquisite durante i secoli precedenti a causa del disfacimento del modello cartesiano newtoniano e galileiano in cui la scienza classica, svincolata radicalmente dalla metafisica, viene assolutizzata, resa unico strumento per la conoscenza della realtà e per il cambiamento della società, e il metodo induttivo-sperimentale diventa il solo che permetta la conoscenza certa ed esaustiva della natura quantitativamente e meccanicisticamente intesa, quindi ridotta, non considerata in tutti i suoi fattori. Ma la complessità, che fa la sua comparsa nella micro e macrofisica e si sviluppa con la cibernetica, provoca una crisi profonda dei fondamenti del discorso scientifico perché scienziati e filosofi, abituati a scomporre i fenomeni complessi in elementi semplici per scoprirne le leggi fondamentali di spiegazione e previsione, hanno capito che proprio questa semplificazione - che di fatto ha prodotto con la iperspecializzazione il principio di separabilità e incomunicabilità - impedisce di comprendere quello che veramente succede. La filosofia e la scienza - ma anche l’arte in genere e lo sviluppo economico e sociale - mostreranno che la realtà è talmente varia vasta imprevedibile inusitata e complessa da non essere totalmente e definitivamente inquadrabile determinabile e oggettivabile, visto che i metodi di conoscenza si rapportano unicamente a modelli interpretativi e ipotetici oppure statisticamente probabili e comunque inevitabilmente sottoposti alla “falsificabilità”; e, d’altra parte, che il soggetto non è neutro ma protagonista nell’approccio conoscitivo della realtà stessa. Smontata l’illusione positivista di un progresso lineare e infinito, cade la pretesa della scienza come certezza assoluta e definitiva di fronte ad una realtà molteplice ed eterogenea, la cui indagine comporta metodi e approcci molteplici ed eterogenei.
Partendo dal presupposto che il divenire nel tempo e nello spazio dei fenomeni è deterministico ma imprevedibile a causa di perturbazioni possibili, anche piccole, dettate dal caso (effetto farfalla), i nuovi modelli complessi (reticolari) considerano le vecchie categorie di indagine (lineari) descrizioni parziali che non si escludono vicendevolmente. Se infatti le descrizioni sono tutte parzialmente vere, esse non possono più fornire indicazioni chiare e inequivocabili circa la realtà che è invece multidimensionale, costituita cioè da parti intrecciate insieme che interagiscono e si trasformano incessantemente secondo lo schema di causalità circolare di azione e retroazione (feedback): in particolari condizioni i modelli parziali, allora, da contrapposti ed alternativi diventano antagonisti e complementari permettendo di evolversi e svilupparsi (evo-devo) in rapporto ad uno stato di bisogni. In questo senso, i sistemi complessi sono sistemi auto-organizzatori quindi intelligenti, aperti perciò adattivi, capaci cioè di integrare l’elemento aleatorio (l’imprevisto, l’evento, l’errore, il rumore, il diverso) che anziché comportare la disorganizzazione favorisce l’arricchimento in una nuova opportunità di complessificazione del sistema che di per sé è imperfetto, ma proprio per questo flessibile e creativo. Il disvelarsi della complessità come paradigma del reale produce dunque un cambiamento epocale: dalla cultura della disgiunzione (or) si passa alla cultura della congiunzione (and), che va oltre il principio di non contraddizione come principio assoluto di verità, in cui il punto di vista semplificante - o riduzionista - viene sostituito dal pensiero complesso - o relazionista. L’obiettivo è il raggiungimento di una conoscenza che consenta di interagire con il reale grazie alla consapevolezza che “il dualismo tra mente e corpo ha semplicemente mandato in frantumi il concetto dell’universo in cui viviamo”, in modo che il nuovo spirito del tempo sia coerente con i progressi delle due sfere della scienza e della vita, i cui legami sempre più stretti stanno dando luogo alla cosiddetta “terza cultura”, né umanistica né tecnologica ma interdisciplinare e unitaria, la via - terza - per democratizzare (valore soggettivo delle cose) i saperi (valore oggettivo delle cose) come strumenti di civilizzazione (valore collettivo delle cose).
Insomma, sull’orlo del caos - lì dove i sistemi, contrariamente a quelli totalmente ordinati (determinismo) che sono statici quindi immobili (cristallizzazione) o a quelli totalmente disordinati (indeterminismo) che sono labili quindi al collasso (estinzione), sono instabili ma in continuo equilibrio dinamico (determinismo debole) quindi liberi e vitali (progressione) - la complessità diventa una necessità.
Gianpaolo Buccino
INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
Efficienza Energetica nell’Edilizia Abitativa a Roma
Convegno URIA dal titolo Efficienza Energetica nell’Edilizia Abitativa, che si terrà il giorno 17 ottobre 2008, alle ore 15.00, nell'ambito della 44^ Edizione della Vita Collettiva presso il Palazzo dei Congressi, Roma.
Una guida all'architettura moderna dell'EUR a Roma
I lunedì dell’architettura in collaborazione con Fondazione Bruno Zevi e Centro Studi dell’ACER se Terragni avesse vinto... Una guida all'architettura moderna dell'EUR lunedì 20 ottobre 2008 - ore 20.00 ACER - via di Villa Patrizi 11, Roma proiezione del film "Occasioni perdute" introduce Livio Sacchi intervengono Emilio Gentile, Lucio Passarelli modera Paolo Conti
Giovani architetti europei a confronto a Roma
Il 17 ottobre 2008 alle ore 16.00 presso la Casa dell’Architettura, Piazza Manfredo Fanti 47, si terrà il primo di una serie di incontri tra giovani architetti europei organizzati dalla sezione Internazionalizzazione della Consulta Giovanile dell'Ordine degli Architetti di Roma. Sei gruppi (tre italiani e tre spagnoli) di giovani professionisti si confronteranno su temi comuni. Parteciperanno per l’Italia Laq architettura, studio na3 e KK architetti associati; per la Spagna Estudio Barozzi-Veiga, Yic arquitectos e Jekiff arquitectos.
Riconversione dei siti industriali a Verona
La riconversione dei siti industriali dismessi per uno sviluppo sostenibile del territorio veronese. Verona, 23 ottobre 2008 Confindustria Verona - Piazza Cittadella 12
Architettura sostenibile a Bologna
sabato 18 ottobre 2008 convegno presso il SAIE di Bologna (Fiera Bologna) dalle ore 10 alle ore 13 organizzato da Promoverde, Esselibri presso il padiglione 15 SAIE Progetti & Paesaggi Formazione & Informazione in architettura sostenibile
Gestire il design a Bologna
Al via il programma autunnale del Design Center Bologna.il Centro si fa promotore di una serie di workshop dal titolo Gestire il design. Cinque casi di design management che si terranno nella sede del Design Center, presso l'Accademia di Belle Arti, a partire dal 23 ottobre , in collaborazione con Unindustria Bologna, l'associazione che raccoglie le imprese della provincia, che patrocina l'intera iniziativa. Con scadenza settimanale gli incontri animeranno i mesi di ottobre e novembre, rivolgendosi a un target composto da progettisti, professionisti e manager d'impresa. Per le iscrizioni, va compilata l'apposita scheda sul sito www.design-center.it http://www.design-center.it/ Per informazioni: info@design-center.it
Città, Mobilità, Cultura a Bologna
Cantiere di Lavoro: Città, Mobilità, Cultura. Intimità / Esibizione promosso da Fondazione La Biennale di Venezia e ACI - Automobile Club d’Italia Giovedì 16 ottobre 2008 ore 15.00 - 18.00 nell’ambito del SAIE 2008 (Sala Rossa, Palazzo Congressi) Piazza Costituzione, 5/c. Bologna
Med e Mumad a Napoli
21 Ottobre a Napoli presso il Palazzo Reale, in Piazza del Plebiscito 1, promozione del Master MED - Master in Cultural Experience Design and Management, e del Master MUMAD - Master in Urban Management and Architectural Design.
Uneternal City a Venezia
18 ottobre 2008 presentazione della sezione Uneternal City della XI Mostra di Architettura di Venezia presso le Artiglierie dell’Arsenale.
Gianni Braghieri mostra a Palermo
Venerdì, 17 ottobre 2008 ore 18.00 Inaugurazione della Mostra: Gianni Braghieri. Architettura, Rappresentazione, Fotografia presso l'Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della Provincia di Palermo Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della Provincia di Palermo P.zza Principe di Camporeale, 6 - 90138 Palermo - tel. 091 6512310
Werner Oechslin a Mendrisio
Conferenza di Werner Oechslin dal titolo Mentalmente architettato. La biblioteca come universo fisico del sapere e come meccanismo della memoria è prevista per giovedì 23 ottobre 2008 alle ore 20.00 presso l’Aula Magna dell’Accademia di architettura Palazzo Canavée, Via Canavée 5, Mendrisio, Svizzera
MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
Peacebuilding a Roma
Peacebuilding. Architetture e identità nelle aree di conflitto. Mostra dal 3 ottobre al 9 novembre. Lunedì - Venerdì 10 /19 - Sabato 10/13 - Domenica chiuso. Casa dell'Architettura, piazza Manfredo Fanti 47 Roma. www.casadellarchitettura.it
Bruno Munari a Roma
Dal 26 Settembre 2008 al 22 Febbraio 2009 Roma festeggia Bruno Munari. Museo dell’Ara Pacis, Casina di Raffaello, EXPLORA il Museo dei Bambini
Oscar Niemeyer a Vicenza
Oscar Niemeyer: Architettura, Città e Paesaggio mostra fotografica a cura di Salvino Campos. La mostra, patrocinata tra gli altri dall'Ordine degli Architetti PPC dalla Provincia di Vicenza, ha aperto al pubblico l'11 ottobre 2008, alle ore 18.00, e sarà visitabile fino al 9 novembre presso il prestigioso spazio espositivo della Stamperia Busato in contrà Santa Lucia n. 38 a Vicenza, a pochi passi dal Teatro Olimpico.
Detour a Bologna
Detour, Architettura e design lungo 18 strade del turismo in Norvegia. Dal 6 a 25 ottobre 2008 Urban Center Bologna, Salaborsa, piazza Nettuno 3, Bologna
Gianni Braghieri mostra a Palermo
Mostra dal 17 al 28 ottobre 2008: Gianni Braghieri. Architettura, Rappresentazione, Fotografia presso l'Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della Provincia di Palermo Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della Provincia di Palermo P.zza Principe di Camporeale, 6 - 90138 Palermo - tel. 091 6512310
UNIVERSITA’ E DINTORNI di Ilenia Pizzico
Architects Open Space a Roma
Il 17 ottobre si terrà Architects Open Space, un meeting non convenzionale, dedicato a formazione, avviamento alla professione e nuove possibilità offerte da ricerca e sperimentazione. Alla giornata partecipano 3 gruppi italiani, Laq Architettura, Studio Na3 e KK ArchitettiAssociati, e 3 spagnoli, Estudio Barozzi-Veiga, Yic arcquitectos e Jekiff arquitectos. Ore 16, Casa dell’Architettura, Piazza Manfredo Fanti 47, Roma.
Ri-abitare la città pubblica a Venezia
Lunedì 20 ottobre si terrà il seminario di studio dal titolo Ri-abitare la città pubblica progetti e strategie per la riqualificazione dei quartieri di edilizia sociale. Ore 9.30, Aula Tafuri, Palazzo Badoer, Venezia.
Philippe Louget a Cagliari
Nell'ambito del programma Erasmus Teaching Staff mobility -Lille/Cagliari, Philippe Louget, professore di progetto urbano alla ENSAP di Lille e direttore del Laboratorio LATCH, terrà a Cagliari due conferenze: 23 Ottobre, ore 11.00, Projet urbain et image de la ville europeen. L'expérience de Lille, Aula magna via Corte d'Appello. La recherche en Architecture, ore 18.00, Aula magna, Via Corte d'Appello.
Workshop Progettare la sostenibilità a Firenze
Il workshop si configura come un'occasione per riflettere sulla progettazione sostenibile applicata ad una concreta realtà urbana, come quella di Firenze. Sarà condotto da Martin Haas dello studio Behnisch Architekten di Stoccarda. Partecipanti: 20 tra architetti e ingegneri. Info e iscrizioni: wwww.and-architettura.it
Regole insediative e forme dell’abitare a Roma
Il seminario presenta i risultati di una ricerca coordinata da Mario Cerasoli con l'individuazione e la descrizione di quelle regole che sono alla base delle parti non centrali delle città, indagando le questioni altre -formali e funzionali- che certo caratterizzano la periferia, ma che non sono una esclusiva della periferia. Ciò attraverso una inconsueta comparazione tra le periferie di Roma, Buenos Aires, Montevideo. 27 ottobre, ore 15.00, Facoltà di Architetettura, Via Madonna dei Monti 40, Roma. Info: www.urbanisticatre.uniroma3.it <http://www.urbanisticatre.uniroma3.it/>
NOTIZIE DALLA SPAGNA di Graziella Trovato
Eventi
-Presentazione e avvio del progetto Victory Gardens. 16 ottobre ore 19.00
Intermediae Matadero Municipal De Madrid.
Se dalla Biennale di Venezia deduciamo che non c'é piú spazio per l'architettura, sembrano invece guadagnare spazio il paesaggismo e le pratiche urbane ad esso legato. Evidenti i segni del proliferare di progetti anche interessanti che coinvolgono gli edifici e gli spazi urbani deteriorati o abbandonati. In questo contesto si inseriscono diverse iniziative del Centro Culturale Intermediae del Matadero Municipal di Madrid che, a partire dal 16 ottobre, ospita il progetto Victory Gardens promosso dalla cittá San Francisco. Si tratta di fomentare la trasformazione di zone residuali resindeziali ed urbane come cortili, terrazze, coperture, spazi interstiziali, in centri cordinati di produzione di alimenti organici. Il progetto, spiegano gli autori, nasce dal successo dei Victory Gardens nel dopoguerra. Per informazioni: www.intermadiae.es
-En Construcción. Recetas Desde La Carencia, La Ubicuidad Y El Exceso. Dal 10 OTTOBRE a Girona. Centro Culturale Bolit. La mostra da avvio all'attivitá di Bolit, nuovo centro catalano per la riflessione contemporanea. In mostra i lavori di architetti impegnati in pratiche situazioniste, azioni urbane con volontá di dimostrare che l'architetto é qualcosa in piú di un semplice tecnico che da risposta a un programma funzionale prestabilito. In testa Santiago Cirugeda, giovane sivigliano che porta avanti un discorso mediatico rivolto alle collettivitá marginali o deboli, come i giovani, i gitani, ecc.
Per informazioni: info@bolit.cat / 972 22 33 05
RESTAURO TIMIDO di Marco Ermentini
Il grande crollo
Ma guarda che coincidenza: mentre va giù la borsa c’è chi pensa di demolire anche gli edifici. E’ vero, il critico del New York Times propone di abbattere le architetture che contrastano con l’ ”estetica”. Ma chi giudica ciò che è brutto e deve essere demolito? E’ una vecchia questione; agendo di conseguenza non avremmo più la Cà Bruta di Muzio o il Novocomum di Terragni. Certo, oggi il business non è costruire ma, paradossalmente, demolire. Non c’è niente da fare: siamo tutti costretti a produrre rifiuti. Dove c’è progetto ci sono spesso anche scarti. E, a volte, non si tratta di mattoni ma di esseri umani: quelli in esubero, gli eccedenti.
WILFING di Salvatore D’Agostino
0017 [MONDOBLOG] Intervista a Marco Pasian del gruppo Opla+
L'architettura concettuale e l'uomo di concetto in un colloquio con uno degli autori del blog Opla+ (http://www.oplapiu.splinder.com/)
Salvatore D'Agostino: Per Jerry Yang fondatore e presidente di Yahoo!: "Stiamo osservando che ciò che si manifesta nel Web 2.0 e nel Web 3.0 sarà una grande estensione di tutto ciò, un vero e proprio mezzo comune ... la distinzione tra professionista, semi-professionista e consumatore andrà sfocandosi creando un effetto rete per business e applicazioni." Questa contaminazione fluida è applicabile all'idea di città/architettura italiana? Non credi che il limite (o anche la forza latente) della nostra cultura sia l'incapacità a farsi contaminare?
Marco Pasian: Come Opla+ ci viene naturale lasciarsi contaminare, dando sempre valore nobile al processo maturato e condiviso, più che esclusivamente al risultato estetico, che pure ha il suo contenuto. Come esperienza cumulata negli anni, mi pare di poter dire che sono proprio gli architetti, più di altri artisti o studiosi, ad avere problemi di contaminazione e di appartenenza ad identità collettive e quindi credo che sia assai difficile oggi come oggi in Italia teorizzare idee urbanistico/architettoniche 2.0 o 3.0.
Però per noi è auspicabile, e forse inevitabile, un approccio olistico alle "cose" di architettura dove prevalgano regole di ascolto attivo, flussi di pensiero e contaminazioni. Trovo perciò condivisibile la citazione di Jerry Yang, e mi vengono in mente anche certe definizioni di Jeremy Rifkin circa i modelli energetici, democratici, con produzione dal basso e scambio attraverso “reti intelligenti” così come oggi si produce e condivide l’informazione, tramite internet.
SD: Ci puoi parlare dei vostri lavori dove l'interazione Opla+/territorio ha avuto dei buoni risultati?
MP: Oh, oh! Domanda impegnativa! Credo che tutti i lavori del gruppo Opla+ sottendano una interazione con il territorio e con chi il territorio lo uso e lo frequenta. Anzi ci piace pensare che le installazioni temporanee che noi realizziamo siano elementi di collaudo comportamentale dove anche l'estrema indifferenza o la fruizione casuale sia per noi indici di una analisi territoriale. In tal senso e come esempio esplicativo, negli ultimi anni abbiamo fatto girare in contesti ambientali diversi un piccolo padiglione facilmente smontabile, riaggregabile, modulare dal nome L.I.U. (landscape interface unit).
Una scatola nera con interno rosso, collocata in maniera strategica nel paesaggio e permeabile attraverso evidenti ritagli nelle pareti a forma di sagome umane. L'utente poteva entrare, interagire giocando, intravedere ritagli di paesaggi, scoprire nuove visuali, raccogliere una cartolina esplicativa, oppure defilarsi interpretando l'oggetto come ostacolo. Lo slogan all'interno era "il paesaggio esiste in quando percorso" e gli effetti di luce naturali ed artificiali prodotti rendevano LIU, con le sagome stagliate, un elemento attrattore. E' stato sorprendente osservare i comportamenti delle persone nei diversi siti di collocazione: lungo un percorso pedonale a fianco di un torrente montano, in un incrocio di camminamenti all'interno di un parco pubblico, nei pressi di un ingresso di una dimora storica, dentro una fiera del giardinaggio, durante un happening in un centro sociale e in posizione strategica al centro del parco della scultura in architettura di S.Dona' del Piave. Su tutti, i bambini sono stati i più attenti e i più creativi protagonisti, tanto ad esser loro ad invitare i più grandi ad entrare.
Gli altri lavori Opla+ invece sono stati realizzati in "site specific" ma sempre con forte valenza interattiva. Volevo infine ricordare il recente lavoro "Torrate Marittima 2010" che abbiamo realizzato come un'installazione performance in stile situazionista. In un'area di risorgive destinata a parco di tutela ambientale, abbiamo fatto installare un grande cartello dei lavori con immagini e dettagli immobiliari di un'enorme insediamento turistico, picchettato e tracciato il perimetro per la realizzazione di una darsena fluviale su un'area appena disboscata da pioppeto, collocato un container di cantiere con funzione ufficio vendite e con presenza di personale con caschetto di sicurezza per visita lotti. Una pro_vocazione ambientale andata a segno: dall'ambientalista incazzato al proprietario terriero felice della sua nuova rendita di posizione, fino al consigliere comunale di turno che chiede un'interrogazione telefonica al sindaco su questo in_verosimile sviluppo territoriale.
SD: Vladimir Archipov intervenendo su abitare n. 483, a proposito della manifestazione 'Geodesign' tenutasi a Torino, afferma: «Comunque l'idea che sta dietro a Geodesign mi sembra un approccio dà "tappabuchi", un camuffamento. Anche se l'arte, come il design, ha un'importante missione sociale, così diventa un atto di carità. Mi sembra strano che alla domanda "Hai un problema?" si possa rispondere "Non ti preoccupare te lo risolvo io!". Non dovremmo essere più preoccupati delle disfunzioni della società invece che affrontare questa crociata della bellezza? Non sarebbe meglio un genere di approccio diverso, del tipo "se hai tanti soldi da spendere, perché non li dai al popolo?". Così si potrebbe poi capire cosa la gente "comune" sia capace di creare, con un po' di fondi e in modo autonomo, senza essere sostituita da un designer». Qual è il punto di vista di Opla+?
MP: Conosco poco il contesto di discussione sulla manifestazione torinese Geodesign come pure so' poco del pensiero di Archipov. Però mi par di capire che Vladimir Archipov accusi il mondo dei designers in generale in quanto troppo al servizio del mercato. Se in parte il pensiero è condivisibile d'altro lato, proprio per una radicale autonomia dal dio denaro, non trovo una grande soluzione, per chi avesse dei soldi da spendere, darli al popolo per vedere cosa la gente comune sia capace di fare!
Opla+ da grande valore al processo progettuale, quanto e forse più del risultato estetico, che pure ha un suo linguaggio complesso. Interferenze e apporti disciplinari paralleli sono alla base delle nostre modalità operative e questo ci permette di non escludere affatto la considerazione del design di oggetti semplici e spontanei come quelli autoprodotti dalla gente comune (e qui mi viene in mente, a proposito di blog, l'ironica sezione NO!DESIGN di architettisenzatetto.net http://www.architettisenzatetto.net/blog/cat/index/7/)
Non so' quanto l'arte e il design abbiamo un'importante missione sociale, ma se il progetto è identificato in un processo, il risultato pur nullo o minimale, può contenere forti significati intrinsechi, così come un "oggetto" caricato di soli valori estetici può nascondere scarsi significati ideativi. Ecco che ci è più facile anche capire, in un parallelo tra design e architettura, come tanto di quanto ci circondi sia mediocre edilizia e di esempi d'architettura ne contiamo solo sulle dite di una mano.
SD: In Italia ci sono le condizioni economiche/culturali per costruire un 'edificio' utilizzando una grammatica colta o prossima alla sufficienza?
MP: Forse più che le condizioni economiche (si può costruire "bene" a budget contenuti) mancano, o semplicemente si sono perse, delle solide basi culturali e di identità culturale. Troppo spesso si confonde una ostentata qualità materica con i valori di una qualità ambientale diffusa, favorendo tecniche di giustapposizione di gusti effimeri più che di coerenti processi evolutivi.
SD: Per finire a cosa serve un Blog per un architetto?
MP: Se il blog funge da diario in rete anche un architetto può servirsene, sempre se ha qualcosa da dire. E in un sistema libero di flussi comunicativi "quanto riceverete dipenderà da quanto date di voi stessi", citando Vittore Baroni, esperto di mail-art:
http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/10/0017-mondoblog.html (13 ottobre 2008)
INTERMEZZO di Edoardo Alamaro
Impara l’arte e applicala
Roma, 8 ottobre, tempio di Adriano. Una favola d’architettura “di pietra”. Come l’omonima piazza. Antica, moderna, tosta, morbida, non si sa, non lo so. Comunque nobile scenario per un con-sesso con la sorella minore (o la nonna) del design: la “Conferenza nazionale artigiana della ceramica artistica”, molto affollata e ben preparata.
Ore 10.00, inizio spettacolare, pirotecnico: volteggiano nella sala le frecce tricolori maiolicate dell’arte applicata. Conduce e coordina il fuoco di fila Philippe Daverio sul suo farfallino blu fru-fru televisivo. E’ raggiante d’artigianato eccellente d’Italia. Ruggente del nobile fatto a mano di sempre. Dice che era piena di pus quella bolla. Bolla finanziaria, e non solo. Palloni gonfiati dal fiato di tanti critici, storici, favolisti, opinionisti, giornalisti, pennivendoli, economi(ni)stri e governatori dell’arte global interessata & dell’architettura furbettata dai vari ideisti archistar. Finalmente il crollo delle (cattive) azioni in borsa design. Il crollo dei castelli di carta firmata, carta moneta s’intende. Dei titoli inventati (di studio, ovviamente). Dei titoli scientifici e dei titoli accademici d’arte & artificio. Erano solo titoli (universitari) tossici, ‘ntussecati titolati spazzatura. Munnezza di banca, anzi di banda d’affari loschi. Organizzazioni a delinquere sglobal. Investimenti sbagliati sociali. “Mani in alto, è una rapina: o la borsa (di pochi) o la vita (di tutti)!” Bum, bum …
Ore 10.30: Jaen Blanchart, gallerista di Milano, si affianca e dà il cambio all’aeroplanino di Philippe. Spara subito grosso e senza pietà sull’arte vuota (e vota d’oggi). Jean ha la barba folta pari a quella di Mosè. Pare scendere anche lui dal Monte Sinai colle tavole della legge dell’artigianato in mano e trova gli antichi devoti intenti a ballare attorno al vitello d’oro concettuale trans-artistico. Tuona allora sdegnato: “Voi uomini dell’arte applicata e decorativa avete avuto la fortuna di essere ignorati da questo malefico delirio finanziario. Siete fuori da questa bolla speculativa dell’arte d’oggi che si basa su piccoli trucchetti alla Dulca(la)mara, … ma il tempo sarà gentile con voi! Basta lamenti e litanie: continuate così, meglio di così non si può andare!” Poi fa profetico: “I lampadari di Murano saranno le nostre assolute navicelle spaziali per esplorare i mondi dell’eccellenza artigiana: abbiate fede e prendete esempio dal presidente Valèry Giscard d’Estaing che sta ora scrivendo la sua più bella pagina politica col rilancio degli antichi Mestieri dell’arte d’Europa…”
Ore 11.00: ritorna in volo radente Philippe Daverio. Sostiene che c’è stato un equivoco di fondo, terminologico: che “arti-giano” non deriva da arti-sta, ma da arti-fex, cioè colui che fa a regola d’arte il bello. L’artigianato non è quindi collegato all’Arte ma alla perfezione fattuale del prodotto, alla lavorazione eccellente, al costruire bene comune. Alla passione profonda e genuina per i materiali di sempre dell’Architettura. Al profumo del mattone, alla terra della maiolica dei pavimenti…. “Siete Voi il nostro Pentagono”, piroetta, “la nostra portaerei dei beni artistici da cui decolleranno i nuovi aerei (di cartapesta) colle innovazioni che consegneranno il senso della storia di ieri …”.
Ore 11.30: volteggia nei gloriosi cieli azzurri dell’Italia applicata Franco Bertoni del nobile MIC di Faenza. Anch’egli insiste sulla questione della staffetta artigiana, dell’innovazione ceramica necessaria, dell’arte che s’industria, della pari dignità artistica dei materiali e generi d’arte. Sul fatto che “una volta ricevuto il testimone devi correre, correre, … non startene seduto a sonnecchiare su quello che è stato in bottega (o all’università).” La Tradizione d’oggi non è altro che l’innovazione di ieri. Le città della tradizione artigiana d’oggi d’Italia sono in sostanza quelle dell’industria di ieri….
Altri voli, altre simpatiche esibizioni, fino alle 13.30. Poi break, fine primo tempo, si mangia, si buffet-ta, si parlotta. Si riparte alle 14,30. Basta volteggi aerei, si riprende con la fanteria. Con i rudi uomini della Terra(cotta) ceramica: sindacalisti, artigiani di bottega, artigiani-artisti disperati e disperanti. Qui cambia la musica. Il settore ceramica è in crisi notevole, strutturale, di sistema. S’è perso il 15% dei posti lavori in due anni. E nessuno ne parla perché sono perdite diffuse e a macchia d’Italia. Non è certo l’Alitalia e nessuno ci rimette la faccia e il posto (al ministero). Qui non c’è ammortizzatore sociale. Solo cassa integrazione in deroga (“a chi dico io e a quelli che decido io”, accusa uno “tosto” della “fanteria”). Un altro avverte saggiamente che “l’ammortizzatore sociale più efficace per il lavoratore è dato dalla sua alta professionalità perché riuscirà sempre a ricollocarsi sul mercato del lavoro.”
Si va avanti ad oltranza. Interventi sempre interessanti, coinvolgenti, vari, precisi, pratici, una delizia. W l’artigianato!! W i paradossi azzeccati, come questo: “L’artigianato, prima industria di Francia”. Chiude speranzoso la conferenza Alfonso Panzani, presidente Confindustria ceramica. Si pone come l’uomo del ponte, il possibile uomo-chiave. Dice infatti di puntare sui punti di incontro tra artigianato e industria, non certo su quelli di conflitto e separazione. Dice che bisogna cercare di capire le commistioni tra le due filiere, le connessioni tra i due spazi. Ma attenzione, avverte: i tempi per passare dall’idea alle cose concrete son stretti! Conclude il suo intervento con un efficace slogan: “L’Italia, il Paese dove la mano dell’artigiano si coniuga con la macchina dell’Industria”. Così sia.
Ci sciogliamo per la via. Il pericolo è sempre lo stesso: che si sia assistito all’ennesimo “porta a porta” (verso il Nulla). Spazio televisivo rilassante ove ognuno fa il suo bel discorsetto. Poi si spegne la Tv e si va tutti a dormire. Buona notte! Eldorado
LIBRI a cura di Francesca Oddo
Roma. Nuova architettura
"Il volume raccoglie circa 40 progetti - già realizzati e in cantiere - che insieme descrivono una stagione felice dell'architettura contemporanea a Roma. Oltre a opere di architetti di risonanza internazionale - come Hadid, Fuksas, Baldeweg, Meier - Roma è diventata anche un laboratorio dove operano diversi gruppi italiani - come King Roselli, Labics, IAN+. Se da un lato l'assenza del settore residenziale è compensata da una crescente attenzione nei confronti del verde e delle infrastrutture, salta all'occhio il fatto che gran parte dei progetti siano edifici pubblici o religiosi; le chiese, a confermare la lunga storia di Roma, restano i principali destinatari di qualità architettonica. Il volume, corredato da una mappa, lascia inoltre intuire quanto stia cambiando la geografia della città, e quanto la qualità stia diventando un fenomeno diffuso, anche nelle borgate di periferia." (Skira)
Il volume sarà presentato lunedì 20 ottobre a Firenze, presso la KentState University, vicolo dei Cerchi 1. Appuntamento alle ore 18.30.
Autore: Sebastiano Brandolini. Editore: Skira. Anno: 2008. Pagine: 200. Prezzo: € 32.00
5+1aa - Rudy Ricciotti. Il nuovo Palazzo del Cinema di Venezia
"L'intento del progetto del nuovo Palazzo del Cinema di Venezia è quello di restituire, all'omonimo Festival, il lustro che gli contendono le analoghe rassegne cinematografiche di Cannes, Locarno e Berlino.
L'opzione scelta dall'équipe di architetti 5+1 AA e Rudy Ricciotti, di reale rottura rispetto agli altri progetti concorrenti, è quella del vuoto e della finzione. Lo spiazzo esistente è conservato, lastricato, con la sua vegetazione: un libero accesso visuale verso il mare è preservato. I nuovi spazi richiesti dal programma sono, invece, interrati: un guadagno di spazio, un gioco simbolico con la definizione di cinema, quale luogo dove ci si sottrae, un 'buco nella strada', come diceva Robert Smithson. Quanto al palazzo del festival propriamente detto, questo è collocato in una delle due estremità della piazza. Un edificio senza angoli e senza riferimenti dimensionali, che è tipico della laguna di Venezia." (Silvana Editoriale)
A cura di: Ernesta Caviola. Editore: Silvana Editoriale. Anno: 2008. Pagine: 112. Illustrazioni: 60. Prezzo: € 20.00
Il tramezzino del dinosauro. 100 oggetti, comportamenti e manie della vita quotidiana
"In questo libro costituito di cento pezzi brevi, accompagnati da disegni, Marco Belpoliti getta uno sguardo inusuale sulla nostra vita quotidiana. Più esattamente sugli oggetti, i comportamenti e le piccole manie di ogni giorno. Ci parla dello spazzolino da denti e degli scarabocchi, delle smart card, delle radio nelle banche, dei post-it della propaganda di Bertinotti e degli evidenziatori preferiti da Silvio Berlusconi, del ritorno della 'schiscetta' o gamella, e dei sedili strettissimi dei treni pendolari.
Il suo sguardo si rivolge alle cose minime, quelle di cui nessuno, o quasi, si cura, ma che invece definiscono molti aspetti della nostra vita. Piccole 'cose' che permettono all'autore di intessere ragionamenti sull'abitare, sul consumo, sulla natura stessa delle merci, sugli spazi pubblici, le manie private, le paure e le ansie a cui andiamo soggetti. Costruito come un puzzle di pezzi colorati e giustapposti, questo volume ci porta a vedere come nella vita d'ogni giorno contino non tanto e non solo le grandi ideologie, quanto le piccole scelte, e a riflettere in modo leggero eppure intenso sulle idee generali che governano le nostre esistenze." (Guanda)
Autore: Marco Belpolito. Editore: Guanda. Anno: 2008. Pagine: 224. Prezzo: € 13.00
Massimo Canevacci: Arquitectura Desassosegada alla Biennale
Una decina di anni fa (forse meno) stavo a San Francisco e per motivi a me stesso ignoti comprai “Architecture Must Burn” di Aaron Betsky e Erik Adigard. Forse perché mio figlio Marco mi aveva parlato di coop. Himmelb(l)au. Partendo da queste visioni e insieme a un gruppo che si riuniva intorno alla rivista AVATAR, avevamo elaborato tra antropologia, arte visuale e comunicazione digitale una ipotesi di ricerca che cercava di intrecciarsi con architettura e metropoli. Ricordo l’incontro con la rivista GOMORRA i cui architetti erano (e sono) professionisti di primo livello: certo, eravamo un gruppo ingenuo su questo fronte, forse non conoscevamo la storia dell’architettura e ancora meno i rapporti di potere accademici. Pensavamo ad una avatecture, un mix di avatar e arctitettura. Insomma una architettura che transitava nell’arte, nella pubblicità, nel design, nel cinema, nel video ecc.. Un’architettura che intrecciava materiale e immateriale grazie alle potenzialità della comunicazione digitale. Era questo che – secondo noi - stava accadendo nelle metropoli e che le stava profondamente trasformando, anzi, che stava producendo una metropoli sempre meno “sociale” e sempre più comunicazionale.
Questi nuovi panorami metropolitani si disegnavano non più sulla base di una architettura industrialista, fatta di geometrie fortemente identitarie, dallo stile classico e modernista. Cioè anche su questa, ma non solo questa: accanto, di lato e oltre questa architettura tradizionale era per noi chiarissimo che stava nascendo qualcosa di altro che stava mutando quella che si intendeva per metropoli. Da qui il nostro entusiasmo per l’arricchimento transidisciplinare che incrociava saperi e visioni, composizioni e tecnologie, corpi e metropoli. E questo dicemmo a quel gruppo di architetti. Purtroppo di fronte a tale entusiasmo un po’ ingenuo ricevemmo silenzi imbarazzanti, sorrisini ammiccanti e infine una lezione sulla “vera” architettura. Così la fusione tra Avatar e Gomorra saltò. Peccato.
Può sembrare strano, ma dopo tanto tempo quelle differenze si sono ancor più accentuate … Invece di trovare territori transitivi di connessioni possibili, gli amici “razional- materialisti” hanno radicalizzato la difesa della concretezza stradale e di una politica basata sulla piena modernità realista; nello stesso tempo, hanno continuato a non comprendere o a rifiutare tutto quello che sta “infiammando” le nuove composizioni tra arti visuali e una architettura-oltre, una architettura materiale/immateriale aperta a sperimentare trame post-dualiste. Un’architettura sensibile agli intrecci contaminanti le disposizioni etnografiche sulle nuove identità, le applicazioni delle potenzialità digitali, i transiti verso un design comunicazionale espanso, non più disciplinato dentro l’industrial design, ma che scorre verso moduli espressivi, emozionali, esperienziali, sonici, visuali. Design-di-metropoli che fuoriesce dai limiti costrittivi dell’era industriale e dalle pesanti geometrie euclidee lavoriste (tayloriste, toyotiste, cognitiviste) e mono-identitarie. Niente. Tutto questo per loro rimane per sempre estetizzazione.
Per me la biennale di Betsky beyond building è bellissima e va nella direzione da noi auspicata in quell’incontro fallito. È finalmente la “nostra” biennale. Si affaccia quella trasparenza che dovrebbe essere chiara a tutti quelli che , specie architetti e politologi, cercano di intendere il presente in cui da tempo il futuro – o i futuri possibili – è annunciato. E che invece blocca da tempo la sinistra – tutta la sinistra – in una posizione di tradizionalismo surgelato: perché la politica o sa leggere quello che cambia tra i tessuti di metropoli e comunicazione oppure perde e sparisce. E la sinistra politica non sa più leggere nè produrre metropoli.
Una nuova percezione e composizione della metropoli, infatti, sta trasformando le cose, i soggetti, le prospettive, le sensibilità, i materiali, ovviamente le tecnologie e, di conseguenza, i corpi che si relazionano e si connettono a tutto questo. Corpi/metropoli. Anzichè il solito progetto in scala, la mostra offre una molteplicità di espressioni metropolitane, tra cui le relazioni di potere e conflitto che segnano le esperienze del transito. Non è casuale che il padiglione Usa si apra con la linea, cioè sul confine tra San Diego e Tijuana su cui non casualmente stavamo lavorando proprio in quegli anni. All’entrata si devono attraversare strisce di plastica verticali su cui è disegnata la frontiera più attraversata del mondo. Design? Estetitizzazione? Arte performatica? Quel disegno inquieto è profondamente architettonico e politico: è architettura del tutto materiale, in quanto unifica la due città in una ingovernabile area metropolitana espansa; nello stesso tempo è anche del tutto immateriale, in quanto manifesta il transito continuo dei cosiddetti coyotes (i latinos clandestini) e le relazione simboliche di dominio che gli Usa esercitano rispetto a tutti i sud del mondo. O che pensavano di esercitare…
Queste linee di plastica verticali realizzate da Teddy Cruz sono una vera linea d’ombra, un’aspra e sottile zona liminale che disegna i rapporti di potere non solo in quella stretta striscia lunga di terra di confine, un confine che si vorrebbe inattraversabile, luogo per maquiladoras e spaccio e puttane. Non sentire la densità architettonica che questa linea - questo confine scavato e forato - esprime al visitatore della mostra, mi sembra una cecità urbanistica, architettonica e politica. Intorno a tale frontiera si sperimenta quella politica che insegna e incardina visibilmente quei rapporti di potere finanziario (e non solo) che producono, tra l’altro, le note bolle di sporcati eccessi speculativi. San Diego/Tijuana coagula Wall Street. E per questo che – oltrepassata la soglia - al suo interno si assiste a edifici bruciati, pitturati, performati, linkati, attraverso cui si esprime mutamento e conflitto, ma anche desiderio e gioco.
José Gil e Joaquim Moreno sono teorici portoghesi di primissimo livello, come si evince dal flyer specchiato che introduce l’opera di Eduardo Souto de Moura e Angelo de Sousa al padiglione portoghese nel Fondaco Marcello, che da solo merita una visita alla Biennale: arquitectura desassosegada. Tale concetto di desassossego è fondamentale per intendere aspetti tra i più significativi della cultura lusitana che si sono irradiati Cà Fora o Out Here e attraversano questa biennale. Il libro di Pessoa celebra questa inquietudine del viaggiarsi e del dislocarsi tra linee tra loro incompatibili dell’esperienza urbana. Da Lisboa a Venezia. Due grandi specchi si affacciano l’uno verso l’altro nella grande sala, solo che il riflesso del visitatore che si muove al suo interno è attratto - dopo un momento incerto - non da tale normalità specchiata, ma da diverse colonne anch’esse a specchio laterali alle storiche colonne di marmo. Su queste strisce di specchio si innalza un gioco di immagini che mi ha ricordato il celebre finale della Signora di Shangai di Orson Welles: la mia fisionomia parziale è ricomposta su prospettive inedite, che non appaiono credibili o normali, sono immagini di “un me” inquieto che non si capisce da dove arrivino, che producono inquietudine come nel transitare tra spazi metropolitani familiari che si scoprono improvvisamente alieni. Um desassossego permanente, dicono gli autori. E questa “riflessione” multipla e scomposta, perturbativa e inquieta, imprime il senso di un fora, un al di là, un oltre, che si sta sperimentando qua, here, proprio nel nostro vissuto quotidiano. Forse il problema è che tanti critici di una sinistra sonnolenta rifiutano il desassossego architettonico. Significherebbe mettere in discussione le proprie certezze il che per loro è inaccettabile. Questa sonnolenza surgelata a me dispiace e mi dà un senso di sconfitta, pur nel mio piacere di vivere l’inquietudine metropolitana…
Infine un accenno ad altri due padiglioni. Quello giapponese ha destato l’ironia dei critici-critici per i vasi di fiori antistanti l’entrata (come per le verdure nel padiglione Usa: ma che strani questi architetti…), mentre a me ha dato l’emozione di un padiglione vissuto non solo espositivo. Dentro, pareti bianche mostrano una poesia disegnata da mani sensibili alle foglie oltre che al cemento: qui piante ed edifici si accompagnano e si arricchiscono reciprocamente. Entrambi contengono potenzialità espressive che sono una fonte di esperienze verso l’oltre architettonico. L’experience design del giapponese artista-designer-architetto Takuya Onishi fa innalzare lo sguardo in miriadi di foglie, fiori, rami, case, esseri disegnati a matita su muri di carta-cemento che sbianca da tanta poeticità. Si renda omaggio, quindi, a Bletsky, all’arrivo di una visionaria architettura oltre se stessa e oltre l’insufficienza visibile agli occhi di tutti (tranne degli inguaribili miopi “palazzinari”) che nelle nostre facoltà inchioda spesso l’architettura al di qua di potenziali avventure costruttiviste. L’oltre architettonico è indisciplinato, dovrebbe essere chiaro a tutti e in tutte le “materie”: il fatto che una istituzione come la Biennale lo capisca prima di tanti “critici-critici” nostrani è inquietante. Essa annuncia quello che tutti sanno e che tanti dovrebbe desiderare: gli attraversamenti linguistici ovvero il transdisciplinare connesso col transurbanesimo. E’ stata per me una bella emozione leggere questa conclusione proprio nella sezione della coop Himmelb(l)au da cui è partita questa riflessione: è tempo di communicative city, di una metropoli comunicazionale che da tempo si è affacciata nei tanti scenari urbani e che sta mutando i nostri sguardi. Ma non una certa politica, per ora.
Ossi di seppia verniciati di verde, blu e rosso. Marcociarloassociati. Ed.Libria, 2008
E’ in libreria Marcociarloassociati. In un panorama pervaso da monografie imbottite, involucri di immagine, scatole di immagini dentro cui galleggiano parole e fotografie, questo libro appare strano.
Per fortuna – e non per caso – questo è un libro di un architetto e non su un architetto, attraverso il quale è possibile riflettere non sulle architetture, ma, attraverso alcune architetture, si può comprendere il taglio e la misura critica idonei ad esplorarne la carica poetica.
Il libro edito dalla Libria edizioni e’ un volume maneggevole, ma strutturato e sintetico; attraverso l’opera di Ciarlo, quella del passato e quella che, come auspica Giovanni Leoni, verrà in futuro secondo scala e contesto finalmente Internazionale, viene descritta una proposta ed una filosofia metodologica basata sull’esperienza progettuale come sintesi espressiva.
E’ un testo che, conoscendo la vasta produzione di Ciarloassociati, risulta chiaro essere il risultato di scelte convinte ma dolorose: forse già l’ermetismo della prima immmagine in copertina ne manifesta la caustica selezione.
Così si presenta l’esordio dei Ciarloassociati sulla scena editoriale monografica: pulito, minimo e accompagnato dalla cura scientifica di Giovanni Leoni e dal fraterno soffio introduttivo di Brunetto De Battè.
Il libro nasce come una selezionata rassegna di progetti – e quindi ne diventa inesorabilmente progetto - con la complicità del Curatore il quale ne indirizza le principali strade di lettura, costruendo un intelligente apparato critico a corredo di una raccolta di immagini filtrate dalle lenti di Alberto Piovano.
Ciarlo è un architetto che progetta, che distingue il suo operato dal diffuso intellettualismo di maniera di cui da molte generazioni questa professione è afflitta; tuttavia la sua è architettura colta, italica, eletta ma estremamente parca di citazioni.
Ciarlo è architetto del “fare progettando”, come dice De Battè, ma non della teorica rappresentazione di alcune realtà.
Ciò che emerge dalla rassegna di immagini è quanto la stratificazione dell’esperienza progettuale comporti quella matura consapevolezza del poter fare a meno delle palificazioni teoriche, dell’effimera esigenza di spiegare il progetto utilizzando pentagrammi alternativi alle immagini dell’architettura.
Leoni introduce due principi fondamentali, quelli del dialogo con la materia e del principio del montaggio, alludendo prima al rapporto tra il progetto ed il luogo, e poi alla giustapposizione costruttiva come espressione alta di antifiguratività dell’architettura. Tali elementi conducono la riflessione verso lidi lontani, verso le teorie di Noberg-Shultz (non a caso Ciarlo si è formato in un periodo in cui la Facoltà di Architettura di Genova rivolse forti interessi verso gli studi dello storico norvegese) e verso una delle poche (guarda caso) teorizzazioni di Carlo Scarpa.
Scarpa sostiene che una delle forze espressive dell’architettura consiste nel suo essere “arte puramente astratta”, che l’architettura non doveva cedere alla tentazione della metafora del tema o del luogo. Che una architettura non deve assumere la forma del contesto, bensì ne doveva assimilare le forze espressive divenendone elemento di dialogo accomodante o critico.
Giovanni Leoni nel suo testo accosta garbatamente il metodo di Ciarloassociati al discorso scarpiano, e la lezione che ne scaturisce è descritta dalla scelta delle immagini del libro; una lezione di chi crede che l’architettura sia un saggio di realismo cronopoetico (BDB), di chi intende che Architettura sia ciò che “funziona anche in bianco e nero”.
L’Architettura vera.
Alcuni lavori recenti di Ciarloassociati si distinguono per essere caratterizzati da interventi policromi particolarmente evidenti; forse, colorando le sue architetture, Ciarlo vuole sdrammatizzare le sue architetture.
Non crediamo di essere disposti a limitarci a ponderare solamente tale riduttiva interpretazione.
Ma, finchè le sue architetture “funzioneranno” anche in bianco e nero, saremo ancora a scrivere sulla assolutezza e perentoria serietà italica delle sue architetture.
Come dire: scrivere una riga in una poesia di Montale con font Mistral bold non ne cambierebbe la summa poetica.
M.C.R., Ottobre 2008
Marcociarloassociati.
a cura di Giovanni Leoni. Libria, 2008 € 14,00
SGRUNT a cura di Marco Maria Sambo
Dubai, oltre il futuro
«A Dubai il futuro è in costruzione e rientra di diritto nel sensazionale. La Manhattan degli Emirati Arabi è un miraggio diventato realtà: a partire dal celebre Burj Al Arab, l’hotel sotto il mare divenuto l’icona di Dubai nel mondo. La più sfrenata fantasia umana ha qui realizzato progetti ambiziosi: la pista da sci nel deserto, i giardini di Babilonia, lo shopping mall più grande del mondo, la torre più alta del mondo(…)».
Sembra quasi un testo di Architettura contemporanea. Sarete delusi: è semplicemente l’introduzione del Dubai-opuscolo di un assai famoso tour operator.
Noi, al contrario, vogliamo fare un salto nel passato e leggere alcune righe di un articolo apparso su “D” di Repubblica del Gennaio 2008: «Dubai. Nel Golfo i sogni sono fatti di sabbia e cielo, palme e cemento. Offrono vacanze ai turisti. Agli immigrati un lavoro. Da schiavi (…). Per chi guadagna 200 dollari al mese e vive sotto ricatto neanche il sogno più modesto ha diritto di cittadinanza(…). Una delle pratiche più diffuse tra i contractor di Dubai (…) è quella di sequestrare, o custodire, il passaporto dei dipendenti(…). “C’è stato un periodo in cui siamo rimasti senza nulla da mangiare”, racconta Mahmoud, un operaio rimasto senza stipendio per cinque mesi(…)» (da “Costruttori di illusioni” di Giovanni De Francesco, in “D-La Repubblica delle Donne”–Anno 13 n° 582 del 26 gennaio 2008).
Chissà cosa penserebbe il povero Mahmoud leggendo l’opuscolo del tour operator. Chissà…
(marco_sambo@yahoo.it)
MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi
Fucina.off a Spoleto
Offucina Eclectic Arts organizza dal 24 novembre all'8 dicembre 2008 alla Galleria civica d'arte di Spoleto, Fucina Off '08 Simposio sulle arti emergenti.
Una ricognizione delle direzioni in cui si muovono le arti performative contemporanee. Presenta il lavoro di artisti che esplorano e attraversano i confini tra varie discipline, riuscendo a far emergere percorsi e linguaggi nuovi ed originali. Spettacoli, laboratori, performances, concerti, film, installazioni audio/video, conferenze e dibattiti. Non solo una rassegna, piuttosto un contenitore di idee e pratiche interessanti intorno a tematiche relative alla produzione artistica contemporanea: programmazione creativa e sistemi interattivi; corpi e nuovi ambienti; comunicazione online; le nuove frontiere dell'arte; arte e società.
Singoli artisti, gruppi, professionisti, esperti e studenti di qualsiasi disciplina artistica e di qualsiasi provenienza, sono invitati a presentare delle proposte. La data di scadenza per la presentazione è il 30 ottobre 2008.
Informazioni: e-mail info@offucina.com, tel. 0743 222601 www.fucinaoff.net <http://www.fucinaoff.net>
Allestire & Installare nella città contemporanea
L’area didattica 3 (Architettura degli interni e Allestimento -AIA) della Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni” di Roma “La Sapienza” promuove due conferenze nel mese di Ottobre sul tema "Allestire & Installare nella città contemporanea".
Il fine dei due incontri è quello di favorire un confronto tra artisti (Fabrizio Plessi) e Architetti (Ico Migliore e Mara Servetto) che, attraverso linguaggi diversi, agiscono all’interno della città esistente, mettendo in scena un significativo confronto tra le ragioni del nuovo e le forme dell’esistente.
Conferenza di Fabrizio Plessi:
martedì 21 Ottobre, ore 16.
Tema della conferenza: “L’umanizzazione delle tecniche”.
Aula Magna della Prima Facoltà di Architettura "Ludovico Quaroni" di Roma "La Sapienza", piazza Borghese 9.
Introduce Lucio Altarelli.
Presenta Elisabetta Cristallini.
Conferenza di Ico Migliore e Mara Servetto.
mercoledì 29 Ottobre ", ore 16
Aula Magna della Prima Facoltà di Architettura "Ludovico Quaroni" di Roma "La Sapienza, piazza Borghese 9
Introduce Giorgio Di Giorgio.
Presenta Orazio Carpenzano.
AOC : Cultural Approaches
18 novembre – 6 dicembre 2008. Inaugurazione: martedì 18 novembre 2008. h. 18.00 Conferenza di Tom Coward & Daisy Froud presentata da Luigi Prestinenza Puglisi . Traduzione consecutiva h 19.30 Inaugurazione mostra. The British School at Rome, Via Gramsci 61
“AOC è impegnato ad esplorare ed arricchire la relazione fra voi e il complesso, caotico mondo che vi circonda… L’obiettivo di AOC è realizzare delle cose. Alcune di queste cose sono edifici. Non tutte, peraltro. Possiamo progettarvi una casa, scrivere per voi un libro o costruirvi una città. O progettarvi un libro, costruirvi una casa, e scrivere per voi una città.” AOC
Con la conferenza e la mostra “Cultural Approaches” dello studio londinese AOC, l’Accademia Britannica continua il ciclo di mostre e conferenze di architettura sul tema “Londra-Roma: Work in Process” .
La mostra presenta sette progetti (ognuno dei quali in forma di trittico), esposti negli spazi dell’accademia britannica in una serie di ‘wall drawings’ interattivi, diagrammi di lavoro e fotografie. Ciascun progetto mira a dimostrare come l’architettura dia il proprio contributo alla cultura dando forma a spazi d’esposizione, discussione e godimento, seguendo con estrema attenzione le indicazioni progettuali, creando forme comunicative e suggestive, facendo un uso dinamico dello spazio. AOC presenteranno anche alcuni film che documentano il loro lavoro.
Fra le opere in mostra: il Janet Summers’ Early Years Centre presso la Friars Primary School; il nuovo centro della Architecture Foundation, Lift; un progetto per la London Development Agency, un lavoro per la Royal Armouries Collection, Leeds; il Cheltenham Museum & Art Gallery e un progetto per Birnbeck Island.
AOC è uno studio che comprende architetti, urbanisti e interpreti, fondato nel 2003 da Tom Coward, Daisy Froud, Vincent Lacovara e Geoff Shearcroft. Caratteristica di AOC è un approccio interdisciplinare ed interattivo.
Come loro stessi dichiarano: “Interessati al modo in cui altre forze e fattori oltre agli architetti danno forma ai luoghi, siamo impegnati a realizzare progetti pienamente coinvolti e rispondenti al contesto – sociale, ambientale, politico – in cui vengono posti. Il nostro approccio ai progetti avviene attraverso un dialogo e una ricerca rigorosi, apprezzando ed valutando attentamente la partecipazione di altri soggetti ad ogni livello realizzativo – mentre definiamo le caratteristiche del progetto, durante la costruzione, e in tutta la fase di insediamento – nella convinzione che una discussione più ampia possibile porti ad un più ricco e più appropriato prodotto.”
AOC si è rapidamente affermato come uno degli studi più innovativi ed interessanti in Gran Bretagna. Nel 2005, tre anni dopo aver lasciato il Royal College of Art, hanno ottenuto il terzo posto nel concorso per la nuova sede londinese della Architecture Foundation, vinto da Zaha Hadid. Vincitori di numerosi premi in Gran Bretagna AOC presentano per la prima volta il loro lavoro in questa mostra all’Accademia Britannica di Roma. Quest’anno hanno partecipato alla sezione “Experimental Architecture” alla Biennale di Venezia.
Tra i più apprezzati progetti realizzati di recente dallo studio, che saranno presentati nella conferenza: il Janet Summers’ Early Years Centre presso la Friars Primary School e il Lift, uno spazio mobile concepito per realizzare delle performances. Specializzati in piani di rigenerazione urbana, AOC sta attualmente lavorando in questa direzione per il progetto di Elephant and Castle a Londra, un masterplan vincintore del concorso per 400 abitazioni nella Londra Sud, e a un gioco di rigenerazione urbana per Building Futures/RIBA e CABE.
L’evento alla British School at Rome, a cura di Marina Engel, fa parte del programma “London-Rome: Work in Process” curato da Marina Engel e Gabriele Mastrigli, ed è realizzato in collaborazione con l’Architecture Foundation di Londra e la PARC - Direzione generale per la qualità e la tutela del paesaggio, l'architettura e l'arte contemporanee del Ministero per i Beni e le Attività Culturali di Roma. Con il sostegno della John S. Cohen Foundation, del Bryan Guinness Charitable Trust e del British Council.
AOC- “Cultural Approaches”. Martedì 18 novembre 2008 h 18.00 Conferenza presentata da Luigi Prestinenza Puglisi, h 19.30 Inaugurazione mostra. The British School at Rome, Via Gramsci 61. Periodo: 18 novembre - 6 dicembre 2008. Orari: dal lunedi a sabato dalle 17.00 alle 19.30. Info: Tel. 06 3264939. Curatore: Marina Engel. Ufficio Stampa: Rosanna Tripaldi email: rostrip@hotmail.com; mob: 338.1965487
ALAD vince
ALAD (Architecture&Land Ambient Design), laboratorio della Prima Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano diretto da Maurizio Vogliazzo (staff in charge: Matteo Aimini, Elisabetta Bianchessi, Melania Bugiani, Gianmaria Sforza Fogliani, Maurizio Vogliazzo), ha vinto la quinta edizione della Biennale Europea del Paesaggio di Barcellona, sezione Scuole internazionali di architettura del paesaggio. Hanno preso parte alla Biennale una quarantina di Scuole di tutto il mondo, ed è la prima vittoria italiana. L'esposizione di tutti i lavori giungerà prossimamente in Italia.
Alla ricerca della qualita’. Aperte le iscrizioni al premio archiettura citta’ di Oderzo
Sette le sezioni tematiche per la segnalazione di opere significative di una progettazione consapevole e strategica del territorio, comprese le infrastrutture per l’intermodalità e la connessione del Nordest in scala europea. Il termine per la presentazione dei progetti è fissato al 31 ottobre
La partecipazione è aperta ad architetti e paesaggisti, ingegneri civili e ambientali, iscritti agli ordini professionali italiani o degli Stati della Unione europea o riconosciuti dall’UIA ed a Enti Pubblici (Comuni, Province, Regioni). Quest’anno, un invito particolare è rivolto agli amministratori locali e i sindaci dei comuni del Triveneto, perché segnalino le opere ed i progetti presenti nelle loro aree.
La giuria, presieduta da Carlo Magnani, rettore dell’Università IUAV di Venezia, è composta da Sebastiano Brandolini, Fulvio Irace, Francesco Prosperetti, Jordi Querol Piera, Vittorio Savi e per le sezioni infrastrutture e paesaggio sarà integrata da Agostino Cappelli e Carlo Olmo.
Il termine per la presentazione dei progetti è fissato entro il 31 ottobre 2008. La cerimonia di premiazione si terrà a Palazzo Foscolo a Oderzo a febbraio 2009.
Il bando è liberamente consultabile e scaricabile da:
http://www.premioarchitetturaoderzo.it
http://www.architetturaitalia.it
http://www.tv.archiworld.it
http://www.oderzocultura.it
M.Irene Vairo: L’architettura “piatta”
Un genere di architettura si sta consolidando e sta diffondendosi nelle nostre città, la si può definire con certezza architettura “piatta”, i suoi tratti distintivi sono i seguenti :
- il primo carattere che la contraddistingue è l’internazionalità
- il secondo è di tipo bio
- è solo razionalistica od empatica
- è quasi sempre di grandi dimensioni, anche quando non ce n’è bisogno e legata all’urbanistica.
- d’obbligo che sia firmata
Esaminiamo in dettaglio il tutto : il fatto che sia internazionale significa che deve avere dei caratteri che permettano di riconoscerla come tale in ogni Paese, ma ci chiediamo : una simile invasione indiscriminata non ci fa sembrare tutto uguale, allora che senso ha viaggiare e spostarsi da un luogo all’altro?
L’importanza della bioarchitettura è indiscutibile, nel senso della necessità di utilizzare materiali naturali, riutilizzabili con il minimo scarto e rispettosi dell’ambiente, cosa che sarebbe dovuta essere sempre così e di cui ci siamo accorti solo oggi, ma non è solo questo l’architettura, la sua sostanza come disciplina non è cambiata.
La scelta forzata di uno stile, quando ormai il concetto di stile è tramontato da secoli, mi sembra una mancanza d’idee e di possibilità di fare buona architettura, la scelta non è un a priori, ma ha origini dalle necessità del sito e del progetto e da questo si riconosce un buon architetto.
Per quanto riguarda le dimensioni la scelta, anche questa non ragionata, della grande dimensione, sacrifica la potenzialità del piccolo intervento di migliorare la città sia essa centro o periferia, quando la città è stata da sempre il luogo del grande e del piccolo, tra loro perfettamente rapportati in una città ben disegnata.
La necessità dei grandi marchi sta distruggendo la scelta di una buona architettura e di scelte ragionate per la città, anche perché spesso fatta senza discernere tra una firma e l’altra soprattutto tralasciando le risorse professionali locali.
arch. M.Irene Vairo
Felice Gualtieri: Portoghesi e Jean Nouvel già non esistono più
Non è contro di loro che mi accanisco, ma francamente ho già molta difficoltà a sostenere me stesso ed a cercare un rapporto con il mio quartiere. Poi mi sono abbuffato di monografie, ed ho fatto indigestione. Perché noi giovani d’oggi abbiamo sviluppato la tendenza, ad interpretare il mondo mediante gli occhi degli altri. E magari se qualcuno ci dice che quello che vediamo sono solo ombre, noi non ci crediamo, ma a differenza del mito platonico e chimicamente mutati da molecole di terza generazione, siamo tanto assuefatti e narcotizzati, che non ne riusciamo a fare a meno. Dobbiamo essere sinceri, in questo frangente della nostra storia, dobbiamo pur ammetterlo che siamo un po’ tutti tossicotici..
A me sembra che o non vogliamo o non riusciamo a “pensare più vero”. Per questo le scrivo di nuovo una lettera. Qui non si tratta di chi abbia ragione, ma da dove possa arrivare l’impulso, un impulso che trasformi le esili strutture delle gabbie di Bacon e le riconduca all’umano, o che quanto meno le riporti all’interno della nostra mente, come parte di noi stessi. Era forse questo il senso della sua arte?
Dobbiamo fare lo sforzo, come architetti e come persone soprattutto, di metterci da parte, nel senso di un ritorno nel seno della comunità, se ancora ne è rimasta qualcuna. Fondazione dal basso, partecipata e cosciente. Tra un po’ forse ce ne andremo e la gente imparerà a costruire i propri luoghi. Insegnare e trasmettere l’arte. Trattati di post-democrazia (visto che quella che conosciamo è davvero un grande bluff) Questo si richiede. E’ questo il compito di un vero politico, di chi dovrebbe detenere una buona sapienza?
I processi della metropoli sono ormai avviati da tempo. Non è importante cercare di capire. non siamo un po’ tutti stanchi delle solite cose?. Architettura l’hanno chiamata..bene.. e poi crollano i mercati. l’Islanda è in fallimento, e non è un gioco. E scioccante sentire dai giornali: L’islanda è in fallimento. Adesso a fine lettera vado a vedere quante persone ci abitano..
Mi sono chiesto che cosa fosse in realtà l’arte, e perché dovrei farla. Le dico sinceramente che ci vuole più fatica a distanziarsi dalla mentalità dominante sull’arte che a farla davvero. Io non faccio arte, io non sono un artista. Questa parola mi ricorda sempre più spesso la meschinità del signor Burns dei Simpson. Io sono un essere vivente. E’ l’impulso della vita. E’ l’impulso della conoscenza. E’ il mio -come- il tuo. Questo “come” è davvero stupefacente. Pone una vicinanza. Pone una carezza, e come una ventata di aria fresca..
Dove c’è una costruzione lì c’è un architetto?. è questa la domanda. Dove c’è un luogo allora lì cosa c’è?
E’ nel contatto diretto che si rivela il –come-.
Adesso vi faccio ascoltare cosa gira nella mente di uno studente prossimo alla laurea:
Concorsi, concorsi e concorsi.. Progetta e trova il tuo stile..
Poi guarda bene cosa mangi. E se poco ti ricordi di altre cosa allora è fatta.
Una buona monografia è quello che ci vuole per fondare una memoria. E la storia se ne va. Apriti uno studio, vai a New York,e magari se fortunatamente hai sufficiente denaro, impara. Impara a lavorare 50 ore al giorno e in metropolitana dimenticati del sole. Distanziati sempre di più dalla gente, dalla strada. Vestiti di nero come Fuksas. E se porti gli occhiali (su questo però ho dei dubbi) magari acquisti qualche punto (solo se la montatura è rettangolare!!) Anzi dimenticati di te stesso. Dimenticati dell’amicizia. Dimenticati della partecipazione. Dimenticati che sei un architetto. è soprattutto scopri il tuo stile.
Stile, stile , stile. Differenziati, centralizza e salta, corri, non c’è tempo di guardarti intorno, non cè tempo per riflettere (il senso di questa parola mi da l’immagine di un rispecchiare il cosmo)!.
La radice non l’ha sradicata il movimento moderno, la radice l’abbiamo sradicata io e te. Ma ora non fartene una colpa. 500 milioni di miliardi è costruiamo una nuova torre di babele. poi vedi se li trovi. Magari con un bel finanziamento a prestito e a tasso variabile.
Forse Mumford aveva ragione, peccato che Soleri si sia ritirato, e Constant che ha troppo generalizzato.
ci vorrebbe un Soleri-Constant, con lo spirito di un Mumford. E v-come vendetta. l’ultima ingrediente dell’alchimia del terzo millennio.
Islanda:299.000 abitanti!
Felice Gualtieri
Gerardo Mazziotti: Un grattacielo alto un miglio
Quando nell’ottobre 2002 venne bandito il concorso internazione per la ricostruzione di “ ground zero”, il luogo dove sorgevano le due torri gemelle di Yamasaki crollate l’11 settembre dell’anno prima, decisi di parteciparvi. Volevo ribadire la mia ammirazione dei grattacieli che non considero affatto “ un gesto architettonico sconsiderato e un demenziale atto di superbia dell’uomo”. Lo era la Torre di Babele, descritta nell’episodio della Genesi come aspirazione degli uomini di raggiungere Dio, ma che Dio punì col confondere le loro lingue. Ma non lo erano le 72 torri, ridotte oggi a 14, che le ricche famiglie di San Gimignano eressero intorno al 1300 in una competizione a chi raggiungesse l’altezza da capogiro di 50 metri e che conferiscono alla cittadina toscana uno skyline che ne giustifica la fama di “Manhattan del medioevo”. Trovo mirabili il celeberrimo Seagram Building realizzato da Mies van Der Rohe a New York (una spilla di Cartier di fronte alla bijoutteria che caratterizza i grattacieli sparsi successivamente in mezzo mondo ) e i “ grattacieli cartesiani” ideati da LeCorbusier per la sua “ la ville radieuse”. E più stupefacente trovo il famoso “Illinois”, il grattacielo alto un miglio, un’altezza vertiginosa di 1609 metri, pensato da Frank Lloyd Wright per Broadacre, la sua città ideale. Ha scritto Bruno Zevi: "Con dieci Illinois si può radere al suolo l’intera isola di Manhattan. Utopie ? Niente affatto. L'Illinois è una proposta così ben fatta che potrebbe non sembrare una provocazione. Wright ha studiato nei minimi dettagli la sua "Città cielo" di 528 piani. Ecco alcuni dettagli: 130'000 abitanti, 76 ascensori ad energia atomica, 15'000 posteggi, terrazze per 150 elicotteri, membrature in alluminio e acciaio inossidabile, fondazione antisismica a radice rastremata “. Perciò scrissi alla LMDC ( Lower Manhattan Development Corporation) che non mi sembrava il caso di chiedere agli architetti di tutto il mondo di proporre i loro grattacieli. Il progetto c’era già. Dal 1956. Bastava inverare il sogno del più grande architetto americano di tutti i tempi. E inviai una simulazione dello skyline di New York con “l’Illinois” in mezzo ai piccoli grattacieli di Manhattan. Mi rispose il 3 gennaio 2003 mister Kevin M. Rampe, Executive Vice President and General Counsel della LMDC, per dirmi che la proposta era apprezzabile ma che, per essere presa in considerazione in sede di concorso, avrei dovuto allegare la disponibilità della Fondazione Wright di Taliesin. Risposi che era più facile a loro che non a me ottenerla. E non ne seppi più nulla. Al concorso hanno partecipato 407 studi di architettura e lo ha vinto, tra mille polemiche, Daniel Libeskind con una proposta di quattro banali grattacieli in acciaio e vetro. Mi ha perciò favorevolmente sorpreso lo skyline di Manhattan con l’inserimento di un grattacielo alto un miglio, pubblicato sul Corriere della Sera del 2 ottobre scorso, dovuto al noto ing. Leslie E. Robertson, uno dei progettisti del World Trade Center di New York. La stessa simulazione da me proposta nel 2002. Sostiene l’ing. Robertson che “ che non c’è nessun problema a costruire un grattacielo altro 1600 metri, la tecnologia di cui disponiamo ce lo permette (…) il vento è un fattore che si controlla facilmente con l’aggiunta di pesi specifici ai piani alti e con una struttura che sappia assorbire le oscillazioni già alla base; anche per i terremoti la tecnologia è molto più avanti di quanto si possa credere (…) la nuova generazione di ascensori a doppio ponte consente di ridurre i tempi di spostamento grazie a macchine programmabili via computer: cabine che riconoscono il passeggero e sanno già a quale piano portarlo (…) il futuro dell’uomo è a un miglio di altezza “. Sono portato a pensare che, nella sua tomba, Frank Lloyd Wright abbia qualche motivo in più per godersela. GERARDO MAZZIOTTI
Benedetta Stoppioni: L’abito di piume [2]
“La cappella sull’acqua sorge su un terreno pianeggiante tra le montagne dell’isola di Hokkaido. […] L’acqua, che forma un lago artificiale di 90 per 45 metri, proviene da un fiume che scorre nei pressi e che è stato deviato. La profondità del lago è stata calcolata con cura affinché la superficie dell’acqua venga mossa dal vento ad anche una brezza leggera possa incresparla. Due quadrati sovrapposti in pianta, l’uno di 10 metri, l’altro di 15, fronteggiano il lago; addossato ad essi vi è un muro libero in calcestruzzo dall’andamento ad L. Passeggiando all’esterno lungo muro non è possibile vedere il lago, che appare solo allorché, compiendo un’inversione di 180°, si attraversa un’apertura inserita alla fine della muratura. Osservando il lago si sale un leggero declivio e si raggiunge un’area di ingresso limitata sui quattro lati da vetrate. Questa scatola di luce esibisce al sole quattro croci separate che formano la struttura. Qui ci si trova immersi nella luce naturale, che con la sua intensità rende evidente la solennità del luogo, e da qui si scende attraverso una scala ricurva e oscura fino alla cappella. Da questo punto si gode la vista del lago, in mezzo al quale sorge una croce. Una sola linea separa la terra dal cielo, il mondo profano da quello sacro. La parete vetrata che fronteggia il lago può scorrere sino a scomparire completamente al fine di consentire il rapporto diretto con la natura, di udire lo stormire delle foglie, il suono dell’acqua, il canto degli uccelli, di percepire così per contrasto il silenzio che avvolge il tutto. Immersi nella natura ci si confronta con se stessi, mentre il paesaggio che l’architettura inquadra muta ad ogni istante. Progettando diverse cappelle ho avuto modo di pensare alla natura dello spazio sacro e mi sono chiesto cosa questo spazio rappresenti per me. In Occidente lo spazio sacro è trascendente, mentre ritengo che in qualche modo esso debba venire posto in relazione con la natura […] Io penso alla natura non come a quello che è di per sé; la natura alla quale lo spazio sacro deve rapportarsi è quella trasformata dall’uomo, in una certa misura trasformata architettonicamente. Credo infatti che quando la vegetazione, la luce, l’acqua o il vento vengono separati dalla natura e manipolati secondo la volontà umana, allora acquistano una valenza sacra.” (T. Ando, From the Chapel on the Water to the Chapel with the Light, in “The Japan Architect”, n. 386, giugno 1989.)
Acqua. Luce. Buio. Luce. Acqua. Questo è il percorso catartico che si trova ad intraprendere chi discende alla Cappella e che permette di immergersi nella parte più profonda di Sé.
“Forse all’inizio ci sentiamo fisicamente oppressi dal cemento grezzo e dal suo messaggio di forza rude nelle pareti nude. Poi, pian piano, notiamo i morbidi riflessi di luci e ombre, il leggero spirare della brezza lungo la superficie del cemento, e i muri iniziano a narrare della tranquillità di esistere. Della gentile, ma crudele natura del tempo […], questo tempo che uniforma tutto con crudele equità.” (M. Furuyama (a cura di), Tadao Ando, Bologna 2000.)
muri in cemento armato riflettono il vero Io. L’architettura, poi, però fa andare oltre. La cella si apre. Ed ecco l’acqua che sfonda attraverso il vetro le pareti: quella materia che aveva consentito l’intimo dialogo con il Sé svanisce e diventa contatto con la Natura. Proprio in mezzo al laghetto, di fronte alla vetrata, emerge dall’acqua una croce. Come i torii davanti ai templi Shintō riconferma la natura quale deposito della sacralità, ma rimanda anche alla tradizione cristiana. Il Golgota è fuori, la Croce è fuori. La Chiesa l’ha portata dentro e così ha creato l’abside per celebrarla, artificio di vetro, luogo della luce che va a ricercare un contatto con l’esterno. Si potrebbe dire con il divino…
La croce diventa qui il definitivo punto di contatto tra l’individuo, nella cappella e la divinità nella natura, di cui l’uomo è parte e tutto insieme.
L’acqua funziona contemporaneamente da elemento di contatto con il divino e da agente purificatore per accedervi. Nella tradizione giapponese questo processo corrisponde al misogi, il rito scintoista dell’abluzione attraverso il quale si attribuisce all’acqua il potere di rimuovere ogni profanazione, sia fisica, sia spirituale. Poiché le leggi Shintō conferiscono un grande valore al concetto di purezza, l’atto di purificazione del corpo acquista un’enorme importanza e viene eseguito prima dell’inizio di ogni cerimonia.
Secondo la tradizione, la nascita del rito del misogi è legata alla figura di Izanagi no Mikoto. Izanagi discese nel mondo dell’aldilà in cerca della moglie deceduta. Al suo ritorno si recò sulle sponde di un fiume e si lavò di tutte le impurità derivate dal contatto con la decadenza e la morte.
L’acqua tuttavia racchiude in sé altri significati e simbolismi, strettamente connessi al concetto di shizen, vocabolo che viene tradotto con il termine “natura”, ma che etimologicamente corrisponde ad una forza autoreferenziale di accrescimento e sviluppo e a tutto ciò che si produce come risultato di essa. Il termine esprime un modo di essere piuttosto che affermare l’esistenza di un ordine a-priori che tutto legifera.
Secondo l’antica mitologia del Nihon shoki, i primi figli della coppia primordiale Izanagi e Izanami non furono né dei, né uomini, bensì isole e montagne. L’essere umano, quindi, da sempre, non è considerato superiore o in opposizione rispetto alla natura, come nel pensiero occidentale, la sua vita è imbevuta di natura. Soggetto ed oggetto, interno ed esterno risultano fusi in un’unica realtà, fatto questo che spiega – ad esempio – il costante riferimento nella poesia agli elementi naturali, come anche le forme espressive assunte dalla pittura o l’assenza – nella casa tradizionale giapponese – del concetto di interno ed esterno e, conseguentemente, di ogni tipo di delimitazione tra di essi.
Il Tutto così costituitosi elude a qualsiasi legge conformativa e, basandosi unicamente su quella di causa-effetto, è sottoposto ad un costante e perenne cambiamento: ogni fenomeno è impermanente. L’ effimera bellezza che si manifesta nella natura e nella vita di ogni essere umano viene assunta a modello estetico. E’ grazia, eleganza e gentile malinconia. La bellezza dell’impermanenza. E la sensibilità di quel cuore capace di afferrarla e apprezzarla. Una forza avvolgente, tenace, lieve ma costante che si traduce in “arte mite”.
“Da tempi immemorabili essa ha per archetipo l’acqua, che sempre cede e mai recede, così che Lao-tzu può dire saggiamente che la giusta via è simile all’acqua, che adeguandosi a tutto, a tutto è adatta.” (E. Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco, trad. it. di G. Bemporad, Milano 1975; ediz. or.: Zen in der Kunst des Bogenschiessens, 1948.)
Di questo universo che perennemente scorre, l’acqua diviene un simbolo, un ponte per accedere allo spirituale che è insito in ogni individuo, una scorciatoia si potrebbe dire. Proprio per questo viene così frequentemente utilizzata come elemento delle architetture sacre. Non è scelta estetica. Non è semplice invenzione, capriccio del momento. E’ fortemente ancorata ad uno scenario che si è sedimentato nei millenni, attinge alla cultura ed alla sensibilità di un popolo. E’ in qualche modo una necessità.
“Per i giapponesi, l’acqua non è avvertita soltanto come presenza fisica, ma anche come fattore spirituale. Per esempio esiste un modo di dire secondo cui si può dimenticare il passato gettandolo nell’acqua. L’impiego dell’acqua nella mia architettura fa dunque parte del tentativo di inserire una dimensione spirituale, direttamente connessa al pensiero ed alla tradizione giapponesi.”( T. Ando, From the Chapel on the Water to the Chapel with the Light, in “The Japan Architect”, n. 386, giugno 1989.)
Così la Cappella di Ando, con il suo percorso di purificazione, l’utilizzo degli elementi naturali - come il riferimento ai suoni del paesaggio circostante, la luce, anche il cemento armato lasciato grezzo su cui si intuiscono le nervature del legno della cassaforma - ed in particolar modo l’inserimento dell’acqua come componente fondamentale del progetto, ci possono ora apparire come strumenti necessari per quel “viaggio spirituale” che dovrebbe essere il fine di ogni edificio religioso. Per entrare in contatto con il Sé che è il Tutto. Per scendere in profondità e contemporaneamente elevarsi in alto. Per indossare l’abito di piume che le donne-angelo vestono quando volano fra il mondo terreno e l’aldilà.
“Semplicemente fissando la corrente del fiume, senza bisogno di fare nient’altro, ho l’impressione di uscirne arricchita. Tutto quello che mi riesce di vedere sulle sue rive trasmette energia al mio corpo e alla mia anima e avverto la sensazione fisica di ricaricarmi. I sassi, il colore del cielo, le luci delle case, le auto e le altre cose in lontananza, il vigore delle attività umane, il colore dell’erba, le piccole creature viventi, le nuvole enormi che si rincorrono all’orizzonte, quel suono flebile che risuona nelle orecchie…forse tutti quelli che come me in qualsiasi angolo della Terra riescono a trarre dall’ambiente quel tipo di conforto, speciale e ordinario insieme, si rendono conto di vivere questo mondo.” (B. Yoshimoto, L’abito di piume, Milano 2005.)
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