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PresS/Tletter n.4 2007
A12, Rocca, Casciani, Tomaselli, Celani, Ponsi, Gallarati, Ragonese, Da Rin, Bolzoni,  Rizzi, Mazziotti
- Ne LE INTERVISTE di  PresS/Tletter: Alessandro Nieddu interroga il gruppo A12.
- Nella rubrica RECENSIONI E COMMENTI, Alessandro Rocca ci parla del suo ultimo libro dal titolo Architettura naturale  edito dalla 22Publishing.
- Continuano LE PAGELLE di Marcello Del Campo
- Nella rubrica IN DIRETTA Stefano Casciani ci parla di Tempura o mores.
- Nella rubrica DISASTRO PIAZZA ARMERINA ospitiamo un intervento di Franco Tomaselli sulla possibilità di vincolare l’opera di Minissi.
- Nella rubrica ARTE Paolo Raimondo intervista Pietro Celani.
- Nella rubrica LETTURE D'AUTORE, a cura di Diego Barbarelli, risponde: Andrea Ponsi.
- Nella rubrica VOCI DAL MONDO UNIVERSITARIO… i nostri giovani corrispondenti dalle università intervistano Giacomo Gallarati, condirettore di PDA Pensieri di Architettura.
- Nella rubrica LETTERE Marco Ragonese interviene su l’Università. Francesco Da Rin risponde a Dario Canciani. Luciano Bolzoni commenta la lettera di Isabella.
- Nella rubrica INTERMEZZO, Edoardo Alamaro ci parla di Shoahrtigianato.
- Nell’allegato n.1 riportiamo, per gentile concessione, la sintesi del recente libro di Renato Rizzi: Il Daimon di Architettura: Theoria – Eresia, edito dalla Pitagora Editrice Bologna
- Nell’allegato n.2 riportiamo un testo di Gerardo Mazziotti dal titolo: L’architettura in ferro e vetro: quando cominciò?

L’OPINIONE
 
Gli stili di Del Debbio
Girando per la mostra su Del Debbio sono rimasto colpito dalla facilità con la quale l’architetto del Foro Italico cambiava stile: dal barocchetto al littorio, dal razionalismo piacentiniano alla tronfia retorica del Ministero degli esteri. Ecco, mi son detto, un perfetto precursore di molti architetti –Casamonti oriented- che oggi vanno per la maggiore.

LA CARTOLINA di Renato Nicolini

Loos – Del Debbio.
Vado, negli ultimi giorni, alla GNAM per la mostra su Del Debbio. Non che mi aspetti molto, ma non lo facessi lo rimpiangerei. Se non altro perché è stato il mio (invisibile) professore di Elementi di Composizione I quando nel 1960 mi sono iscritto ad architettura. Ho così modo di apprezzare il lavoro di Maria Luisa Neri, una storica dell’architettura veramente preziosa per l’attenzione ai fatti con cui lavora. Su Del Debbio scopro, da certi disegni tra il ’14 ed il ’19, anche se potevo supporlo dalla lettera in difesa della facciata austriacante del Cinema Corso di Piacentini, che tra il ’14 ed il ’19 si era innamorato della Vienna di Wagner. Poi vedo nello stesso edificio la mostra di Adolf Loos. Se Enrico Del Debbio voleva essere un elegante gentiluomo, Loos semplicemente lo era. Credo di capire dalla differenza tra i due come la grande architettura sappia guardare un po’ più lontano dell’immagine, stringendosi alla necessità.

FOCUS SU… di Diego Caramma

Le due memorie  
«A prima vista il Denkmal ricorda le stele arcaiche cinesi, che si drizzano isolate o a piccoli gruppi in mezzo al paesaggio sterminato. Ma le stele cinesi portano sempre un’iscrizione. Qui le stele sono assolutamente illegibili, pagine immense in cui ogni scrittura – ogni lettura – è impossibile. Nel medioevo la memoria è spesso paragonata a un libro. Dante, all’inizio della Vita nuova, scrive: “in quella parte del libro della mia memoria in cui poco si potrebbe leggere…”. Nel libro pietrificato della memoria di Eisenman non si può leggere nulla. Eppure chi cammina tra le stele diversamente inclinate, seguendo l’alterno salire e discendere del suolo, sente di accedere ad un’altra dimensione della memoria, di stare sfogliando le pagine di un altro libro. Mentre il suo piede esita sulle minuscole stele appiattite di cui è fatto il pavimento, mentre lo sguardo si perde lungo le brune, interrotte pareti delle stele verticali, egli esce a poco a poco dalla memoria che si può scrivere per entrare nell’Indimenticabile.
Memorabile e Indimenticabile non sono la stessa cosa. Uno dei grandi meriti del Denkmal di Eisenman è di ricordarci che ciò che è veramente indimenticabile non può essere affidato ad un archivio, che, nella memoria degli individui come in quella delle società, la parte dell’indimenticabile eccede di gran lunga la pietà della memoria volontaria. Nel Denkmal, queste due dimensioni eterogenee della memoria sono topograficamente distinte: le stele in alto, assolutamente illegibili, e il centro di informazione sotto di esse, in cui si può soltanto leggere. Il vero luogo del Denkmal è nella soglia immateriale che divide le due memorie. Poiché è essenziale che esse non siano confuse, che la cattiva coscienza che vuole soltanto dimenticare non copra con la massa dei ricordi ciò che deve restare indimenticabile. Discontinuo, illeggibile come le stele, l’Indimenticabile è ciò che interrompe ogni volta la finzione della memoria sociale. E solo quella vita, solo quella società è sana, in cui la tensione fra il Memorabile e l’Indimenticabile rimane viva».
(Giorgio Agamben, Le due memorie; in Shoah. Percorsi della memoria, Cronopio, 2006)

LE PAGELLE di Marcello Del Campo

10 A Pierluigi Battista che con il libro Cancellare le tracce svela le strategie dell’intellettuale italiano voltagabbana.
9 Ai Fuksas che ci mettono solo un sessantesimodisecondo. “Oh Gesù…” commenta una mia amica.
8 Al ministro Bianchi che ha deciso che la galleria della TAV si farà ma sarà più corta. Espressi ristretti…
7 A Bonito Oliva, presidente della giuria del concorso di Punta della Dogana a Venezia, che ha  valutato alla pari Tadao Ando e Zaha Hadid. Stile bipartisan.
6 All’amministrazione di Venezia che proporrà una mediazione tra i due progetti vincitori di cui sopra. Tadao Hadid o Zaha Ando?
5 A Purini, Conforti, Anselmi che insieme presentano un libro sulla seconda avanguardia. Per fortuna che e' arrivata la terza.
4 A Bonito Oliva che parla di contemporaneità contemporanea. Sarà…
3 A Gregotti che se la prende con l’architettura dello Star System assoggettata alle logiche del capitale. Meno male che c’e' lui che resiste.
2 Al Teatro Carlo Felice di Genova – quella si che e' un’architettura che va oltre la logica del capitale - che festeggia i 20 anni. I Rossi di una volta: calce e Gardello.
1 Ancora a Gregotti e, insieme, al Feng Shui. Il problema e': come orientare nella libreria i saggi del Nostro per renderli più efficaci. A destra o a sinistra?

IN DIRETTA
 
Tempura o mores
Caro LPP, leggo il New York Times della domenica e sobbalzo: l'ardito corrispondente David Farley si avventura nelle perigliose selve sopra Saxa Rubra e s'imbatte nell'antica Calcata, dove "artists and bohemians" si dislocarono negli anni '60 salvandola dal degrado - secondo l'autorevolissimo NYT. Ebbene, tra Pancho Garrison (ex coreografo texano), la burattinaia olandese Marijcke van der Maden, l'attore di B-movies (un po' spinti, per quel che ricordo) Gianni Macchia, l'egittologo Athon Veggi, il principe Stefano Massimo e lo scultore Costantino Morosin, non compare l'unico, il vero, il grande vate di Calcata: Paolo Portoghesi, con i suoi indimenticabili saggi sul Barocco, la sua dignitosa Moschea a Monte Antenne, il suo allevamento di asinelli e le sue passeggiate, che immagino pensierose d'architettura.
Ma non sarà che veramente agli americani (al mondo) dell'Italia interessa solo il pittoresco - come negli unici film italiani candidati all'Oscar dove dobbiamo apparire sempre pezzenti, emigranti sfigati e simili, pena l'esclusione - e l'architettura zero?
Frequentando un po' ultimamente l'Oltre Atlantico a me non risulta. E allora?  Potenza degli stereotipi mediatici, Giappone=Tempura,  Italia=Pizza e Lacrime?
Peter Eisenman, che ho intervistato per lo Speciale Domus sui cantieri in uscita a febbraio, dice che non vede l'ora di iniziare a costruire a Pompei la stazione che gli ha commissionato MetroNapoli. Un pericoloso isolato? Mah. Un abbraccio, Stefano Casciani

LE INTERVISTE DI PresS/Tletter
 
Situazionismo e dintorni: Alessandro Nieddu intervista  il gruppo A12

1.Autopresentatevi.
gruppo A12 si è formato a Genova nel 1993, attualmente attivo tra Genova e Milano lavora intorno ai temi dell'architettura, dell'urbanistica e dell'arte contemporanea: partecipa a concorsi di architettura, opera nel campo dell'arte e promuove attività culturali di vario genere tentando di incrociare diversi saperi ed attitudini e superando i confini delle singole discipline. Fin dall'inizio A12 ha lavorato a scale molto diverse, con progetti sia di urbanistica che di architettura, allestimenti e
grafica.

2.La vostra formazione intellettuale ? Università e ciò che per voi e' stato fondamentale ….
Abbiamo studiato alla facoltà di architettura di Genova, dove, ancora studenti, abbiamo anche iniziato a svolgere attività di ricerca e didattica. Alcuni di noi hanno partecipato al programma Erasmus (Barcellona, Porto, Lione). La maggior parte di noi ha partecipato al laboratorio ILAUD con Giancarlo De Carlo.

3.Qual è il vostro rapporto con le tematiche situazioniste?
Non si può dire che le tematiche del situazionismo siano proprio al centro del nostro lavoro. Sicuramente quando il gruppo si è formato esistevano, tra i giovani architetti, i sintomi di una rinascita dell’interesse per alcune pratiche (una fra tutte la deriva, funzionale allo scardinamento dei presupposti teorici della interpretazione dei fenomeni urbani) più che per i contenuti teorici tout court, del situazionismo.
Per quanto ci riguarda, la cosa che soprattutto ricercavamo era una forma di dialogo orizzontale e di collaborazione che abolisse la nozione di autore, e che ci permettesse di articolare una attitudine eterogenea ed eclettica rispetto all’interpretazione della città. Sino a quel momento l’insegnamento universitario ci pareva una accumulazione di dogmi contrapposti ed inconciliabili. Ci pareva utile riferirsi alle pratiche intellettuali ed estetiche dell’architettura come ad una scatola di strumenti, tutti ugualmente utili. In quel periodo ci riferivamo spesso alla teoria del "bricoleur" di Claude Levi-Strauss. Un atteggiamento in fondo piuttosto orientato al pragmatismo.

4.Cosa è per voi l’architettura?
La disciplina che si occupa di dare forma allo spazio dove vivono le persone.

5.I progetti a cui siete più legati?
Essendo un collettivo ognuno di noi potrebbe dare risposte differenti, ma sicuramente vi sono alcuni progetti che hanno segnato momenti significativi nell’evoluzione del lavoro di gruppo: La vittoria del concorso Europan, il progetto “Epidemie urbane” alla Biennale dei giovani artisti del Mediterraneo di Torino, in cui per la prima volta abbiamo operato in un ambito diverso dall’architettura tradizionalmente intesa, l’allestimento della mostra Uniforme a Firenze, Il padiglione alla Biennale di Venezia e quello al museo Kroller Muller che hanno rappresentato contemporaneamente dei salti di qualità e degli importanti riconoscimenti del nostro lavoro.

6.Se doveste tracciare un percorso immaginario, un albero genealogico della vostra idea progettuale, partendo dal situazionismo, fino ad oggi?......
Non ci sembra particolarmente interessante individuare una gerarchia all’interno dei nostri riferimenti (e sarebbe anche molto difficile). Per noi l’intera storia dell’architettura è un ricchissimo giacimento di atteggiamenti e soluzioni da studiare e reinterpretare alla luce di nuove condizioni. I punti fermi irrinunciabili di ogni nostro progetto sono la centralità delle persone che ne abiteranno lo spazio ed il rapporto con il contesto.

7. Il concetto di tempo è essenziale nei vostri progetti? …i discorsi sulla quarta dimensione, sulla temporaneità del fare….
La vocazione alla permanenza, con tutti i suoi corollari legati alla
psicologia e all’economia, è una delle principali cause della rigidità dell’architettura, soprattutto nel nostro paese. Questo ostacola qualunque possibilità di ricerca che presupponga una sperimentazione sulla realtà concreta. In questo senso, la non permanenza diventa una necessità più che un valore di per sé: la ricerca è l’unica possibilità per far avanzare il pensiero, non incoraggiarla porta all’inevitabile abbassamento del livello medio di qualità delle trasformazioni dello spazio concreto, cui assistiamo quotidianamente. E’ probabilmente questo uno dei motivi che ha portato tanti architetti della nostra generazione a rivolgersi con interesse ad esperienze progettuali che esulano dagli ambiti disciplinari più tradizionali.

8. Constant proponeva un nuovo modello di città, che non era città normalmente intesa ma un processo abitativo che diveniva, variava costantemente nel tempo, mobile, nomade. Un modello che doveva nascere per una diversa società, come lui stesso disse, ancora di la da venire. Capovolgendone i termini sarebbe stato più facile? L’architettura che rivoluziona la società?
E’ una delle cose più stupide che si possano pensare

9. I personaggi situazionisti a cui siete più legati? A cui ritenete di dover rendere maggiormente dal punto di vista artistico?
Non ci sembra di avere legami particolari con esponenti dell’ Internazionale Situazionista. Grande simpatia e stima per Constant, per la totale dedizione per 15 anni ad un unico progetto e perché quel progetto aveva la vita come centro di ogni altra ragione.

10. La politica ricopre un ruolo importante nel vostro lavoro? La politica intesa come ideale a cui rapportarsi. Oppure immaginate un ruolo direttamente politico e sociale dell’architettura?
Abbiamo sempre pensato che il ruolo politico di un architetto debba esprimersi innanzi tutto nello svolgere il proprio lavoro con senso di responsabilità verso la propria società.

11. Alcune realtà progettuali lavorano in stretta simbiosi con gruppi sociali emarginati, ne studiano la cultura, ne indagano le abitudini e con esse cercano di operare. Mi riferisco in particolar modo al gruppo Stalker, al lavoro nel Campo Boario di Roma. Anche voi ponete maggiore attenzione verso un esperienza diretta del reale come approccio alla progettazione, più che al sapere istituzionalizzato?
Crediamo che il ruolo di un artista responsabile sia di captare
segnali che provengono dalla società, farsene interprete e operare una critica. La simbiosi con le realtà sociali emarginate di Stalker (a cui peraltro guardiamo con grande stima ed amicizia) di per sé non fa parte del nostro modo di operare, ma ci sono infiniti altri modi di essere aperti all’ascolto dell’esperienza diretta del reale. In ogni caso, sia che operiamo in ambiti propri della nostra disciplina, sia che ci muoviamo attraversandone i confini ed includendo nel percorso le esperienze più disparate, al centro di tutto rimangono sempre la forma e la trasformazione dello spazio che sono punto di partenza e di arrivo di ogni lavoro. Rinunciare a ciò significa rinunciare alla funzione sociale dell’architettura.

12. L’idea di New Babylon, di una città in divenire realizzata, costruita dagli stessi abitanti? la trovate reale, un ipotesi attuale o un semplice sogno ?
E’ sempre molto pericoloso considerare i progetti delle avanguardie al di fuori del loro contesto, potrebbero trasformarsi in scenari da incubo. La carica rivoluzionaria di New Babylon conserva sicuramente valori positivi, ma è stata formulata rispetto ad una società profondamente differente da quella attuale. E’ interessante confrontarla con altri progetti analoghi di autori a noi contemporanei,  ad esempio Airport City di Thomas  Saraceno che riprende l’idea del nomadismo comunitario, attualizzandolo anche attraverso un ragionamento legato all’ecologia.
 
13. Constant versus Debord.
Se l’olandese puntava verso un azione di tipo artistico architettonico più partecipativa possibile, l’intellettuale  francese mirava ad una prevalente prassi politica. Vedeva in un certo tipo di espressione artistica, anche se partecipata,  l’espressione di una volontà individuale, un carattere tecnologico, un rifarsi ai gesti e alle prassi di quel mondo borghese capitalista che cercavano di combattere. Oggi un discorso del genere può sembrare fuori dal mondo. O può essere riconsiderato?
Al di fuori di un contesto fortemente ideologico (che non ci appartiene ma che anche ci sembra estraneo al pensiero contemporaneo) questi discorsi non hanno molto senso. Soprattutto non ha senso affrontarli in termini così generici. Ci sembra che anche le iniziative che nascono da un legame ben più stretto del nostro con il situazionismo (pensiamo ad esempio al lavoro di Osservatorio Nomade) si muovano oggi partendo da presupposti più pragmatici e con obiettivi puntuali. Il nostro atteggiamento è piuttosto analitico e critico. In alcuni lavori ad esempio abbiamo analizzato (in un contesto territoriale circoscritto) quali legami esistono tra le trasformazioni sociali all’interno della cosiddetta classe borghese e le trasformazioni del territorio. E’ un tentativo che abbiamo abbozzato con il progetto “Genéve”, che rifletteva sulla trasformazione del concetto borghese del decoro attraverso la lettura degli oggetti che si trovano nello spazio pubblico della città (in quel caso Ginevra). Oppure in “12-11-1972” in cui osservavamo la trasformazione urbana e sociale di Genova analizzando le modifiche subite dalle sue sale cinematografiche.In altri casi come con il progetto MBB3000tm abbiamo preso a prestito il linguaggio dell’architettura radicale, ribaltandolo in senso ironico per suscitare una riflessione su alcuni meccanismi che caratterizzano il mondo e l’economia dell’arte contemporanea.

14. Debord diceva di voler ricreare dei luoghi, delle città, in cui fosse possibile il libero dispiegamento delle passioni. E’ un obiettivo comune al vostro lavoro?
Non vediamo come lo spazio di per sé potrebbe impedire il libero dispiegamento delle passioni…

15. Un altro movimento d’avanguardia a cui vi considerate vicini, per affinità creativa, temi proposti , ipotesi artistica…?
Il movimento moderno in architettura perché, al di là degli esiti, aveva alla base il tentativo di costruire il progetto sull’analisi delle esigenze dell’uomo, il minimalismo in arte per l’intenzione di espandere la relazione tra opera e fruitore ed altri ancora.

16. Il rapporto con i nuovi media cosa à rappresentato e rappresenta per voi? Mi riferisco ad internet e la computer graphic in particolare.
Sono strumenti come tanti altri.

17. Fare architettura significa rapportarsi a dei limiti, canoni,
presenti nella società, come per assecondarne le esigenze? O si tratta di infrangerli continuamente tali limiti,fornendo continui stimoli per successivi sviluppi futuri?
In termini di critica marxista l’architettura è inevitabilmente il prodotto della società in cui si realizza, nei casi migliori delle sue punte più avanzate. Fare architettura significa affrontare un processo complicato in cui intervengono molti soggetti. Se un’architettura viene realizzata (il che comporta sempre, almeno in termini relativi, anche uno sforzo economico non indifferente) significa che si sono verificate le condizioni che rendono questo fatto possibile. Operando in Italia, lo sforzo maggiore di un progettista che intende il proprio lavoro anche come operare artistico e non solo come prestazione professionale è prima di tutto quello di abbattere il muro di mediocrità che pervade la nostra società, da lì in poi la spinta verso l’avanzamento è sicuramente un obiettivo interessante. Bisogna però anche riflettere con attenzione sul senso di questa idea di progresso continuo, che in altre culture nemmeno esiste (pensiamo al Giappone o alla Cina che, non a caso, hanno fatto del concetto di copia la fonte del loro successo, anche in termini economici). Soprattutto non confonderla con la ricerca della novità in senso formale. E’ interessante ad esempio pensare al neoclassicismo come frutto di una società estremamente progressista (nata dalla rivoluzione francese) che associa elementi stilistici recuperati dal passato, a soluzioni formali, tipologiche  e costruttive profondamente innovative sia a scala architettonica che urbanistica.

18. Vi definiscono tra  le più promettenti realtà progettuali italiane.Vedi Boeri, Obrist, Prestinenza. Cosa è necessario fare oggi per realizzare della buona architettura
Serve un bravo architetto (sufficientemente colto, impegnato, intelligente al punto da interpretare in modo innovativo la realtà che lo circonda e capace di tradurre in forma tali segnali, possibilmente talentuoso)  e un buon committente (colto, impegnato, intelligente al punto da capire il senso del lavoro che il suo architetto sta compiendo, meglio se ricco) che abbiano la buona architettura come obiettivo comune. Ed è sempre stato così.

DISASTRO PIAZZA ARMERINA

Tutelare il restauro di Minissi
L’opera di protezione e muselizzazione dei resti archeologici della villa del Casale di Piazza Armerina, realizzata su progetto dell’architetto Franco Minissi nel 1957, ha maturato la condizione giuridica di bene culturale tutelato dalle leggi dello Stato.

Il bilancio sugli esiti della comune disapprovazione per il proposito di distruggere uno dei più importanti esempi di restauro del Novecento in campo archeologico, può reputarsi positivo. Anzi, senza lasciarsi trascinare da facili entusiasmi, può addirittura dichiararsi lusinghiero.
Basti pensare che la protesta contro il programma demolitore dell’alto commissario dott. Vittorio Sgarbi ha trovato concretezza nel sito dell’associazione Monumento-Documento www.unipa.it/monumentodocumento <http://www.unipa.it/monumentodocumento> soltanto due mesi addietro. Da quel momento una valanga di adesioni. L’ultimo conteggio ha accertato 1.700 sottoscrizioni da parte di specialisti del settore, intellettuali, professionisti di varia estrazione, e tanti studenti. Tutti uniti dalla passione per l’archeologia e per quel restauro della villa del Casale che da mezzo secolo, rappresenta l’intramontabile contributo culturale di una stagione tra le più feconde del dibattito intorno alla conservazione del patrimonio storico-artistico.
Vanto dell’iniziativa è quello, tra gli altri, di essere riuscita ad innescare un movimento di opinione che ha valicato i confini regionali ed italiani, coinvolgendo tanti “navigatori” di varie nazioni.
Altro risultato importantissimo è stato quello del coinvolgimento della classe politica che ha risposto con tre differenti interpellanze parlamentari al Ministro per i Beni Culturali: due dalla Camera dei Deputati, da parte degli onorevoli Arnold Cassola e Franco Piro, ed una dal Senato della Repubblica da parte del senatore Valerio Zanone.
Ma “il tempo è galantuomo” e le opere progettate nel 1957 dall’architetto Franco Minissi per la conservazione e la fruizione del complesso archeologico della villa del Casale di Piazza Armerina, oggi sono protette dalla legge, e, dunque, non si possono più distruggere o alienare. Infatti il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D. L. 22/01/2004, n. 42) ne prevede la tutela: <<le cose immobili e mobili... che siano opera di autore non più vivente e la cui escuzione risalga ad oltre cinquanta anni, sono sottoposte alle disposizioni del presente Titolo fino a quando non sia stata effettuata la verifica di cui al comma 2>> (Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, articolo 12, comma 1). Per queste circostanze il Codice ha attivato un procedimento in autotutela che comporta una imposizione automatica del vincolo che potrebbe essere rimosso solo dopo una verifica che dimostri l’eventuale insussistenza del valore storico-artistico: <<I competenti organi del Ministero, d’ufficio, o su richiesta formulata da soggetti cui le cose appartegono [nel caso di beni di natura privata], verificano la sussistenza dell’interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico nelle cose di cui al comma 1, sulla base di indirizzi di carattere generale stabiliti dal Ministero medesimo al fine di assicurare uniformità di valutazione>> (Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, articolo 12, comma 2).
Non risulta, fino ad oggi, che il Ministero abbia stabilito e diramato gli indirizzi generali per la valutazione del valore culturale. Ma qualunque dovesse essere il sistema di riferimento adottabile, appare veramente arduo, anche per soggetti molto ignoranti o in mala fede, dimostrare che le opere di restauro per la protezione e la musealizzazione della villa del Casale, progettate ed impiantate da oltre cinquanta anni da un autore non più vivente (Minissi), non possano ricevere il riconoscimento del valore culturale che sicuramente possiedono. E’ da ritenere, comunque, che in assenza degli indirizzi ministeriali non sia attualmente possibile eseguire tale verifica e che quindi l’opera di Minissi sia oggi, a tutti gli effetti, un bene culturale protetto dal Codice.
Vale la pena ricordare all’alto commissario dott. Sgarbi e a coloro che compongono il gruppo di progettisti della nuova villa del Casale che si vorrebbe edificare, che la legge punisce l’esecuzione di opere illecite: <<E’ punito con l’arresto da sei mesi ad un anno e con l’ammenda da euro 775 a euro 38.734,50: chiunque senza autorizzazione demolisce, rimuove, modifica, restaura ovvero esegue opere di qualunque genere sui beni culturali indicati nell’articolo 10>> (Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, articolo 169, comma 1).
Confidiamo sull’opera di vigilanza e prevenzione che saprà mettere in atto in un caso così delicato la Soprintendenza di Enna.
Franco Tomaselli monumentodocumento@unipa.it

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

Barucci a Roma
Martedì 6 Febbraio 2007, ore 14,00. Incontro con Pietro Barucci sul tema: Progettare Roma. Introduce: Ruggero Lenci. Facoltà di Ingegneria “La Sapienza”, Via Eudossiana 18 (S. Pietro in Vincoli), Roma

Piroddi a Roma
Lunedì 19 Febbraio 2007, ore 20,00 . Conferenza di Elio Piroddi sul tema:Città e Architettura. Introduce Ruggero Lenci Intervengono Domenico Cecchini, Lucio Passarelli, In/Arch Lazio – ACER, Via di Villa Patrizi, 11 - Roma

Passarelli a Roma
Giovedì 22 Febbraio 2007, ore 10,00. Incontro con Lucio Passarelli sul tema:Progettare Roma. Introduce: Ruggero Lenci. Facoltà di Ingegneria “La Sapienza”Via Eudossiana 18 (S. Pietro in Vincoli), Roma

La rivoluzione informatica in architettura a Roma
Mercoledì 7 febbraio 2007 ore 17,00. MAXXI via Guido Reni 2, Roma. La collana IT Revolution in Architettura fondata e diretta da Antonino Saggio ha pubblicato ad oggi 30 volumi in inglese. Dall’ottobre 2005 la versione italiana della collana ha un nuovo editore, Edilstampa, la casa editrice dell’ANCE, una nuova veste tipografica e 7 nuovi titoli. L’incontro al MAXXI prevede la presentazione dei nuovi libri della collana, che saranno illustrati dai rispettivi autori. Saluti: Pio Baldi, Paolo Buzzetti, Margherita Guccione. Coordinamento: Massimiliano Fuksas, Antonino Saggio. Intervengono:Alberto Iacovoni, Alexandro Ladaga, Alexander Levi,Antonello Marotta, Dimitri Papalexopoulos,Vinko Penezi´c, Kreˇsimir Rogina, Paola Ruotolo,Amanda Schachter, Nigel Whiteley

Giovani architetti italiani a Milano
Mostra Young italian architects under 40 a cura di Paolo Vocialta, dal 16 febbraio al 2 marzo dal lunedi al venerdì ore 10.00-18.00. Incontro-seminario Professione, Formazione, Progetti:I Giovani ne parlano 16 febbraio 2007 ore 15,30 Alula Magna CarloDe Carli della Facoltà di Architettura civile Politecnico di Milano- Campus Bovisa via Durando 10 Milano.

Convegno Internazionale sulla Città a Milano
Idoli, Dei, Mostri.Metropoli, Città, Villaggi, Ragioni convegno internazionale sulla città. Millano 8-9 febbraio 2007 Auditorium del Centro Convegni Fiera di Milano, Rho. 8 febbraio Lo Stregone del Villaggio

Giovani designer alla Triennale
Giovani Designer: 60 progetti di ricerca applicata
a favore delle Piccole Medie Imprese Lombarde. Martedì 6 febbraio 2007 ore 11.30, Triennale di Milano viale Alemagna 6

Indagini tra Decor e Decus a Torino
Il 6 febbraio 2007, ore 12:00 presso la Fondazione Atrium Torino verrà presentata Indagini tra Decor e Decus. Nuovi laminati artistici per il decoro domestico, un iniziativa che si
propone di indagare nuovi scenari per la decorazione domestica. La conferenza sarà quindi occasione per promuovere il concorso Tra Decor e Decus aperto a tutti i progettisti della Regione Piemonte e ormai vicino alla scadenza, ma anche per presentare la mostra omonima che sarà inaugurata al Forum di Omegna (VB) a ottobre 2007 e che verrà poi promossa in un circuito museale internazionale.

Vito Acconci a Firenze
Osservatorio sull’Architettura, Fondazione Targetti  in collaborazione l’Istituto degli Innocenti presenta Reinventare lo spazio pubblico incontro con Vito Acconci a cura di Pino Brugellis e Patrizia Mello. Lunedì 12 febbraio 2007, ore 17,30 Salone Brunelleschi, Istituto degli Innocenti, Piazza Santissima Annunziata, Firenze

MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

M e D Fuksas A Roma
Mostra unsessantesimodisecondo di Massimiliano e Doriana Fuksas dal 2 dicembre 2006 al 28 febbraio 2007. MAXXI Museo nazionale delle Arti del XXI secolo. Via Guido Reni 2f Roma.

Spaces for Art a Roma
Adam Caruso (Caruso St John Architects) Installation. mostra dal 30 gennaio al 15 febbraio. The British School at Rome, via Gramsci 61, 00197 Roma tel. 06 3264939 lunedì-sabato, ore  17.00-19.30

Enrico Del Debbio Architetto a Roma
Mostra Enrico Del Debbio Architetto, La misura della modernità dal 6 dicembre 2006 al 4 febbraio 2007. Galleria Nazionale d’Arte Moderna in Viale delle Belle Arti, 131, Roma. Curata da Gigliola Del Debbio, Maria Luisa Neri, Erilde Terenzoni e Alessandra Vittorini.

Giorgio Armani alla Triennale
La mostra Giorgio Armani alla Triennale di Milano
dal 20 febbraio al 1 aprile 2007 Triennale di Milano Viale Alemagna 6. Orari: dal martedì al giovedì 10.30-20.30 venerdì e sabato 10.30-23.30 domenica 10.30-20.30

Vema a Verona
Mostra sul tema della  città ideale Vema dal 20 gennaio 2007 al 31 marzo 2007.  Palazzo dei Mutilati in Via dei Mutilati, 1 a Verona

Germaine Richier a Venezia
Le sculture e i disegni di Germaine Richier dal 28 ottobre al 5 febbraio 2007 alla collezione Peggy Guggenheim, Venezia per la prima antologica in italia dedicata alla scultrice francese.

Terragni inedito a Como
Mostra Terragni Inedito. Como, Sala del Broletto. Dal 18 gennaio al 11 febbraio 2007 a cura di G. Consonni e G. Tonon

UNIVERSITA’ & Co... a cura di Ilenia Pizzico

India e Brasile a confronto a Mendrisio
Nell’ambito del ciclo espositivo sulle metropoli del mondo emergente, l’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana, dopo le mostre sul Messico e Mosca, propone un nuovo appuntamento con l'esposizione Twilight of the Plan: Chandigarh and Brasilia. La terza tappa del viaggio attraverso città e aree metropolitane d’importanza planetaria prevede, infatti, un confronto fra due città create ex nihilo poco dopo il 1950: una sorta di test per verificare lo stato di salute dell’urbanistica del movimento moderno e per mettere in luce somiglianze, differenze, contrasti, velocità e assurdità di due città sorprendenti.Giovedì 8 febbraio 2007, ore 19, Università della Svizzera italiana, Accademia di architettura, Villa Argentina, Largo Bernasconi 2, Mendrisio.Info: aprada@arch.unisi.ch
  
Premio Ecologia Laura Conti
Dopo il successo dello scorso anno torna il Premio Ecologia Laura Conti, giunto alla ottava edizione. Il Premio ha negli anni assunto sempre più importanza, sia per il gran numero di tesi partecipanti, sia per la pubblicazione, a partire dalle tesi, di specifici dossier ultimo fra i quali un modello per una Università sostenibile.Primo premio: € 750,00. Partecipanti: sono ammesse tesi discusse nelle Università italiane, negli anni accademici dal 2000-2001 in poi. Scadenza domande:31 agosto 2007.Info:www.ecoistituto-italia.org <http://www.ecoistituto-italia.org/>


La luce negli spazi commerciali a Roma
L'Università degli Studi di Roma La Sapienza -Dipartimento Itaca- ha attivato diversi Workshop specialistici inerenti il Lighting
 Design.Il prossimo è La luce per gli spazi commerciali.19 al 24 febbraio 2007,9.00–13.00/14.00–17.00. Info:www.masterlighting.it
  
Master in Progettazione, Gestione e Valorizzazione dei beni culturali a Palermo
 
Il Dipartimento di storia e progetto nell’architettura e il Dipartimento di rappresentazione dell'Università degli studi di Palermo hanno emanato per l’a.a. 2006/2007 il bando di concorso per titoli ed esami relativo al Master annuale di II livello in Progettazione, Gestione e Valorizzazione dei beni culturali con cinque percorsi formativi Architettura dei giardini e progettazione del paesaggio, Architettura per l’Archeologia, Architettura per il vino, Management per i beni culturali, Rilevamento dei beni culturali. Costi:€4.000 . Scadenza domande: 16 febbraio 2007 . Info e bando: http://www.unipa.it/segunipa/settore_postlauream.html   

CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi

Quando l’ Arte reinventa l’ Architettura
Tate Modern, 5 scivoli a mo di serpenti irrompono nel silenzio della grande Turbine Hall di Herzog&De Meuron, sembrano pericolosi, impraticabili (infatti hanno suscitato polemica nella stampa britannica)..e invece si tratta di un’ istallazione da vivere e consumare. Il padrino, Carsten Höller, belga, l’ ha battezzata come “Test Site”, un nome che dice tutto, dice quanto si voglia sondare un’ esperienza: scivolare direttamente dalle gallerie dei piani superiori al piano terra per rivivere lo spazio in modo inconsueto, inaspettato, anticonvenzionale, riassaporare il senso di libertà e spensieratezza sepolta nell’ infanzia, o semplicemente assistere a questo spettacolo dal basso e ripensare, perché no, allo scivolo come alternativa di connessione ai mezzi tradizionali (a Milano, Miuccia Prada ne ha uno che collega il suo studio al cortile).  
Un esempio, questo, di come un’ opera d’ arte (soprattutto contemporanea) arrivi ad interferire, fisicamente e non, con la percezione del corpo architettonico, reinventandolo fino al punto di proporsi come una nuova lettura dello spazio perchè sovverte i punti di vista e ne distorce le prospettive preesistenti. Allora, è davvero sensato progettare un’ architettura-scultura che già da sola si pone come opera d’Arte (come professa il nostro Fuksas che vede l’Architetto come un creatore più vicino al mondo artistico che a quello tecnico) in cui spesso i criteri di funzionalità e le necessità dei fruitori sono accantonati? O forse sarebbe meglio dare all’ Architettura il ruolo di involucro attivo nella stimolazione sensoriale ma che sia flessibile, si sappia mettere da parte e si rigeneri ogni volta per la linfa artistica del momento? Perché l’Arte può permettersi il lusso di essere illogica, sfacciata, irrazionale, autoreferenziale….l’Architettura deve pretendere di più.

ECOFLASH  a cura di Domenico Pepe

Tanto buon legno a Bolzano.
E’ notizia di questi giorni che il Ministro delle Infrastrutture Antonio di Pietro, con un occhio rivolto anche al “fare” sostenibilità, abbia organizzato un incontro tenuto il 16 gennaio 2007 con il vertice di Federlegno-Arredo - Federazione Italiana delle Industrie del Legno, del Sughero, del Mobile e dell'Arredamento – per contribuire al rilancio del legno come materiale da costruzione. Speriamo che il trend di crescita, dell’utilizzo di questo materiale, registrato nel 2006, +2,7, possa aumentare sempre di più. L’affollatissima fiera di Casa Clima 2007 a Bolzano, inaugurata oggi - 25/01 - e aperta fino al 28/01, ci fa sperare in tal senso e fa toccare con mano, e non è una metafora, costruzioni completamente “montate” con materiali naturali. Una delle soluzioni più interessanti consiste in un sistema ad incastro tipo “lego” in cui i pezzi di legno sono montati uno sull’altro come dei mattoni.
Ci preoccupa, non poco, invece il fatto che vengano elogiate soluzioni prefabbricate, o meglio “pre-pensate”, seppur in legno e aderenti al concetto Casa-Clima. Questa non è certo una qualche difesa di parte bensì credo che nessuno voglia trovarsi un giorno su un’isola utopica, come quella pensata da Thomas More, con case tutte uguali e persone vestite tutte alla stessa maniera che parlano la stessa lingua: il mondo è bello perché è vario.
Vi invitiamo a questa bella fiera e nel caso non possiate recarvi personalmente vi proponiamo il sito:
http://www.fierabolzano.it/comunicati/index.html
archipe.somee.com <http://www.archipe.somee.com/>

INTERMEZZO

Shoahrtigianato
Dedico questo mio “intermezzo”, che scrivo nella “giornata della memoria”, ad un genocidio enorme, ad una shoah (distruzione) perpetrata giorno per giorno in Italia, a partire dal secondo dopoguerra, nell’indifferenza di tutti, anzi nella gioia di molti “progressisti”: l’olocausto dell’uomo artigiano, quello che aveva costruito le grandi città antiche ad arte, l’uomo fabbrile artistico-industrioso ch’era stato il più grande alleato dell’architetto; ossia di quel “muratore che aveva studiato il latino” e che aveva reso abitabile, visibile e duratura quella “lingua morta”, classica, continuamente ammodernata. Abolito però malauguratamente “il latino” dalle scuole di base della vita pratica, nell’architetto – in quello strano uomo a treppiedi di cui parla De fusco nell’ultimo presS/Tletter – svanì anche il ricordo del muratore, della “fraveca” (fabbrica, ndt) dalla quale era partito. Una prece, una memoria, su tutto ciò, in questo triste giorno. Si raccomandano non fiori, ma opere per bene d’arti-tettura. Saluti artigianali, Eduardo Alamaro (Eldorado)

LIBRI a cura di Francesca Oddo

La città vetrina. I luoghi del commercio e le nuove forme del consumo.
"La città contemporanea sta diventando una immensa e scintillante vetrina dove sono esposti senza soluzione di continuità merci, sogni e stili di vita per attrarre la popolazione dei consumatori stimolandone bisogni, desideri e fantasie. I negozi delle strade centrali, le boutique progettate dagli architetti di grido, i grandi centri commerciali delle periferie, gli shopping mall della città diffusa sono ormai elementi centrali del nuovo paesaggio metropolitano e snodi di una quotidianità urbana dove mercato ed agorà si confondono. Sociologi, architetti ed urbanisti analizzano in questo volume le più recenti trasformazioni dei luoghi del commercio e mostrano, mettendo in discussione molti luoghi comuni, quanto profondi siano stati gli effetti dello shopping e delle nuove modalità del consumo sulla forma e sulla cultura della città contemporanea.
Le nuove e seduttive architetture commerciali, lo shopping etnico, i centri commerciali ed il loro rapporto con il mondo giovanile, lo sviluppo e la crisi dei grandi shopping mall, gli outlet pensati per consumatori in cerca di distinzione e di sconti, la rinascita delle gallerie storiche, la riduzione delle città d’arte a parchi commerciali per turisti, le nuove strategie della grande distribuzione: sono alcuni dei temi di un’indagine che ricostruisce le recenti trasformazioni della città italiana e delinea gli scenari del suo futuro prossimo venturo." (Liguori)
Presentazione a Firenze, Palazzo vecchio, mercoledì 7 febbraio 2007, ore 17.
A cura di: Giandomenico Amendola. Editore: Liguori. Anno: 2006. Pagine: 216. Prezzo: € 20.00

Going Public ‘06
"Giunto alla sua quinta edizione, il progetto Going Public è un 'work in progress', che si sviluppa attraverso una ricerca collettiva che coinvolge artisti, studenti, ricercatori, scrittori, geografi e sociologi sia italiani sia internazionali. L’edizione del 2006 è incentrata sul Mediterraneo, un mare che, fin dall’antichità, rappresenta un punto di incontro tra popoli, una grande via di comunicazione e di scambio tra persone, economie, e culture.
Per comprendere la sua identità e le trasformazioni, spesso problematiche, che coinvolgono i delicati equilibri sociali e ambientali delle realtà che vi si affacciano, sono state individuate come 'casi studio' sei città: Istanbul, Beirut, Nicosia, Tel Aviv, Alexandria, e Barcellona. Queste ci vengono descritte come luoghi di movimento e trasformazione, in cui sono evidenti gli effetti della globalizzazione e il mutamento dello scenario geo-politico: l’abbandono delle tradizioni e la crescita di nuove megalopoli, l’aumento dei flussi migratori e i capisaldi turistici, le antiche rotte mercantili e le grandi infrastrutture, il ruolo ibrido e complesso delle città e dei grandi porti sul Mediterraneo sono solo alcuni dei temi intorno ai quali ruota questa edizione di Going Public.
La pubblicazione, che si riallaccia concettualmente ai volumi editi nelle passate edizioni, documenta, come in una guida, i progetti, le ricerche e gli interventi realizzati, che spaziano dalle installazioni artistiche ai video, dalle performance ai dibattiti ai workshop." (Silvana Editoriale)
A cura di: Claudia Zanfi. Editore: Silvana Editoriale. Anno: 2006. Pagine: 240. Illustrazioni: 150. Prezzo: € 26.00

Torino 1980-2011. La trasformazione e le sue immagini
"La tesi che sta alla base di questo testo è molto semplice: esistono delle rappresentazioni, delle immagini o idee fisiche della città che rivestono un ruolo fondamentale nell’orientare e definire i progetti e i processi trasformativi del territorio. Torino è un insieme di città e di progetti orientati ad una ricerca di ruoli e vocazioni diversificate e alternative ad un modello solido e univoco: fabbriche dismesse e nuove officine, palazzi olimpici, moderne abitazioni, centri direzionali, autostrade, stazioni ferroviarie, linee metropolitane, nuovi musei, nuovi piani regolatori, ristrutturazione del centro storico, lungo fiumi. Un cantiere enorme, fatto di idee, innovazione, sostenibilità economica, che va al di là dei limiti fisici della città e delle sue periferie. Questo libro racconta i cambiamenti di Torino degli ultimi vent’anni e gli sforzi fatti per governare la trasformazione della città." (Allemandi)
Autore: di Antonio De Rossi, Giovanni Durbiano. A cura di:  Giovanni Durbiano. Editore: Allemandi. Anno: 2006. Prezzo: € 12.00     

VOCI DAL MONDO UNIVERSITARIO…  Le interviste
filo diretto tra il mondo dell’Architettura e quello universitario,studenti di diversi atenei a confronto su un tema comune. Per intervenire scrivete a zairamagliozzi@yahoo.it

Questa settimana intervista a…PDA Pensieri di Architettura, Associazione genovese
Risponde Giacomo Gallarati, codirettore dell’Associazione.
 
.1  Cos’ è PDA, da cosa nasce il gruppo, gli obiettivi… breve auto-presentazione
Innanzitutto, premetto che PdA non è una rivista: o meglio, non solo. “Pensieri di Architettura” è un’Associazione Culturale, nata nel 2003 su iniziativa di un gruppo di studenti della Facoltà di Architettura di Genova, ormai in gran parte laureati. Ha come scopo principale la promozione della cultura architettonica e la creazione di spazi in cui sia possibile confrontarsi su vari aspetti dell’architettura, utilizzando linguaggi il meno possibile specifici ed aprendo il dialogo a chi vive l’architettura senza esserne l’ideatore. L’Associazione utilizza diversi strumenti per perseguire i suoi obiettivi: la rivista “PdA - Pensieri di Architettura”, periodico di informazione architettonica distribuito gratuitamente nel formato cartaceo e presente on-line sul sito internet; i concorsi e le raccolte di idee per studenti, per permettere ai futuri architetti di confrontarsi su temi che difficilmente vengono affrontati nelle Università; i convegni, i seminari, i forum, i corsi e i workshop, in cui sviluppare soprattutto quegli aspetti della nostra disciplina che siano significativi per noi giovani e per tutti coloro che vivono a contatto con l’architettura quotidianamente.
 
.2  Le istituzioni vi supportano? Se si, fanno abbastanza?
Le nostre iniziative sono in gran parte finanziate dall’ERSU, l’Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario, con cui abbiamo costruito negli anni un rapporto molto buono. Oltre a ciò, siamo forse noi a non ricercare un “supporto” da parte delle istituzioni, se non per singoli progetti. Essendo un’Associazione culturale come molte altre, con uno statuto ufficialmente registrato, un codice fiscale, eccetera, e non una rivista studentesca afferente solo all’Università, il supporto delle istituzioni dipende dai progetti che presentiamo: se sono interessanti, l’appoggio c’è.
 
.3  Come descrivereste la situazione universitaria oggi?
Che le facoltà di architettura siano sempre meno capaci di appassionare è un fatto condiviso da molti. Due sono, secondo me, le ragioni principali. In primo luogo, la carenza tra i professori di “convinzioni” e posizioni forti con cui potersi confrontare non spinge lo studente a riflettere e ad assumere posizioni critiche che possa sentire davvero sue. L’altro motivo va oltre le facoltà: gli aspetti dell’architettura su cui ci si concentra oggi sono spesso estranei alla vita dell’uomo comune e molti giovani, idealisti come è normale alla nostra età, ne risentono.
Anche riguardo l’organizzazione pratica dell’Università si possono dire molte cose: certe volte si ha la sensazione che la capacità di fare cultura dell’Università dipenda fondamentalmente dai fondi che eroga lo Stato o dal tipo di attrezzature che si possono mettere a disposizione degli studenti. Sembra che la Facoltà migliore sia quella che produce più laureati all’anno, che l’esame perfetto sia quello che si passa senza fatica e che la quantità dei corsi sia molto più significativa della loro qualità. Si chiede agli studenti di partecipare a crociate condotte contro i professori che si dice li penalizzino troppo con esami difficili, e di applaudire quei docenti che assicurano il “ventisei” politico e promettono un bel voto se si hanno le presenze al loro corso. Dopo la laurea, però, ci si accorge di non essere poi così preparati come ci era stato assicurato, e scopriamo che il mondo del lavoro lo sa bene.
 
.4  Consigli da dare agli studenti?
Consiglierei di mettersi in gioco il più possibile e di non avere vergogna di essere giovani e ingenui. Tirate fuori il vostro entusiasmo, scrivete, discutete, esponete le vostre idee: l’architettura non comincia dopo la laurea, è già nelle vostre possibilità di studenti.
  
.5 Migliore e peggiore rivista italiana di architettura
Per me, la migliore è senz’altro «Aiòn», perché prende una posizione ben precisa e si sforza di avviare un dibattito. Parte da quelle che sono convinzioni forti e sentite, su cui invita i lettori a discutere appassionatamente. Le peggiori sono tutte quelle riviste in cui non c’è una sola riga su cui avresti da ridire.
 
.6 Progetti futuri, dove sta andando PDA?
PdA ha deciso di andare avanti, anche se molti di noi ora sono laureati. Le energie, la volontà e l’entusiasmo dell’inizio ci sono sempre. Bisogna rendersi conto però che si sta entrando nel mondo dei “grandi”: gli ideali con cui abbiamo cominciato a riunirci continuano a guidare tutte le nostre iniziative, il modo di perseguirli a poco a poco sta cambiando. Stiamo cercando di crescere in serietà e scientificità, e in un certo senso anche in furbizia, perché il pubblico a cui ci rivolgiamo si sta allargando. Non è più la nicchia “fatata” degli studenti, ma è il mondo vastissimo del lavoro e della cultura architettonica, ben più complicato, esigente e vorace.

RECENSIONI E COMMENTI
 
Alessandro Rocca, Architettura naturale
22Publishing, Milano, 2006, Euro 22.
 
1.Una breve auto-presentazione dell’Autore...
Sono architetto (di formazione romana), scrivo articoli e libri, faccio progetti di architettura e di paesaggio e insegno progettazione architettonica al Politecnico di Milano. Attualmente sono molto interessato ai rapporti tra cultura progettuale e natura, penso che lì si trovi una risorsa creativa ed energetica straordinaria per un rinnovamento radicale del nostro modo di pensare l’architettura, il paesaggio, il mondo in cui viviamo.
 
2.E della casa editrice 22 Publishing?
È una casa editrice giovanissima nata nel 2005, inventata da Francesca Tatarella, giovane architetto milanese. Stiamo lavorando insieme, con molti progetti e molto entusiasmo. E’ iniziata come una scommessa, adesso arrivano i primi risultati, incoraggianti, e sta diventando una cosa seria e promettente.
 
3.Perché questo volume?
Cercavo qualcosa di nuovo, di diverso e sorprendente. Volevo guardare e raccontare qualcosa che fosse realmente interessante, e nei lavori che ho raccolto nel libro mi è sembrato di trovarlo. Si parla molto, in questi anni, del rapporto tra arte e architettura e di temi ecologici, e in questi esempi io vedo qualcosa che ha la libertà d’azione e la portata eversiva dell’arte e che, nello stesso tempo, riguarda il fondamento stesso dell’architettura, l’atto del costruire.
 
4.Il libro e' dedicato ad alcune esperienze eccentriche rispetto all’architettura delle superstar ... ce ne vuoi parlare?
Alcuni degli artisti presentati sono, nel loro campo, delle star, come Olafur Eliasson e Nils-Udo, ma non per noi architetti. E questo è positivo, ci consente di guardare i loro lavori senza pregiudizi. Non ho niente contro le superstar: da giovani erano tutti architetti straordinariamente talentuosi e nuovi. D’altronde ogni epoca ha le sue avanguardie e i suoi elefanti e tutti hanno il diritto di godersi la propria maturità, circondati dalle idee che hanno messo a punto nella fase creativa della carriera.
 
5.Personalmente credi più all’hi-tech o al lo-tech?
Credo molto alla necessità di un progetto tecnicamente impegnato, e credo pochissimo all’arte compositiva. In pratica, mi sforzo di eliminare da ogni ragionamento la parola “bello”. Non voglio dire “più etica e meno estetica”, ma credo che dobbiamo cercare un’estetica aggiornata, meno banale. E questo si ottiene guardandosi in giro, fuori, oltre i confini dell’architettura, e recuperando il gusto del rischio e della trasgressione.
 
6.Facci qualche nome di qualche architetto fuori dal coro che giudichi interessante...
Alcuni esempi eloquenti li ha indicati il mio amico Giovanni Corbellini che li sta pubblicando nel suo prossimo libro, in uscita (permettimi un po’ di pubblicità) presso la 22Publishing: Nl Architects, Hrvoje Njiric, Francois Roche, Maxwan, e anche qualcuno di maggior successo, come Foa, Mvrdv, e gli inevitabili Oma/Amo di Rem Koolhaas. Mi interessano molto personaggi marginali, rispetto all’architettura, come gli artisti dell’ “Architettura naturale”, certi paesaggisti (Field Operations, Catherine Mosbach) o graphic designer (Bruce Mau).
 
7.Ma esiste l’architettura senza architetti? Ogni tanto qualcuno la tira fuori, ma poi?
L’architettura è negli occhi, nello sguardo, di chi la osserva. Come l’orinatoio o la ruota di bicicletta di Marcel Duchamp, che sono opere d’arte in funzione del contesto e dell’intenzione dell’artista, anche l’architettura esiste solo grazie alla critica e al contesto. C’è un mainstream indiscusso, che trovi sulle riviste e che tutti conoscono, e poi c’è qualcuno, ogni tanto, che prova a fare progetti usando un’altra sezione del cervello e la tecnica in modo diverso, più libero. Il vero non-architetto (un anti-architetto lo è stato anche il Le Corbusier dei piroscafi, delle automobili, dei silos granari, ecc.) che continua a guidare la danza è Rem Koolhaas, creativo e blasfemo più di tutti, eccentrico che occupa saldamente il centro della scena e l’unico in grado di produrre non solo edifici, ma anche idee provocatorie e libri interessanti.
 
8.A chi e' rivolto il libro?
Il libro nasce con l’intenzione di fornire un nuovo spazio, di conoscenza e di riflessione, a tutti coloro che si misurano con la sfida del progetto e che hanno voglia e bisogno di nuove idee, nuovi stimoli, nuovi orizzonti. All’inizio pensavo soprattutto ai miei colleghi, agli architetti, ma adesso che il libro è uscito mi accorgo che interessa e piace molto a tutti coloro che fanno attività creative: designer, stilisti, fotografi, pubblicitari e, naturalmente, agli artisti.
 
9.Tre motivi per comperarlo.
Il libro mette in discussione la nostra idea di bellezza. E questo è la cosa che mi sembra più importante e che sortirà l’effetto più duraturo.
Il secondo motivo è che il libro si inventa un argomento che non c’è, ed è un argomento che riesce a parlare sia alla testa che al cuore.
Infatti, ed è il terzo e ultimo motivo, è un libro quasi solo di immagini che risulta appagante sia per le emozioni che trasmette al lettore non specializzato che per la curiosità consapevole che suscita nell’architetto. A questo contribuisce in modo determinante la veste grafica (realizzata da un fantastico studio di New York) che secondo me è e nuova almeno quanto i contenuti del libro.
 
10.Il titolo di uno o due libri per approfondire l’argomento....
L’antenato è il mitico Architecture without Architects, di Bernard Rudofsy. Progetti e argomenti simili si trovano nei libri di Gilles Tiberghien, come l’ultimo Nature, Art, Paysage, pubblicato da Actes Sud nel 2001, e nella compilazione di Heike Strelow, Ecological Aesthetics, pubblicata da Birkhauser nel 2004. In Italia, monografie a parte, c’è solo il catalogo della mostra Art in Nature, curato da Vittorio Fagone e pubblicato da Mazzotta nel 1996.

LETTURE D'AUTORE a cura di Diego Barbarelli
Lo sguardo dell'architetto ci conduce alla lettura di un capolavoro di architettura (con passione e competenza). Le domande possono essere sostituite, integrate e manomesse in qualsiasi modo.

Risponde: Andrea Ponsi
1. Lo studio di quale opera è stato fondamentale nella sua formazione di architetto?
La grande architettura mi ha tanto spesso riempito di meraviglia, ma sono state, e limito qui la scelta al periodo contemporaneo, alcune piccole architetture i luoghi in cui ho trovato una totale corrispondenza con miei desideri: la casa North King Road di Rudolf Schindler a Los Angeles, lo studio-atelier di Leonardo Savioli sulle colline di Firenze, il "saccello" di Carlo Scarpa all'interno del Museo di Castelvecchio a Verona, le case Tanikawa e Hehara di Kazuo Shinohara in Giappone. Cosa hanno in comune questi luoghi? l'eguaglianza di valore tra il tutto e il dettaglio, il calmo fluire di energia tra interno ed esterno, la semplice celebrazione della materia e della luce, il riconoscimento del dubbio e la chiarezza dell'indefinito.
 
2. Per quali motivi (ne citi, per cortesia, da due a quattro) ritiene quest'opera ancora attuale?
L'attualità di queste opere risiede nella loro a-temporalità, nel situarsi oltre linguaggi unidirezionali e codificati, nella capacità di produrre in noi pensieri su ciò che non può essere detto.   
 
3. In quali caratteristiche del suo progettare ritiene l'abbia influenzato?
Nel credere che l'architettura sia un luogo del pensiero e delle sensazioni e che l'economia, la sociologia e il marketing siano solo un necessario tunnel da attraversare con circospezione.
 
4. Ci segnali un articolo o un libro o una rivista da suggerire a chi vuol approfondire lo studio dell'opera.
Alcuni libri:
"Il vero libro di  Nan Hua",  di Chuang Tzu ( secolo IV a.c.)    
"Teoria della forma e della figurazione" di Paul Klee
"Linee" di Fausto Melotti

ARTE a cura di Paolo Raimondo

Intervista a Pietro Celani
In occasione della mostra Sospensioni di bianco e nero, a studioArte Fuoricentro in via Ercole Bombelli 22, Roma,  abbiamo intervistato l’artista Pietro Celani.
 
1. Partiamo dal titolo della mostra. Come è stato scelto?
Il titolo della mostra è stato deciso dalla curatrice Loredana Rea, ispirato dall’idea che ogni immagine è la sospensione di un ricordo, non più tangibile ma etereo: il mio intento è di riportarlo alla luce.
 
2. Come è avvenuta, invece, la scelta dei soggetti?  
Prediligo soffermarmi su particolari che ci circondano e che passano inosservati. Molte immagini sono presenti nelle mie opere in un rapporto di scala che non corrisponde alla realtà: è in questo modo che cerco di far emergere il particolare, di decontestualizzarlo e di renderlo visibile.
 
3. Perché tutte le opere esposte sono giocate sui toni del bianco e del nero?
Questa scelta è dipesa dalla mia continua ricerca dell’essenzialità. Inoltre questi toni hanno un fascino particolare che mi stimolano interiormente a intraprendere nuove percorsi.
 
4. Parlaci dell’istallazione costruita per questa esposizione. Come nelle fotografie, il collegamento con il titolo della mostra sembra evidente…
Questo collegamento è, in effetti, molto forte: l’istallazione si compone di immagini di frammenti sospese in scatole trasparenti. È un pannello dei ricordi, in cui ogni sequenza di immagini viene montata per raccontare storie di vita quotidiana.
 
5. … E, oltre e tra le opere, c’è anche un video che viene mandato in onda.
È una sequenza delle mie immagini. In questo modo ho intrapreso un altro micro-viaggio all’interno del macrocosmo della vita. Sono molto indicative le due frasi iniziali con cui si apre, la prima tratta da Collezione di sabbia di Italo Calvino e la seconda da L’infinito viaggiare di Claudio Magris: “Il ricordo si trasforma in una raccolta di immagini, un diario di viaggi e sentimenti”; “Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai”.
 
6. Come è nata la tua passione per la fotografia?
Non sono un fotografo: lavoro fondamentalmente con la pittura. Tuttavia la fotografia mi affascina molto per la sua intrinseca riflessività. Inoltre in essa sono racchiusi tutti e cinque i sensi.
 
CINEMA a cura di Federica Scarnati

Il grande capo
Di Lars von Trier, Con Benedikt Erlingsson, Iben Hjejle, Anders Hove, Jens Albinus, Jean-Marc Barr. Distribuzione Lucky Red.

Il primo “personaggio” a comparire ne Il grande capo è lo stesso regista, riflesso in un vetro, mentre presenta se stesso e il film attraverso la sua voce off. Lars von Trier avverte così lo spettatore che quella a cui sta per assistere non è una commedia, ma “il suo modo di intendere” una commedia. L’istrionico danese, coerente con la sua personalità e la sua visione del cinema svelatore, sta per raccontare al pubblico, comodo e rilassato nella poltrona del cinema, una storia divertente e spassosa, “vessandola” con le incursioni del suo egocentrismo più vivo che mai. Le scelte narrative del regista sono pedissequamente spiegate dallo stesso, che, di volta in volta, puntualizza il suo rompere con i meccanismi hollywoodiani della commedia. È più che mai un film vontrieriano: non mancano (anzi sono del tutto evidenti a abbondanti) le autocitazioni, quando il protagonista, interprete anche di Idioti, viene appellato proprio “l’idiota” da uno dei personaggi oppure in una massima pronunciata da una delle attrici (“La vita è come un film Dogma: a volte è difficile ascoltare, ma questo non significa che quello che si dice non sia importante”). Anche stavolta von Trier ha disintegrato tutti i cliché della ripresa, affidandosi addirittura a un sistema computerizzato chiamato Automavision, che alterna le inquadrature delle varie macchine da presa. Nonostante tutto (o forse proprio grazie allo scomodo genio di Lars) Il grande capo risulta essere una commedia esilarante e intelligente; oltre al plot semplice e coinvolgente, le incursioni del regista attraverso commenti e prese in giro così palesemente soggettive rendono il film, agli occhi di chi non è del tutto nuovo al cinema di von Trier, ancora più gustoso.
Infine, citando le stesse parole dell’autore, “quelli che alla fine del film avranno avuto ciò per cui saranno andati al cinema… se lo saranno meritati!”

MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi

Spazio pubblico e società post-secolare a Roma
L’Associazione italiana di sociologia e la Società italiana di filosofia politica organizzano venerdì 2 febbraio 2007 il seminario Lo spazio pubblico in una società post-secolare che si terrà presso l’Aula Volpi della Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Roma Tre (via del Castro Pretorio, 20).
Negli ultimi anni, la discussione intorno al significato sociale e politico della religione ha iniziato a ruotare intorno alla categoria di “società post-secolare”. Sotto la spinta della reinsorgenza del ruolo anche pubblico delle religioni, ci si è tornati a interrogare sulla capacità dello Stato democratico di diritto di assolvere al difficile compito di garantire una cornice condivisa di diritti e doveri nel rispetto del pluralismo. La discussione sul ruolo pubblico della religione costringe il pensiero sociale e politico a interrogarsi intorno alla universalizzabilità dei principi liberali della priorità del giusto sul bene, della distinzione pubblico-privato e delle sue forme di demarcazione, nonché dell’immagine liberale del Self e della nozione e pratica della laicità.
Intorno a questi temi si confrontano filosofi della politica e sociologi, tra i quali: Alessandro Ferrara, Giacomo Marramao, Vittorio Cotesta, Roberto Cipriani, Virginio Marzocchi, Massimo Rosati.

SGRUNT a cura di Marco Maria Sambo

Le nuvole di Linus
Non sono belle le nuvole? Sembrano grossi fiocchi di cotone”, dice Lucy. “Potrei star qui tutto il giorno a guardarle passare”, dice Charlie Brown. E continua: “Con un po’ di immaginazione si possono vedere un mucchio di cose nella forma delle nuvole… A te cosa sembra d vedere Linus?”…“Bhe, quelle nuvole lassù mi sembrano la carta geografica dell’Honduras britannico… Quella nuvola là somiglia un po’ al profilo di Thomas Eakins, il famoso pittore e scultore… E quel gruppo di nuvole là in fondo mi dà l’impressione della lapidazione di S. Stefano… Ecco l’apostolo Paolo in piedi da una parte…”. E Lucy risponde :”Molto bene…E tu cosa vedi nelle nuvole Charlie Brown?”. ”Bhé, io stavo per dire che ci vedo un’ochetta e un cavallino ma ho cambiato idea!”… Viva la leggerezza. Non perdiamola mai.
marco_sambo@yahoo.it

SEGNALAZIONI
 
Giovani Architetti Italiani a Milano. 16 febbraio 2007.
La nuova architettura italiana è giovane e vitale. Alla Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano (Campus Bovisa) lo si vuole dimostrare con un incontro pubblico di dibattito dal titolo ‘Professione, formazione, progetti: i giovani ne parlano’ che anticiperà la vernice dell’edizione milanese della mostra Giovani Architetti Italiani curata da Paolo Vocialta per Galleria di Architettura ProgettoContemporaneo, sede Off della Triennale di Milano per il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Al dibattito, moderato da Luca Maria Francesco Fabris, parteciperanno Andrea Boschetti, Luca Gibello, Luigi Prestinenza Puglisi e Paolo Vocialta. Hanno aderito un gran numero di giovani e giovanissimi architetti professionisti che parleranno dei loro lavori, del loro modo di intendere l'architettura contemporanea e di quello che si aspettano dall’accademia e dalla società civile.
L’appuntamento è per il 16 febbraio 2007, alle ore 15.30 nell’Aula Magna 'Carlo De Carli' della Facoltà di Architettura Civile, Politecnico di Milano - Campus Bovisa, Via Durando 10, Milano. La mostra Giovani Architetti Italiani / young italian architects under 40, sarà visitabile presso l’Aula Mostre della Facoltà di Architettura Civile dal 16 febbraio al 2 marzo 2007, con orario: lunedì al venerdi ore 10.00-18.00. In esposizione lavori di: 5+1AA Alfonso Femia - Gianluca Peluffo; Massimo Benetton; nbAA - Nadir Bonaccorso; Marco Casamonti + Archea, Luca Cuzzolin - Elena Pedrina; Hermanitos Verdes Architetti; Stefan Hitthaler; Labics; Andrea Liverani - Enrico Molteni; Studioazero; UdA; Giovanni Vaccarini; Loris Dal Pos; De8 Architetti; Giulia De Appolonia; Elasticospa + Elastico3; Raimondo Guidacci; LFL Architetti; Antonella Mari Architetti; Mdu Architetti; Ernesto Mistretta; Modus Architects; OBR Open Building Research; RBA; Giorgio Santagostino; Alessandro Zoppini.
Per informazioni: 02.2399.5754 o lucamariafrancesco.fabris@polimi.it

Per Piazza Armerina
Segnalo a colleghi e ad amici lo strumento http://www.sandroranellucci.it/blog/ con il quale vado contribuendo alla difesa dell'opera di Minissi a  Piazza Armerina dall'attacco del gruppo Sgarbi. Cordiali saluti. Sandro Ranellucci

Concorso di idee a Torino
CHE COSA
"la città, il fiume, la collina" Concorso di idee per il riassetto urbano e ambientale e di riorganizzazione infrastrutturale dell’ambito di rilevante valore storico-ambientale costituito dal sistema piazza Vittorio Veneto – sponde del Po – piazza Gran Madre di Dio a Torino
CHI
bandito dalla Città di Torino, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti P.P.C. della Provincia di Torino.
AGENDA
Da venerdì 26 gennaio 2007 è attivo il sito del concorso da cui scaricare il disciplinare e gli allegati.
Torino da alcuni anni è protagonista di un processo di trasformazione e rinnovamento urbano che non ha precedenti nella storia recente della città. Un processo che ha interessato tutti i settori della città, dalle grandi opere infrastrutturali ai nuovi progetti di architettura ed alla riqualificazione dello spazio pubblico e del verde. All’interno di questo quadro l’amministrazione intende ora procedere alla definizione del riassetto urbano e ambientale dell’area costituita dalla piazza Vittorio Veneto, sponde di Po e piazza Gran Madre di Dio.
 Per approfondimenti:
http://www.to.archiworld.it/concorsi/torino.html
http://www.comune.torino.it/appalti

Costruire in maniera sostenibile: un seminario
Eos partecipa al seminario promosso dall'Ordine degli Architetti di Rimini sul tema "Costruire in maniera ecologicamente più sostenibile ed a basso consumo energetico"
A partire dal mese di febbraio, l'Ordine ha infatti previsto un ciclo di incontri per l’approfondimento delle modalità e delle strategie per il risparmio energetico nel settore delle costruzioni finalizzato all’individuazione di un modello costruttivo di tipo sostenibile compatibile con il territorio riminese. Tra i relatori Ing. Ruben Eriacher (Casa Clima, George Felderer (Casa Clima), Arch. Riccardo Roda (Eos Consulting), Arch. Roberto Leoni ed Arch. Angelo Mingozzi.  Maggiori informazioni, programma dell'iniziativa e riferimenti necessari per l'iscrizione sono scaricabili nella sezione news del sito web di Eos Consulting (http://www.eosconsulting.fi.it)

Krenz sul concorso di Punta della Dogana a Venezia
La Fondazione Guggenheim ha appreso con estremo interesse i risultati della deliberazione riguardo il futuro della Punta della Dogana. Vorrei ringraziare il sindaco Cacciari, il Presidente della Commissione Achille Bonito Oliva e Luigi Bassetto, e i membri della Commissione per la loro diligente attenzione ai procedimenti e ai contenuti. Hanno svolto un eccellente lavoro di contestualizzazione e valutazione delle proposte.
Pensando al futuro la Fondazione Guggenheim è pronta a cooperare nel migliore dei modi possibili al fine di garantire gli interessi di Venezia e dell’Italia. La Fondazione Guggenheim possiede e gestisce la Collezione Peggy Guggenheim da tre decadi. La Collezione è a Venezia da oltre cinquant’anni. L Fondazione gestisce il padiglione americano ai Giardini dal 1986, da quando ne divenne proprietaria. Nel corso degli anni, abbiamo goduto di un grande successo – implementando la collezione, presentando mostre straordinarie, consolidando un programma didattico per i ragazzi delle scuole italiane, e attraendo un pubblico ampio e fedele.
Durante questo tempo, sento che siamo divenuti un’istituzione tanto italiana quanto veneziana, con una profonda sensibilità nel preservare e valorizzare quanto di straordinario Venezia possiede. Il nostro interesse nell’espansione verso la Punta della Dogana  iniziò nel 1989. Sotto la guida e l’impegno dell’avvocato Sandro d’Urso, avevamo quasi raggiunto l’obiettivo nel 1999. Ora quel sogno sta per divenire realtà.
Se la decisione del Sindaco Cacciari è che gli interessi di Venezia siano meglio serviti da una collaborazione tra la Collezione Pinault e la Guggenheim, siamo pronti a partecipare nella discussione per definire il miglior percorso futuro. Provo una grande ammirazione per Francois Pinault e quanto è riuscito a realizzare. Portare la propria collezione a Palazzo Grassi è un dono per Venezia, da cui tutti traiamo beneficio.
L’obiettivo della Guggenheim è quello di fare di Punta della Dogana uno dei migliori musei contemporanei al mondo. Le risorse unite di Pinault e della Guggenheim sono un punto di partenza che non può vantare nessuna altra città al mondo. Naturalmente c’è molto da discutere fra le varie parti e sono pronto a partecipare personalmente. Voglio infine ringraziare i nostri partner Regione del Veneto, MUNUS-ABM Merchant e Banca Antonveneta  per il loro continuo supporto e partecipazione.
Thomas Krens, Direttore Fondazione Solomon R. Guggenheim

Jan van Eyck Academie. Post-academic Institute for Research and Production Fine Art, Design, Theory. Call for applications.
Deadline: 15 April 2007
Artists, designers and theoreticians are invited to submit research and production proposals to become a researcher at the Jan van Eyck Academie. Candidates can either apply with a topic of their own or for a project formulated by the institute itself. In order to realise these projects, the Jan van Eyck offers the necessary made-to-measure artistic, technical and auxiliary preconditions.
 
Profile
The Jan van Eyck Academie is an institute for research and production in the fields of fine art, design and theory. Every year, 48 international researchers realise their individual or collective projects in the artistic and challenging environment that is the Jan van Eyck. The institute is not led by predetermined leitmotivs. Artists, designers and theoreticians can submit independently formulated proposals for research and/or production in the Fine Art, Design and Theory department or candidates can apply for collective research projects formulated by the Jan van Eyck (see below). The miscellaneous nature of these research projects and productions makes the Jan van Eyck into a multi-disciplinary institute. This also shows in the programme of the institute. Researchers, departments and the institute organise various weekly activities, to which special speakers are invited: lectures, seminars, workshops, screenings, exhibitions, discussions … External interested parties are welcome to attend these activities. The result is a dynamic and critical exchange between the different agents from within and outside of the Jan van Eyck.
 
Facilities
Researchers are advised by a team of artists, designers and theoreticians who have won their spurs globally. They receive their own studio and a stipend. Furthermore, researchers can make use of all kinds of facilities which support their projects, from first concept to public presentation: the library, the documentation centre and various workshops (wood and other materials; graphic productions and photography; digital text & image processing and editing; time-based media). They can also get assistance with their print work, the editing and distribution of publications and the publicity of events.
 
Application
Candidates can apply to a department or a collective research project (see below). The next research period at a department, for either one or two years, starts in January 2008, whereas the research periods for collective projects are variable, both in terms of their start and duration.
More information about the application procedure can be found at http://www.janvaneyck.nl/_devices/frames_applications.html
 
Contact
For practical questions concerning the application procedure or to request an information brochure, please contact Leon Westenberg (leon.westenberg@janvaneyck.nl).
For content-related questions on the Jan van Eyck Academie in general, its departments or on the collective research projects, please contact Kim Thehu (kim.thehu@janvaneyck.nl).

LETTERE

Errata corrige
Ti ringrazio di avermi mandato la newsletter n.3 con il mio articolo su Koolhaas. Una sola cosa: non è   uscito su Liberazione, bensì sul Riformista.
Un cordiale saluto, Marco Filoni

Marco Ragonese su l’Università
Gentile LPP, Le scrivo in merito allo sfogo di Pierpaolo Raffa apparso in allegato (n.3) alla newsletter n.2.
Nell'analisi di Pierpaolo, legata a fatti vissuti (il professore citato più che siciliano sembra argentino...), sembra esserci però un vizio di fondo, come un basso continuo: ignorare la figura degli studenti. Essi, infatti, appaiono nelle sue parole come uno sfondo indistinto, nebuloso.
Chiedersi se l'università sia fatta dagli studenti o dai professori è un pò come la domanda circa l'uovo e la gallina. Ma forse bisognerebbe riflettere sulla questione, anche se posta in maniera semplicistica.
Ponendo l'assunto che l'università sia fatta innanzitutto dagli studenti, il boicottaggio che propone Pierpaolo perde di senso. Sarebbe come fuggire dalla nave che affonda e pensare soltanto alla propria pellaccia. Certo non è bello morire annegati, ma non credo si viva bene sapendo che non si è nemmeno tentato di fare qualcosa. Penso che il lavoro delle persone come il sottoscritto (dottorando senza borsa) possa avere il peso descritto ("carne da dottorato") nel momento in cui l'attenzione è concentrata esclusivamente su di se e sul proprio curriculum, ma cambi radicalmente quando si decide di alzare lo sguardo dal proprio ombelico, rinunciare ad essere "fighissimi, e finalmente con la bacchetta magica" per dirigere "l'orchestra alle revisioni". In quel momento la relazione con gli studenti diventa fondamentale perché sono i ragazzi, con le loro domande e perplessità, ad interrogare chi sta "dall'altra parte della barricata", a fargli l'esame. Studiare, prepararsi, vuol dire essere "utile", cercare di contribuire (seppur minimamente) alla formazione di ciascuno. E crescere.
Nel secondo caso, invece, Pierpaolo ha pienamente ragione. Lavorare per 590 euro netti a semestre (questo è più o meno l'emolumento di un contratto integrativo, cioè di un "assistente") non è gratificante, vedere altre persone (molto meno preparate) accedere a finanziamenti per ricerche inutili altrettanto.
Ma.
Come diceva il protagonista di un film famoso, "questo è un lavoro sporco e qualcuno deve pur farlo".
Siamo in una trincea. E mentre i nostri nemici (scusi la forzatura bellica) ci sorvolano con i jet al napalm, noi scaviamo la gallerie sotterranee con le mani.  Le guerre si vincono anche così, senza arrendersi. La storia ci ha insegnato che non è questione di armamenti, ma di prospettive lunghe.
Abbiamo una responsabilità (innegabile) nei confronti di chi, iscrivendosi, continua a mantenere in vita l'oggetto della nostra discussione, cioé l'università. Non arrendersi vuol dire pensare che queste persone potranno utilizzare nel futuro gli strumenti e i metodi che abbiamo cercato di suggerire loro.
Come diceva il comandante Massud "non è importante quanta terra perderemo e quanto soffriremo. Noi conosciamo il nostro nemico e la nostra decisione è resistergli".
Cordiali saluti. Marco Ragonese, architetto e dottorando in progettazione architettonica e urbana della facoltà di architettura di Trieste (XX ciclo)

Francesco Da Rin risponde a Dario Canciani
Ho letto la lettera di Dario Canciani con la citazione di Irace su Gehry:
vorrei sollevare alcune obbiezioni di ordine generale se l'architettura entra in un sistema di comunicazione il mantenimento della cifra stilistica è necessario? Ovvero la riconoscibilità del prodotto è una sua componente? Come si vede preferisco parlare cinicamente di prodotto in termini generici che di opera d'arte tout court riferendosi a Gehry bisognerebbe quantomeno sapere che il suo prodotto tende alla standardizzazione - difficile a credersi vista l'eccezionalità formale che lo impronta -attraverso l'utilizzo di una società di servizio che è Gehry tecnology e una partnership con la ditta italiana che gli ha permesso la realizzazione dei suoi progetti - la Permasteelisa di San Vendemiano- tramite complicatissimi sistemi di controllo che portano dal modello virtuale a quello reale una specie di enorme macchina a controllo numerico in cui i pezzi sono tutti diversi eppure seriali allora Gehry non è proprio l'ingenuo - il naive americano - che ci viene proposto dalla pubblicistica ma ritorniamo al tema della riconoscibilità del prodotto nel campo dell'arte non è un requisito negativo non mi pare che ci si ponga il problema della ripetizione nell'opera di fontana per esempio ma di tanti altri come è già stato detto sembrava che W. Benjamin avesse già detto tutto su "l'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" tra cui anche l'idea forte che sul palcoscenico della modernità - lui parla chiaramente di cinema - si ottenessero i maggiori risultati recitando il meno possibile, arrivando quindi a sostenere che ogni uomo potesse avanzare la pretesa di essere filmato - quasi la frase di Warhol per cui ad ognuno spettino cinque minuti di notorietà - trasportato nel campo dell'architettura vorrei fortemente sostenere che i lavori di cui si parla rappresentano comunque delle assolute eccezioni nella marea dei metricubi senza qualità quotidianamente prodotti e in tal senso si muovono come attori in una folla e all'attore non viene più chiesto di recitare ma di essere riconosciuto questo non salva ne condanna l'opera di Gehery in quanto epigone di se stesso - situazione paradossale ma non nuova basti pensare alle piazze d'italia fatte e poi rifatte da de chirico (ma poi ancora rifatte da rossi e copiate dai suoi epigoni in una discesa che pareva innarrestabile) - ma la inserisce nel campo dell'inevitabile per cui Bogart continua ad essere Bogart e se la prima volta è una sorpresa dopo non lo puo' ne lo deve essere - altro tema, quello della ripetizione e dell'eccezionalità trattato da W. Benjamin. Diverso è invece lo sguardo con cui il critico italiano aspetta il crollo dei miti Cosa si aspettava da gehry? Come poteva quel linguaggio da funambolo evolversi ulteriormente? Doveva passare dall'audace gesto dell'equilibrista direttamente al suicidio? E tutto ciò in pochi anni ovvero bisogna chiedersi veramente cosa si vorrebbe. osservo inoltre come la questione della riconoscibilità/ripetizione non si ponga nel valutare l'opera di  chi, come ad esempio Meier, continua ad usare con coerenza un linguaggio sedimentato in stilemi, e quindi oramai istituzionalizzato - senza rischi dunque per non parlare della produzione che volutamente si mescola alla realtà senza intaccarla per non dire di Rossi che insegue programmaticamente il sempreuguale della città analoga, grande visione poetica  se restasse solamente sulla carta - per cui tutti i suoi allievi che ripetono nel tempo e nello spazio quell'inno non sono un errore ma una vera e propria "volontà di potenza" che mira attraverso un esercito, anch'esso di analoghi, a conquistare la terra. Come si può ben capire qui siamo ben oltre Gehry
Francesco Da Rin

Luciano Bolzoni commenta la lettera di isabella

Isabella fa tenerezza, ma forse facciamo noi tenerezza o pena, noi "operatori" di architettura, ognuno nel suo campo, tutti a piedi uniti nel campo degli altri. Isabella siamo noi con tutta la nostra incapacità di vedere l'architettura attraverso i nostri semplici occhi: un articolo come quello di ieri sul baldacchino di Bernini/Borromini, stupisce vederlo pubblicato da La Repubblica. Forse si sono sbagliati. Isabella non è una sognatrice; è questo paese che vive un incubo senza fine. Anche in architettura. Soprattutto in architettura. Isabella e l'università. Poi ci si salva ma solo se si prendono altre strade. E non bastano neanche le denunce filmate di Striscia la Notizia per far vergognare i baroni e i loro figli. Isabella: vai avanti e denuncia sempre ciò che non vedi. E continua con Albini e Mollino.
Luciano Bolzoni

ALLEGATI

Allegato n.1
 
Il Daimon di Architettura: Theoria – Eresia
Dopo il ‘68, la disciplina architettonica ha subito una così forte devastazione culturale da renderla pressoché incomprensibile. Il sapere della Forma è stato invaso (al pari dell’alluvione del ‘66) dal sociale (la preminenza del funzionale sull’essenziale), dall’estetizzazione (la preminenza dello psicologico sull’ontologico), dal tecnicismo (la preminenza del pratico sul metafisico). Tutti contenuti -ma non sostituti- di Architettura. In più, ad aggravare le cose, la riforma universitaria del 3+2, la quale ha istituzionalizzato la deriva scientista, senza rendersi conto delle conseguenze disastrose per una disciplina umanista (e tecnica). Da queste premesse nasce l’esigenza e l’urgenza del presente saggio su “Architettura”. Con due obiettivi principali. Il primo, riconoscere il carattere dissolutivo del pensiero dominante nel quale -noi e la disciplina- siamo collocati: il nichilismo (tecnico-socio-scientifico). Secondo, aprire la riflessione a tutto l’orizzonte del sapere occidentale (dal pensiero greco fino al contemporaneo) per restituire ad Architettura, l'unità minima conoscitiva che le è propria. Pensiero nichilista e pensiero occidentale predispongono quindi lo sfondo generale sul quale Architettura proietta il proprio sapere essenziale: quello estetico. E già nel titolo riemergono le tre parole fondamentali di quel sapere: Daimon, l’originaria sorgente dello sguardo; theoria, la visione donante, inaugurante; fondante; eresia, l'inevitabile strappo dalla cecità del nichilismo. Così che theoria ed eresia non sono una coppia di opposti, ma sinonimi.
Renato Rizzi
Venezia 6 novembre 2006

Allegato n.2

L’architettura in ferro e vetro: quando cominciò?
di Gerardo Mazziotti
   
La lettura dei ricordi studenteschi dell’amico Renato DeFusco ( PresS/Tletter n.3. 2007) mi spingerebbe a fare altrettanto. Ma, non essendo diventato “professore emerito” come Renato, peccherei forse di eccessiva presunzione. Anche se i miei ricordi sarebbero altrettanto interessanti. Preferisco perciò utilizzare lo spazio che mi è dato per fare chiarezza su una tesi che si ritrova in tutte le storie dell’architettura, a cominciare da quella di Zevi per finire a quella scritta da DeFusco. Entrai nella facoltà di Architettura di Napoli nel 1945 ( due anni prima di Renato) e lì appresi che la “paternità” dell’architettura in acciaio e vetro ( quella portata a espressioni di sublime bellezza da Mies van Der Rohe  ) spetta a Sir Jospeh Paxton, giardiniere, designer, scrittore e architetto inglese, che, all’Esposizione Universale di Londra del 1851,  montò in appena otto mesi ( un tempo record anche oggi, in particolare nel nostro paese dove si impiegano tempi biblici per realizzare una qualsiasi opera pubblica, quando non viene lasciata incompiuta, come non di rado capita…), montò  un enorme edificio, denominato “Cristal Palace”. Il prof. Franco Jossa, che insegnava non solamente  “scienza delle costruzioni” ma anche “tecnologia dei materiali e tecnica delle costruzioni” (dopo la laurea, divenni assistente incaricato di questa cattedra  prima di trasferirmi alla facoltà di Ingegneria di Salerno), ci illustrò le straordinarie caratteristiche di questo “palazzo di cristallo”, lungo 500 metri, largo 140 e alto 36, che anticipava di molti decenni i concetti della prefabbricazione, della modulazione, della unificazione e della standardizzazione. Concetti che usiamo definire “moderni”, perché la nostra presunzione ci porta a ritenere che quel che viene “dopo” è sempre un progresso rispetto a quel che c’era “prima”. La concezione di Paxton era basata su pochissimi profilati di ferro e di ghisa, assemblati mediante bulloni e dadi, che costituivano lo scheletro, coperto poi con lastre di vetro, anch’esse di dimensioni standard. Forte della esperienza acquisita nella costruzione di serre Paxton tenne conto della dilatazione della struttura metallica introducendovi adeguati giunti. Quasi gli stessi che si ritrovano nelle costruzioni metalliche dei nostri giorni. Una costruzione rivoluzionaria che lasciava stupefatti i milioni di visitatori (ne arrivarono  più di 6 milioni da tutto il mondo) che, per la prima volta, vedevano uno spazio interno di tale grandiosità e luminosità. E che, per la prima volta ( ma in questo il ruolo di Paxton non è documentato) potevano utilizzare servizi igienici dotati di lavabi e wc a sifone, serviti da acqua corrente. Un’attrazione ulteriore. Tanto più che a Buckingham Palace usavano ancora le “seggette” di derivazione medioevale, che, la mattina, venivano svuotate nel Tamigi. In quegli anni una fogna a cielo aperto. A beneficio dei pochissimi lettori che ne sentono parlare solo adesso aggiungo che, alla fine dell’Esposizione ad Hyde Park, il palazzo venne smontato e rimontato a Sydenham, un quartiere periferico londinese, dove venne utilizzato per una serie di mostre e congressi fino al 1936. Scomparve dal panorama architettonico a seguito di un furioso incendio quando ancora la protezione contro il fuoco non aveva ancora raggiunto gli attuali  livelli di sicurezza. Qualche dubbio sulla “paternità” di Paxton mi è venuto alcuni anni addietro quando, nel leggere il fascicolo n° 1 della serie “ Il Patrimonio dell’Umanità”( De Agostini ne ha pubblicati una cinquantina per conto dell’Unesco ), ho appreso che “A est del palazzo imperiale di Schonbrunn di Vienna si trova l’enorme Serra Botanica della metà del 18° secolo, che, con i suoi 186 metri, è la più lunga del mondo (…) la sua costruzione si deve alla grande passione di Maria Teresa ( la mamma di Maria Carolina, andata sposa a Ferdinando di Borbone re di Napoli e Sicilia) per la coltivazione delle piante tropicali ed esotiche e grazie alle sue dimensioni, alla sua straordinaria luminosità e alla gradevole temperatura anche durante l’inverno, venne ben presto utilizzata per feste, rappresentazioni, conferenze e convegni. Quì, nel 1786, ebbe luogo la famosa disputa tra Mozart e Salieri ( un episodio riportato in molti testi storici oltre che nelle biografie dei due grandi musicisti ) il Castello e il giardino di Schonbrunn costituiscono un’unità e sono in vario modo correlati tra loro, così come voleva la concezione barocca , secondo cui l’architettura e la natura dovevano compenetrarsi a vicenda ( una concezione wrightiana ante litteram ) l’Unesco ha perciò deciso nel 1996 di dichiararli patrimonio dell’umanità “. Si tratta di una costruzione in ferro e vetro di sublime bellezza. Superiore, se posso osare dirlo senza fare arrabbiare i miei amici storici e critici, a quella del Palazzo di Paxton. L’ho visitata e fotografata. E ho cercato di conoscere il nome dell’autore. La facoltà di Architettura di Vienna, alla quale mi sono rivolto, mi ha fornito i nomi dei due architetti che hanno lavorato per l’Imperatrice, Adriann Van Stetchkov(en)  e Johann Ferdinand Hetzendorf Von Hohenberg, senza ulteriori informazioni e senza precisare chi dei due ha progettato la Grande Serra. Non ho alcun motivo per togliere a Paxton la “paternità” che gli viene universalmente riconosciuta. Ne ho però più d’uno per dare a Van Stechkov  o a Von Hohenberg quel che gli spetta. Visto che, secondo l’Unesco, la Grande Serra viennese è stata progettata e realizzata almeno settant’anni prima del Palazzo di vetro londinese. Talchè l’invito a qualche  volenteroso ricercatore universitario o a qualche giovane storico a scrivere un bel saggio sulla Grande Serra viennese, patrimonio dell’umanità, e sul suo progettista. Un breve commento sulla riflessione critica di DeFusco “dopo la laurea venne il momento di cominciare a imparare, punto e a capo “. Anch’io ho dovuto ricominciare daccapo. Come tutti quelli che sono usciti e che escono oggi e che usciranno domani dalla facoltà di palazzo Gravina di Napoli. E, aggiungo, dalle facoltà di architettura di tutto il mondo. Agli allievi dell’IIT ( Illinois Institute of Tecnology) di Chicago, dove era stato chiamato a dirigere la scuola di architettura dopo aver lasciato la direzione del Bauhaus di Berlino nel 1937 (quattro anni dopo l’ascesa al potere dei nazisti), Mies van Der Rohe tenne una magistrale lezione dicendo,tra l’altro,“ vi insegnerò a costruire in legno, poi in pietra, poi in mattone e infine in cemento e in acciaio…a questo punto sarete pronti per laurearvi all’IIT…dopo qualche anno di ulteriore esperienza pratica alcuni di voi, pochissimi,  diventeranno, forse, architetti “. Con riserva di darne una convincente spiegazione un’altra volta, citando anche Roberto Pane secondo il quale “ l’architettura non è arte più scienza ma è solo arte”, mi limito a dire che sono tanti, ed io con loro, a sostenere che l’umanità non ha bisogno di tanti “geni dell’architettura” : ne bastano uno o due ogni secolo. Per risolvere i nostri problemi pratici (case, uffici, fabbriche, strade e quant’altro rientra nelle così dette  “finalità pratiche del costruire”) bastano buoni “professionisti”. Siano essi “laureati” in architettura o in  ingegneria edile.

PresS/Tletter
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In redazione: LPP,  Lila Aras, Anna Baldini, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Gianpaolo Buccino, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Marcello del Campo, Emiliano Gandolfi, Gaia Girgenti, Luca Guido, Salvator-John Liotta, Zaira Magliozzi, Antonella marino, Domenico Pepe, Claudia Pignatale, Ilenia Pizzico, Stefano Malpangotti, Valentina Micucci, Santi Musmeci, Francesca Oddo, Claudia Orsetti, Paolo Raimondo, Federica Scarnati, Antonio Tursi, Monica  Zerboni.