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Il cancro della napoletanità

LPP 25/Jun/2008 17:33:03
Il cancro della napoletanità
di F.F. Buonfantino
 
Siamo tristemente tornati su tutte le pagine dei giornali.
Le migliori penne vengono inviate a Napoli  per raccontare di spazzatura, violenza, droga, dei bunker di Scampia. Sono cronache dure che riescono a rendere il dramma di una città che sta digerendo se stessa, intrise di un legittimo pessimismo che non lascia speranza.
Si torna a chiedersi chi abbia condannato Napoli. La politica che non ha approfittato delle tante leggi speciali per permettere l’arricchimento dei pochi o la classe borghese, mai nata dopo che il 1799 ne ha cancellato le basi.
Borghesia quindi di facciata, fatta di piccoli uomini preoccupati dei bassi accadimenti della propria esistenza. La ormai estinta classe operaia incapace di rivendicare altro che non si un salario migliore, impossibilitata a sognare le utopie che hanno costituito la parte migliore dei molti movimenti operai degli scorsi decenni.
I tanti raggruppamenti di destra o di sinistra, che raccolgono i disoccupati preoccupati soltanto di perpetuare la logica del salario garantito da corsi di formazione a sovvenzione pubblica. Il Clero che non ha avuto il coraggio di denunciare, sino in fondo, le caste, le clientele dei tanti che stavano e stanno sbranando la città. Gli intellettuali e gli accademici chiusi nelle loro assisi e rettorati ciechi al putridume che dilaga, preoccupati solo di perpetuare il sistema di privilegi, di clientele, di baronie che li sostiene.
Ma allora di chi è la colpa? Possibile che nessuno abbia responsabilità? Occorrerebbe soltanto un senso civico comune capace di arginare la sciatteria dell’approssimazione che genera danni e violenza ed, al contempo, occorre divenire motore del recupero di chi vuole reinserirsi in un contesto di civiltà e legalità.
Per individuare le responsabilità di tutto il marcio che viviamo è necessario guardare al problema da una prospettiva diversa, bisogna cercare di individuare il minimo comune denominatore di questa cultura del marcio e della fatiscenza. Si deve individuare ciò che unisce politici e disoccupati organizzati, clero ed operai, borghesi ed intellettuali. Probabilmente il cuore del problema è proprio quella napoletanità, tanto cara a partenopei e non, che spesso è utilizzata dai cronisti per stemperare, per rendere meno crude, le storie di questi giorni. È quell’insieme di spirito di sopportazione, furbizia, capacità di prevaricazione, mancanza di senso civico, umorismo che consente al napoletano di sopravvivere. Ma è la napoletanità intesa come senso della pittoresca rassegnazione che condanna queste città a nutrirsi del suo marciume, una napoletanità che impedisce al cittadino di comprendere quali siano i propri diritti, che giustifica le negligenze e le latitanze dei molti che, di fatto, impediscono il normale funzionamento di una città. Ma soltanto se si osserva io fenomeno dall’interno è possibile comprendere quanto sia dannosa la “napoletanità”. Solo chi vive questa città sino in fondo è capace di comprendere il fraintendimento. Soltanto i napoletani possono scrollarsi da questo fardello. È la “napoletanità” che arresta ogni tentativo di rinascita, che blocca in una melma burocratica ogni iniziativa. La classe dirigente napoletana ha tentato, ad onor del vero, molte iniziative che nella quasi totalità dei casi sono state fermate o rallentate dalla napoletanità di oscuri burocrati di secondo livello.
Alcuni esempi sono sintomatici: il sindaco finalmente si riappropria dell’ex circolo della stampa nella villa comunale e dopo sette anni la macchina burocratica non è riuscita a completare semplici lavori di restauro. Dopo dodici anni l’amministrazione comunale riesce a bandire un concorso internazionale per Bagnoli che viene annullato dalla «napoletanità» di una commissione che ha ritenuto incapaci di produrre un progetto anonimo alcuni tra i più quotati studi di progettazione del mondo. Come questi ci sono centinaia di altri esempi che narrano dell’incapacità, tutta napoletana, di lavorare tutti assieme per un obiettivo. Della volontà, talvolta palese, spesso inconscia, di bloccare le iniziative di chi è più in alto nella catena delle decisioni. Perché, sostanzialmente, per la “napoletanità” meno si fa è meglio è.
Intanto per risolvere l’impasse della criminalità è necessario un progetto comune forte, capace di coinvolgere tutta la cittadinanza. Ma un programma di questo tipo è in antitesi con l’essenza della “napoletanità”. Occorrerebbe lavorare attorno ad un progetto che da una parte sia capace di raccogliere le energie del massimo numero di persone e dall’altra si porga quale esempio per i ragazzi tentati dalla delinquenza e dalla camorra. È per questo importante cominciare ad additare chi della “napoletanità” si fa un vanto, è necessario fare quadrato attorno a chi vuole fare ed al contempo denunciare chi fa del negare ogni iniziativa altrui fa il proprio mestiere. È necessario modificare, nel tempo, il concetto di “napoletanità”. Non più sinonimo di paralisi e di individualismo, di furbizia e di menefreghismo ma di spirito civico ed altruismo, di intelligenza e voglia di rinascita.
FFB