FLASH di Marcello del Campo
Qualità Italia
Si vocifera che la Parc, per copiare il modello francese, si chiamerà Sarc
IN EVIDENZA
Curtis, Stoppioni, Piroddi, Vairo, Cogliandro, Giorgini, Marrone, Pezzini, Jongstra, Genovese, Marrone, Pezzini
- Nella NOTIZIA DELLA SETTIMANA William J.R. Curtis ci parla brevemente di una sua prossima conferenza a Venezia
- Nella rubrica DOCUMENTI Elio Piroddi interviene su: Quale futuro per l’architettura dell’ipermodernità?
- Nella rubrica INTERMEZZO Edoardo Alamaro ci parla di: Sgomorriamoci: dopo il naufragio della Modernità a Napoli
- Nella rubrica RECENSIONI E COMMENTI un articolo di Benedetta Stoppioni: L’appartamento privato (About Private Flat #3)
- Nella rubrica LETTERE Irene Vairo: Poche riflessioni sul rapporto arte - architettura. Domenico Cogliandro risponde a Vittorio Giorgini
- Nella rubrica TESTIMONIANZE cinque parole di Marco Genovese
- Nella rubrica INTERVISTE Maria Elena Fauci intervista Claudy Jongstra
- Nella rubrica ALLEGATI, l’introduzione del libro Linguaggi della città curato da Gianfranco Marrone ed Isabella Pezzini e recentemente edito da Meltemi
LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA
Lecture Announcement : William J. R. Curtis
Venice 26/06/2008 15hrs
William J. R. Curtis, 'modern Architecture, Mexican Realities: Teodoro Gonzalez De Leon' (UIA Gold Medal 2008) Thursday 26 June, 1500 hrs. IAUV Scuola di dottorat Palazzo Badoer, aula Tafuri, San Polo, 2468 Venezia, tel +39 (0)41 2571787/1865, infodottorato@iuav.it, www.iauv.it/scuoladidottorato
This lecture will consider the overall contribution of Teodoro Gonzalez de Leon to the discipline of architecture. It will concentrate upon central themes of his work: his search for a republican monumentality, his development of a sculptural language in reinforced concrete, his reading of the metropolis, his transformations from Le Corbusier and Cubism, his fusion of modern and ancient sources, his interpretation of Mexican conditions and the national 'imaginaire', his integration of local and universal qualities.
In his book L'Architettura moderna dal 1900 (Phaidon 2006) Curtis writes:
« In America Latina la reinterpretazione della tradizione all interno del moderno assunse diverse forme...l'architetto messicano Teodoro Gonzalez de Leon svillupo un linguaggio per importanti commesse instituzionali, utilizando grandi portali, schermi e pergole in cemento grezzo, quasi bocciardato...Gonzalez de Leon riassumeva la sua posizione come 'un continuo interesse nel « tradure » il linguaggio del Movimiento Moderno internazionale in un réalta locale ».
In his Introduction to Obra Completa/ Complete Works: Teodoro Gonzalez de Leon
(Aruine+RM, Mexico, 2004, editor Miquel Adria) Curtis writes:
« To understand Teodoro Gonzalez de Leon it is necessary to come to terms with both the dissemination and absorption of models of modernity, and a particular reading of Mexican conditions including climate, landscape, technology, urbanization, political structures and a variety of traditions in the visual arts....Gonzalez de Leon's architecture is bound up with the growth of the modern Mexican metropolis, with Mexico City in particular. Many of his commissions have been in the public sector for buildings of large size. He has felt the need to give institutions a certain monumental presence and dignified representation in the cityscape, an appropriate rhetoric and sense of grandeur...His architecture gives shape to the aspirations of a society undergoing rapid change and seeking an appropriate place for the past in its collective identity. It in turn makes a major contribution to global architectural culture of the late twentieth century. »
Teodoro Gonzalez de Leon will receive the UIA Gold Medal in Turin on 2nd July 2008 as part of the 23rd UIA Congress. For some general information about the Award, the Citation and a short Biography of the architect, see the main UIA website http://www.uia-architectes.org/texte/england/PRIZE/GOLD2008/2or2008.html
Unfortunately at the moment of writing the website specific to the Congress in Turin does not even mention Teodoro Gonzalez de Leon: neither the Gold Medal nor the time and place of the Award! It is to be hoped that this scandalous situation will be rectified as soon as possible.
William J. R. Curtis
L’OPINIONE
Azzerata la Parc?
Chi avremo alla guida della Parc, dopo la Carla Di Francesco?
Una proposta ci permettiamo di avanzarla: un personaggio esterno alla struttura. Chiunque sia, anche Sgarbi, anche Celentano, anche Grillo, anche il più delirante incompetente ma, per cortesia, risparmiateci un grigio burocrate.
CARTOLINE di Renato Nicolini
Cartolina Forza Muratore
Circola il nome di Giorgio Muratore come uno dei cinque saggi che verranno incaricati di decidere la questione del megaparcheggio sotto il Pincio, giustamente avversato da Italia Nostra (e non solo). Di questo caso mi piace il metodo – intervenire prima dell’inizio dei lavori – oltre che la sostanza, bloccare la muscolare esibizione di potenza ingegneresca, che eludeva con la grande opera lo studio di come proteggere il centro di Roma dal traffico. Un grande garage, mettendo a rischio la stabilità del Pincio, forse non farà vedere le macchine parcheggiate, ma sicuramente aumenterà il traffico. Forza Giorgio, fai la cosa giusta!
Cartolina Le Regole del Gioco
L’Ara Pacis di Meier “non mi piace”, come diceva quel personaggio di Natale in casa Cupiello a proposito del presepe. Mi piacciono ancora meno, però, le “limatine” di Alemanno. Si riprende la tradizione: Rutelli ha incaricato (senza concorso) Meier di costruire, Alemanno (sempre senza concorso) Manfredi Nicoletti di limare – al costo di “soli” 500.000 euro. Il concorso che c’è stato tra l’una e l’altra decisione sindacale è stato chiaramente un incidente – nello stile del film di Losey, non di Adolf Loos. Ed è sicuramente cosa da pazzi parlare del “diritto d’autore” in architettura.
FOCUS SU… di Diego Caramma
Libro prezioso con nota stonata
Da parte dell’Archivio Cattaneo è stato recentemente pubblicato un volumetto molto prezioso, che raccoglie gli interventi di Bruno Zevi sull’opera di Cesare Cattaneo apparsi nel corso del 1961 in sei numeri consecutivi de “L’architettura – cronache e storia”. Agli interventi critici sono stati aggiunti una selezione di immagini e disegni conservati nell’archivio di Cernobbio, la biografia di Zevi (curata da Maria Spina), quella di Cattaneo (curata da Maddalena Cavadini), e un brevissimo estratto da Giovanni e Giuseppe. Dialoghi di architettura (un saggio scritto proprio da Cattaneo, uscito originariamente nel 1941 e riproposto nel ’93 per i tipi della Jaca Book), accolto nel numero 90, anno 1963, de “L’architettura”, e cioè due anni dopo l’apparizione dei sei fascicoli dedicati alla figura dell’architetto comasco morto a soli 31 anni. L’introduzione al volume è di Chiara Ristagno.
Qual è la nota stonata presente nel volume? La dedica a Livio Vacchini, il detrattore di Bruno Zevi e il patrocinatore, attraverso le ultime realizzazioni, di un deteriore monumentalismo. Ovvero colui che, nel momento in cui Zevi fu interpellato per dare un giudizio nei confronti della famigerata riproduzione del San Carlino ligneo esposta sul lungolago luganese, scrisse una lettera aperta in difesa dell’ideatore di quello scempio. La lettera, a mio giudizio vuota di contenuti, fra altre cose riportava: “Caro Mario, la complessità della problematica posta dal tuo San Carlino rende dura la vita alla critica seria e genera numerose reazioni che con la critica architettonica non hanno a che vedere. È l’originalità dell’opera stessa a creare questa situazione e direi che questo è il destino di ogni edificio di valore. L’intervento di Bruno Zevi invece è diverso sia per la sua rozzezza e la sua arroganza e non tocca solo te ma tutti noi”. E dopo aver messo nella bocca di Zevi ciò che egli non avrebbe mai detto né scritto, concludeva: “Certo, di fronte a tanta ignoranza non ci si dovrebbe scomodare, bisognerebbe avere maggiore rispetto per un uomo così in là con gli anni. Ma non posso trattenermi dall’esprimerti la mia solidarietà e dal prendere le distanze da questa filosofia che mi ricorda gli squadroni e l’olio di ricino. Tuo Livio”.
L’8 novembre del ’99, poco prima di morire, Zevi prendeva atto di quella lettera e, in uno degli ultimi scambi epistolari, scriveva: “Davvero, la lettera di Vacchini è vuota e pietosa. Si sente ‘toccato’. Proprio quello che volevo: ‘toccare’ tutti i ticinesi come lui. E, temo, sono molti. Bisognava ‘toccare’. La ringrazio per avermene dato l’occasione. Mi sento ‘così in qua’ con gli anni, a confronto dei nati-decrepiti come Vacchini. A presto. Viva il liberalsocialismo!”.
Tutto ciò nulla toglie all’importanza dell’iniziativa dell’Archivio Cattaneo, cui riconosciamo ogni merito e valore. Dice però molto su due figure che stanno agli antipodi, e costringe a prenderne atto. Vi sono invero abiti mentali e comportamentali che, proprio per la distanza abissale che li caratterizza, oseremmo dire per la differente carica etica da cui sono informati, risultano irrimediabilmente inconciliabili. E sono differenze su cui non è dato sorvolare, e che proprio per questo non vanno taciute.
DOCUMENTI
Quale futuro per l’architettura dell’ipermodernità?
Un’ondata gigantesca di investimenti immobiliari si sta abbattendo sul “pianeta urbano”. Dall’Asia orientale, agli Stati Uniti, non esclusa la vecchia Europa. (per i riferimenti v. News)
Poiché l’esito finale, visibile e tangibile, di questo fenomeno è l’architettura, alcuni media se la prendono con gli architetti e, in particolare, con le “archistar”, accusandoli di asservimento al sistema di potere. Ma non sembra, questa, una grande novità, posto che il connubio tra architettura e potere è storicamente dimostrabile. E non sembra nuova neppure la figura dell’archistar se è vero, per es., che “Bernini era un instancabile promotore di se stesso, una celebrità ricercata da papi e principi” (Ouroussof).
Che poi la qualità dell’architettura prodotta dal “sistema” sia sempre e soltanto un brand autopromozionale è una banale generalizzazione. Le architetture si giudicano una alla volta. La grande architettura ha sempre”stupito”, ha sempre fatto tendenza: per la qualità della sua proposta spaziale, per la novità del linguaggio, per l’innovazione tecnica; e su tali basi va giudicata anche oggi. Ma essa era anche un “avvenimento”, occupava un posto speciale nella città; era letteralmente “eccezionale”. Oggi, spesso, lo stupore è fine a se stesso, l’originalità si riduce ad una “trovata”, l’eccezione diventa la regola. Qui semmai sta la differenza tra ieri e oggi.
Anche l’eclettismo “senza vergogna” (Kennicot) e la vituperata “omologazione” non sono fenomeni nuovi nella storia. L’ibridazione è millenaria. E’ del tutto naturale che dove non ci sono modelli autoctoni applicabili essi vengano importati e trapiantati. Semmai la novità è che l’eclettismo è diventato un passepartout per vendere simulacri (Dubai,“un incrocio tra Speer e Disney sulle coste dell’Arabia”, Davis) e l’omologazione è il risultato della fungibilità dei luoghi. Questo è dovuto alla volatilità dei capitali finanziari che atterrano dove e quando vogliono (più facilmente in regimi monocratici ma non solo). Gli architetti, per quando grandi, contano troppo poco per cambiare le cose.
A questo proposito alcuni studiosi avvertono che l’architettura è la punta di un iceberg che affonda nel turbocapitalismo e nelle profonde faglie tra ricchezza di pochi e povertà di molti. Questa è una delle questioni di fondo. Anche perché poveri e ricchi vivono nelle stesse città che vengono costruite dai poveri per i ricchi (v. Dubai) o perché i poveri vengono traslocati per far posto ai ricchi. E questo, alla lunga, sarà insopportabile.
Un’altra questione è la decadenza dell’edilizia pubblica. Per esempio a New York, dove il Design Excellence Program si è esaurito, o a Roma, dove quelle che dovrebbero essere le nuove centralità urbane vengono alimentate da grandi centri commerciali; non meno che a Dubai, dove lo spazio pubblico viene sostituito da spazio “per il pubblico” (Carta).
La madre di tutte le questioni poi è che la chiave delle trasformazioni urbane, anche quando sembra ancora controllata dai pubblici poteri (non importa se mono- o demo-cratici), in realtà è passata nelle mani delle multinazionali dell’iperconsumo, che, attraverso la promozione della propria immagine, ricercano profitto allo stato puro. Le altre variabili (opere pubbliche, cultura, tempo libero, welfare) dipendono da quella principale.
Da questo stato delle cose nasce una domanda, che qui esponiamo in forma supersintetica.
Poiché il capitalismo non potrà “più continuare ad inseguire esclusivamente il profitto”, pena la “distruzione della Terra” (Galimberti da Sever), e poiché, dunque, la meccanica socio-economica mondiale è destinata a cambiare in tempi non lunghissimi, mentre le forme urbane che questo capitalismo costruisce sono destinate a durare per secoli, quali saranno le conseguenze dell’inevitabile “sfasatura” tra società e città? Ci troveremo (si troveranno) di fronte a un gigantesco problema di dismissione di questa architettura dell’ipermodernità?
Elio Piroddi
MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
Private Flat #4, Firenze
In occasione dell’apertura della quarta edizione di Private Flat, venerdì 20 giugno alle ore 11 si terrà al SESV (Facoltà di Architettura di Firenze, sede di Santa Verdiana in piazza Ghiberti) la presentazione dell’evento con una tavola rotonda cui presenzieranno Marco Brizzi, Beniamino Foschini, Pietro Gaglianò, Francesca Sarti e Giovanni Bartolozzi come moderatore.
Private Flat è un progetto ideato dal gruppo Meridiano 21: per tre giorni sette appartamenti, disseminati nel tessuto urbano di Firenze, vengono ripensati e diventano luogo di esposizione per giovani artisti italiani ed internazionali.
Private Flat #4 sarà aperto dal 20 al 22 giugno 2008 a Firenze, per maggiori informazioni: www.privateflat.it
Architettura performativa dell’età dell’informazione a Roma
Invito alla lecture Architettura performativa dell’età dell’informazione di Maurizio Meossi. Roma_mercoledì 25 giugno 2008_ore 19.00 presentazione del numero monografico di edaA, esempi di Architettura, edA03: Info-Architecture l’architettura performativa dell’età dell’informazione. Introduce: Olimpia Niglio, direttore scientifico di Eda. Coordina: Antonino Saggio Nuova Galleria di Architettura Come Se Via dei Bruzi 4/6 Roma
Attilio Lapadula, Architetture a Roma
Lunedì 7 luglio 2008 alle ore 21.00 nei Giardini di Castel Sant'Angelo a Roma, Stefania Mornati e Elisabetta Reale presentano il libro curato da Luca Creti e Tommaso Dore (Casa editrice Edilazio): Attilio Lapadula, Architetture a Roma.
Rome to Roma, diario nomade a Roma
Giorno 20 giugno 2008 alle ore 17.00 prima del film documentario di Giorgio de Finis: Rome to Roma, diario nomade. Casa dell'Architettura. Piazza Manfredo Fanti 47 – Roma
Ma0/emmeazero, Borderlines a Roma
London-Rome: Work in Process inaugurazione mostra studio Ma0/emmeazero, Borderlines. Giovedì 26 giugno 2008 h 18.OO Conferenza presentata da Gabriele Mastrigli British School at Rome, Via Gramsci 61 ore 19.30. Orari: dal lunedi al venerdì dalle 17 alle 19.30 Info: tel. 06. 3264939
William J.R. Curtis a Venezia e Torino
William J.R. Curtis sarà in Italia per due importanti appuntamenti. Giovedì 26 giugno ore 15 presso l'università IUAV Venezia Palazzo Badoer, aula Tafuri lecture dal titolo Modern Architecture, Mexican conditions: Teodoro Gonzalez de Leon. Teodoro Gonzales de Leon riceverà la medaglia d'oro UIA 2008 durante il congresso mondiale degli architetti, che si terrà a Torino dal 28 giugno al 3 luglio. Lunedì 30 giugno a Torino (congresso UIA) partecipazione al convegno Comitato Internazionale Critici di Architettura Comunicare architettura: la sessione dei grandi critici internazionali dell'architettura. Partecipano: moderatore Joseph Rykwert. Trevor Boddy, Pippo Ciorra, Manuel Cuadra, William J.R. Curtis, Louise Noelle Gras, Yasmin Shariff, Jennifer Taylor. www.uia2008torino.org
Il Drago e la Montagna a Torino
Il Drago e la Montagna: Concorso Internazionale di idee per il Forte di Fenestrelle. La Provincia di Torino in collaborazione con l'OAT, in occasione del XXIII. Congresso Mondiale degli Architetti UIA, bandisce il 16 giugno 2008 un Concorso internazionale di idee per l'individuazione del futuro del complesso monumentale del Forte di Fenestrelle, proponendo anche una soluzione ideativa per il reinserimento della Ridotta Carlo Alberto da porre a base di una progettazione preliminare. La conferenza stampa di presentazione si terrà il 20 giugno 2008 alle ore 11.30 presso Palazzo Cisterna, via Maria Vittoria 12, Torino. Il concorso verrà inoltre presentato al Congresso il 1° luglio 2008 alle ore 11 (Lingotto Centro Congressi, sala Copenhagen). Per consentire una più approfondita conoscenza del Forte, il 4 luglio 2008 verrà organizzata una visita guidata in loco per tutti gli architetti interessati a partecipare. Per iscrizioni alla visita guidata : mix@mixpr.it
La città del design a Cefalù
Conferenza di Santo Giunta La città del design, Cefalù introduce Flora Rizzo. Giovedì 19 giugno ore 17.30 sala Conferenze della fondazione Culturale Mandralisca, via Mandralisca 13. Cefalù
Design Zingaro 2008 a Trapani
La mostra Design Zingaro 2008, organizzata dai corsi di Progettazione Ambientale e di Design, Packaging e Merchandising, e promossa dalla Riserva Naturale Orientata dello Zingaro, dal Dipartimento di Design, dai corsi di laurea in Disegno Industriale e Laurea Magistrale in Comunicazione d’impresa e pubblicità dell’Università di Palermo, si articolerà al chiuso e all’aperto in diversi luoghi della Riserva dello Zingaro. Saranno esposti progetti, modelli, prototipi ed installazioni realizzati in fibre vegetali da studenti dei due corsi e da artisti con la compartecipazione dei maestri intrecciatori della R.N.O. dello Zingaro e realizzati seguendo la pratica della progettazione e della didattica partecipata. La mostra sarà inaugurata domenica 22 giugno 2008 alle ore 10.00 presso il Centro Visitatori dello Zingaro e sarà in seguito accompagnata da diversi eventi per concludersi il 30 novembre 2008.
Vivere l'architettura in TV
Continua il viaggio alla scoperta dell'architettura contemporanea romana. In onda sull'emittente televisiva Roma Uno. La quarta puntata della seconda serie va in onda martedì 17 giugno 2008 alle ore 23,30 e in replica sabato 21 giugno 2008 alle ore 12,00 e domenica 22 giugno 2008 alle ore 18,00. Il tema della quarta puntata affronta l’argomento I monumenti moderni: la memoria della storia. Ospiti in studio l’Arch. Andrea Giunti, l’Arch. Luca Zevi e l’Arch. Silvio Luigi Riccobelli. La clip mostra il Mausoleo delle Fosse Ardeatine di Nello Aprile, Ciro Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino, Giuseppe Perugini con gli scultori Mirko Basaldella e Francesco Coccia. Il cammeo è dedicato alla Chiesa Dives in Misericordia a Tor Tre Teste di Richard Meier .
Ma0/emmeazero a Roma
Mostra studio Ma0/emmeazero, Borderlines dal 26 giugno al 15 luglio 2008 Orari: dal lunedi al venerdì dalle 17 alle 19.30 - Info: tel. 06. 3264939 British School at Rome, Via Gramsci 61
Due mostre alla Casa dell’Architettura a Roma
Mostre Contemporary Norwegian Architecture 2000-2005 e Lost in Nature a cura di: Antonello Alici e Francesca Argentero. Casa dell’Architettura dal 10 al 26 giugno 2008. Piazza Manfredo Fanti. Roma
Biennale dei Parchi a Roma
Biennale dei Parchi ovvero Arte nella Natura e Natura nell’Arte - Prima edizione Villa Torlonia Curato dalla società Art & Communication parte a Roma, VillaTorlonia, questo nuovo appuntamento punto di incontro tra la Natura, l’Arte e l’Architettura, Installazioni e opere legate al ciclo di vita della natura, che respirano in simbiosi con essa come Room Nature di Officinaleonardo, performance legate ai luoghi e alle opere, come quella della fotografa Nora Lux, ma anche opere in materiali derivati dalla natura, nel caso di Elisabetta Nurigiani ed esempi di video arte di Ermanno Dosa. Eventi e cicli di inaugurazioni ogni lunedì e giovedì alle 17.00. Aperto ogni giorno fino alle 20.00, fino al 30 giugno. Villa Torlonia, Via Nomentana 70. Per info le curatrici dell’evento Sveva Manfredi Zavaglia tel.347.8999369 e Giulietta Magni Verna , tel.334.8834152
Gianni Asdrubali a Milano
Gianni Asdrubali mostra Zigroma A cura di Emiliano Gandolfi Dal 15 maggio al 30 giugno 2008. aperto dal martedì al sabato 10,30 13.00 / 15.00 19.00. Galleria Artra. Via Burlamacchi 1. 20135 Milano
Biella è Bella a Torino
BAU+MIAAO Biella è Bella e altre prove di immagine urbana. Dal 07 giugno al 27 luglio 2008. MIAAO Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi via Maria Vittoria, 5 Torino Orari di apertura: martedì - domenica 11.30-19.30 lunedì chiuso
La scena urbana della città a Cesena
I colori di Cesena, La scena urbana della città 3 area Duomo. Cesena, Palazzo Romagnoli, 13 giugno-13 luglio 2008 inaugurazione della Mostra: venerdì 13 giugno 2008, ore 18.30
DcomeDesign a Biella
DcomeDesign, la mano, la mente, il cuore. Una comunità in posa tra stereotipi e visioni: le immagini di Clementina Corte tra Otto e Novecento. Dal 25 maggio al 22 giugno 2008 Spazio Pria, Salita di Riva,3 Biella.
Paesaggi Piemontesi a Biella
Paesaggi Piemontesi dal 24 maggio al 6 luglio 2008 Biella 2008 – New York 2009 Architettura e paesaggio sono i temi della mostra che muove da Biella e approda a New York. L’idea è di rappresentare, nella provincia come nel mondo, una specificità che ha preso corpo in un territorio unico: il Piemonte. Si mettono in mostra alcuni frammenti di architettura e di paesaggio, d’arte e di letteratura, che guardano al futuro e dialogano con il passato, che oscillano tra la necessità di radicarsi e il desiderio di sradicarsi nel e dall’ambiente circostante. Biella Città dell'arte, via Serralunga 27, Biella
Italia sostenibile al London Festival of Architecture
La sfida dell’Italia sostenibile al London Festival of Architecture 2008 dal 20 giugno al 20 luglio 2008 con l’evento Sustainab.Italy. Energies for Italian Architecture un video, una mostre e tanti appuntamenti. selezionati 41 progetti su 174
Le Corbusier, l'arte dell'architettura a Lisbona
Una retrospettiva sui lavori dell' Architetto del secolo, Le Corbusier, che intende sottolineare l'attualita' della sua 'lezione' per l'architettura contemporanea e urbana. Intitolata Le Corbusier - L'arte dell'Architettura, l'esposizione sara' aperta a Lisbona dal 19 maggio al 17 agosto presso il Museu Colecçao Berardoa e sara' seguita da successive mostre a Liverpool e Londra.
UNIVERSITA’ E DINTORNI di Ilenia Pizzico
Bellezza e Terribiltà a Napoli
Venerdì 20 giugno si terrà il seminario di Renato Rizzi dal titolo Bellezza e Terribiltà. Il Seminario si propone di affrontare i temi della temporalità e della forma evidenziandone il ruolo di categorie indispensabili alla composizione, architettonica ma non solo. Infatti, lo spirito con il quale gli incontri sono stati pensati investe diversi campi espressivi, desiderando conoscere gli strumenti che altre discipline, la filosofia, la musica, la scrittura hanno a disposizione per affrontare questo tema. Ore 9.00, Facoltà di Architettura di Napoli, Biblioteca Marcello Canino, Complesso Spirito Santo, Via Forno Vecchio 36, Napoli.
Il luogo della comunità a Roma
Il seminario proposto riprende e prosegue il ragionamento avviato dal ciclo di seminari Come vivere insieme nella città contemporanea. La direzione scelta in questo caso approda ad una riflessione incentrata maggiormente sulla rilevanza dell’elemento spaziale in ciò che è stato chiamato ritorno di comunità.Lunedì 30 giugno 2008, ore 10.00, Aula 26, Università degli Studi Roma Tre, via Madonna dei Monti, 40, Roma. Info:dipsu@uniroma3.it <mailto:dipsu@uniroma3.it>
Seminario internazionale di progettazione di interni a Bojano
I temi da affrontare sono quelli del recupero di spazi pubblici inseriti nei tessuti edilizi di piccoli centri dell’area appenninica. Partendo dall’esempio del centro di Bojano si individueranno alcuni casi emblematici di una appartenenza più ampia e altri invece specifici della realtà locale, al fine di produrre progetti pilota esemplari di una modalità di comportamento. Si provvederà ad un’approfondita conoscenza dei luoghi, a un rilievo accurato e ad un inserimento del tema in problematiche tecnologiche, politiche ed economiche più ampie. Il progetto prevederà interventi ex novo sui luoghi urbani, a partire dall’adeguamento delle strutture esistenti e delle loro attrezzature, utilizzando stimoli provenienti dal mondo dell’industria e dell’artigianato locale. Il Seminario avrà luogo dal 26 luglio al 2 agosto 2008. Partecipanti:laureandi in Architettura o Design o laureati in Architettura o Design da non oltre tre anni. Costi: da euro 250 a euro 650. Scadenza domande: 10 luglio 2008. Info: <http://www.seminariointenazionalediprogettazionediinterni2008.wordpress.com/>
Valutazione dei beni immobiliari a Roma
Strutturato in 7 moduli autonomi e monotematici, il Corso di formazione in Valutazione economica dei beni immobiliari ha l'obiettivo di ammodernare, qualificare e perfezionare la professione del valutatore immobiliare.Tale professionalità tende ad occupare un ruolo sempre più rilevante nei processi di produzione, scambio, investimento, fruizione e gestione dei beni immobiliari. Partecipanti:il Corso è rivolto a tecnici attivi nel campo della valutazione immobiliare, operativi sia come liberi professionisti che come dipendenti pubblici o privati.I moduli programmati sono i seguenti:
1. Stima del valore di mercato;2. Stima del valore di costo (10 - 12 luglio 2008);3. Stima dei valori derivati;4. Stima del valore dei beni culturali e paesaggistici;5. Valorizzazione e gestione dei patrimoni immobiliari;6. Finanza immobiliare;7. Beni immobili, energie rinnovabili e sostenibilità ambientale.Scadenza domande per il secondo modulo Stima del valore di costo:4 luglio 2008.Info e modalità di iscrizione: http://www.arc1.uniroma1.it/public/CorsoValutazioneBeniImmobiliari2.pdf
Venerdì 20 giugno si terrà il seminario di Renato Rizzi dal titolo Bellezza e Terribiltà. Il Seminario si propone di affrontare i temi della temporalità e della forma evidenziandone il ruolo di categorie indispensabili alla composizione, architettonica ma non solo. Infatti, lo spirito con il quale gli incontri sono stati pensati investe diversi campi espressivi, desiderando conoscere gli strumenti che altre discipline, la filosofia, la musica, la scrittura hanno a disposizione per affrontare questo tema. Ore 9.00, Facoltà di Architettura di Napoli, Biblioteca Marcello Canino, Complesso Spirito Santo, Via Forno Vecchio 36, Napoli.
Il luogo della comunità a Roma
Il seminario proposto riprende e prosegue il ragionamento avviato dal ciclo di seminari Come vivere insieme nella città contemporanea. La direzione scelta in questo caso approda ad una riflessione incentrata maggiormente sulla rilevanza dell’elemento spaziale in ciò che è stato chiamato ritorno di comunità.Lunedì 30 giugno 2008, ore 10.00, Aula 26, Università degli Studi Roma Tre, via Madonna dei Monti, 40, Roma. Info:dipsu@uniroma3.it <mailto:dipsu@uniroma3.it>
Seminario internazionale di progettazione di interni a Bojano
I temi da affrontare sono quelli del recupero di spazi pubblici inseriti nei tessuti edilizi di piccoli centri dell’area appenninica. Partendo dall’esempio del centro di Bojano si individueranno alcuni casi emblematici di una appartenenza più ampia e altri invece specifici della realtà locale, al fine di produrre progetti pilota esemplari di una modalità di comportamento. Si provvederà ad un’approfondita conoscenza dei luoghi, a un rilievo accurato e ad un inserimento del tema in problematiche tecnologiche, politiche ed economiche più ampie. Il progetto prevederà interventi ex novo sui luoghi urbani, a partire dall’adeguamento delle strutture esistenti e delle loro attrezzature, utilizzando stimoli provenienti dal mondo dell’industria e dell’artigianato locale. Il Seminario avrà luogo dal 26 luglio al 2 agosto 2008. Partecipanti:laureandi in Architettura o Design o laureati in Architettura o Design da non oltre tre anni. Costi: da euro 250 a euro 650. Scadenza domande: 10 luglio 2008. Info: <http://www.seminariointenazionalediprogettazionediinterni2008.wordpress.com/>
Valutazione dei beni immobiliari a Roma
Strutturato in 7 moduli autonomi e monotematici, il Corso di formazione in Valutazione economica dei beni immobiliari ha l'obiettivo di ammodernare, qualificare e perfezionare la professione del valutatore immobiliare.Tale professionalità tende ad occupare un ruolo sempre più rilevante nei processi di produzione, scambio, investimento, fruizione e gestione dei beni immobiliari. Partecipanti:il Corso è rivolto a tecnici attivi nel campo della valutazione immobiliare, operativi sia come liberi professionisti che come dipendenti pubblici o privati.I moduli programmati sono i seguenti:
1. Stima del valore di mercato;2. Stima del valore di costo (10 - 12 luglio 2008);3. Stima dei valori derivati;4. Stima del valore dei beni culturali e paesaggistici;5. Valorizzazione e gestione dei patrimoni immobiliari;6. Finanza immobiliare;7. Beni immobili, energie rinnovabili e sostenibilità ambientale.Scadenza domande per il secondo modulo Stima del valore di costo:4 luglio 2008.Info e modalità di iscrizione: http://www.arc1.uniroma1.it/public/CorsoValutazioneBeniImmobiliari2.pdf
NOTIZIE DALLA SPAGNA di Graziella Trovato
Eventi
“Zaragoza – Kioto. Arquitecturas para un planeta sostenible”.
Il Museo Reina Sofia di Madrid presenta il 20 giugno l’ Esposizione “Zaragoza – Kioto”, in questi giorni nel Padiglione di Spagna della Expo 08, con una serie di eventi. Commissario: Luis Fernandez Galiano. Il programma sul sito: http://ecosistemaurbano.org/?p=938
Paisajes 08. Jornadas Paisaje, Agua y Sostenibilidad.
(info@paisajes08.com). Organizza AEP (Asociación Española de Paisajistas), APA (Associaçao Portuguesa dos Arquitectos Paisagistas, MMA (Ministerio de Medio Ambiente), UPV (Universidad Politecnica de Valencia) y Expo Zaragoza 2008.
RESTAURO TIMIDO di Marco Ermentini
Guidini architetto ticinese
La cattedrale di S.Lorenzo a Lugano possiede una caratteristica particolare: le decorazioni dei pilastri presentano curiosi fantasmi di affreschi. Si devono al restauro realizzato nel 1904-1910 dall’architetto ticinese-italiano Augusto Guidini (1853-1928). Contrariamente al modo di eseguire i restauri a quel tempo, egli opera alcune scelte che hanno come presupposto la comprensione, l’accettazione e il rispetto delle preesistenze stratificate. Nei pilastri, oltre alla conservazione degli strati di affreschi ove non più presenti, decide, attraverso un sistema di scialbature con colori differenti, di creare l’illusione di pitture sottostanti l’intonaco. Una scelta coraggiosa e timida di accostare il nuovo ben progettato all’antico conservato senza falsificazioni, senza ripristini. Naturalmente ebbe una carriera professionale molto tribolata.
WILFING di Salvatore D’Agostino
Per anteprima cerca contatto su skype: salvatoredagostino7@gmail.com
- 0008 [A-B USO] Aspettando il progetto dell’area di San Berillo a Catania, nella speranza che sia architettura e non edilizia, l'architetto Giacomo Leone mi ha spedito un’ e-mail dove chiarisce il suo acceso e caloroso intervento (v. presS/Tletter n.21-2008 o http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/06/0007-b-uso-san-berillo-la-citylife-di.html):
ho visto sul suo blog, la citazione che ha richiamato anche luigi prestinenza puglisi nella sua press letter. Per completezza di informazione le invio copia della mail inviata, come appello, quando si annunciò una possibile transazione. Il contenuto voleva essere un segnale di allerta.
Cordialmente giacomo leone
Il giorno 5/giu/08, alle ore 18:42 inviato a Salvatore D'Agostino
Il contenuto della lettera si può leggere su: http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/06/0008-b-uso-san-berillo-e-larchitettura.html (06-06-2008)
- 0010 [MONDOBLOG] In uno dei miei wilfing tra i blog ho conosciuto il lavoro di ‘Blu’.
Blu è uno sporca muri, cioè una persona che cammina in luoghi marginali per trovare la tela dove esprimere la propria arte, insomma un tipo di cui diffidare, per la polizia un ricercato. Gli ho inviato un’e-mail per una conversazione mi ha risposto:
ciao salvatore
grazie dell'invito ma non amo molto le interviste
preferisco lasciar parlare i disegni
ciao.
Il giorno 30/mag/08, alle ore 1.35 inviato a Salvatore D'Agostino
Capisco il suo punto di vista, ma mi sembrava la persona ideale a cui chiedere:
…Qual è la tua idea di città?
…Una parola molto abusata di oggi è periferia, spesso buona per: dibattiti politici televisivi, urbanisti da poltrona, architetti del centro storico. Qual è il tuo punto di vista?
…Un muro rappresenta l’inizio di un edificio e della socialità. Cos’è per te?
…Tu vivi nei margini, abiti il residuo, sei apolide, mi descrivi la tua idea di luogo?
Ciao blu.
Blog: http://www.blublu.org/blog, video da non perdere: http://www.vimeo.com/993998 (12-06-2008)
INTERMEZZO
Sgomorriamoci: dopo il naufragio della Modernità a Napoli
Cosa deve fare Napoli per rimanere in equilibrio sopra il suo uovo marcio? Ha ancora senso paragonare la Modernità, l’architettura contemporanea, a un mare dopo un naufragio?, oggi che lo stesso dolce naufragar d’origine romantico/rivoluzionaria è –o pare– naufragato? E se quel pezzo di mare, qui sta l’uovo!, è l’arco del golfo di Napoli sovrastato dallo sterminator Vesevo (Forza Vesuvioooh interiore!!), che scenario si presenta ai nostri occhi? Anzi meglio, sui teleschermi e computer dei blognauti del mondo? Che relitti e de-relitti post/umani galleggiano nel golfo di Gomorra? Che brandelli architettonici impigliati in rete e nella rete?, che putrescenti ideologie di città?, che cadaveri metropolitani (eccellenti) di governatori e governati dell’architettura, di padroni e sotto dell’urbanistica … coprono questo interrogativo nostro mare delle Sirene?? Sirene oramai pericolosamente silenziose, sfasteriate, demotivate, assise su scogli ‘e mmunnezza???
Chi va per questi mari (cimiteriali) della modernità, questi pesci e miti(li) partenopei piglia … infatti, nello scorso “Intermezzo”, abbiamo ricordato la stampella, la protesi, la scorciatoia industriale – industrializzazione forzata calata dalle cime degli altiforni di Bagnoli – ideata dal pietoso Francesco Saverio Nitti, a inizio del ‘900 per Napoli, in mancanza di una fattiva borghesia imprenditoriale del luogo. Abbiamo detto poi, scendendo per “li nostri rami”, dell’odierna “melma” della Gravina d’Architettura napoletana, … nonché della proposta di un illustre Maestro della Composizione (parole e musica secessionevoli di Nicola Pagliara), di apparecchiare un tavolo di lavoro istituzionale, con tre gambe (e forse molte poltrone): Facoltà, Politica, Imprenditori: auguri!!
Consultiamo ora un altro illustre “clinico” della Gravina, l’emerito professore Renato De fusco, paziente amico di questa PresS/T. E qui sta la combinazione felice, il caso, il destino, fate voi, amici miei dell’Intermezzo! …., certo è che giovedì scorso, mentre sui computer dell’Italia d’Architettura più avveduta (ma chi l’ha veduta?) si materializzava la PresS/Tletter n. 22 di Lpp – con dentro il tavolo nella Gravina partenopea sopra detto – allo stesso orario, in contemporanea, si teneva “Al Blu di Prussia” di Napoli, a via Filangieri 42, una “commemorazione” sul tema: “Documento su Napoli, 50 anni dopo”. Dopo di che? Dopo il disastro dell’odierna Gomorra, … ma, ad initio, anzi ab imis, dopo che il non dimenticato Roberto Pane tentò a caldo, nel 1958, nel fuoco della lotta, anche elettorale –lista “Comunità” di Olivetti– di fare il bilancio della situazione napoletana “tra edilizia e architettura” di allora. Le famose “mani sulla città” di quell’allegra brigata imprenditoriale laurina (oggi peraltro “rimpianta”, da non pochi, vista la situazione!!! … perché successivamente, oltre alle mani dei vari Nottola, anche i piedi son state messe sulla città di Napoli, .. fino alla putrescenza nauseabonda odierna: una sconfitta per tutti, s’intende!!! nda).
Non credo che si prenderà collera (e colera) qualcuno degli illustri partecipanti all’incontro (Beguinot, Gravagnuolo, Discepolo, Giulio Pane, Pica Ciamarra, Belfiore …) se scrivo che quello dell’emerito De Fusco era l’intervento più atteso. Ciò sia perché aveva parlato già cinquant’anni fa, nella “prima edizione” (alla prossima puntata, prufessò), sia perché, visto l’argomento “succulento”, tutti si aspettavano un De fusco in edizione popolare, colloquiale, esplosivo, perfino sanamente vernacolare: il De Fusco/due, lato B, che tanto piace al pubblico delle “canzoni” nostre dell’architettura di massa (anche a noi!, nda). Invece no: “l’emerito” ha spiazzato tutti con una relazione di profilo alto, netta, “accademica”, centrata sulla nozione (ed emozione) stessa di Movimento Moderno in generale. Concludendo alla fine, senza pietà di Patria, alla stessa maniera di cinquant’anni fa: a Napoli il M.M. non ha mai attecchito! Anzi, non c’è mai arrivato!! Intercettato e affondato subito dalla contraerea della tradizione, della conservazione di facciata!!!
Si perché, ri-facendo i nostri conti storici; ri-tirando i bilanci del ‘900, non solo architettonico, ma delle arti tutte; evidenziando il profondo rosso nel Blu dipinto di blu del nostrano Re di Prussia, appare sotto gli occhi di tutti, ha affermato il Nostro, che: «tra le altre passività antimoderne di Napoli, nessuna tendenza, corrente, manifesto, «ismo», artificio di poetica è nato nella nostra città nel secolo XX; tal che non siamo riusciti - tranne le solite eccezioni - ad avere nonché una solida committenza reale, neanche un'altra di natura virtuale.» Ma avete capito bene? Niente di niente, il resto di niente di collettivo, solo epigoni singolari. Questo è l’atto di morte di un figlio prematuro, da collocare nel limbo della Modernità di Napoli! Questa è una epigrafe al Camposanto dei mai nati, un aborto spontaneo, naturale. Anzi, visto l’Uovo, “naturalistico”. Ma ‘stu De Fusco è cchiù tuosto ‘e francescosaverionitti!!!
Non solo lamenta la mancanza di una committenza moderna in movimento per Napoli, che non c’è stata e non poteva esserci (con quelle premesse “di classe”, di sole mio, di “troppo solo mio”) … ma neanche la capacità “nostra” di inventarcela artificialmente, la committenza, anzi l’auto-committenza. Cornuti e mazziati. Sconfitta doppia. Nessuna capacità di forzare la mano, di costruire un interlocutore altro, oltre i soliti tavoli politici relazionati a comode poltroncine accademiche. Nessuna capacità di fare Agenda, cioè di anticipare “la mossa” (che pure qui era di casa), dico la mossa dell’avversario, di far guerriglia liberale, …, di tentare di aprire su un terreno diverso. Diversificato, diversificabile.
Artifizio, furbizia, by pass che invece ha retto (col faretto), come si sa, tutta l’avventura dell’Arte (variamente e scandalosamente) moderna, borghese altrove. Che è stata (in questo senso) geniale, ché ha fatto di necessità virtù, ché s’è inventata una nuova committenza a propria immagine e somiglianza, creando col tempo “un sistema”, cioè un indispensabile mercato altro. Rivolgendosi e partendo dal “grado zero”, dal tavolino a tre gambe: il primitivo (tal che oggi i musei di antropologia sono riciclabili talvolta in musei d’arte contemporanea, dall’arcaico al post, saltando oggi “il ripieno” del moderno); l’inconscio (e il suo mix con il reale, il reale-sur, l’iper e surplus-reale); il popolare e il folk, le pratiche basse medianiche (che son fondamentale per taluno nostro design, ad esempio). Vittoria totale, quindi, dell’Arte che ha svuotato l’Architettura del suo bene più prezioso, il suo cuore: il suo spazio interno e l’ha schiacciata, con le archistar ai suoi artifizi, alle sue leggi di facciata. Anche a “Napoli/Madre”. Punto e a capo, non mi posso (e passo) dilungare oltre (Lpp, perduoname!!).
La questioncina che si pone oggi, per noi poveri locali partenopei dell’architettura (e forse per i nazionali partenopei gloooballi) è come considerare questa nostra sirenusa città, che sta sempre in prima pagina: “un ignobile Altrove” della Modernità?, un luogo indolente?, una “sporca e mediocre faccenda locale dell’urbatettura gomorrata”? uno spazio cinico per eccellenza?, cioè il luogo più furbo nella furbissima Italia piccolo borghese galleggiante, avanguardia di ciò che ci aspetta? O è da inserire in una debolezza di cultura “moderna” più complessiva, nazionale, della quale Napoli è oggi l’espressione più estroversa e plateale? Ma soprattutto, come ripartire? Da dove ripartire? Come sgomorrarci? Perché, se il Vesuvio e/o la munnezza vesuviana metropolitana intanto non ci sommergeranno del tutto, è certo che qualcosa va fatto, da sotto, da noi. Qualche artifizio originale va inventato, non possiamo morire, dopo la “sentenza De Fusco” emessa dal tribunale della Storia moderna: immaturità socio-politica e specifica linguistica. Perché se è vero che il transatlantico del M.M., strettamente inteso, a Napoli non è mai attraccato, purtuttavia scialuppe, carrette del mare, barche della speranza, incursori, clandestini, contrabbandieri di sottobanco (del Gravina), agili sugli scafi blu di Santa Lucia sono arrivati in porto, … hanno smerciato poi pezzi di quei raffinati linguaggi … i movimentisti moderni son sbarcarti di straforo, han fatto interessanti ed interessati pezzottati (da studiare in quanto tali, in quanto parodie del moderno impossibile napoletano, adattati al luogo), … insomma un mix di fatti e mis-fatti, balli e suoni orecchiati che si sono combinati e scombinati col mal-genius nottolante del luogo, … si sono ammiscati, si sono vernacolarizzati, (dal Modulor al “Modu-loro”, di loro imprenditoria criminosa di Rod Gomorrer), fino a penetrare nella villa di Sandokan a Casal del Principe e/o in tanti edifici frappè, creme-caramel neapolitain, real condiviso moderno.
Allora, dicevo, da dove ripartire?, dopo aver sepolto quella antica modernità al cimitero del Blu di Prussia? Dopo aver collocato a riposo, messo in quiescenza, quegli eroici epigoni dell’Avanguardia del luogo, fin a ieri, i nostri (talvolta cattivi) Maestri e maestrini? Direi di ripartire da quel fallimento stesso, da quei loro brandelli di finto-movimento pezzottato, … non abbiamo altra scelta, mi pare, … la vecchia nave degli argonauti della modernità senza vello e senza vele è inutilizzabile, sfasciata, a pezzi; l’armamentario concettuale arrangiato che la sorreggeva è sparso e cosparso qui e là sull'acqua inquinata del golfo dell’architettura nostrana, insieme ai problemi “a monte” (Mons & Monsignor Vesuvio). Alcuni strumenti sono però intatti, miracolati, a saperli leggere … altri sono stati molto “lavorati” dal mare, fino ad essere trasformati, reinventati dall’uso pratico, arrotondati dal moto delle onde della Storia, rusecati dal Tempo … altri armamentari avanguardistici sono danneggiati irreparabilmente (‘a Madonna l’accumpagna, in fondo al mare!!!).
Però c'è –appunto– il mare, c'è la sua acqua sporca e salata, molto salata per noi, politicamente inquinatissima con i suoi vibrioni, con i colibatteri ambientali e fecali, fatali … ma …. ma quello stesso mare della supposta modernità che ha determinato la sciagura (libertè, egualitè, fraternitè!, tu arruobbe a mme, io arrobbe a tte!!!), ora è il liquido comune ‘ntussecato su cui galleggiano i nostri problemi … gli elementi (d’architettura) che rendono possibile tentare delle soluzioni comuni, se non comunali. Se abbiamo ancora le sfere. L’importante, credo, spero, è di non aver paura della paura. Del resto più di affogare non possiamo! Più di andare a finire tutti in un termovalorizzatore o in una discarica non possiamo! Più che essere spediti imballati come residui della Storia in un treno europeo blindato in Germania non possiamo! E poi siamo gente di fede: non c’è paura senza speranza e non c’è speranza senza paura, diceva Spinoza, mi pare.
Siamo naufraghi nel golfo di Napoli/architettura, ma dobbiamo assolutamente ricostruire una cosa e casa comune, credo. Nessuno da fuori ci salverà, men che mai i Mille soccorritori, le mille bolle e balle blu (di Prussia). Dobbiamo autocostruirci, automissionarci una virtuale e virtuosa barca identitaria, non solo utilizzando le vecchie travi dell’edificio moderno, i vecchi pilotis, le vecchie finestre a nastro spezzate, ma anche riconnettendo pezzi di modernità dalla deriva altrui. Che provengono da altri tentativi falliti, di altri che non conosciamo, ma che hanno tentato anche loro, oltre il nostro golfo, il nostro orizzonte di riviste molto viste, il nostro-mo specifico; … assemblare anche materiale estraneo, ron, .. materiali anche naturali, almeno in origine, ab imis, ab ovo, non marcio, o semisano, semilavorato, … comunque utile per ripartire, per altre e varie navigazioni riflessive, finalmente moderne in loco. O no? Saluti, buon viaggio, Eduardo Alamaro (Eldorado)
Cosa deve fare Napoli per rimanere in equilibrio sopra il suo uovo marcio? Ha ancora senso paragonare la Modernità, l’architettura contemporanea, a un mare dopo un naufragio?, oggi che lo stesso dolce naufragar d’origine romantico/rivoluzionaria è –o pare– naufragato? E se quel pezzo di mare, qui sta l’uovo!, è l’arco del golfo di Napoli sovrastato dallo sterminator Vesevo (Forza Vesuvioooh interiore!!), che scenario si presenta ai nostri occhi? Anzi meglio, sui teleschermi e computer dei blognauti del mondo? Che relitti e de-relitti post/umani galleggiano nel golfo di Gomorra? Che brandelli architettonici impigliati in rete e nella rete?, che putrescenti ideologie di città?, che cadaveri metropolitani (eccellenti) di governatori e governati dell’architettura, di padroni e sotto dell’urbanistica … coprono questo interrogativo nostro mare delle Sirene?? Sirene oramai pericolosamente silenziose, sfasteriate, demotivate, assise su scogli ‘e mmunnezza???
Chi va per questi mari (cimiteriali) della modernità, questi pesci e miti(li) partenopei piglia … infatti, nello scorso “Intermezzo”, abbiamo ricordato la stampella, la protesi, la scorciatoia industriale – industrializzazione forzata calata dalle cime degli altiforni di Bagnoli – ideata dal pietoso Francesco Saverio Nitti, a inizio del ‘900 per Napoli, in mancanza di una fattiva borghesia imprenditoriale del luogo. Abbiamo detto poi, scendendo per “li nostri rami”, dell’odierna “melma” della Gravina d’Architettura napoletana, … nonché della proposta di un illustre Maestro della Composizione (parole e musica secessionevoli di Nicola Pagliara), di apparecchiare un tavolo di lavoro istituzionale, con tre gambe (e forse molte poltrone): Facoltà, Politica, Imprenditori: auguri!!
Consultiamo ora un altro illustre “clinico” della Gravina, l’emerito professore Renato De fusco, paziente amico di questa PresS/T. E qui sta la combinazione felice, il caso, il destino, fate voi, amici miei dell’Intermezzo! …., certo è che giovedì scorso, mentre sui computer dell’Italia d’Architettura più avveduta (ma chi l’ha veduta?) si materializzava la PresS/Tletter n. 22 di Lpp – con dentro il tavolo nella Gravina partenopea sopra detto – allo stesso orario, in contemporanea, si teneva “Al Blu di Prussia” di Napoli, a via Filangieri 42, una “commemorazione” sul tema: “Documento su Napoli, 50 anni dopo”. Dopo di che? Dopo il disastro dell’odierna Gomorra, … ma, ad initio, anzi ab imis, dopo che il non dimenticato Roberto Pane tentò a caldo, nel 1958, nel fuoco della lotta, anche elettorale –lista “Comunità” di Olivetti– di fare il bilancio della situazione napoletana “tra edilizia e architettura” di allora. Le famose “mani sulla città” di quell’allegra brigata imprenditoriale laurina (oggi peraltro “rimpianta”, da non pochi, vista la situazione!!! … perché successivamente, oltre alle mani dei vari Nottola, anche i piedi son state messe sulla città di Napoli, .. fino alla putrescenza nauseabonda odierna: una sconfitta per tutti, s’intende!!! nda).
Non credo che si prenderà collera (e colera) qualcuno degli illustri partecipanti all’incontro (Beguinot, Gravagnuolo, Discepolo, Giulio Pane, Pica Ciamarra, Belfiore …) se scrivo che quello dell’emerito De Fusco era l’intervento più atteso. Ciò sia perché aveva parlato già cinquant’anni fa, nella “prima edizione” (alla prossima puntata, prufessò), sia perché, visto l’argomento “succulento”, tutti si aspettavano un De fusco in edizione popolare, colloquiale, esplosivo, perfino sanamente vernacolare: il De Fusco/due, lato B, che tanto piace al pubblico delle “canzoni” nostre dell’architettura di massa (anche a noi!, nda). Invece no: “l’emerito” ha spiazzato tutti con una relazione di profilo alto, netta, “accademica”, centrata sulla nozione (ed emozione) stessa di Movimento Moderno in generale. Concludendo alla fine, senza pietà di Patria, alla stessa maniera di cinquant’anni fa: a Napoli il M.M. non ha mai attecchito! Anzi, non c’è mai arrivato!! Intercettato e affondato subito dalla contraerea della tradizione, della conservazione di facciata!!!
Si perché, ri-facendo i nostri conti storici; ri-tirando i bilanci del ‘900, non solo architettonico, ma delle arti tutte; evidenziando il profondo rosso nel Blu dipinto di blu del nostrano Re di Prussia, appare sotto gli occhi di tutti, ha affermato il Nostro, che: «tra le altre passività antimoderne di Napoli, nessuna tendenza, corrente, manifesto, «ismo», artificio di poetica è nato nella nostra città nel secolo XX; tal che non siamo riusciti - tranne le solite eccezioni - ad avere nonché una solida committenza reale, neanche un'altra di natura virtuale.» Ma avete capito bene? Niente di niente, il resto di niente di collettivo, solo epigoni singolari. Questo è l’atto di morte di un figlio prematuro, da collocare nel limbo della Modernità di Napoli! Questa è una epigrafe al Camposanto dei mai nati, un aborto spontaneo, naturale. Anzi, visto l’Uovo, “naturalistico”. Ma ‘stu De Fusco è cchiù tuosto ‘e francescosaverionitti!!!
Non solo lamenta la mancanza di una committenza moderna in movimento per Napoli, che non c’è stata e non poteva esserci (con quelle premesse “di classe”, di sole mio, di “troppo solo mio”) … ma neanche la capacità “nostra” di inventarcela artificialmente, la committenza, anzi l’auto-committenza. Cornuti e mazziati. Sconfitta doppia. Nessuna capacità di forzare la mano, di costruire un interlocutore altro, oltre i soliti tavoli politici relazionati a comode poltroncine accademiche. Nessuna capacità di fare Agenda, cioè di anticipare “la mossa” (che pure qui era di casa), dico la mossa dell’avversario, di far guerriglia liberale, …, di tentare di aprire su un terreno diverso. Diversificato, diversificabile.
Artifizio, furbizia, by pass che invece ha retto (col faretto), come si sa, tutta l’avventura dell’Arte (variamente e scandalosamente) moderna, borghese altrove. Che è stata (in questo senso) geniale, ché ha fatto di necessità virtù, ché s’è inventata una nuova committenza a propria immagine e somiglianza, creando col tempo “un sistema”, cioè un indispensabile mercato altro. Rivolgendosi e partendo dal “grado zero”, dal tavolino a tre gambe: il primitivo (tal che oggi i musei di antropologia sono riciclabili talvolta in musei d’arte contemporanea, dall’arcaico al post, saltando oggi “il ripieno” del moderno); l’inconscio (e il suo mix con il reale, il reale-sur, l’iper e surplus-reale); il popolare e il folk, le pratiche basse medianiche (che son fondamentale per taluno nostro design, ad esempio). Vittoria totale, quindi, dell’Arte che ha svuotato l’Architettura del suo bene più prezioso, il suo cuore: il suo spazio interno e l’ha schiacciata, con le archistar ai suoi artifizi, alle sue leggi di facciata. Anche a “Napoli/Madre”. Punto e a capo, non mi posso (e passo) dilungare oltre (Lpp, perduoname!!).
La questioncina che si pone oggi, per noi poveri locali partenopei dell’architettura (e forse per i nazionali partenopei gloooballi) è come considerare questa nostra sirenusa città, che sta sempre in prima pagina: “un ignobile Altrove” della Modernità?, un luogo indolente?, una “sporca e mediocre faccenda locale dell’urbatettura gomorrata”? uno spazio cinico per eccellenza?, cioè il luogo più furbo nella furbissima Italia piccolo borghese galleggiante, avanguardia di ciò che ci aspetta? O è da inserire in una debolezza di cultura “moderna” più complessiva, nazionale, della quale Napoli è oggi l’espressione più estroversa e plateale? Ma soprattutto, come ripartire? Da dove ripartire? Come sgomorrarci? Perché, se il Vesuvio e/o la munnezza vesuviana metropolitana intanto non ci sommergeranno del tutto, è certo che qualcosa va fatto, da sotto, da noi. Qualche artifizio originale va inventato, non possiamo morire, dopo la “sentenza De Fusco” emessa dal tribunale della Storia moderna: immaturità socio-politica e specifica linguistica. Perché se è vero che il transatlantico del M.M., strettamente inteso, a Napoli non è mai attraccato, purtuttavia scialuppe, carrette del mare, barche della speranza, incursori, clandestini, contrabbandieri di sottobanco (del Gravina), agili sugli scafi blu di Santa Lucia sono arrivati in porto, … hanno smerciato poi pezzi di quei raffinati linguaggi … i movimentisti moderni son sbarcarti di straforo, han fatto interessanti ed interessati pezzottati (da studiare in quanto tali, in quanto parodie del moderno impossibile napoletano, adattati al luogo), … insomma un mix di fatti e mis-fatti, balli e suoni orecchiati che si sono combinati e scombinati col mal-genius nottolante del luogo, … si sono ammiscati, si sono vernacolarizzati, (dal Modulor al “Modu-loro”, di loro imprenditoria criminosa di Rod Gomorrer), fino a penetrare nella villa di Sandokan a Casal del Principe e/o in tanti edifici frappè, creme-caramel neapolitain, real condiviso moderno.
Allora, dicevo, da dove ripartire?, dopo aver sepolto quella antica modernità al cimitero del Blu di Prussia? Dopo aver collocato a riposo, messo in quiescenza, quegli eroici epigoni dell’Avanguardia del luogo, fin a ieri, i nostri (talvolta cattivi) Maestri e maestrini? Direi di ripartire da quel fallimento stesso, da quei loro brandelli di finto-movimento pezzottato, … non abbiamo altra scelta, mi pare, … la vecchia nave degli argonauti della modernità senza vello e senza vele è inutilizzabile, sfasciata, a pezzi; l’armamentario concettuale arrangiato che la sorreggeva è sparso e cosparso qui e là sull'acqua inquinata del golfo dell’architettura nostrana, insieme ai problemi “a monte” (Mons & Monsignor Vesuvio). Alcuni strumenti sono però intatti, miracolati, a saperli leggere … altri sono stati molto “lavorati” dal mare, fino ad essere trasformati, reinventati dall’uso pratico, arrotondati dal moto delle onde della Storia, rusecati dal Tempo … altri armamentari avanguardistici sono danneggiati irreparabilmente (‘a Madonna l’accumpagna, in fondo al mare!!!).
Però c'è –appunto– il mare, c'è la sua acqua sporca e salata, molto salata per noi, politicamente inquinatissima con i suoi vibrioni, con i colibatteri ambientali e fecali, fatali … ma …. ma quello stesso mare della supposta modernità che ha determinato la sciagura (libertè, egualitè, fraternitè!, tu arruobbe a mme, io arrobbe a tte!!!), ora è il liquido comune ‘ntussecato su cui galleggiano i nostri problemi … gli elementi (d’architettura) che rendono possibile tentare delle soluzioni comuni, se non comunali. Se abbiamo ancora le sfere. L’importante, credo, spero, è di non aver paura della paura. Del resto più di affogare non possiamo! Più di andare a finire tutti in un termovalorizzatore o in una discarica non possiamo! Più che essere spediti imballati come residui della Storia in un treno europeo blindato in Germania non possiamo! E poi siamo gente di fede: non c’è paura senza speranza e non c’è speranza senza paura, diceva Spinoza, mi pare.
Siamo naufraghi nel golfo di Napoli/architettura, ma dobbiamo assolutamente ricostruire una cosa e casa comune, credo. Nessuno da fuori ci salverà, men che mai i Mille soccorritori, le mille bolle e balle blu (di Prussia). Dobbiamo autocostruirci, automissionarci una virtuale e virtuosa barca identitaria, non solo utilizzando le vecchie travi dell’edificio moderno, i vecchi pilotis, le vecchie finestre a nastro spezzate, ma anche riconnettendo pezzi di modernità dalla deriva altrui. Che provengono da altri tentativi falliti, di altri che non conosciamo, ma che hanno tentato anche loro, oltre il nostro golfo, il nostro orizzonte di riviste molto viste, il nostro-mo specifico; … assemblare anche materiale estraneo, ron, .. materiali anche naturali, almeno in origine, ab imis, ab ovo, non marcio, o semisano, semilavorato, … comunque utile per ripartire, per altre e varie navigazioni riflessive, finalmente moderne in loco. O no? Saluti, buon viaggio, Eduardo Alamaro (Eldorado)
LIBRI a cura di Francesca Oddo
Carlo Mollino. Biografia
"Architetto, designer, arredatore, fotografo. E anche scrittore, scenografo, aviatore acrobatico. E inventore, pilota automobilistico, professore universitario, maestro di sci. Carlo Mollino, classe 1905, torinese, è stato un uomo di sconfinato talento, un professionista tutto d'un pezzo e allo stesso tempo un artista stravagante dai mille interessi e dalle innumerevoli risorse.
Gli edifici di cui fu autore non sono molti – quanto meno se usiamo il metro della iperproduttività contemporanea – e sono per lo più concentrati a Torino (il Teatro Regio, l'Auditorium Rai, il Palazzo degli Affari, l'ormai smantellata Società Ippica, diversi e strabilianti interni di ville e case cittadine), ma costituiscono un insieme da cui non può prescindere la storia dell'architettura italiana del XX secolo. E quella del design sarebbe forse la stessa senza il suo contributo eterodosso e sottilmente sovversivo?
Ma questo solitario enfant terrible era anche un intellettuale di difficile collocazione, costantemente in bilico tra posizioni antagoniste, con un bisogno quasi fisiologico di incantare chi gli stava accanto. Eccolo allora immerso in una vita all'insegna della velocità, in un'ansia esistenziale che lo ha portato a sfidare, in ogni campo, i propri limiti: con le automobili e nel volo, nello sci e con le donne. Da seduttore instancabile, incoronava provocanti figure femminili quali regine delle sue opere, le immortalava nelle fotografie e ne richiamava le forme nelle linee dei suoi progetti." (Lindau)
Autore: Maurizio Ternavasio. Editore: Lindau. Anno: 2008. Pagine: 240. Prezzo: € 22.00
Il Quartiere Residenziale Giuncoli a Firenze. 124 alloggi che coniugano socialità e alta efficienza energetica
"Il volume illustra il Programma Integrato 'Giuncoli' a Firenze, che prevede il completamento e la riqualificazione di un'area residua all'interno della periferia urbana, attraverso la realizzazione di 124 alloggi di edilizia residenziale pubblica, spazi commerciali, spazi di quartiere, verde pubblico, parcheggi. L'intera operazione, attualmente in fase di realizzazione, ha il fine di coniugare l'edilizia sociale con le nuove metodologie di progettazione per la sostenibilità ed il risparmio energetico.
Il programma Giuncoli, infatti, prevede edifici che raggiungono un fabbisogno energetico inferiore a 30 Kw/mq anno (Classe A secondo CasaClima Bolzano). Il progetto massimizza i sistemi passivi di contenimento dell'energia, implementati con soluzioni impiantistiche avanzate integrate da solare termico, fotovoltaico e sistemi sperimentali di ventilazione naturale.
Il libro, attraverso interventi di tutti gli attori del processo edilizio (Comune di Firenze, Casa S.p.A., Affitto Firenze, Eos Consulting, Costruzioni Spagnoli), illustra le dinamiche di pianificazione e di progetto che ha reso possibile la realizzazione dell'operazione, che si concluderà nel 2011." (Meltemi)
A cura di: Silvio Pappalettere. Testi di Vincenzo Esposito, Riccardo Roda, Silvio Pappalettere. Editore: Alinea. Anno: 2008. Pagine: 72. Prezzo: € 15.00
RECENSIONI E COMMENTI
L’appartamento privato (About Private Flat #3)
Non c’è posto al mondo che mi faccia sentire più a mio agio delle case degli altri.
Non importa dove o come siano, è sufficiente il loro carattere di luoghi da scoprire. Non case in cui sei ospite, da condividere con i proprietari, dove gentilmente sei accolto di passaggio, ma quelle che ti vengono prestate, quelle che ti danno le chiavi dicendo io non ci sono fai finta che sia casa tua, dove al massimo devi annaffiare le piante e devi dare da mangiare al gatto.
E allora quello diventa chez toi per un certo periodo di tempo che appare indefinito, quasi eterno, nel senso di fuori dal tempo. Perdi la percezione di quando ci sei arrivato e di quando te ne dovrai andare. O meglio, se i pensieri giungono fin là, ti sembrerà di poterci poi sempre far ritorno...Logico...è casa tua! Ha un po’ a che fare con i giochi dell’infanzia, quando rubi i tacchi alti e i trucchi alla mamma e fai finta di fumare le sigarette di cioccolata. Sì, un gioco...ma quanto lo sentivi vero!
Rubare case è un espediente per prenderti le distanze dalla vita, rimanendoci però allo stesso tempo dentro: continui a fare la spesa, il caffè la mattina, a lavorare, pensare, uscire o invitare amici a cena. Tutto questo acquista però una dimensione diversa e altra...tutto appare un po’ più possibile...o un po’ meno impossibile. E’ come sentire una voce che canta in questa vita puoi essere tutto ciò che vuoi. Non è una questione di fuga, questo luogo desueto ti offre piuttosto un punto di vista nuovo, facendoti scoprire di continuo aspetti impensati di te stesso e del mondo circostante.
Un gruppo di artisti-bambini è riuscito a ricreare questo gioco e l’ha messo a disposizione di chiunque ci si volesse baloccare. Son state offerte quattro case e quattro mondi, quattro vite nuove, la possibilità di essere in tre giorni – o anche in un pomeriggio soltanto – quattro persone diverse e ti poter poi scegliere quella che più ti piacesse. E’ un gioco, ma anche un percorso: sia urbano, concreto, sia interiore, della mente. Quattro appartamenti privati, dislocati su una traccia quasi circolare che abbraccia il centro della città, ti donano innumerevoli possibilità di attraversare, aggirarti, perderti per strade in cui talvolta non sei mai capitato.
Il meccanismo innescato è simile all’atteggiamento del flâneur: la testa un po’ tra le nuvole, un po’ invece attiva nella riscoperta, nella riappropriazione di quei luoghi urbani che troppo spesso ti scordi di possedere e nell’osservazione di questi stessi luoghi con uno sguardo più distaccato e critico, ma proprio in quanto tale più attento. Nel passaggio da un appartamento all’altro, quel vuoto di identità che ti si insinua dentro viene colmato dalla città.
E poi il percorso interno, la cui scena sono i diversi flats. Ti viene donata una casa. Non una qualsiasi, bensì una casa-contenitore di opere d’arte. Le emozioni e le riflessioni che queste suscitano, amplificano ancora di più l’esperienza che ti aspetta in ognuno di questi luoghi privati, così preziosi nella loro estrema diversità.
La porta è aperta, sali le scale e ti è concessa la proprietà.
Puoi entrare senza salutare nessuno: niente permesso, buon giorno, buona sera, ma che bella casa. Oppure puoi interagire, parlare con gli artisti, vederli in un ambiente che presumibilmente è il loro, in uno spazio che presumibilmente vivono nel quotidiano. E in ogni caso puoi far finta, per tutto il tempo che ti è concesso, di essere chez toi.
Vuoi essere una brillante giovane donna con stile, gusto e classe da far invidia? Preferisci vestire i panni di un designer, che notte e giorno disegna e crea di fronte al computer in uno spazio affollato e polveroso? O di una lolita immersa nel suo mondo di arte e cioccolata? O ancora di uno studente con la mente straripante di sogni e idee?
A te la scelta.
Ed ancora la casa...uno scrigno pieno di sorprese: una vista inaspettata sul cielo della città, delle scale strette e ripide che si aprono su un giardino segreto o in un umido cunicolo, che ospitano riflessioni, emozioni, sguardi sul mondo...
Niente da aggiungere... una trovata geniale!
Benedetta Stoppioni
Private Flat è un progetto di Meridiano 12, un gruppo di giovani artisti e curatori attivi a Firenze, che si occupa di arte e architettura composto da Mario Cenci, Matteo Ernandes, Beniamino Foschini, Corrado Furiozzi, Roberto Guidi, Lorenzo Mattioli e Filippo Narduzzi.« Lo scopo è quello di creare una rete di giovani creativi per attivare confronti, scambi d’idee e opportunità espressive. L’espediente attraverso cui attuare questi obiettivi è il progetto Private Flat: evento o serie di eventi artistici curati in spazi privati, rifunzionalizzati sulle esigenze dei giovani artisti contemporanei. […] Da una parte si offre al pubblico un’esperienza diversa di approccio al mondo dell’arte contemporanea, dall’altra si offre a chi abita lo spazio privato, la possibilità di vivere intensamente le opere d’arte, nel breve periodo di metamorfosi della propria casa in Private Flat. L’edizione #3 si apre dunque alla città e coinvolge più spazi privati, […] ai margini del centro storico di Firenze, sono distribuite le quattro diverse cellule ognuna delle quali, in aderenza alla filosofia del progetto, sviluppa le proprie scelte artistiche e curatoriali» (dal comunicato stampa di Private Flat #3).
SGRUNT a cura di Marco Maria Sambo
Il Signor B, la scimmietta Zizi e altre storie
Il Signor B è tornato alla carica per garantirsi immunità e vita eterna. Il Signor B è saggio, aspetta sempre il momento giusto per sistemare ogni cosa. Anzi –a tal proposito- preparatevi al prossimo Condono, se avete anche voi abusi nelle vostre ville megagalattiche in Sardegna. Perché tutti voi, ovviamente, avete superville in Sardegna. E ci sarà sicuramente, prima o poi, un Condono.
Il Signor B è buono. Concede sempre il dialogo. E chi parla con lui viene illuminato, talmente abbagliato da farfugliare pacatezza ma anche buon senso ma anche serietà ma anche dialogo.
Ci vorrebbe la scimmietta Zizi per risolvere il problema. Con il suo faccino bianco, le zampette e la coda lunga lunga. Proprio così. La scimmietta di Bruno Munari. Con i suoi superpoteri si arrampicherebbe sulla ‘testa asfaltata’ del Signor B per suggerirgli buon senso e ragionevolezza. E capendo che l’impresa è impossibile inizierebbe a dargli fastidio con la sua lunga coda, avvolgendosi sul suo volto ‘cerato’. Così, senza vedere, il Signor B potrebbe anche fare del bene al Paese. In questo modo la scimmietta Zizi, contenta del suo operato, potrebbe smettere di dargli fastidio. Ritornando nelle case della gente. Per regalare un sorriso da vera e brava scimmietta. Simbolo di leggerezza, ironica pacatezza, geniale semplicità.
(marco_sambo@yahoo.it)
SEGNALAZIONI
Lo spazio obbligato
La Fondazione Rebaudengo di Torino, con il contributo di Intesa San Paolo, dedica una mostra di architettura sul tema dello spazio carcerario, curata da Francesco Bonami dal titolo YouPrison. Nella grande hall una serie di isole riproducono situazioni di limite fisico, se i grandi architetti paiono interessanti alla cultura di pochi, sempre più sono quelli che più popolano questi luoghi di privazioni. Come "Architect's Dilemma", il progetto dell'architetto serbo Anna Miljacki e di Lee Moreau, evidenziano il tema della costruzioni carcerario è sempre più in crescita, soprattutto con strategie industriali. Gli 11 studi di architettura invitati a progettare lo spazio abitativo del carcere hanno pensato quasi sempre alla sensazioni di oppressione e di disagio morale e spirituale. Se il lavoro di Alexander Brodsky pare quello più romantico, in una visione piranesiana dello spazio di detenzione, altro è DW5-Bernard Khoury che presenta una struttura di carcere a corpo ed un video fortemente inquietante. Si propongono in un'attenzione più estetica i lavori di InabaSlab, SciSKEW e Dillo Scofido+Renfro in cui la riceerca è posta alla forma dell'abitacolo mentre completamente intellettualizzata la biblioteca dissidente di Eyal+Weizman, dedicata a tutti gli scrittori/pensatori ingiustamente imprigionati, si trovano cosi dalle lettere di San Paolo agli scritti di Jean Genet ai testi di politici quali Gandhi e Gramsci. Unico esempio di coinvolgimento con la realtà carceraria è stato fatto da Marco Navarra che nel realizzare il suo complesso lavoro ha operato con alcuni detenuti del carcere di Caltagirone, dove ha sede lo studio, e la Casa Circondariale di Torino, chiedendogli di disegnare una cella, reale o immaginata. Da Teheran Kianoosh Vahabi realizza in scala una torre cilindrica al cui interno, il funzionale spazio, e' inquietantemente sottoposto alla scritta muraria: "Dio ti guarda". La mostra nel suo complesso risulta interessante e ricca di stimoli, ai progetti architettonici sono affiancati una rassegna di video d'artista sul tema delle carceri, fra cui molte crude testimonianze di una vita limitata, lo opere sono degli artisti: Darren Almond,Gianfranco Baruchello, Ashley Hunt, Jaan Toomik, Kon Trubkovich e Artur Zmijewski.
Domenico Olivero
Torino 011. Biografia di una città
Aprirà al pubblico domenica 29 giugno 2008 Torino 011. Biografia di una città, la mostra che racconta la trasformazione di Torino dal 1980 ad oggi, con uno sguardo al futuro. L'esposizione, curata da Carlo Olmo e Arnaldo Bagnasco attraverso il coinvolgimento di un ampio e qualificato comitato scientifico, si propone come uno dei principali eventi della città in occasione del XXIII Congresso Mondiale degli Architetti UIA 2008. Inoltre rappresenta il primo grande appuntamento espositivo in vista del 2011, anno dei festeggiamenti per il centocinquantenario dell'unità d'Italia (1861-2011), che vedrà Torino protagonista. La mostra è organizzata da Urban Center Metropolitano con il sostegno di Città di Torino, della Compagnia di San Paolo, del Comitato Italia 150 (organizzatore delle attività per il 2011), del Gruppo Torinese Trasporti, del Collegio Costruttori Edili e con il patrocinio della Regione Piemonte.
"Le architetture sedimentano stratificazioni di valori, interessi, strategie sociali ed economiche, simboli -spiega Carlo Olmo: tracce fisiche dei cambiamenti di una società. La mostra Torino 011. Biografia di una città traduce questa chiave di lettura, partendo dall'ipotesi che alcune architetture e luoghi urbani siano condensatori dei tempi in cui gli spazi prendono forma e dei processi sociali che li producono e utilizzano."
Officine Grandi Riparazioni – corso Castelfidardo 18 (fronte corso Stati Uniti), Torino
29 giugno – 12 ottobre 2008
Tutti i giorni dalle 11:00 alle 20:00 – giovedì dalle 11:00 alle 23:00 – lunedì chiuso
Ingresso: 5,00 euro – ridotto: 3,00 euro (cumulativo con Flexibility: 10,00/6,00 euro)
Il drago e la montagna
Concorso Internazionale di idee per il Forte di Fenestrelle
La Provincia di Torino in collaborazione con l'OAT, in occasione del XXIII Congresso Mondiale degli Architetti UIA, bandisce il 16 giugno 2008 un Concorso internazionale di idee per l'individuazione del futuro del complesso monumentale del Forte di Fenestrelle, proponendo anche una soluzione ideativa per il reinserimento della Ridotta Carlo Alberto da porre a base di una progettazione preliminare.
La conferenza stampa di presentazione si terrà il 20 giugno 2008 alle ore 11.30 presso Palazzo Cisterna, via Maria Vittoria 12, Torino.
Il concorso verrà inoltre presentato al Congresso il 1° luglio 2008 alle ore 11 (Lingotto Centro Congressi, sala Copenhagen).
Per consentire una più approfondita conoscenza del Forte, il 4 luglio 2008 verrà organizzata una visita guidata in loco per tutti gli architetti interessati a partecipare.
Per iscrizioni alla visita guidata : mix@mixpr.it <mhtml:{98505CB0-0C65-420B-A529-24A1B6D5AB45}mid://00000106/!x-usc:mailto:mix@mixpr.it>
maggiori informazioni:
www.to.archiworld.it <mhtml:{98505CB0-0C65-420B-A529-24A1B6D5AB45}mid://00000106/!x-usc:http://www.to.archiworld.it/>
Concorso Internazionale di idee per il Forte di Fenestrelle
La Provincia di Torino in collaborazione con l'OAT, in occasione del XXIII Congresso Mondiale degli Architetti UIA, bandisce il 16 giugno 2008 un Concorso internazionale di idee per l'individuazione del futuro del complesso monumentale del Forte di Fenestrelle, proponendo anche una soluzione ideativa per il reinserimento della Ridotta Carlo Alberto da porre a base di una progettazione preliminare.
La conferenza stampa di presentazione si terrà il 20 giugno 2008 alle ore 11.30 presso Palazzo Cisterna, via Maria Vittoria 12, Torino.
Il concorso verrà inoltre presentato al Congresso il 1° luglio 2008 alle ore 11 (Lingotto Centro Congressi, sala Copenhagen).
Per consentire una più approfondita conoscenza del Forte, il 4 luglio 2008 verrà organizzata una visita guidata in loco per tutti gli architetti interessati a partecipare.
Per iscrizioni alla visita guidata : mix@mixpr.it <mhtml:{98505CB0-0C65-420B-A529-24A1B6D5AB45}mid://00000106/!x-usc:mailto:mix@mixpr.it>
maggiori informazioni:
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Archiworld.tv
Il tributo che archiworld.tv intende portare al Congresso mondiale degli architetti UIA, in programma a Torino dal 29 giugno al 4 luglio, è un affresco della satira che ha colpito da sempre il ruolo dell'architetto e del designer. Ultimamente l'affresco è stato arricchito da film, programmi tv e blog sul web.
All’innocenza e alla scurrilità di molti filmati presenti su Youtube, realizzati da studenti che intendono così criticare il sistema universitario e i loro docenti, abbiamo preferito l'ironia pungente dei professionisti dello spettacolo. Gli estratti che presentiamo colpiscono archistar e loro cloni con sagacia e qualche cattiveria. L'autoironia sembra appartenere a pochi fra i protagonisti. Ne viene fuori una categoria coerente con quella descritta dai media nazionali: conservatrice e allo stesso tempo autodistruttiva.
Capostipite della categoria surreale è certamente il dissacrante "The Architect Sketch" dei Monty Python, datato 1970. "This is a 12-story block combining classical neo-Georgian features with the efficiency of modern techniques. The tenants arrive here and are carried along the corridor on a conveyor belt in extreme comfort, past murals depicting Mediterranean scenes, towards the rotating knives". Le lame rotanti sono imprescindibili per il progetto dell'architetto: garantiscono ai costruttori un perenne ricambio di inquilini.
La palma dell'autoironia va ex-aequo a Gehry e a Starck. Il primo con la sua partecipazione in disegno e voce a una puntata dei Simpsons (stagione 16, episodio 14). Marge convince Springfield a fare una concert hall, progettata da Frank Gehry. Dopo aver accartocciato la lettera inviatagli da Marge, l'architetto la getta per strada, poi per caso si volta e si rende conto del capolavoro che ha creato, modestamente... Poco dopo l'inaugurazione dell'auditorium, i conti vanno in rosso e l'edificio viene abbandonato. Il signor Burns lo acquista e lo trasforma in una prigione. Che sia una "sottile" quanto ormai scontata metafora dell'architettura bella ma economicamente insostenibile? Starck invece suscita l'ilarità della platea con il suo franco-inglese nella performance del 2007 ai TED Talks dove dichiara che la professione del designer è inutile.
In Italia gli spunti non mancano. Celentano indica la categoria quale responsabile della poca salute di sua sorella Terra ("... ma la più grande sciagura sono gli architetti"). L'ordine degli architetti della Provincia di Pisa lo ha querelato.
Massimiliano Fuksas, partecipando come ospite al programma di Santoro, regala a tutti l'epiteto di "ignoranti", per poi cadere sull'attribuzione di una citazione del mondo classico. Le conseguenze sono inevitabili: Maurizio Crozza si inventa il personaggio di Massimiliano Fuffas (Architetto, Designer, Art-Creator, Life-Stylist), relegando gli architetti di fama nel calderone dell'Italia meschina e ignorante: "Esiste un'etica in Architettura? – Mmm ... che io sappia, no!". "La politica pensa poco al cittadino, l'architetto non ci ha mai pensato". Massimiliano Fuffas si occupa anche di Expo 2015: "Noi pensiamo a una Milano nuova, con molti grattacieli storti, molto a punta, con muri che crescono dal nulla… Ecco, noi pensiamo a una Milano che ti sorprenda, soprattutto quando meno te lo aspetti: oggi c’è un’aiuola, domani c’è un muro."
Prima, c'erano state le inchieste de "Le Iene". Attacco a Vittorio Gregotti nel sulfureo programma di Italia 1. Enrico Lucci va allo Zen di Palermo, il quartiere che Gregotti ha progettato e difende, e che Massimiliano Fuksas vorrebbe abbattere. Lucci si sposta poi nella bella, centrale, verde e silenziosa casa di Gregotti a Milano: la "iena" fa stridere il contrasto, mette talmente in difficoltà l'architetto da fargli dire: "Io non posso vivere allo Zen, io non faccio il proletario, faccio un altro mestiere. Non faccio l’operaio, faccio un’altra cosa, completamente diversa". La trasmissione ebbe un seguito: Gregotti sostenne di essere stato male interpretato, e che quella sua frase era stata estrapolata artatamente da un contesto più ampio.
Troviamo Bruno Zevi che esaltava e rilanciava, forse provocatoriamente, il Corviale a Roma in una trasmissione di Raitre, "AmbienteItalia"; mentre Diego Vergassola a "Parla con me" di Serena Dandini chiedeva, ancora a Fuksas: "Lei si occupa del degrado delle periferie: precisamente, quante è riuscito a degradarne?".
E poi ancora: "Sono pazzi questi architetti". Lo dice Obelix, il compagno di Asterix nell'episodio "Cleopatra", dopo aver visionato l'ennesimo progetto dell'archistar egizia Numerobis.
"Je suis un architecte catholique". Contro l'affermazione pessimistica dei Sex Pistol ("tutto è merda") si scatena Rudy Ricciotti che per l'occasione gira l'intervista con la sua "sexual performer" in quel di Buenos Aires, durante la Biennale architettura del 2005.
A proposito di nudità, ecco pronto l'architetto di turno che pur di apparire partecipa al programma "Tutti Nudi" e conclude con una frase rivolta a sua figlia: "Gli architetti o sono genio e sregolatezza oppure sono dei coglioni".
Gli architetti "fighetta" milanesi sono invece presi di mira da Enrico Bertolino nella sua imitazione del muratore bergamasco. "Quelle tegole lì siamo sicuri che van bene? Non sarebbe meglio il cotto fiorentino? - E perché non il crudo di Parma o il magatello?".
"Smettetela con gli open space. Noi a casa abbiamo bisogno dei muri. Intanto abbiamo bisogno di appendere i quadri. Se chiedi ad un architetto dov'è lo sgabuzzino gira gli occhi al contrario come l'esorcista e gli esce la bava dalla bocca. E noi l'aspirapolvere ce lo dobbiamo far tenere dalla vicina di casa". Ça va sans dire: è Luciana Littizzetto.
L'architetto per eccellenza Frank Lloyd Wright, colui che ha creato un nuovo vocabolario architettonico, non è stato in grado di costruire una casa per se stesso e per la sua famiglia. Ne parla lui stesso con famigliari, parenti e amici nella pièce teatrale americana di Richard Nelson: "Frank's Home".
"Effettivamente sono molto a mio agio". Lo dice Fracchia, alias Paolo Villaggio, in tanti sketch televisivi e in alcuni film. L'oggetto di tanto "agio" è la poltrona sacco di Gatti, Paolini e Teodoro. Nel 2008 la celebre seduta compie 40 anni.
Alcuni studenti della Facoltà di Architettura di Ferrara, in occasione del ciclo di tavole rotonde "LAP0", hanno preparato alcuni spot. Nel primo, sulle note di "Com'è bella la città" di Giorgio Gaber, Renzo Piano dichiara: "Non si può continuare a crescere nelle città in maniera esplosiva. Bisogna crescere, se c'è da crescere, in maniera sostenibile cioè per implosione". ????!!!!!
Siamo anche vittime, noi italiani, delle parodie sugli architetti all'estero. Caesare Diga propone un classicismo monumentale (il trionfo della facciata) per il municipio di un piccolo paese, Ter Weksel, in Olanda.
Non poteva mancare una novità editoriale. Dopo "Maledetti architetti" di Tom Wolfe, ecco "Gli architetti… dovrebbero ammazzarli da piccoli". Il provocatorio titolo è quello di un curioso manuale, o meglio, come recita il sottotitolo, di una "guida pratica alla ristrutturazione della casa senza prendersi l’ulcera" scritta da Matteo Clemente, che di mestiere fa, naturalmente, l’architetto.
Novità anche cinematografiche: quando parliamo delle ville, delle residenze lussuose realizzate dalle archistar, è difficile immaginare la padrona di casa, in Prada e Mocio Vileda, intenta a pulire il pavimento dallo sporco quotidiano. In certi ambienti ancora non assimilabili all'immaginario domestico collettivo, è semplicemente difficile pensare a una normalissima donna delle pulizie. Da questo spunto e dal desiderio di osservare l'architettura da un punto di vista informale nasce un interessante film/documentario: "Koolhaas HouseLife", realizzato da Ila Beka e Louise Lemoine su uno dei capolavori dell'architettura contemporanea, "La maison à Bordeaux" progettata da Rem Koolhaas.
L'attacco di Beppe Grillo durante i suoi spettacoli e sui palchi del VDay è indirizzato agli architetti devoluzionisti e decostruzionisti. Davanti alla foto di una villa di Gehry, si chiede e si risponde: "Dimmi dov'è la porta di casa? Non c'è! Devi stare dentro e vaffanculo. O sei dentro dall'inizio o non entri più".
Buona visione a tutti.
All’innocenza e alla scurrilità di molti filmati presenti su Youtube, realizzati da studenti che intendono così criticare il sistema universitario e i loro docenti, abbiamo preferito l'ironia pungente dei professionisti dello spettacolo. Gli estratti che presentiamo colpiscono archistar e loro cloni con sagacia e qualche cattiveria. L'autoironia sembra appartenere a pochi fra i protagonisti. Ne viene fuori una categoria coerente con quella descritta dai media nazionali: conservatrice e allo stesso tempo autodistruttiva.
Capostipite della categoria surreale è certamente il dissacrante "The Architect Sketch" dei Monty Python, datato 1970. "This is a 12-story block combining classical neo-Georgian features with the efficiency of modern techniques. The tenants arrive here and are carried along the corridor on a conveyor belt in extreme comfort, past murals depicting Mediterranean scenes, towards the rotating knives". Le lame rotanti sono imprescindibili per il progetto dell'architetto: garantiscono ai costruttori un perenne ricambio di inquilini.
La palma dell'autoironia va ex-aequo a Gehry e a Starck. Il primo con la sua partecipazione in disegno e voce a una puntata dei Simpsons (stagione 16, episodio 14). Marge convince Springfield a fare una concert hall, progettata da Frank Gehry. Dopo aver accartocciato la lettera inviatagli da Marge, l'architetto la getta per strada, poi per caso si volta e si rende conto del capolavoro che ha creato, modestamente... Poco dopo l'inaugurazione dell'auditorium, i conti vanno in rosso e l'edificio viene abbandonato. Il signor Burns lo acquista e lo trasforma in una prigione. Che sia una "sottile" quanto ormai scontata metafora dell'architettura bella ma economicamente insostenibile? Starck invece suscita l'ilarità della platea con il suo franco-inglese nella performance del 2007 ai TED Talks dove dichiara che la professione del designer è inutile.
In Italia gli spunti non mancano. Celentano indica la categoria quale responsabile della poca salute di sua sorella Terra ("... ma la più grande sciagura sono gli architetti"). L'ordine degli architetti della Provincia di Pisa lo ha querelato.
Massimiliano Fuksas, partecipando come ospite al programma di Santoro, regala a tutti l'epiteto di "ignoranti", per poi cadere sull'attribuzione di una citazione del mondo classico. Le conseguenze sono inevitabili: Maurizio Crozza si inventa il personaggio di Massimiliano Fuffas (Architetto, Designer, Art-Creator, Life-Stylist), relegando gli architetti di fama nel calderone dell'Italia meschina e ignorante: "Esiste un'etica in Architettura? – Mmm ... che io sappia, no!". "La politica pensa poco al cittadino, l'architetto non ci ha mai pensato". Massimiliano Fuffas si occupa anche di Expo 2015: "Noi pensiamo a una Milano nuova, con molti grattacieli storti, molto a punta, con muri che crescono dal nulla… Ecco, noi pensiamo a una Milano che ti sorprenda, soprattutto quando meno te lo aspetti: oggi c’è un’aiuola, domani c’è un muro."
Prima, c'erano state le inchieste de "Le Iene". Attacco a Vittorio Gregotti nel sulfureo programma di Italia 1. Enrico Lucci va allo Zen di Palermo, il quartiere che Gregotti ha progettato e difende, e che Massimiliano Fuksas vorrebbe abbattere. Lucci si sposta poi nella bella, centrale, verde e silenziosa casa di Gregotti a Milano: la "iena" fa stridere il contrasto, mette talmente in difficoltà l'architetto da fargli dire: "Io non posso vivere allo Zen, io non faccio il proletario, faccio un altro mestiere. Non faccio l’operaio, faccio un’altra cosa, completamente diversa". La trasmissione ebbe un seguito: Gregotti sostenne di essere stato male interpretato, e che quella sua frase era stata estrapolata artatamente da un contesto più ampio.
Troviamo Bruno Zevi che esaltava e rilanciava, forse provocatoriamente, il Corviale a Roma in una trasmissione di Raitre, "AmbienteItalia"; mentre Diego Vergassola a "Parla con me" di Serena Dandini chiedeva, ancora a Fuksas: "Lei si occupa del degrado delle periferie: precisamente, quante è riuscito a degradarne?".
E poi ancora: "Sono pazzi questi architetti". Lo dice Obelix, il compagno di Asterix nell'episodio "Cleopatra", dopo aver visionato l'ennesimo progetto dell'archistar egizia Numerobis.
"Je suis un architecte catholique". Contro l'affermazione pessimistica dei Sex Pistol ("tutto è merda") si scatena Rudy Ricciotti che per l'occasione gira l'intervista con la sua "sexual performer" in quel di Buenos Aires, durante la Biennale architettura del 2005.
A proposito di nudità, ecco pronto l'architetto di turno che pur di apparire partecipa al programma "Tutti Nudi" e conclude con una frase rivolta a sua figlia: "Gli architetti o sono genio e sregolatezza oppure sono dei coglioni".
Gli architetti "fighetta" milanesi sono invece presi di mira da Enrico Bertolino nella sua imitazione del muratore bergamasco. "Quelle tegole lì siamo sicuri che van bene? Non sarebbe meglio il cotto fiorentino? - E perché non il crudo di Parma o il magatello?".
"Smettetela con gli open space. Noi a casa abbiamo bisogno dei muri. Intanto abbiamo bisogno di appendere i quadri. Se chiedi ad un architetto dov'è lo sgabuzzino gira gli occhi al contrario come l'esorcista e gli esce la bava dalla bocca. E noi l'aspirapolvere ce lo dobbiamo far tenere dalla vicina di casa". Ça va sans dire: è Luciana Littizzetto.
L'architetto per eccellenza Frank Lloyd Wright, colui che ha creato un nuovo vocabolario architettonico, non è stato in grado di costruire una casa per se stesso e per la sua famiglia. Ne parla lui stesso con famigliari, parenti e amici nella pièce teatrale americana di Richard Nelson: "Frank's Home".
"Effettivamente sono molto a mio agio". Lo dice Fracchia, alias Paolo Villaggio, in tanti sketch televisivi e in alcuni film. L'oggetto di tanto "agio" è la poltrona sacco di Gatti, Paolini e Teodoro. Nel 2008 la celebre seduta compie 40 anni.
Alcuni studenti della Facoltà di Architettura di Ferrara, in occasione del ciclo di tavole rotonde "LAP0", hanno preparato alcuni spot. Nel primo, sulle note di "Com'è bella la città" di Giorgio Gaber, Renzo Piano dichiara: "Non si può continuare a crescere nelle città in maniera esplosiva. Bisogna crescere, se c'è da crescere, in maniera sostenibile cioè per implosione". ????!!!!!
Siamo anche vittime, noi italiani, delle parodie sugli architetti all'estero. Caesare Diga propone un classicismo monumentale (il trionfo della facciata) per il municipio di un piccolo paese, Ter Weksel, in Olanda.
Non poteva mancare una novità editoriale. Dopo "Maledetti architetti" di Tom Wolfe, ecco "Gli architetti… dovrebbero ammazzarli da piccoli". Il provocatorio titolo è quello di un curioso manuale, o meglio, come recita il sottotitolo, di una "guida pratica alla ristrutturazione della casa senza prendersi l’ulcera" scritta da Matteo Clemente, che di mestiere fa, naturalmente, l’architetto.
Novità anche cinematografiche: quando parliamo delle ville, delle residenze lussuose realizzate dalle archistar, è difficile immaginare la padrona di casa, in Prada e Mocio Vileda, intenta a pulire il pavimento dallo sporco quotidiano. In certi ambienti ancora non assimilabili all'immaginario domestico collettivo, è semplicemente difficile pensare a una normalissima donna delle pulizie. Da questo spunto e dal desiderio di osservare l'architettura da un punto di vista informale nasce un interessante film/documentario: "Koolhaas HouseLife", realizzato da Ila Beka e Louise Lemoine su uno dei capolavori dell'architettura contemporanea, "La maison à Bordeaux" progettata da Rem Koolhaas.
L'attacco di Beppe Grillo durante i suoi spettacoli e sui palchi del VDay è indirizzato agli architetti devoluzionisti e decostruzionisti. Davanti alla foto di una villa di Gehry, si chiede e si risponde: "Dimmi dov'è la porta di casa? Non c'è! Devi stare dentro e vaffanculo. O sei dentro dall'inizio o non entri più".
Buona visione a tutti.
LETTERE
Irene Vairo: Poche riflessioni sul rapporto arte - architettura
L’arte si è evoluta, a partire dagli anni ‘60 -’70, verso la concettualità , dopo di questa verso espressioni meno dirette come le installazioni e l’arte digitale, fino ad arrivare alla net-art , la body art , per cui dopo aver subito un processo di graduale smaterializzazion , si mescola con la vita quotidiana. Anche lo studio dell’architettura è passato dagli “schizzi” e le elaborazioni grafiche fatte sul tavolo da disegno, alle elaborazioni e al computo con programmi di grafica e calcolo molto all’avanguardia.
Sembra che, nel XXI secolo, anche l’architettura si sleghi dalla realtà progettuale, dando luogo a modelli che possano valere anche da soli, senza effettiva realizzazione. Perciò l’artisticità dell’architettura, mentre una volta consisteva nel rapporto oggetto scultoreo – architettonico oppure nell’articolazione della pianta e del volume architettonico, oggi mi sembrerebbe risiedere nell’elaborazione progettuale al computer, come anticipazione dell’opera , così come una volta lo era il progetto “disegnato”.
Mentre però prima il contatto con la carta, la manualità , l’uso di colori naturali , rendeva l’aspetto artistico più consistente, oggi la resa grafica digitale dà l’impressione di un’architettura poco radicata nella realtà , né tantomeno “ artistica”. L’artisticità andrebbe trovata nella fase di ideazione su carta dell’architettura e nella sua spazialità, nel rapporto “ragionato” e “sentito”, “segnico” tra gli elementi che la compongono; ciò non toglie che , se il computer venisse usato ai fini artistici, si potrebbe filmare l’architettura creando dei video – simulazioni che pare abbiano soppiantato le forme d’arte tradizionali.
Ma non mi sembra questo il nucleo dell’artisticità dell’architettura, quanto piuttosto il potere percorrerla realmente, la sensazione che ci comunica nel percorrere i suoi spazi, come testimone del tempo e compagna delle nostre azioni.
Domenico Cogliandro risponde a Vittorio Giorgini
Caro Giorgini, una cosa è il progetto, altra cosa è l'opera. Mi segua. Il progetto riguarda tutta la baraonda di comunicazione, finanziaria, amministrativa, politica (nel senso becero del termine), e quant'altro attiene il casino che si può fare attorno alla questione. L'opera è quella ingegneristica, quella delle strutture e delle strade, quella del traffico (vero o presunto) e dei problemi tecnologici. Le due cose viaggiano su binari paralleli, ma distinti. Bisogna saperle leggere separatamente. Ben sapendo che il primo senza l'altra è solo fumo, e l'altra senza il primo è solo carta straccia. Ma sono cose separate, e così vanno viste. Il cardine del discorso riguarda la maniera di rendere veritiera l'opera attraverso il progetto e "sostenibile" finanziariamente il progetto mostrando a tutti l'opera. Sono due fronti della stessa battaglia, in due punti diversi del territorio, e vanno attaccati da soggetti con differenti competenze che riescano a minare alla base le singole questioni. Ma c'è un problema, generale, da non trascurare: il progetto trasferisce verso l'opera blocchi di finanziamento che, fino ad oggi, hanno coperto le opere sussidiarie alla realizzazione del ponte: strade e autostrade, soprattutto (la ferrovia è una questione dolorosa, ma a parte). Senza quel progetto (che potremmo chiamare anche "quell'idea prospettiva") l'area su cui andrebbe ad insistere l'opera manterrebbe, così come adesso, inalterato il proprio margine di inadeguatezza politica dinanzi ai cambiamenti in atto.
Per cui, la questione è estremamente delicata. Tempo fa Rodotà, su Repubblica, criticava la linea del governo-ombra di Veltroni indicando, invece, 5 priorità per il futuro prossimo venturo, per dare senso al futuro in un paese civile e al passo coi tempi. Ne parla da tempo. Tra i punti, la questione delle tecnologie: la maniera di usare le nuove frontiere della comunicazione, della miniaturizzazione informatica, della usability a tutti i livelli determinerà una direzione di futuro. Mi spiego. L'opera ingegneristica di cui si parla, o quella di cui si intende ricominciare a parlare, è “tecnologicamente” vecchia (ha più di 20 anni) e si basa su artefatti che, all'atto della loro realizzazione, saranno obsoleti e, per questo motivo, da sostituire (vedi alla voce “manutenzione”!) prima ancora del loro utilizzo. Una politica che tenda al futuro prossimo venturo non può utilizzare, adesso, un'ordito, tecnico e finanziario, che appartiene al passato: sarebbe un'operazione nostalgica più che moderna. Per cui bisogna entrare nel merito delle questioni proponendo soluzioni (finanziarie, politiche, tecniche) più avanzate delle proposte in atto, anziché porsi nella retroguardia e rimanere avvinghiati, nostalgicamente, alle favole di un territorio ipernaturale che non è più. Faccio un esempio: "l'impatto ambientale dell'opera minaccia l'ecosistema dello Stretto di Messina", ecco una tipica critica pseudoambientalista, già, ma non ho visto nessuna levata di scudi dinanzi all'assalto concessorio attuato negli ultimi cinque anni a Villa San Giovanni. Il territorio è già stato ampiamente impattato da un'edilizia trash che "ben si attaglia al territorio" (immagino sia scritto questo nelle relazioni dei tecnici abilitati). Allora, siccome il ponte è trash all'ennesima potenza, bisogna nel frattempo adeguare il territorio alla moda che verrà. No! Bisogna andare oltre gli schemi ideologici e puntare dritto al futuro con sguardo lungimirante, non con i paraocchi.
Evidentemente, in tal senso, la proposta di Marcello Séstito (chiamiamo le cose col loro nome) di una nuova configurazione di ponte mi vede favorevole, ma non può bastare. Perché se è vero, come lei scrive, che è necessario affrontare il problema da un altro punto di vista (il suo ponte, cioè) è altrettanto vero che lo si deve fare tenendo in considerazione scenari che non sono più quelli della proposta di venti anni fa. Per esempio, l’aereoporto di Catania trenta anni fa (all’epoca degli studi di fattibilità) non era strategicamente importante come lo è oggi nel panorama internazionale e, sempre trenta anni fa, viaggiare in aereo era un lusso che non tutti si riuscivano a permettere. Dunque, trenta anni fa si era più propensi a salire su una Renault 5 e attraversare l’Italia per arrivare a Catania, anziché prendere l’aereo, con relativo calcolo percentuale del traffico su strada. Ma non basta, cioè non basta il ponte. Perché quasi nessuno ha posto la questione dell’attraversamento dello Stretto di Messina in una logica intermodale. L’attesa agli imbarchi (che è il vero motivo “strategico” che sostiene l’operazione ponte, e non mi pare auspicio di una intelligenza collettiva) non è la stessa di trenta anni fa, ma il vero traffico (quello leggero, pedonale e automobilistico) avrebbe potuto essere risolto da tempo con una ridefinizione del sistema portuale nella trilaterazione Messina-Villa-Reggio, una strada non percorsa con lo stesso impatto da task force degli studi relativi all’opera ingegneristica. Anche questa via, eventualmente, prevederebbe ricerche nel campo della nautica, del design, dei flussi di traffico, dell’abbattimento dei costi, dello sviluppo delle energie alternative, eccetera, ma ha un difetto evidente di base: non impatta. Non è evidente.
Non è evidente, cioè, né come progetto né come opera, altrimenti ci avrebbero pensato prima. In questo mondo di ladri, ricorda una canzone di Venditti, ora che è stato riaperto il sacco bisogna tirar fuori il possibile prima che a qualcuno venga la felice idea di richiuderlo. Dunque l’opera s’ha da fare e, nella migliore tradizione nostrana, bisogna farla a tutti i costi, anche a costo di perdere la faccia con una delle più indecenti opere del millennio (sa che è talmente uguale alla ipotesi di Montuori, presentata al famoso concorso del 1971, da rasentare il plagio?). Io sarò a Torino alla fine del mese, per la kermesse degli architetti. Sarò lì con il soggiorno di Biblioteca del Cenide ad Architektonica, in un padiglione parallelo a quello di UIA del Lingotto. Perché glielo dico? Perché vorrei proprio invitarla a chiacchierare in pubblico della sua ipotesi di ponte sullo Stretto di Messina, visto che si tratta di un argomento che nessuno degli oltre quattrocento relatori del megacongresso è stato invitato a trattare. Vorrei invitare lei e tutti gli ospiti della PressTLetter a occuparsi, per una volta collettivamente, di un argomento scomodo, cui gli architetti sono stati invitati a disinteressarsi, o a proporre una posizione dissenziente solo per farsi vedere da Vespa, ogni tanto. Vorrei invitare lei e Paolo Portoghesi, che qualche anno fa su Abitare la Terra propose quasi una mistica dell’opera maxima; vorrei invitare Marcello Séstito, altro che Università di Reggio Calabria, e Gaetano Giunta che, a Messina, fu l’unico a proporre un dibattito pubblico in una sede istituzionale per rendere evidenti le motivazioni del pro e del contro. Mi piacerebbe che ci fosse Glauco Gresleri, che ebbe la sfrontatezza di invitarmi a parlarne in pubblico a Bologna alcuni anni fa, e Luigi Prestinenza Puglisi che della cosa, mi pare, non ha mai approfondito il peso storico. Insomma, d’accordo che il nostro potere interlocutorio con la politica è ai minimi storici, ma addirittura fare finta di niente…
Cari saluti da Domenico Cogliandro
Per cui, la questione è estremamente delicata. Tempo fa Rodotà, su Repubblica, criticava la linea del governo-ombra di Veltroni indicando, invece, 5 priorità per il futuro prossimo venturo, per dare senso al futuro in un paese civile e al passo coi tempi. Ne parla da tempo. Tra i punti, la questione delle tecnologie: la maniera di usare le nuove frontiere della comunicazione, della miniaturizzazione informatica, della usability a tutti i livelli determinerà una direzione di futuro. Mi spiego. L'opera ingegneristica di cui si parla, o quella di cui si intende ricominciare a parlare, è “tecnologicamente” vecchia (ha più di 20 anni) e si basa su artefatti che, all'atto della loro realizzazione, saranno obsoleti e, per questo motivo, da sostituire (vedi alla voce “manutenzione”!) prima ancora del loro utilizzo. Una politica che tenda al futuro prossimo venturo non può utilizzare, adesso, un'ordito, tecnico e finanziario, che appartiene al passato: sarebbe un'operazione nostalgica più che moderna. Per cui bisogna entrare nel merito delle questioni proponendo soluzioni (finanziarie, politiche, tecniche) più avanzate delle proposte in atto, anziché porsi nella retroguardia e rimanere avvinghiati, nostalgicamente, alle favole di un territorio ipernaturale che non è più. Faccio un esempio: "l'impatto ambientale dell'opera minaccia l'ecosistema dello Stretto di Messina", ecco una tipica critica pseudoambientalista, già, ma non ho visto nessuna levata di scudi dinanzi all'assalto concessorio attuato negli ultimi cinque anni a Villa San Giovanni. Il territorio è già stato ampiamente impattato da un'edilizia trash che "ben si attaglia al territorio" (immagino sia scritto questo nelle relazioni dei tecnici abilitati). Allora, siccome il ponte è trash all'ennesima potenza, bisogna nel frattempo adeguare il territorio alla moda che verrà. No! Bisogna andare oltre gli schemi ideologici e puntare dritto al futuro con sguardo lungimirante, non con i paraocchi.
Evidentemente, in tal senso, la proposta di Marcello Séstito (chiamiamo le cose col loro nome) di una nuova configurazione di ponte mi vede favorevole, ma non può bastare. Perché se è vero, come lei scrive, che è necessario affrontare il problema da un altro punto di vista (il suo ponte, cioè) è altrettanto vero che lo si deve fare tenendo in considerazione scenari che non sono più quelli della proposta di venti anni fa. Per esempio, l’aereoporto di Catania trenta anni fa (all’epoca degli studi di fattibilità) non era strategicamente importante come lo è oggi nel panorama internazionale e, sempre trenta anni fa, viaggiare in aereo era un lusso che non tutti si riuscivano a permettere. Dunque, trenta anni fa si era più propensi a salire su una Renault 5 e attraversare l’Italia per arrivare a Catania, anziché prendere l’aereo, con relativo calcolo percentuale del traffico su strada. Ma non basta, cioè non basta il ponte. Perché quasi nessuno ha posto la questione dell’attraversamento dello Stretto di Messina in una logica intermodale. L’attesa agli imbarchi (che è il vero motivo “strategico” che sostiene l’operazione ponte, e non mi pare auspicio di una intelligenza collettiva) non è la stessa di trenta anni fa, ma il vero traffico (quello leggero, pedonale e automobilistico) avrebbe potuto essere risolto da tempo con una ridefinizione del sistema portuale nella trilaterazione Messina-Villa-Reggio, una strada non percorsa con lo stesso impatto da task force degli studi relativi all’opera ingegneristica. Anche questa via, eventualmente, prevederebbe ricerche nel campo della nautica, del design, dei flussi di traffico, dell’abbattimento dei costi, dello sviluppo delle energie alternative, eccetera, ma ha un difetto evidente di base: non impatta. Non è evidente.
Non è evidente, cioè, né come progetto né come opera, altrimenti ci avrebbero pensato prima. In questo mondo di ladri, ricorda una canzone di Venditti, ora che è stato riaperto il sacco bisogna tirar fuori il possibile prima che a qualcuno venga la felice idea di richiuderlo. Dunque l’opera s’ha da fare e, nella migliore tradizione nostrana, bisogna farla a tutti i costi, anche a costo di perdere la faccia con una delle più indecenti opere del millennio (sa che è talmente uguale alla ipotesi di Montuori, presentata al famoso concorso del 1971, da rasentare il plagio?). Io sarò a Torino alla fine del mese, per la kermesse degli architetti. Sarò lì con il soggiorno di Biblioteca del Cenide ad Architektonica, in un padiglione parallelo a quello di UIA del Lingotto. Perché glielo dico? Perché vorrei proprio invitarla a chiacchierare in pubblico della sua ipotesi di ponte sullo Stretto di Messina, visto che si tratta di un argomento che nessuno degli oltre quattrocento relatori del megacongresso è stato invitato a trattare. Vorrei invitare lei e tutti gli ospiti della PressTLetter a occuparsi, per una volta collettivamente, di un argomento scomodo, cui gli architetti sono stati invitati a disinteressarsi, o a proporre una posizione dissenziente solo per farsi vedere da Vespa, ogni tanto. Vorrei invitare lei e Paolo Portoghesi, che qualche anno fa su Abitare la Terra propose quasi una mistica dell’opera maxima; vorrei invitare Marcello Séstito, altro che Università di Reggio Calabria, e Gaetano Giunta che, a Messina, fu l’unico a proporre un dibattito pubblico in una sede istituzionale per rendere evidenti le motivazioni del pro e del contro. Mi piacerebbe che ci fosse Glauco Gresleri, che ebbe la sfrontatezza di invitarmi a parlarne in pubblico a Bologna alcuni anni fa, e Luigi Prestinenza Puglisi che della cosa, mi pare, non ha mai approfondito il peso storico. Insomma, d’accordo che il nostro potere interlocutorio con la politica è ai minimi storici, ma addirittura fare finta di niente…
Cari saluti da Domenico Cogliandro
TESTIMONIANZE
5 parole di Marco Genovese
SPAZIO
“Lo spazio è una realtà che si costruisce e cambia attraverso la luce e il movimento, risultando dal fatto di stare”. Xabier Zubiri, Espacio.Tiempo.Materia, Madrid 1996.
Il fatto stesso di trovarsi, ovvero di aver luogo, implica la costruzione di uno spazio, di una distanza fra il nostro limite corporeo e l'ambiente in cui ci muoviamo nella luce. Dunque luce e movimento sono elementi determinanti dello spazio.
La percezione della realtà avviene attraverso lo spazio: la conoscenza che abbiamo del mondo è strutturata dallo stabilirsi di relazioni simultanee fra gli oggetti che lo compongono.
Sapersi orientare secondo una configurazione di oggetti dunque è la prima azione di visualizzazione spaziale.
LUOGO
Le cose hanno luogo equivale a dire che hanno un posto nell’ordine di un insieme.
Il luogo é la struttura formale dello spazio; la qualitá della configurazione genera la qualitá dello spazio: statico, dinamico, centripeto, centrifugo, aperto, chiuso, simmetrico, longitudinale, centrale, verticale, orizzontale, allegro, andante...
Attraverso la forma definita dal luogo, cosí inteso, si costruisce l’estensione dello spazio: ciò che ha luogo è formalmente determinante.
Lo spazio risulta essere un sistema integrato di unità ordinate.
L'aver luogo è una condizione che presuppone uno stare di fronte a qualcosa, ovvero presuppone un ambiente.
Un concerto di musica può aver luogo solo di fronte ad un ascolto. Il pubblico è l'ambiente.
Aver luogo, ripetiamo, è aver posto nell'ordine delle cose.
Dare luogo a qualcosa è informare (dare forma) la realtà secondo un ordine; in questo senso costruire lo spazio equivale a definire i luoghi.
La coscienza di aver luogo nell'ordine dello spazio in cui ci troviamo e l'intenzione di costruire lo spazio, dando luogo a qualcosa, sono due aspetti dell'esperienza dello spazio che continuamente verifichiamo.
Il luogo è l'oggetto di questa esperienza. Costruendo un modo di stare nella realtà con la coscienza di esserne parte si svela il senso dell'inclusione nel luogo.
Soltanto camminando nello spazio, verificandone immediatamente la struttura, è possibile intenderne pienamente l'oggetto, il luogo.
"Anche Viollet- le-Duc, nel suo sforzo di intendere l'architettura come una serie di operazioni logiche fondate su pochi principi razionali, ammette la difficoltà della trasposizione di un'opera d'architettura. All'idea generale dell'architettura partecipa anche il luogo come spazio singolo e concreto.
D'altro canto un geografo come Max Sorre accenna alla possibilità di una teoria del frazionamento dello spazio; egli indica a questo proposito l'esistenza di punti singolari. Il locus, cosi concepito, finisce per mettere in risalto, all'interno dello spazio indifferenziato, delle condizioni, delle qualità che ci sono necessarie per la comprensione di un fatto urbano determinato." – Aldo Rossi, L'architettura della città, Marsilio, Padova 1966.
LUCE
E poiché il luogo è intimamente connesso al venire alla luce, questa ne è l'elemento determinante: una cosa ha luogo se e solo se viene alla luce. Venire alla luce equivale ad orientarsi. Una cosa ha luogo quando appare in un determinato punto dello spazio sotto una luce che la orienta: la sua posizione è relativa alla luce. Orientati secondo la luce possiamo stabilire uno stare lontani e uno stare vicini con gradazioni di intensità. Una cosa lontana dalla luce risulterà lontana. Dunque il luogo è sempre orientato. Orientarsi è stabilire una relazione con la luce ovvero dare un ordine alla realtà.
Il luogo è presente nello spazio a diverse scale come un accumulatore di luce. Dove la luce si accumula lo spazio si dilata o si restringe originando il luogo.
Le gradazioni di intensità di luce costituiscono l'ossatura del luogo.
Localizzare la luce equivale a delimitarne il campo fissato un orientamento. La costruzione di limiti luminosi serve a localizzare la luce e ad originare il luogo.
EVENTO
La luce è ciò che accade e dove avviene qualcosa esiste il luogo. Le regole di ció che avviene determinano la qualità del luogo. All'interno di questo margine di luce il luogo esiste . Il luogo è qualcosa che si manifesta. Riconoscere allora un luogo è rintracciarne i segni della sua manifestazione. Secondo il cambiare della luce il luogo cambia modalità d'apparizione.
Luce e movimento lasciano tracce che sedimentano e disegnano una tessitura, lo spessore della materia si conforma così sotto l’azione della luce e del movimento generando uno spazio.
Il gesto con cui il luogo si apre diventa forma dello spazio ricevuta nell'atto di aprirsi, di darsi alla luce dell'evento. Individuare il gesto di apertura è localizzare l'evento, ovvero originare un luogo o riconoscerlo abitandolo.
Il ritmo del gesto costruisce il tempo, l'estensione del luogo in cui l'evento avviene. La durata dell'evento, il numero di volte con cui si presenta e l'intensità determinano il ritmo.
L'atto di prendere un caffè può svolgersi secondo diverse modalità, presentandosi una sola volta o più e prolungandosi più o meno, con una intensità dovuta alla posizione del corpo, alle condizioni e alla temperatura dell'ambiente. Prendere il caffè seduti all'esterno di un locale all'angolo di un portico ha un ritmo lentamente frenetico dovuto alla calma di stare seduti e alla frenesia del via vai di gente che passa. Ogni tavolo dà luogo ad un atto sempre nuovo, mai concluso in sè che si prolunga verso il via vai con una durata di tipo circolare.
L'accento si sposta dal tavolo al via vai, comprendendo la durata dell'evento sia il bere il caffè seduti che il mischiarsi alla gente che attraversa il portico, continuando l'atto in piedi, camminando o sostando ancora.
Perché ci sia un luogo è necessario che accada qualcosa. Dunque l'idea di luogo è legata al concetto di evento. Tuttavia l'evento è un concetto integrante che non esaurisce la configurazione dell'idea di luogo. A ciò si aggiunge la durata dell'evento nella memoria.
MEMORIA
Quando, cessato lo svolgersi dell'atto, lo spazio rimane come un guscio vuoto significa che la presenza e l'uso delle persone non hanno lasciato un registro, un'impronta e un'identità che lo renda riconoscibile.
La memoria è la chiave dell'esperienza.
Perché un evento si costituisca come esperienza è necessario che lasci un'impronta in un oggetto materiale che ne restituisca un'eco, una radiazione permanente. Il luogo ha così il potere di rievocare in noi qualcosa che tuttavia va ripetendosi. Non ci troviamo comunque in un ambito privato in cui la possibilità dell'evento di essere incorporato nell'esperienza dipende da un complesso di fattori difficilmente individuabili; nell'esperienza di un luogo il registro individuale entra in contatto con quello collettivo.
I luoghi e i culti servono ad innescare il ricordo e a realizzare la fusione nella memoria della passata esperienza con la presente.
In questo senso la percezione del limite del luogo è parte di un processo mentale proiettato verso un altrove, sul filo della memoria, di fronte ad un evento che sta per compiersi e tuttavia non finisce mai di compiersi.
Il luogo innesca un uso mnemonico dello spazio, gli elementi tenuti insieme dalla memoria.
La presenza di un oggetto che disturbi la percezione puramente visuale dello spazio è in questo senso significativa: l'oggetto porta con sé un contenuto di esperienze che innescano un comportamento. Questo sposterà l'attenzione e dunque il registro dell'esperienza dallo spazio inteso come volume compreso in un involucro allo spazio come teatro di un evento. Un uso mnemonico dello spazio può attuarsi per effetto di un odore, un colore, il toccare un materiale o ascoltare un suono. Da questo punto di vista la qualità di un materiale o della luce assume un valore non soltanto plastico ma mnemonico, poiché lascia una traccia nella memoria di una esperienza vissuta.
LE INTERVISTE di Maria Elena Fauci
Intervista a Claudy Jongstra
Claudy Jongstra è una designer di stoffe. Ha dato inizio alla sua carriera lavorando materiali naturali come la lana e il feltro attraverso procedimenti antichi, che nel tempo si sono tradotti in sperimentazioni tecnologiche di avanguardia, per raggiungere risultati innovativi e particolari che l’hanno resa famosa nel mondo.
I suoi tessuti sono stati utilizzati da Rem Koolhaas, da Claus en Kaan e da Jo Coenen & Co. nelle loro architetture, così come da Donna Karan e John Galliano nella moda.
Nel museo d’arte contemporanea “De Pont” dal 5 luglio al 16 novembre a Tilburg, in Olanda avrà luogo l’esposizione delle sue più recenti e coloratissime creazioni di feltro, insieme all’artista olandese Marc Mulders.
M.E.F.: Ho letto moltissimo su di te ed è stato particolarmente sorprendente constatare in quante pagine di Google sei presente. Da cosa è scaturito il tuo successo?
C.J.: Tutto è accaduto circa 12 anni fa. Ho studiato alla Scuola di belle arti di Utrecht e da lì ho iniziato a sperimentare lavorando con i tessuti. Allora ho voluto provare ad accoppiare materiali di origine diversa, per esempio la stoffa metallica con la lana e l’avere mischiato materiali di natura totalmente eterogenea, mi ha condotto inaspettatamente a dei risultati di estrema avanguardia e soprattutto contemporanei.
Un secondo passo, è stato di tipo strategico: io ed i miei collaboratori abbiamo voluto associarci a personalità molto forti sia in campo architettonico che nella moda. Abbiamo, infatti, cominciato a cooperare con Rem Koolhaas e John Galliano, fin dai nostri primi esordi.
M.E.F.: Cosa rappresenta il feltro per te e perché hai scelto di lavorare proprio con questo materiale?
C.J.: Il feltro, la lana, sono dei materiali primari. Nel deserto vi sono case costruite con il tessuto. E’ un’antica tradizione, è l’inizio d’ogni cosa: l’acqua e la lana, una così facile combinazione…
M.E.F.: Ho la sensazione che ogni prodotto da te concepito venga fuori da uno stato d’animo. Ci sono alcuni oggetti che sembrano molto passionali, di grande impatto visivo, ed altri invece molto più leggeri e delicati. E’ così?
C.J.: Si, certamente.
M.E.F.: Qual è la tua fonte di ispirazione quando vuoi cominciare qualcosa?
C.J.: Dipende dal contesto. Ad esempio, quando abbiamo lavorato all’Ambasciata olandese di Berlino, abbiamo molto ascoltato le persone con cui dovevamo interagire, ma soprattutto abbiamo sentito il posto… Questi sono gli ingredienti con i quali lavorare.
Noi produciamo le nostre creazioni sperimentando antiche e nuove tecnologie. Ad esempio, recentemente, abbiamo utilizzato i colori vegetali per tinteggiare i tessuti. I colori e le piante sono le fonti di ciò che elaboriamo in seguito.
All’inizio della mia carriera, invece, ero un po’ “no-colour”. Mi piaceva l’idea di lavorare con prodotti naturali e tinte naturali. In seguito ho capito quanto il colore sia fondamentale: è tutto! Anche quando una pianta muore, i suoi colori rimangono sempre brillanti. Così, nel mio laboratorio abbiamo sviluppato nuove tecnologie e nuove ricette, utilizzando antichi ingredienti e procedimenti, per ricavarne sempre di nuovi.
M.E.F.: Quando puoi dire che una delle tue opere è completa?
C.J.: Noi facciamo costantemente modelli, prototipi di ogni progetto e quando quest’ultimo viene installato, allora è pronto. Ogni cosa è controllata in ogni sua fase. Devo ammettere che noi siamo davvero auto sufficienti.
M.E.F.: Nella collezione di arazzi che ho visto, ogni pezzo risulta differente. Per esempio i tuoi tappeti con tema astratto sembrano più audaci di quelli con temi figurativi, invece, molto più delicati. E’ una mia sensazione oppure è proprio così?
C.J.: Questo dipende dall’ambiente e dalle richieste dei clienti.
M.E.F.: Quanto l’arte e la pittura in genere hanno ispirato le tue espressioni d’arte? Perché, forse sono io, ma intravedo un po’ di Pollock nei tuoi arazzi con tema astratto e Manet in quelli figurativi con tema floreale giapponese…
C.J.: Io vivo in questo mondo e pertanto trovo ispirazione da ogni cosa. Tuttavia mi piace moltissimo Marc Mulders, che è un’artista olandese.
M.E.F.: Hai lavorato con famosissimi architetti, con designers dell’alta moda, hai disegnato i costumi per il film “Star Wars”. Quale di questi tre mondi identifica meglio Claudy Jongstra?
C.J.: E’ fantastico lavorare con tutti loro. Ma le installazioni d’arte rappresentano il mio lavoro libero.
M.E.F.: Se dovessi scegliere, con quali stilisti italiani dell’alta moda lavoreresti?
C.J.: Con Dolce e Gabbana.
M.E.F.: I designers olandesi sono famosi in tutto il mondo. Secondo te, hanno qualcosa che li accomuna?
C.J.: L’indipendenza.
M.E.F.: Ho la sensazione che l’Olanda sia al momento il posto ideale dove crescere e formarsi come architetto o designer. Tutto ciò dipende proprio dalla nazione stessa, o proviene da qualcosa in particolare?
C.J.: Ciò deriva da un’ottima accademia. I movimenti ispirano sempre le persone in maniera forte. Gli architetti in particolare sono menti libere, e forse è per questo motivo che sono presenti con successo in tutto il mondo.
M.E.F.: Cosa suggeriresti a quei giovani talenti che volessero iniziare nel campo del design?
C.J.: Quanto ho iniziato, ho cercato in tutti i modi di sviluppare me stessa. Bisogna non avere fretta, anzi è necessario prendersi del tempo per crescere e maturare. Allora, quando sei maturo, la tua identità salta fuori.
M.E.F.: Chi è il tuo designer preferito?
C.J.: Rietveld, per l’alta qualità costruttiva di tutte le sue opere.
M.E.F.: Quale è la tua filosofia di vita?
C.J.: L’onestà e la purezza
ALLEGATI
Introduzione di Gianfranco Marrone e Isabella Pezzini al libro "Linguaggi della città"
1. Epistemologico, teorico, metodologico, empirico
Questo libro costituisce idealmente il secondo volume di un’opera precedente, Senso e metropoli. Per una semiotica posturbana, raccolta delle principali relazioni presentate nel XXXIV Congresso dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici, svoltosi a San Marino nell’ottobre 2005, e dedicato alla semiotica della città (Marrone e Pezzini 2006). Il convegno interpretava un forte ritorno e rilancio di interesse da parte della semiotica nei confronti di una vasta area di studio che dalle questioni più generali legate alla riflessione e all’analisi dello spazio e della spazialità si è poi specificata in ricerche sull’ambiente costruito, la città e la metropoli appunto, ma poi anche l’archeologia, l’architettura, gli insediamenti turistici, i luoghi del consumo e così via. In particolare, quel volume poneva l’accento sul dialogo epistemologico fra la scienza della significazione e le altre prospettive disciplinari che del medesimo argomento si son sempre occupate, ospitando così accanto a saggi di semiologi, interventi di geografi, sociologi, urbanisti, designer, studiosi di consumi, cinema, letteratura, cultura sociale. Quale può essere l’apporto della semiotica allo studio della città (e delle sue diversificazioni storiche e geografiche, sociali e culturali) che rappresenti un reale incremento di conoscenza al patrimonio concettuale già molto ricco in proposito? Ecco la domanda di fondo che attraversava un volume proprio per questo intitolato Senso e metropoli, dove cioè la questione del ‘senso’ quale oggetto specifico della ricerca semiotica potesse trovare un campo d’azione e di verifica rispetto a una realtà solo a prima vista evidente qual è appunto la metropoli contemporanea. Da qui l’individuazione di alcune problematiche di fondo – la rappresentazione della città; i suoi confini come elementi fondativi di uno spazio eminentemente culturale; l’uso dei luoghi e le pratiche urbane; le relazioni fra spazi pubblici e centri commerciali – che declinassero l’idea di quello che, con neologismo programmatico tutto da definire, abbiamo chiamato posturbano, nel doppio riferimento a un nuovo punto di vista su problemi di sempre ma anche ai recenti fenomeni di disgregazione metropolitana e di ridistribuzione della città in territori a lungo ritenuti avulsi da essa.
Perché dunque un secondo volume sul medesimo argomento? Per una ragione molto semplice: accanto agli approcci più generali di tipo teorico ed epistemologico, quali appunto sono stati messi in campo in Senso e metropoli, ci è sembrato opportuno accostare una prospettiva di studio più attenta ai livelli metodologico ed empirico della significazione urbana. Sulla base di una convinzione di fondo: per poter parlare del senso in modo sensato, secondo un adagio mai invecchiato, occorre condurre una ricerca che sia al tempo stesso teorica e pratica, filosofica e analitica, mettendo in opera un saper-fare che sia in grado di trarre dai fenomeni linguistici, sociali, comunicativi e culturali materia interessante di riflessione e stimoli ulteriori alla produzione di modelli; i quali, poi, forniscano a quegli stessi fenomeni adeguate ipotesi di spiegazione formale e comprensione ermeneutica. Questo volume vuol essere allora soprattutto un libro imperniato sul problema dei metodi d’analisi semiotica dei fatti urbani. Non al modo astratto e aprioristico del ‘canone’ da applicare a posteriori a una presunta realtà data; ma in quello di un ‘organon’ che ponga le massime per un uso al tempo stesso rigoroso e flessibile degli strumenti di conoscenza del mondo umano e sociale. I metodi, proprio per questo, non verranno esposti e poi applicati, ma saranno illustrati già nell’atto della loro utilizzazione concreta nell’esame di aspetti e problemi, fenomeni e circostanze diversi della realtà urbana.
2. Enunciato ed enunciazione
L’espressione linguaggi della città che dà il titolo a questo volume gioca sul doppio senso del genitivo: la città è oggetto di linguaggi che parlano di lei, ‘la parlano’, la analizzano e la interpretano dandole consistenza e personalità semiotica, e al tempo stesso essa è in qualche modo soggetto di linguaggi, è espressione e produttore di una cultura inerente e specifica.
Nel primo senso parliamo della città ‘enunciata’: come è organizzata e costruita ma anche come è rappresentata, messa in scena, immaginata, raccontata, descritta, criticata, spiegata, abitata da una serie di linguaggi, o per meglio dire di discorsi, anche molto diversi: discorsi propriamente costruttivi: geografico-topologici, storiografici, urbanistici, architettonici, infrastrutturali, paesaggistici; discorsi sociali, della comunicazione e del vissuto quotidiano: informazione, comunicazione, televisione, chiacchiere della gente per strada, politica, consumo; discorsi figurativi, che emergono dai testi prodotti nei diversi ambiti espressivi: musica, cinema, arte, letteratura, fumetti, ma anche pubblicità, cucina, moda; discorsi teorico-metodologici, che esplicitamente si propongono di fornire definizioni, ricostruire storie, mettere a punto modelli di analisi che discendano da precisi assunti e apparati categoriali, e che assumano i precedenti come oggetti del proprio discorso. A partire dai testi che prendono spunto, e al tempo stesso costituiscono, questi vari discorsi, la città emerge come effetto di senso unitario, come ‘concetto’ e come nome, come palinsesto e centro di potere, ma anche come luogo irradiante a partire da cui si innestano una serie di usi e di pratiche, di rituali e di esperienze, tutti a loro modo ‘esplosivi’ rispetto al nucleo di senso (sempre arbitrariamente) posto come originario. Roma, poniamo, è l’effetto di senso complessivo dei discorsi che la parlano, ma anche, ovviamente, della molteplicità di usi e di pratiche che la abitano, la percorrono, la vivono, la trasformano nel tempo storico e sociale, individuale e corporeo.
Nel secondo senso, è la città che enuncia, è la città-soggetto dell’enunciazione che produce discorsi e lavora sui linguaggi, e che lascia in essi le proprie tracce, di modo che a partire da queste tracce riesce possibile ricostruirne i simulacri. Pietra e aria, pieni e vuoti, edifici e piazze, strade e parchi, monumenti e insegne, case e chiese, semafori e segnali, affissioni e rumori costituiscono il materiale espressivo che, adeguatamente articolato, tende a parlar d’altro da sé, a parlare della società che, abitandoli, li rende vivi, significativi, degni d’attenzione e di valore; ma così facendo, essi producono al tempo stesso un effetto d’identità nei confronti di se stessi in quanto produttori di senso, attori comunicativi, soggetti dell’enunciazione. Nella modernità, la città diventa per esempio ‘metropoli’, grande matrice di forme espressive, sociali o testuali che siano, di stili di vita e di pensiero: il loro bagno di coltura, l’origine e il fine. Analogamente, la megalopoli contemporanea che riempie tutti i territori del pianeta, sciogliendosi in essi e lasciando vasti spazi vuoti al proprio interno, è un nuovo soggetto dell’enunciazione che, parlando d’altro da sé, genera gruppi sociali e forme di resistenza, forme di vita e sistemi di valori, immaginari caratteristici e stereotipi comportamentali quali ulteriori effetti di senso della propria attività comunicativa, per quanto collettiva, implicita, involontaria essa sia.
È evidente che i due sensi per cui parliamo di ‘linguaggi della città’ tendono incessantemente a embricarsi e a sovrapporsi, considerato che tutto ciò che è enunciato presuppone un atto di enunciazione. E in questo possibile incessante sovrapporsi si gioca la forza e il fascino del tema. Cosa che permette di far nascere fra i diversi linguaggi e piani di linguaggio meccanismi veritativi interni: una serie di ‘effetti di realtà’. Per fare un esempio banale: per anni gli architetti si sono ispirati, hanno liberamente attinto e forse anche abusato di un testo letterario come Le città invisibili di Italo Calvino, cercando in vari modi di renderne visibili degli aspetti, di accoglierne delle suggestioni nella trama dei loro progetti. Gli stessi grandi sociologi della metropoli, a partire da Benjamin e Simmel, hanno cercato di far interagire il piano della riflessione teorica quello dell’immaginario, trovando in questo le radici profonde, o le figure emblematiche, della metropoli stessa, muovendosi tra il sensibile e l’intelligibile, tra modalità di ‘presa’ del senso che sono diverse fra loro, che rimandano a diverse razionalità, a diversi modi di ricondurre la diversità fenomenologica all’unità. Ci sembra che una cifra di questo approccio sia nel saper cogliere la capacità immaginifica e propriamente visionaria delle varie forme espressive che si intersecano e si intarsiano nella metropoli, a cominciare dall’architettura.
3. Testo e contesto, tessuto e testimonianza
Ed è esattamente l’indicazione che troviamo in Barthes (1967), il quale, raccogliendo le idee per un programma di ricerca su ‘semiologia e urbanistica’, fissava i suoi riferimenti tanto in teorici di diverse discipline (da Lévi-Strauss a Choay, da Lacan a Derrida) quanto in uno scrittore come Victor Hugo, al quale si deve – diceva – uno degli esempi migliori di letture della città. Barthes parlava già allora della città come di un discorso, intreccio di scritture e di letture. Individuava nella leggibilità della città proposta da Kevin Lynch un valore da condividere, se non altro per lanciare il cuore oltre gli ostacoli, come si dice, e non lasciarsi paralizzare dalle indubbie difficoltà metodologiche che possono presentarsi. E fra l’altro, benché ancora legato alle ipotesi semiologiche, intuiva che pur essendo apparentemente più ‘pesanti’ e in apparenza resistenti di altri oggetti testuali, le città si possono non solo descrivere, ma anche decostruire, svuotare e riempire, riscrivere, tradurre in un gioco complesso di forme semiotiche.
Per un certo periodo la specificità dell’approccio semiotico allo studio della città è stato individuato nello studio di testi sulla città, e spesso si è anche in effetti auto-limitato all’analisi testuale, benché non siano mancati studi e studiosi che hanno continuato nelle direzioni della ricerca tracciate da Barthes. Autori come Greimas e de Certeau, Lotman e Marin, Fabbri e Hammad, Floch e Volli, dialogando con pensatori come Foucault, Deleuze, Guattari, Virilio, Augé, Sassen e altri, hanno insistito sul carattere testuale, dunque narrativo e discorsivo, della città: non solo luogo dove accadono eventi, spazio a partire da cui si innestano stili di vita e forme dell’abitare, ma attante e attore essa stessa, capace di programmi d’azione e di passione, in grado di mettere in gioco cioè procedure di senso, proposte valoriali, alterazioni di uomini e cose. Così, prima di sottolineare i limiti della stagione cosiddetta testualista prendendo congedo da essa, come oggi frettolosamente si tende a proporre, andrebbe in ogni caso sottolineata la ricchezza di questa riflessione, che ha portato a elaborare modelli e strumenti di portata più generale – come si cerca appunto di verificare nelle ricerche che presentiamo in questo libro.
Del resto, benché da più parti contestata, la metafora del testo, se ben intesa e adeguatamente trasformata in modello operativo, sembra reggere alle attuali trasformazioni delle realtà urbane, al tempo stesso più complesse e più rarefatte, più intricate e più immateriali di quelle del passato: prive di centro ma non di senso, di aggregazioni stabili, istituzionalmente riconosciute, ma non di luoghi di socializzazione, tanto cangianti ed effimeri quanto potenti nel definire e ridefinire valori umani e proposte culturali. Il testo, sappiamo, è un modello e non un oggetto; una forma e non una sostanza; ha confini necessari ma non ontologici, dunque da definire e negoziare volta per volta; ha una serie di processualità interne volte a obiettivi specifici che sono altrettante vettorialità in conflitto fra loro; ha una serie di livelli di pertinenza e di significato, ora più semplici e astratti, ora più ricchi e complessi; fa riferimento a codici preesistenti, usandoli maldestramente sino a cambiarne le regole interne; è la risultante dell’incontro fra un progetto d’enunciato e una procedura d’enunciazione. Tutte caratteristiche che, senza dubbio, possono esser individuate nella realtà urbana, sia essa borgo antico o città rinascimentale, metropoli moderna o megalopoli postmoderna, ivi comprese le ipotesi utopiche e distopiche che circolano nell’immaginario collettivo, letterario e artistico, mediatico e spettacolare.
Basta insomma aver chiaro, come hanno insegnato Greimas e Lotman, che un testo è il risultato finale di un ritaglio culturale qualsiasi che produce determinati effetti significativi, e non mirato a scopi meramente comunicativi: sia che questo ritaglio venga posto da un attore o una forza sociale dati (uno scrittore, un gruppo editoriale, una marca), sia che venga proposto da uno studioso come ipotesi di spiegazione di fenomeni socio-culturali che, nella sua episteme, non hanno in apparenza le caratteristiche di un testo. Lotman (1998), parlando proprio della città, insisteva sull’idea che ogni testo emana sempre e inevitabilmente “un’aura di contesto”, anche quando viene avulso dal suo luogo originario e collocato, per esempio, in un museo, dove produrrà una propria nuova forma di contestualità. Allora un testo, come è appunto una città, è sempre l’esito – parziale e dinamico – di un conflitto interno fra una tendenza alla regolarità e alla progressiva, tautologica insignificanza (cfr. la ‘città-nome’ evocata da de Certeau 1980) e una tendenza opposta alla disuniformità, al poliglottismo, alla dialogicità, all’‘esplosione’ di senso (corrispondente grosso modo alle pratiche d’attraversamento viario ricordate dal medesimo autore). Solo che, laddove per de Certeau (1980) questa dialettica era ancora vista nei termini un po’ ingenui di una langue-potere cui si oppone la creatività-parole del singolo o del gruppo, in Lotman si tratta di un conflitto fra due tendenze semiotiche di pari grado che, in quanto entrambe interne al testo, tendono a costituire la sua alterità contestuale. Può accadere, come per esempio nel Settecento, che una città venga posta come spazio utopico forte e uniforme il quale, in nome della Ragione, tende a opporsi alle forze distruttive della Natura e della Storia, ossia dei vissuti concreti. Ma può accadere il contrario: come per esempio molto spesso nel nostro tempo, dove, dinnanzi alle progressive trasformazioni entropiche di una qualsiasi città-nome, si pongono le fruizioni, le percezioni e gli attraversamenti del singolo o del gruppo: più o meno impregnate di memoria, dunque tendenti a ricomporre una tradizione che altrimenti starebbe per svanire, a ricreare perciò quell’effetto di uniformità urbana altrimenti perduto.
Insomma, potremmo ribaltare la posizione standard. Non tanto provare a studiare la città come se fosse un testo, per vedere se, intesa in tal modo, il modello testuale possa dirci qualcosa di nuovo e interessante sulla città medesima. Quanto semmai provare a studiare i testi ‘propriamente detti’ (tali cioè per la nostra cultura) come se fossero – nemmeno tanto metaforicamente – delle forme di città: con edifici e piazze, vie e segnali, ma anche forme di vita e istituzioni pubbliche, passeggiate private e perdizioni di gruppo. Ci accorgeremmo così che lo studio semiotico della città è un ottimo modo per capire che cos’è semioticamente, in generale, un testo; per cogliere cioè il fatto che i testi, tutti i testi, hanno nel profondo la forma di una città. Una città, sappiamo infatti, è innanzitutto tessuto urbano (textum), dunque intreccio, fitta trama dove tout se tient; ma è anche fonte produttiva di testimonianza (testis), insieme di messaggi lanciati alla memoria del mondo, interno o esterno a essa. Entrambe prerogative che, si ripete spesso, hanno anche racconti e poesie, film e annunci pubblicitari, articoli giornalistici e discorsi politici.
4. Narrazioni, memorie, percorsi, scenari
Questo libro è organizzato in quattro parti sulla base di altrettante parole chiave – narrazioni, memorie, percorsi, scenari – che individuano delle dominanti nelle proposte di analisi qui raccolte. Proviamo a ripercorrerle rapidamente.
Narrazioni. La prima parte si apre con un’analisi di Gianfranco Marrone che, nel contesto di una riflessione sul cosiddetto paesaggio urbano, ritorna su un testo assai noto di Italo Calvino tratto da Marcovaldo o le stagioni in città (1963), una raccolta di racconti brevi scritti negli anni Cinquanta, nella quale – in linea di principio – viene tematizzata un’opposizione molto netta tra Natura e Cultura, Campagna e Città, Tradizione e Modernità. Il personaggio centrale del libro, Marcovaldo, è apparentemente impegnato in una lotta tanto ostinata quanto inutile contro tutti i ‘segni’ della città, in nome di valori ormai perduti quali quelli della tradizione contadina e della vita di campagna. In realtà l’analisi, concentrata sulle conseguenze ritmico-percettivo-passionali indotte dalle insegne pubblicitarie – e in particolare dal celebre intermittente GNAC – fa emergere come la tesi di Calvino sia meno semplicistica, e miri piuttosto a dimostrare, con i mezzi propri al testo letterario, che la /natura/ è sempre il prodotto di una /cultura/, un effetto di senso che si ottiene mediante specifiche procedure discorsive, a partire da contratti intersoggettivi di veridizione e conseguenti sistemi condivisi di valenze e valori.
Francesco Galofaro parte invece da un fumetto anni Settanta di Riccardo Barreiro e Juan Gimenez intitolato proprio La città, che si presenta, per quanto è proprio di questa forma espressiva, come lo spazio di una densissima sintesi fra gli svariati ma non infiniti topoi letterario-fantascientici della città collassata e ostile, in cui si aggira naufrago un protagonista disorientato e incapace di ricostruire i sistemi di riferimento ed i codici che vi operano. La città messa in scena, a seconda del punto di vista che la attraversa, esibisce formati ‘a dizionario’ o viceversa ‘a rizoma’, o più che un mondo possibile si rivela matrice di infiniti mondi possibili, retti da regole di genere differenti fra loro quanto non apertamente inaccessibili. Così come del resto la città reale è un oggetto cangiante a seconda della prospettiva che la analizza, del layout che ne seleziona gli aspetti e le relazioni.
Per quanto in modi diversi, i testi studiati fin qui mettono l’accento sullo spaesamento, se non l’aperto conflitto, fra il soggetto e la città in cui si trova a vivere. Daniela Panosetti esplora nella trilogia letteraria di Agotha Kristof, invece, un caso di profonda solidarietà, per quanto drammatica, tra lo spazio e il soggetto. La rappresentazione di uno spazio urbano instabile e ambiguo, la Città di K, si riverbera sulla costitutiva ambiguità attoriale dei due gemelli protagonisti, la cui identità a più riprese viene presentata come il risultato della proiezione schizofrenica ora dell’uno ora dell’altro. L’analisi, di impronta topologica, mira a mostrare come, tramite un meccanismo dinamico di ‘doppio vincolo’, l’inerenza fenomenologica tra spazio e soggetto venga sottoposta a un processo di deformazione schizofrenica, che emerge come effetto discorsivo dal processo di definizione identitaria dei due fratelli e dell’anonima città che ne accompagna il destino.
Al di là dei testi e delle analisi specifiche, da queste letture emergono tratti e isotopie di lettura che non solo rimano fra loro ma rimandano a questioni affrontate dai saggi di altre sezioni: percezione, ritmi, timismi e passioni; il carattere conflittuale della città.
Memoria. L’identità, e quindi la personalità semiotica, di una città è data in larga misura dalla sua storia e dalla memoria che essa ne conserva, in modo implicito o esplicito, attraverso segni e testi ‘dedicati’ di vario genere, come musei, monumenti, toponomastica, e relative reti di narrazioni che vi sono iscritte e depositate. La dialettica fra ipse e idem, fra permanenza dei propri tratti identitari e ricerca di differenza, fra coerenza nei confronti del proprio passato e apertura all’avvento del nuovo (Ricoeur, Floch) è dunque riconoscibile e pertinente anche nel caso della città.
Uno degli eventi più traumatici per una città e per i suoi abitanti è la guerra, che spesso la individua come posta in gioco prioritaria, rispettivamente da tenere, da prendere e o da distruggere. Due articoli, quello di Maria José Contreras e quello di Elena Pirazzoli sono dedicati a tipi diversi di strategie di ‘superamento del trauma’ e di ricostruzione materiale e simbolica. Contreras analizza le performance del gruppo artistico cileno Casagrande, che consistono nel rievocare e rinegoziare il senso di bombardamenti subiti dalle città nel corso della loro storia attraverso ‘bombardamenti di poesie’ – grandi lanci aerei di segnalibri stampati a versi – eventi catalizzatori di ricomposizione della memoria della città che al tempo stesso auspicabilmente dovrebbero generare configurazioni sintattiche, semantiche e passionali inedite. Pirazzoli esamina invece alcuni aspetti controversi della ricostruzione di Beirut, dove, in generale, si è preferito azzerare il passato e ricostruire la città in forme nuove, trasformando anche il reticolo stradale, sia per ragioni di speculazione, sia per marcare una discontinuità nei confronti del passato. Rimozione, negazione, amnesia sembrano così essere le istanze sottese a questo tipo di ricostruzione, che prende sovente le forme di un atto ‘cosmetico’, insieme maschera e cancellazione dei segni della guerra, il cui mantenimento avrebbe invece potuto avere un forte peso politico-sociale.
L’articolo di Pierluigi Cervelli, infine, propone la città come modello di un universo culturale, in linea con l’approccio della scuola semiotica di Tartu-Mosca, e contemporaneamente propone di leggerla, attraverso gli strumenti della semiotica generativa, come dispositivo semiotico, forma di testualità in cui si costruiscono, si cristallizzano e si cancellano valori e competenze. La città è vista dunque come una forma di metadescrizione che una cultura propone di se stessa, del suo passato e della sua alterità, e contemporaneamente come un campo di manipolazioni e di pratiche discorsive. In particolare, alcune grandi trasformazioni urbanistiche di Roma sono lette in parallelo alle modificazioni sociali che la città ha vissuto, nell’ipotesi che, al di fuori di ogni determinismo, esse trovino senso assieme, sulla base di variazioni semiotiche del rapporto fra centro e periferia.
Percorsi
La terza parte si apre con un sistematico intervento di Manar Hammad sulla nozione stessa di percorso, esplorata in senso semiotico a partire da un esempio, la visita di un ospite a una casa tradizionale giapponese, in grado di mostrare come gli spostamenti nell’abitazione siano altamente strutturati in base a programmi narrativi co-articolati allo spazio. Completa l’analisi una riflessione meta-semiotica sulla declinazione narrativa e generativa del termine all’interno della teoria greimasiana. Dario Mangano concentra invece la sua attenzione sul sistema della segnaletica stradale, uno dei primi esempi di codifica non verbale approfonditi dalla semiologia (Buyssens, Prieto, Eco). L’ipotesi che guida questo lavoro porta la segnaletica sul terreno della sua applicazione pratica, per scoprire come spesso essa assuma un ruolo antagonista rispetto alle possibilità d’uso suggerite dalle morfologie spaziali – ad esempio, un divieto di sosta interdice di occupare uno spazio a prima vista ideale per fermarsi. Ecco dunque l’idea che la segnaletica costituisca in realtà un sistema di istruzioni per l’uso di quell’oggetto complesso che è la città. Altri elementi che le appartengono in modo peculiare, e che possiedono un carattere ‘istruttivo’, o addirittura di interfaccia con l’utente, sono i marciapiedi e le vetrine, studiati rispettivamente da Paolo Bertetti e da Francesco Mangiapane. I marciapiedi sono i sentieri della foresta urbana, secondo Bertetti addirittura i segni premonitori dell’urbanizzazione in corso – spesso ricoprono, infatti, tubature e condotte varie -. Luogo di passaggio e di fruizione, rappresentano uno spazio pubblico, socializzato e socializzante, una rete di connessione e di organizzazione di spazi tra loro disomogenei per natura e fruizione: spazi pubblici (strade, giardini ecc.) privati (le case di abitazione), semi-pubblici (negozi, bar, ristoranti, luoghi di lavoro o di servizi) che vengono organizzati in un percorso praticabile dall’utente-pedone. Su di essi si affacciano appunto le vetrine, analizzate da Mangiapane come dispositivo semiotico assai più complesso di quanto a prima vista non possa sembrare. Grazie anche ai caratteri del vetro, che separa e isola i corpi ma al tempo stesso li congiunge visivamente, che permette di vedere attraverso ma anche di riflesso, la vetrina ‘diventa costruttrice di socialità, da una parte costruendo un senso comune visivo cui fare riferimento, dall’altra riconfigurando il rapporto fra soggetto e oggetto nella presa estetica.’ Le vetrine rappresentano molto di più di un mezzo di esposizione, nella loro organizzazione sintattica divengono ad esempio meccanismi regolatori dei ritmi che scandiscono i flussi attraverso le città, o indicatori del discrimine ma soprattutto della tensione continua fra strada e negozio, esterno e interno, pubblico e privato.
Ma questo può accadere là dove la città si presenta a noi con i caratteri di maggiore compattezza, nelle vie e nelle zone in cui le case sono connesse agli spazi pubblici e a quelli dei servizi, condizione che com’è noto non è costante e omogenea, come non lo è quel ‘tessuto’ urbano a cui comunemente ci si riferisce, e in cui risaltano, anche come occasioni di ‘straniamento’, i cosiddetti terrains vagues, già luogo di esercizio di performance neo-situazioniste, come da parte degli Stalker, qui studiati da Valentina Ciuffi e Tommaso Granelli.
Scenari
I saggi raccolti questa parte tematizzano a modo loro la tensione fra utopia e distopia profondamente connessa alla cultura della città, al modo di immaginarla e percepirla come il luogo migliore o viceversa come quello peggiore per vivere. La città di cui si parla è quella attuale, colta in alcuni degli aspetti del suo divenire accelerato dalle pressioni della contemporaneità. Città ormai esplose e fuori controllo che devono sopravvivere malgrado tutto o città di medie dimensioni che devono viceversa reinventarsi una centralità, o vegliare costantemente sulla propria, una volta perduta ogni illusione sulle rendite di posizione, e che quindi devono investire su fattori che le rendano ‘appetibili’ per le popolazioni e per gli investimenti, sugli spazi residenziali come su quelli pubblici, le infrastrutture, i collegamento ma anche i luoghi del consumo e della cultura. Nella consapevolezza di come tutto questo sia estremamente fragile e al tempo stesso necessario, per vivere, nella ‘modernità in polvere’, come la chiama Appadurai (19...), il quale osserva che “la metropoli è un bene effimero che va prodotto e mantenuto nella sua materialità tramite un lavoro duro e costante”.
La tensione emerge ad esempio nella riflessione di Federico Montanari su Limiti, sprawls, esplosioni, edges e bordi cittadini, i quali, quando si concretizzano in nuovi quartieri come quello alla periferia di Bologna esaminato nell’articolo, manifestano il tentativo sempre paradossale di conciliare gli opposti, il ‘fuori dal caos cittadino’ ma con tutti i servizi di norma offerti dalla città a portata di mano, dentro il recinto di una enclave protetta ma al tempo stesso con uno statuto di satellite, alla ricerca di un microuniverso ordinato e funzionale ma al tempo stesso non alienante (ricordate la visita di Nanni Moretti a ‘Spinaceto’, quartiere anni 60 ‘tranquillo’ nella periferia di Roma, in Caro Diario?). Tutto ciò potrebbe sempre cambiare di segno, come insegnano i serial e gli horror americani, i quali però forse valutano troppo poco il peso degli investimenti economici e affettivi che luoghi come questi sanno attrarre.
Abbiamo trovato interessante allargare lo sguardo su alcune realtà ‘globali’ della città e della metropoli contemporanea, con due casi per più d’un verso agli antipodi. Da un lato quello di San Paolo, che ben rappresenta la megalopoli-monstre, cresciuta e continuamente in crescita su se stessa senza freno, praticamente ingovernabile, paralizzata dal traffico, eppure viva e dinamicissima, luogo di attrazione e di sostanziale convivenza per quindici milioni di persone. Dall’altro quello di Dubai, globale non per quantità di popolazione ma per la progettualità che la anima, totalmente legata ai flussi e agli immaginari dell’economia globale – investimenti e consumi, immigrati di lusso e moltitudini di senza diritti – al gigantismo come all’ingenuità e al lusso più kitsch.
Su San Paolo intervengono due semiologhe brasiliane, Lucrecia D’Alessio Ferrara e Ana Claudia de Oliveira, con due contributi complementari. Laddove D’Alessio Ferrara considera San Paolo a partire da una prospettiva culturologica, che la aiuta a formulare una diagnosi sui problemi della città, e a individuare delle vie per contribuire a possibili soluzioni, De Oliveira torna a individuare nei ‘ritmi percettivi’ della metropoli una possibile pista di analisi e al tempo stesso una strategia di sopravvivenza del suo abitante. In riferimento in particolare al traffico che soffoca e implode nella città, al sistema di circolazione del tutto insufficiente e ancora arretrato, Oliveira individua nella ‘piccola’ metropolitana paulista uno spazio utopico: non solo perché nel suo circuito si rendono possibili contrazioni spazio-temporali altrimenti impensabili, ma anche per gli interventi artistici come quello, emblematico, di Otahe, che De oliveira analizza approfonditamente arrivando a vedervi un vero commutatore timico percettivo, capace di ‘agire’ sul proprio fruitore – il viaggiatore della metropolitana sceso sulla banchina, nello spazio della breve attesa del treno – fino a rimotivarlo, in un’esperienza estesica paragonabile a quelle descritte da Greimas (1987) in Dell’imperfezione.
Quanto a Dubai, la città è letteralmente esplosa in questi ultimi anni: fino agli anni ’60 minuscolo villaggio di pescatori e commercianti, oggi rappresenta uno dei nodi più rilevanti dell’economia mondiale dei flussi. Molto più che le sue quantità - la città conta solo un milione e mezzo di abitanti - è la sua qualità, il suo dinamismo impetuoso, ad averla fatta passare dalla periferia al centro del sistema delle relazioni economico-sociali globali. L’analisi di Franciscu Sedda parte dagli effetti di movimento della città, primo fra tutti quello percepito e patito dal corpo e dalla memoria del visitatore europeo, nel momento in cui entra in relazione con la particolare configurazione di Dubai. Il secondo effetto di movimento nasce dal dinamismo interno della città stessa e si coglie in termini di elementi e relazioni geometriche, stilistico-architettonici, progettuali ecc. Infine si indagano le prassi enunciative che danno forma allo spazio e le griglie topologiche che la città definisce, come il ribaltamento che emerge fra le pratiche della città vecchia e di quella nuova, che implicano anche diverse dominanti sensoriali e dunque diverse prensioni della città e diversi modi di entrare in dialogo-conflitto con essa.
Nelle strategie di tenuta e di sviluppo della città contemporanea sembrano avere un ruolo di primo piano sia la creazione di spazi pubblici, sia l’allestimento di contenitori per grandi eventi, sia la garanzia di marca e di spettacolarità fornita dal progetto di una cosiddetta ‘archistar’, un architetto internazionalmente noto e in grado di fornire un elemento carismatico alla complessità di gestione di realizzazioni come queste. Da un punto di visto di marketing urbano (Rosenberg 2000), si potrebbe dire che in tal modo si persegue una duplice valorizzazione, sia sul piano pratico, degli usi, sia su quello mitico, del significato estetico e simbolico. Molti di questi ingredienti si ritrovano nel caso della Nuova Fiera di Milano firmata da Massimiliano Fuksas, i cui esiti, soprattutto sotto il profilo dell’effettiva funzionalità, viene esperito e analizzato criticamente da Camilla Barone. La dislocazione territoriale di questa opera, in uno spazio caratterizzato da sub-contrari (del tipo: ‘né città né campagna’), il tipo di connessioni e di servizi altamente specifici che richiede, le pratiche e frequentazioni umane, piuttosto che i modi dell’abitare e i radicamenti del vissuto che sollecita, si iscrivono all’interno della riflessione ormai corrente fra le parole chiave di luogo, non-luogo e superluogo (Augé 2000; AA.VV. 2007).
A questo non poteva mancare un’estensione sui mondi del web, e in particolare sul ruolo propedeutico che dovrebbe avere Second Life nella prospettiva di una sempre più completa fusione fra reale e virtuale – reale assistito e potenziato dai flussi informativi dei nuovi media. Ma a dispetto delle affascinanti previsioni, allo stato attuale, almeno secondo le esplorazioni di Antonio Santangelo, su Second Life si trovano soprattutto ‘riproduzioni’ depurate, e quindi in qualche misura depauperate, delle città attuali, e in particolare dei loro scorci più conosciuti e caratteristici. Questo perché, probabilmente, a regolare potentemente le immaginazioni soggettive degli utenti di Second life interviene un modello culturale, che viene ‘il passato del futuro’, più incline a incoraggiare la conservazione/riproduzione del mondo così com’è – o meglio, così come è nella sua versione ‘cartolinizzata’ – che non a favorire invenzioni radicali
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