Neo –semplicità? pubblicato nel numero 02 del magazine on line PAD
di Gaia Girgenti
“Very normal people” è lo spot identificativo e mandato continuamente in onda, da rtl 102.5 una famosa emittente radiofonica italiana; “trasformare la complessità tecnica in semplicità fruibile” è la regola n.14 dell’arte della felicità, secondo Style magazine di dicembre 2006, un supplemento mensile del Corriere della Sera; “Sense and Simplicity”, “Senso e semplicità” è il brand utilizzato dalla Philips per la promozione dei propri prodotti, e Il “Manifesto della Semplicità” (pubblicato on line e veicolato attraverso molte testate giornalistiche) è il documento propositivo, stilato a seguito di “LivingSimplicity”, il festival della Semplicità, organizzato a Milano a metà novembre 2006, sempre dalla Philips, che attraverso sei principi guida vuole suggerire soluzioni semplici e proporre un nuovo “LivingSimplicity” lifestyle. Documento dal quale è venuta fuori l’idea che innovazione e design nel futuro devono essere guidati sempre di più da regole di semplicità.
Non è che nell’era degli eccessi, delle complessità tecnologiche, nell’era dello star system del design, come dell’architettura, si senta sempre di più il bisogno di una neo-semplicità? Possiamo realmente parlare di una nuova tendenza che reagisce a quella che alcuni hanno definito come “neo-decorativa” riferendosi ad una moltitudine di oggetti molto colorati e decorati presenti oggi, similmente a ciò che è accaduto negli anni ’90 con il minimalismo, nato in reazione al neo-barocco degli anni ’80?
Oggi probabilmente, più che in altri momenti, è presente una situazione più complessa ed articolata rispetto ad altri periodi, in cui si ritrovano molte tendenze apparentemente contrastanti tra di loro, dal recupero delle tradizioni alle nuove sperimentazioni tecnologiche, dall’uso abbondante di colori e decorazioni alle forme semplici ed essenziali, spesso praticate liberamente e disinvoltamente dallo stesso designer. Aspetto sicuramente positivo, che rispecchia la complessità e la molteplicità del mondo contemporaneo, ma che non poche volte rischia di generare confusione e che spesso camuffa un vuoto di contenuto progettuale, soprattutto in un momento storico in cui si assiste anche ad uno sproporzionato eccesso di “firme” in cui oggetti di uso quotidiano, d’arredamento, ma anche capi di abbigliamento ed edifici diventano, purché firmati, insieme ai loro progettisti delle vere e proprie “superstar”, indipendentemente da tutto il resto.
In questo clima dunque molti hanno ritenuto opportuno sostenere le “normali” qualità e virtù del design anonimo:
Jasper Morrison e Naoto Fukasawa ad esempio con la mostra “Supernormal, allestita prima a Tokyo nel giugno del 2006 e successivamente a Londra, hanno esposto oggetti anonimi o “anonimamente usati tutti i giorni, da risultare invisibili” come li definisce lo stesso Fukasawa; oggetti che prescindono dal loro aspetto visuale e si spostano su un’area più interessante di uso e di esperienza, come la penna bic, la moka Bialetti, la clip metallica per i fogli o il cestino per la biancheria.
Paola Antonelli con la mostra e la pubblicazione ad essa correlata “Humble masterpieces ovvero umili capolavori; fra questi compaiono un pallone da calcio, il codice a barre, il post-it, il bicchiere di carta usa e getta, i mattoncini lego, il tampax, la puntina da disegno, la cerniera zip, il coltellino svizzero, walkman e Swatch.
Alberto Bassi, docente di Storia del design all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV), con il suo volume daI titolo “Design anonimo in Italia” fa un inventario, identificando oltre 70 oggetti prodotti in Italia dall’epoca preindustriale ai giorni nostri: dai prodotti usa e getta, all’Ape Piaggio, dalle sedie di Chiavari al Borsalino, dalla coppa del nonno al Campari soda, che hanno segnato la storia delle imprese del nostro paese. Tali prodotti “anonimi” sono stati scelti per le loro esplicite qualità: sono frutto di una necessità, di un “dover essere”, sono dotati di una propria eccellenza formale, che ne ha fatto dei riferimenti imprescindibili nella storia degli artefatti ed inoltre continuano ad essere fra gli oggetti di uso più ricorrente nella vita quotidiana.
Infine fra i giovanissimi interessante è l’esperienza dei 5.5 designers, (il più anziano non ha neanche 25 anni), usciti da due istituti di arti applicate: L’Olivier de Serres e il Duperré di Parigi. Con Reanim, alla lettera Rianimazione, progetto del 2004 fatto in collaborazione con la sezione di Gard dell’associazione Secours populaire francais (Spf), i sei compiono una vera e propria “riabilitazione” dei “mobili malati”; l’attrezzatura di emergenza - una sorta di farmacia con medicazioni e protesi - è composta da quattro equipaggiamenti, tra cui una stampella telescopica adattabile a tutti i mobili, per piedi rotti o mancanti, e un kit di sutura per sostituire le ante di credenze o armadi. Un nuovo modo insomma per lavorare con gli scarti di produzione o l’inveduto o per assicurare nuova vita agli oggetti destinati all’abbandono.
Così descrivono il loro lavoro: “Il nostro vero maestro è la gente. Siamo spesso più interessati agli oggetti trovati nei supermercati piuttosto che nei musei. Forse amiamo più le cose che i designers! Insomma il nostro pianeta è la terra!”
Forse come afferma Alberto Bassi nel suo saggio, tornare a studiare e a considerare gli oggetti che hanno le qualità logiche ed essenziali del design “anonimo” diventa una strada necessaria per affrontare la questione del momento transitorio del design contemporaneo. Riscoprire le leggi della semplicità diventa un passaggio fondamentale per poter gestire con “senso” e progettare con complessità gli oggetti del futuro.

Articolo
Storico
Stampa