Che fare?
di Corrado Curti - ElasticoSPA
La questione della sperimentazione costituisce uno dei riferimenti ricorrenti nei giudizi critici riguardanti opere d’architettura e, più in generale, progetti. A questa centralità non corrisponde tuttavia altrettanta chiarezza nella definizione dei parametri che consentono di valutare l’effettiva sperimentalità di un’opera: se un certo grado di ambiguità è implicito nella diversità delle letture critiche dell’architettura - ciascuna delle quali “fabbrica” una propria idea di sperimentazione riferita ai propri presupposti - a rendere confusa la valutazione sembra essere soprattutto la difficoltà di affrontare alcuni nodi irrisolti riguardo il rapporto tra progetto, architettura e sperimentazione. Per quanto ogni schematizzazione costituisca inevitabilmente un impoverimento della realtà, è utile individuare alcune impostazioni prevalenti nella definizione di sperimentazione, per poterne successivamente discutere il rapporto col progetto e chiarire l’affermazione precedente. In particolare, si possono osservare tre posizioni critiche distinte e ricorrenti: la prima incentra la propria analisi sul contenuto tecnologico dell’architettura; la seconda assume come parametro essenziale il contenuto sociale di un progetto; la terza attribuisce predominanza al lessico formale e compositivo dell’architettura.
La prima posizione, che può essere vista in qualche modo come una evoluzione dell’idea di high-tech, conferisce valore sperimentale a quegli edifici che integrano al loro interno – o meglio, che ruotano attorno a - elementi tecnologici avanzati e innovativi. Questo approccio - tra i cui “eroi” vi sono architetti distanti per attitudine, cultura e ricerca espressiva quali Herzog e DeMeuron, Shigeru Ban, Jean Nouvel e Future Systems - da un lato presenta diretta continuità con un’idea di progresso tecnico come motore dell’evoluzione della società che affonda le sue radici nell’illuminismo, dall’altro costituisce una sostanziale riduzione dell’architettura ad una delle sue componenti. La possibilità di valutare secondo criteri oggettivi il grado di innovatività di una tecnologia rappresenta il punto di forza e il limite di questa lettura critica: essa poggia la propria valutazione della sperimentalità di un’architettura su solide basi oggettive, ma finisce così per premiare una retorica espressiva dell’innovazione tecnologica che riduce il progetto d’architettura allo styling di materiali e processi costruttivi[1].
Per quanto riguarda la seconda posizione, è l’idea stessa di sperimentazione a perdere rilevanza, in quanto diviene determinante nella valutazione del valore di un’architettura il suo contenuto sociale e politico. In questo senso, come spesso accade, possono essere ritenute rilevanti architetture dai modesti valori espressivi e dall’impianto fortemente tradizionale, purché socialmente impegnate: è il caso della difesa a oltranza di molta edilizia popolare che da decenni non produce più, per lo meno in Italia, esiti davvero degni di nota, limitandosi a ricalcare in forma spesso più dimessa gli schemi della speculazione immobiliare[2]. La sperimentazione che più direttamente interessa questo approccio critico riguarda il processo progettuale nelle sue declinazioni partecipative, e spesso trascura il rischio di uno scadimento in forme consolatorie e tradizionaliste degli esiti costruiti di numerose esperienze partecipate. Se in molti casi e in molti ambiti è lecito considerare il processo preponderante rispetto al prodotto, nel caso dell’architettura - i cui prodotti spesso sopravvivono ai loro autori – questo assunto non può non suscitare forti perplessità.
La terza posizione valuta il contenuto sperimentale di un’architettura in rapporto al suo linguaggio formale e compositivo. In questo caso il rischio, oggi diffusissimo, è quello di scambiare per propriamente sperimentali processi banalmente commerciali: architetture per stupire, il nuovo per il nuovo, la filosofia del brand new e più in generale della brand-architecture spesso prestano abiti scintillanti e nomi di spicco a soluzioni architettoniche e urbanistiche fragili. Alla ricerca di un gesto esclusivamente inconsueto, e non ancorato a un contenuto progettuale solido, spesso viene superato il limite, non poi così sottile, tra sperimentazione formale e pura bizzarria[3].
Se è vero che un’innovazione formale costituisce comunque un ampliamento delle possibilità di senso dell’oggetto architettonico, in quanto introduce uno scarto rispetto alla tradizione consolidata, è altrettanto evidente che la mancanza di un progetto altrettanto sperimentale che ne supporti la forza comunicativa rende l’innovazione formale qualcosa di simile ad un gioco di parole oppure ad uno slogan pubblicitario, d’effetto ma inconsistente[4].
Aldilà delle ovvie banalizzazioni derivanti da una schematizzazione così grossolana delle posizioni critiche, ciascuna delle quali non esclude le altre né esclude la possibilità di formulare giudizi più ampi e articolati, ciò che preme sottolineare è che la questione cruciale nella definizione di sperimentazione sembra essere la difficoltà di mettere a fuoco le nuove sfide poste all’architettura dalla società. Da qui la ricerca spasmodica e inconsistente di nuove soluzioni a problemi mal posti. Mentre il dibattito architettonico segue il suo corso, la città diventa sprawl, in una de-urbanizzazione dilagante che divora territorio e risorse. Ed è questa - per l’architettura - la conseguenza più rilevante del passaggio dalla società industriale a quella dell’informazione. Tuttavia, mentre l’elenco delle sperimentazioni sugli strumenti informatici, sulle architetture virtuali e interattive e sullo spazio dell’informazione si allunga ogni giorno, si registra la carenza assoluta di modelli sperimentali per insediamenti a bassa densità alternativi al suburbio. Il progetto di architettura spesso si limita a fornire forme nuove per modelli abitativi consolidati e - il che è più grave - devastanti per il territorio, il paesaggio e l’ambiente. Mentre si affermano modi di abitare nuovi e nuove forme di convivenza e di uso degli spazi, l’edilizia - in particolare l’edilizia sociale e pubblica – continua a produrre insediamenti sostanzialmente basati sull’idea di nucleo familiare tradizionale. Ancora una volta l’architettura ripiega sull’applicazione di paradigmi tecnologici, sociali o formali. Per quanto riguarda l’approccio tecnocratico “sostenibilità, prefabbricazione, basso costo, bioedilizia” sono solo alcune delle parole d’ordine con cui si affrontano e spesso brillantemente risolvono problemi tecnici e tecnologici, ma con la cui benedizione si avallano progetti architettonicamente e urbanisticamente privi di una carica sperimentale capace di raccogliere sfide progettuali più ampie. Riguardo l’approccio formalista basta ricordare alcuni emblematici esempi di riqualificazione di insediamenti di edilizia sociale in Olanda: da Greg Lynn a Rem Koolhaas, la trasformazione delle abitazioni è una trasformazione di pelle, di involucro, che evita di mettere in discussione i modelli insediativi dell’edilizia sociale di quaranta anni fa. Similmente i processi maggiormente focalizzati sul sociale e su processi partecipati, che coinvolgono anche molte delle nostre (non più) periferie, portano spesso all’introduzione di elementi tipologici e morfologici improntati al pittoresco, rassicurante e accattivante, ma privi di un reale contenuto sperimentale in termini di modelli abitativi e urbani.
Come è ovvio, non tutto ciò che di edilizia e architettura viene prodotto può aspirare ad un contenuto radicalmente sperimentale, ma è forse ora di cercare, sia a livello critico che progettuale, di individuare e valorizzare quei germi di sperimentazione che anziché elaborare nuove risposte a vecchie domande, raccolgono le nuove domande cui occorre cercare risposte. Queste sì, davvero, sperimentali.
[1] L’esaltazione acritica dell’innovazione tecnologica costituisce a tutti gli effetti quello scadimento del progetto nell’accettazione di un destino tecnocratico denunciato da Argan nello scritto “Progetto e Destino” (Einaudi, Torino 1964).
[2] Spesso la difficoltà di proporre soluzioni abitative sperimentali nell’ambito della (scarsissima) edilizia pubblica italiana, è aggravata dalla posizione conservatrice della committenza pubblica - che ancora nicchia di fronte al moltiplicarsi di utenze socialmente deboli alternative alla famiglia tradizionale – e da una diffusa tendenza moralizzatrice che vede nella banalità delle forme e dei materiali una sorta di “povertà dignitosa”, nascosta dietro presunte riduzioni dei costi.
[3] Emblematici di questa tendenza sono, ad esempio, il progetto per il nuovo WTO a New York di Libeskind, la cui proposta finale ricalca - vestendoli a festa - i primi schemi distributivi elaborati dagli architetti della Lower Manhattan Development Corporation e rigettati dal pubblico perché visti come un tentativo di speculazione edilizia sul sito di Ground Zero; il progetto vincitore del concorso per l’ex-Area Fiera di Milano, a firma congiunta di Hadid, Libeskind, Isozaki e Maggiora, che tradisce chiaramente la mancanza di interazione tra i progettisti e si risolve in una parata di stelle; l’esplosione incontrollata di edifici-landmark negli Emirati Arabi, vera mecca dell’archi-firmamento, che vede il moltiplicarsi di oggetti curiosi dagli effetti devastanti sul paesaggio in una sfida allo stupore (estatica anziché estetica) che ricalca la corsa al grattacielo più alto di inizio secolo o, più modestamente, la speculazione edilizia che ha sventrato le coste italiane degli anni ’60.
[4] Che una grande parte dello star system dell’architettura, e dei meno affermati emuli, si muova secondo logiche di mercato analoghe alla grande industria non stupisce, così la cifra formale di Gehry o di Koolhaas, depositata un po’ ovunque nel mondo, finisce per rassomigliare allo sbaffo-just-do-it della Nike, o alla grande M gialla di McDonald’s.

Articolo
Storico
Stampa