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- LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: Álvaro Siza Vieira: “sulla museografia”. Evento a cura di Maddalena d’Alfonso, Marco Introini, Marco Maria Sambo
- L’OPINIONE: Tutto è architettura
- CARTOLINE: Cartoline di Renato Nicolini
- FOCUS SU: Diego Caramma interviene con: Il supporto e la «danza» delle figure di verità – 6
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LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA
Álvaro Siza Vieira, “sulla museografia”-Evento a cura di Maddalena d’Alfonso, Marco Introini, Marco Maria Sambo
FESTA DELL’ARCHITETTURA DI ROMA – “INDEX URBIS”
Lezione inaugurale di ÁLVARO SIZA VIEIRA “sulla museografia”
Mercoledì 9 giugno - Casa dell’Architettura - ore 18.00
Introduzione di:
Amedeo Schiattarella (Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma e Provincia)
Fernando d'Oliveira Neves (Ambasciatore del Portogallo a Roma)
Interventi di:
Carlos Castanheira
Maddalena d’Alfonso
Marco Introini
Marco Maria Sambo
Promotori:
Ordine degli Architetti PPC di Roma e Provincia
Ereditareilpaesaggio
Associazione Italiana di Architettura e Critica
Patrocinio:
Ambasciata del Portogallo
Casa dell’Architettura di Matosinhos
Electa
Unifor
DESCRIZIONE EVENTO
Álvaro Siza Vieira è stato riconosciuto come uno dei più grandi maestri dell'architettura contemporanea grazie a uno stile che, per sua stessa definizione, "non ha un linguaggio stabilito, né aspira a diventare un linguaggio". L’architettura –sostiene Siza– è "una risposta a un problema concreto, una situazione di trasformazione di un luogo al quale partecipo. Un linguaggio prestabilito puro e semplice non mi interessa".
Álvaro Siza –in tutti i suoi interventi– ha dimostrato di saper realizzare opere che manifestano una profonda coerenza. Il conflitto tra globalizzazione e particolarità locali viene risolto sempre in maniera ottimale e diventa, nel cerchio dei suoi progetti, una condizione professionale imprescindibile.
L’Evento intitolato “sulla museografia” nasce dall'intento di evidenziare il processo ideativo e creativo del progetto architettonico con particolare riferimento al tema del museo come forma architettonica. Su questo tema discuteranno –nella Conferenza in programma il 9 giugno alla Casa dell’Architettura di Roma– Álvaro Siza Vieira (Pritzker Architecture Prize 1992 – Medaglia d’oro del RIBA 2009), Carlos Castanheira (architetto, autore di numerosi saggi e Direttore della Casa dell’Architettura di Matosinhos), Maddalena d’Alfonso (architetto, curatrice di Mostre e autrice del libro Álvaro Siza, 2 musei, Electa), Marco Introini (architetto, fotografo e coautore del libro Álvaro Siza, 2 musei, Electa), Marco Maria Sambo (architetto, saggista e socio fondatore dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica).
I lavori alla base della discussione saranno due: il museo di Arte Contemporanea di Serralves a Porto, in Portogallo, e il museo di Ibere Camargo a Porto Alegre, in Brasile. Progettati in anni diversi e per aree affatto dissimili, i due musei comprendono matrici compositive e stilistiche analoghe. Scegliendo soltanto due progetti si potranno portare alla luce i dettagli di un accurato lavoro di progettazione.
Titoli degli Interventi:
Álvaro Siza Vieira: Iberè Camargo, un progetto per un museo
Carlos Castanheira: il processo di un museo - Mimesi
Marco Introini: progetto, disegno e fotografia
Marco Maria Sambo: Estetica del bianco
Moderatore: Maddalena d’Alfonso
-Sito della Festa dell’Architettura di Roma: http://www.indexurbis.it
L’OPINIONE
Tutto è architettura
La libertà sgomenta perché non indica direzioni, lasciandole tutte aperte. Ecco allora che si cercano nel passato. E poiché il passato non ce ne consegna di affidabili, le si inventa. Con un lavoro di scavo che consiste nel togliere a costruzioni altrimenti affidate alla distruzione del tempo tutto ciò che è effimero, transeunte, modaiolo per trovare un nucleo identitario cioè un fondamento autonomo disciplinare. E poiché questo fondamento non esiste in sé e per sè, lo si individua in ciò che appare mostrare maggior permanenza: per esempio i tipi edilizi o le formule compositive basate sul senso di equilibrio, misura, stabilità. Ma queste, se precisamente definite, diventano ostacoli al cambiamento, strade chiuse e desuete, un’imposizione a eternamente ripetersi all’interno di un gioco fissato una volta per tutte nelle sue linee principali. Se invece sono indicazioni flebili non sono che placebi per darci la sensazione di appartenere a una tradizione. E’ un po’ come la storia dei credenti che se sono troppo aderenti al nucleo originale della loro religione si autocostringono a vivere in modi anacronistici e se lo sono poco appaiono opportunisti che aderiscono per tenersi la coscienza in pace o per essere accettati socialmente.
Ovviamente, ci sarà sempre qualcuno che sosterrà che esiste una giusta via di mezzo tra gli estremi dell’anacoreta o del fedele della domenica. A noi disillusi, resta una domanda: almeno nel nostro campo disciplinare, come sfuggire a una finzione che non vogliamo accettare né in tutto né in parte?
Senza fondamenti, ovviamente, anything goes. Ma proprio perché tutto va, non vuol dire che tutto abbia la stessa importanza. E se tutto può diventare architettura, ciò non vuol dire che tutto possa diventare buona architettura. Vuol dire solo che siamo usciti fuor dalla trappola che voleva tenderci la parte più pavida e tradizionalista del nostro cervello: quella normativa che, se non si autoimpone regole fondative, soffre perchè concepisce la libertà solo in termini d’ansia. (lpp)
CARTOLINE di Renato Nicolini
http://www.renatonicolini.it/blog/
CARTOLINA LA PALICE
“Il problema è come uscire dai problemi. Ditemi la soluzione!”
Pierluigi Bersani
CARTOLINA PASSATO IL CENTENARIO
Passato il Centenario del Futurismo, la Conferenza di Servizi del 6 maggio a Firenze, convocata per discutere come raccordare la nuova Stazione dell’Alta Velocità di Norman Forster alla Stazione di Santa Maria Novella, ha dato via libera alla demolizione parziale della Centrale Termica di Angiolo Mazzoni, per realizzare una “fermata intermedia”. I partecipanti alla conferenza di servizio forse ignoravano l’importanza dell’architetto Angiolo Mazzoni, lodato personalmente da Marinetti, nella storia del Futurismo italiano. O forse hanno fatto il loro personale passo verso il dadaismo.
CARTOLINA CONFERENZA DI SERVIZIO
Giulia Maria Crespi (Fai) e Fulco Pratesi (Wwf) denunciano sul “Corriere della Sera” del 22 maggio “la sconsiderata proposta … di limitare la possibilità di intervento delle Sopraintendenze alle sole conferenze di servizi arrivando all’assurdità di ritenere un assenso l’eventuale assenza”. “La proposta”, aggiungono, “oltreché dissennata, è anche vile, ben sapendo chi l’ha presentata che lo stato comatoso delle sopraintendenze – ulteriormente ridotte d’organico in seguito al recente prepensionamento di quasi 40 tra Dirigenti e Sopraintendenti – non consentirà in alcun modo che un funzionario … possa fisicamente partecipare a tante riunioni”.
CARTOLINA ENCOMIO O IRONIA?
“Non è lecito” – concludono Crespi e Pratesi – “in un Paese come l’Italia far sedere in Parlamento uomini che con tanta superficiale leggerezza affrontano temi sacri come la tutela delle meraviglie paesaggistiche del nostro Paese, che la Costituzione autorevolmente pone tra i fondamenti della nostra Repubblica. Ministro Bondi, si arrabbi. Noi le siamo vicini”.
CARTOLINA SIVIERO E IL CINESE
“Enzo Siviero è il maggior esperto di ponti ed è l’unico docente al mondo che insegna i ponti agli architetti. E’ insomma una di quelle eccellenze italiane che l’Università di Venezia può orgogliosamente ‘esporre’. Siviero sarà il mattatore del Convegno di Catania, e con lui ci sarà un imprenditore cinese (1200 dipendenti e il più qualificato esperto della costruzione di ponti; un cinese che vive a San Francisco che ieri sera è stato gratificato con la laurea honoris causa all’Università di Venezia).”
Gazzetta del Sud, 20 maggio
CARTOLINA IL SOGNO DI SIVIERO
In attesa del Convegno di Catania, Siviero confida alla “Gazzetta del Sud” i suoi sogni a proposito del Ponte di Messina, “quella che può essere l’ottava meraviglia del mondo”: “…un’architettura piacevole che sappia riqualificare i luoghi attorno a Scilla e Cariddi, che esalti la Fata Morgana, che contempli in un disegno armonico di rinascita delle due regioni i rispettivi water front. Insomma, che dalla Calabria possano dire di godere del più bel panorama del mondo e che i dirimpettai siculi possano orgogliosamente dire la stessa cosa”.
Gazzetta del Sud, 20 maggio 2010
CARTOLINA IL PAESE-LUCERTOLA E IL PAESE-FAINA
“Un paese che disprezza il sapere è un paese – lucertola, immobile, guardingo, letargico, dominato dalla paura e dal risentimento … un paese – faina, notturno, solitario, predace, sedotto dal richiamo della vita selvatica in cui tutti cercano di cavarsela da soli … e che per questo non ha bisogno di cultura, ricerca, immaginazione, progettazione di futuro: tutte cose che si possono fare solo insieme. Nessuno si salva da solo”.
Antonio Scurati a proposito dell’Italia e dell’Università, “La Stampa”, 22 maggio
FOCUS SU… di Diego Caramma
Il supporto e la «danza» delle figure di verità – 8
Come proseguire dunque questo cammino? Come proseguire sul cammino della ragione correggendo la rozzezza delle sue origini? Colli rievoca una figura da lui così interpretata: «Di fronte alla crisi della dialettica (…) Socrate tenta di ridarle vigore con istinto democratico, e si sforza di far risorgere l’interlocutore, prendendo l’uomo della strada. Ma questo fu un espediente senza esito. L’altra sua novità riguarda il contenuto delle discussioni. L’astrattezza eleatica non attirava gli Ateniesi e neppure Socrate. Il linguaggio dialettico, resosi pubblico, aveva accolto in sé i concetti del logos spurio. L’individuazione, prevalendo, indossa i panni morali; si cerca di imporre la nobiltà della ragione ai comportamenti e alle azioni degli uomini».
Il senso che per noi possono rivestire queste osservazioni non è evidentemente quello di riproporre banalmente l’abito socratico, perché in tal caso tutto quello che abbiamo detto fino a questo momento sarebbe lettera morta. Ciò che possiamo scorgere nelle parole di Colli è l’invito a portare la ragione, lo spirito storico e la conseguente e connaturata capacità di autocritica fino in fondo, scegliendo il cammino di un ritorno alle origini per intima necessità con una radicalità che oggi, per quanto ne sappiamo, in pochi ci stanno con coraggio mostrando.
Colli ci sta dicendo fra le righe questo: non sono i contenuti che vanno salvati, o per lo meno non dobbiamo salvarli come se essi incarnassero ideali di verità e giustizia; dobbiamo salvarli interpretandoli come eventi, osservandoli nella loro genesi, esponendoci nei loro confronti esercitando la «danza» rituale della nostra formazione attraverso uno sguardo genealogico, attraverso quella che da tempo viene indicata come etica della ragione, alla quale deve corrispondere quella che Spinoza nominerebbe come un’etica delle passioni.
Dobbiamo salvare gli abiti razionali e abbandonare le superstizioni dei contenuti razionali (le superstizioni materialistiche infinite che prendono per cose le affezioni dell’immaginazione, diceva Spinoza), relativizzando le «nostre» figure di verità rispetto alle molteplici altre, poiché l’evento di verità è unico, ma nella molteplicità della sue figure finite: in linguaggio spinoziano unica è la sostanza che si manifesta nei suoi modi peculiari attraverso l’attributo.
DOCUMENTI
Intervista di Diego Lama a Gerardo Mazziotti
Lunedì, 30 maggio 2005 - 16.00
Napoli. Parco Grifeo
Gerardo Mazziotti mi accoglie nella sua bella casa di Parco Grifeo.
Mi travolge subito con un fiume inarrestabile di parole. Però non vuole che utilizzi il materiale registrato: preferisce farsi lasciare le domande per rispondere con maggior meditazione. Puntualissimo, dopo qualche giorno, mi fa recapitare il dischetto con un'intervista completa, spontanea e divertente; peccato che sia lunga circa 60.000 battute: sono costretto, per uniformarla alle altre, a tagliarne due terzi.
Sono nato il 3 gennaio 1924 a Corigliano, sono perciò concittadino di Costantino Mortati, uno dei padri della nostra Costituzione, di Francesco Compagna, tra i grandi del meridionalismo, fondatore della rivista Nord e Sud e ministro dei Lavori Pubblici nel governo Spadolini; del famoso attore di teatro e di cinema Aroldo Tieri e di suo padre Vincenzo, commediografo e fondatore, con Guglielmo Giannini, del movimento politico “l'Uomo qualunque”. Sono stato il primo architetto coriglianese.
I miei antenati erano tra gli albanesi che, dopo l'eroica morte di Scanderbeg nell'ultima battaglia contro gli invasori turchi, lasciarono l'Albania nel 1463 per approdare in Calabria, in Abruzzo e in Sicilia e che si stabilirono sulle colline della Sibaritide dove diedero vita a una diecina di grossi insediamenti. Antenati che, pur inseriti nella vita sociale del nostro paese, conservano tuttora usi, costumi e tradizioni albanesi, la religione ortodossa e la lingua arbresh. Un mio avo lasciò alla fine del Settecento il comune dov'era nato per trasferirsi a Corigliano, dove sposò “un'italiana” e formò una numerosa famiglia di operai e artigiani conservando usanze e tradizioni e soprattutto la lingua.
Ho frequentato il liceo scientifico di Corigliano, dove ho conseguito la maturità col massimo dei voti il 20 luglio del '43, cinque giorni prima della caduta del fascismo, perciò una data per me doppiamente fatidica. Ma la guerra mi impedì di iniziare subito la Facoltà di Architettura che cominciai a frequentare nel mese di giugno del '45.
I miei “professori” di grande spessore culturale e scientifico sono stati Roberto Pane (fondamentali le sue lezioni di Storia dell'Architettura), Renato Caccioppoli (le lezioni di Matematica andavamo a sentirle alla sede dell'Università centrale di via Mezzocannone assieme a studenti di altre Facoltà), Marcello Canino, preside della Facoltà, Carlo Cocchia (che insegnavano Composizione Architettonica con metodologie notevolmente differenti ma parimenti interessanti), e Luigi Piccinato (reduce dall'esperienza di Sabaudia, insegnava Urbanistica quando ancora era un'unica disciplina, completa, olistica e non spezzettata nei mille indirizzi attuali dalle denominazioni più stravaganti).
Di Piccinato conservo un ricordo particolarmente grato. Sul lavoro d'anno che avevo preparato per l'esame, superato con un bel 30 e lode mi scrisse una lunga lettera a mano, con inchiostro verde, che conservo come una reliquia, ricca di apprezzamenti e anche di osservazioni e suggerimenti. Non era normale che un professore si impegnasse fino a tal punto nella sua attività didattica. Nemmeno nel 1948 quando a seguire le lezioni eravamo meno di dieci e quando nel 1950 ci laureammo in tre.
Eravamo pochissimi a frequentare la Facoltà negli anni dell'immediato dopoguerra. Parlo del 1945 e degli anni seguenti. E questo fatto favorì un rapporto docente/studenti molto stretto, prossimo alla cordialità e all'amicizia (per esempio, quello che si instaurò subito tra Cocchia e me ), e agevolò quello tra i colleghi. Feci amicizia con Steno Paciello, Marcello Angrisani, Michele Capobianco, Arrigo Marsiglia, Alfredo Sbriziolo, Roberto Mango, Mariella Grita, Massimo Nunziata, Anna Maria Pugliese, Costanza Caniglia. Alcuni di loro non ci sono più.
Con gli altri conservo immutati, anzi consolidati, i rapporti di amicizia nati allora.
Con Capobianco, Marsiglia e Sbriziolo partecipammo nel 1952 al concorso nazionale per la nuova stazione ferroviaria di Napoli, vincendo il secondo premio, e con Sbriziolo e Cocchia ho partecipato a quello per le nuove Terme del Solaro di Castellammare di Stabia, vincendolo e realizzando il complesso termale annoverato tra i più grandiosi d’Europa.
A differenza degli architetti di altre città italiane ed europee che, associati in gruppi di opinione sulla base di affinità culturali e ideologiche, hanno influito sull'architettura dei loro paesi, noi napoletani non siamo mai riusciti a costituire un gruppo omogeneo di studiosi che si ponesse l'obiettivo di incidere sulla realtà cittadina con un forte, chiaro, articolato messaggio ideologico per la soluzione dei problemi cittadini attraverso la “urbatettura”.
Siamo stati sempre divisi, ognuno di noi attento a coltivare il proprio orticello professionale e accademico. E soddisfatto della realizzazione di qualche opera di un certo interesse. Senza che la città, nel suo insieme, ne traesse grandi vantaggi.
Ogni anno la Facoltà organizzava una mostra dei lavori d'anno degli studenti più bravi in architettura e in urbanistica, che ci impegnava in una gara di emulazione. Magari “copiando” Wright, Le Corbusier, Mies van der Rohe, Neutra, Gropius e altri maestri del Movimento Moderno. Il che, comunque, era un arricchimento culturale. Quell'anno, era il 1948, accanto al mio progetto esposi le caricature dei professori Canino, Pane, Cocchia, Filo Speziale, De Luca, Giovanardi, Jossa e altri che non ricordo. Ero molto bravo in questa “arte” avendo collaborato con alcuni settimanali umoristici. Ed ebbi un grande successo al punto che la signora Stefania Filo Speziale, che stava completando la costruzione del cinema Metropolitan in via Chiaia, mi propose di eseguire dieci caricature a colori della compagnia di riviste del famoso comico torinese Macario, chiamato a inaugurarlo. Le caricature vennero esposte nelle bacheche del foyer assieme allo scarno materiale pubblicitario di allora. Ne ricavai un compenso insperato: ben centomila lire, una somma allora favolosa. Non so se l'episodio contribuì alla mia formazione di architetto. Quel che so è che contribuì a vestirmi da capo a piedi (comprai un impermeabile bianco come quello di Humphrey Bogart nel film Casablanca) e continuare gli studi senza pesare sul bilancio familiare.
Sette giorni prima della seduta di laurea si accorsero in segreteria che non avevo sostenuto l'esame di Rilievo e Restauro dei monumenti, per cui avrei dovuto rinunciare alla seduta e prepararmi all'esame. Con grande delusione soprattutto dei miei familiari venuti a Napoli da Corigliano. Di fronte al mio sconforto il professore Pane si commosse e convinse un incazzatissimo Bruno Molajoli, docente della materia, a regalarmi un diciotto. Il che, inevitabilmente, abbassò la mia media che da centodieci scese a centosei. Così il 9 maggio 1950 mi sono laureato con un progetto di Velodromo coperto, col quale partecipai al concorso nazionale CONI per tesi di laurea in impianti sportivi.
Concorso che vinsi con un premio in denaro di ben centomila lire, che, sommate a quel che rimaneva del compenso del Metropolitan, mi diedero l'illusione di avere intrapreso una professione altamente redditizia.
Relatore della mia laurea fu Carlo Cocchia che mi chiamò a collaborare con lui nella progettazione del Padiglione del Nord America alla Mostra d'Oltremare del '52 e dello Stadio San Paolo nel '54. Due esperienze che consolidarono la nostra amicizia e che proseguirono con la progettazione delle Terme del Solaro a Castellammare di Stabia, del Mercato di Algeri e di numerosi complessi residenziali in Italia e all'estero.
Eravamo pochi a frequentare la Facoltà e ognuno di noi aveva a disposizione un tavolo, col piano ribaltabile e un grande cassetto con relativa serratura, nel quale conservavamo libri, attrezzi da disegno, appunti. E la colazione, perché il più delle volte si mangiava in Facoltà, nella quale si trascorreva l'intera giornata. In un'atmosfera quasi conventuale. Senza macchine. Nel cortile poteva sostare solo la Fiat 1500 del preside Canino. Senza radio e televisori. Un silenzio infranto ogni tanto dai carrozzieri della strada omonima. Ma non erano rumori fastidiosi. Era una città bellissima, ma ancora sofferente delle ferite inferte dalla guerra.
La Facoltà di oggi, che frequento molto raramente, mi è del tutto estranea: troppi studenti, troppo rumore, troppa confusione.
Troppi docenti. Troppi laureati. Tant'è che trovo del tutto attuale la mia vecchia idea, condivisa da qualche tempo dall'amico Nicola Pagliara, di chiudere tutte le Facoltà di Architettura, a cominciare da questa di Napoli, per almeno un ventennio. Il tempo forse sufficiente per fare assorbire al paese l'enorme numero di laureati in Architettura.
La Napoli del dopoguerra era una città bellissima.
Ricordo la collina di Posillipo completamente verde, non ancora violentata dai palazzinari di via Petrarca, di via Orazio, via Catullo (perché poi mettere nomi di poeti che hanno cantato la bellezza a insediamenti così orrendi, non l'ho mai capito…ma chiamatele via Lucifero, via Belzebù, via Mefistofele…), il delizioso Vomero racchiuso tra piazza Vanvitelli, via Scarlatti, via Morghen, la Santarella…e raggiungibile con le funicolari con le belle carrozze in legno, l'Arenella, i Ponti Rossi, i Camaldoli non ancora aggrediti dalla speculazione edilizia degli anni '60 e '70, e le zone agricole di Fuorigrotta, di Soccavo, di Pianura, di Secondigliano, di Ponticelli e di Barra con le mille masserie, prima che la mano pubblica le trasformasse negli allucinanti quartieri di Case Popolari. E poi i tram, i filobus e le carrozzelle che, assieme alla metropolitana e le funicolari, costituivano i trasporti pubblici che collegavano efficientemente i vari quartieri cittadini.
A proposito, il parco automobilistico era costituito da 9.450 automezzi, camion compresi, di fronte al 1.135.000 di oggi. Ho cominciato la professione subito dopo aver conseguito la laurea e l'abilitazione, grazie al mio professore e poi amico e collega Carlo Cocchia, con la ricostruzione della Mostra d'Oltremare, dove realizzammo il Padiglione dell'America del Nord, e con la progettazione dello Stadio San Paolo. Tra i grandi professionisti ricordo Luigi Cosenza, al quale invidiavo conoscenze e frequentazioni del mondo culturale italiano e internazionale (Adriano Olivetti, Pablo Neruda, Le Corbusier, Renato Guttuso, Luchino Visconti…) e l'ingegnere Amadeo Bordiga, fondatore del Partito Comunista assieme a Gramsci, che il monarchico Lauro non esitò a chiamare nella commissione di esperti per la redazione del Piano Regolatore del '55, che comprendeva Pane, Cocchia, Tocchetti, Galdo, Cosenza…
Devo moltissimo a Carlo Cocchia che mi associò al suo studio professionale. Lo Stadio fu il mio primo lavoro importante. Una struttura che capita di progettare una volta sola nella vita. Lo ricordo in modo particolare perché mi diede l'occasione di conoscere il comandante Lauro che era, al contempo, sindaco della città e patron del Calcio Napoli. E di avere con lui burrascosi rapporti. Premetto che Carlo aveva vinto nel 1959 il concorso nazionale per il nuovo stadio che doveva essere costruito al posto del mitico “Ascarelli” nell'area orientale della città. Ma Lauro decise invece che venisse costruito a Fuorigrotta nonostante il parere contrario di Luigi Piccinato che, da quel grande urbanista che era, sosteneva l'opportunità di costruirlo fuori dalla cinta urbana. E il secondo errore del Comandante fu quello di pretendere di aggiungere l'anello inferiore al nostro progetto esecutivo, che si limitava a quello superiore per 40 mila posti. Voleva uno stadio da 70 mila posti. Naturalmente cercammo di fargli capire la funzionalità e la bellezza di una struttura poggiata sui 56 setti a sezione variabile in cemento armato a faccia vista, con un prato verde spinto fino ai bordi del campo, come non si era mai visto prima. Ero l’unico del gruppo di progettazione a capire di calcio. Avevo giocato come centromediano, oggi si chiama stopper, nella squadra del Cosenza, che militava nella serie B, e aveva come terzino destro Delfrati e come centravanti Ragona che, nel 1950, passarono nel Napoli in serie A.
Io, invece, avevo preferito smettere col calcio e darmi all’architettura. Col dubbio, che a volte affiora, su chi ci avesse guadagnato tra lo sport e la professione. Ci ha rimesso l’architettura e non ci ha guadagnato il calcio, potrebbe malignare qualche collega, particolarmente cattivo. E, quando mi capitava di stare in panchina, potevo constatare che i posti peggiori per vedere e capire lo svolgimento di una partita sono quelli a livello del campo o di poco sopraelevati, cioè gli anelli inferiori.
Del resto, non a caso gli spettatori preferiscono andare nei posti più sopraelevati e non a caso le telecamere sono poste nei punti più alti dello stadio. Perciò mi sono battuto come un leone per impedire che il “nostrro” stadio avesse l’anello inferiore. Ma avevo di fronte un ”bulldozer”, il Comandante Lauro. E anello inferiore fu. Ma speriamo di toglierlo se e quando riusciremo a fare smontare quella oscena gabbia di ferro della inutile copertura che avvolge, stravolge lo stadio dai Mondiali ‘90.
Cionondimeno, quando nel '62 Pier Luigi Nervi venne a Napoli, ospite di Carlo, disse che il San Paolo “era tra gli stadi più belli del mondo”. E vederlo, nel 1990, violentato con quella oscena gabbia di ferro dell'inutile copertura provocò la mia reazione.
La classe politica di quegli anni annoverava uomini come: Enrico De Nicola (che aveva lo studio di avvocato al Rettifilo, nello stesso palazzo dove abitava la famiglia di Alfredo Sbriziolo, e che mi capitava di incrociare quando andavo a far visita al mio collega e amico), Giovanni Porzio, Giorgio Amendola, Mario Alicata, Maurizio Valenzi, Giovanni Leone e Achille Lauro, un sindaco sul quale andrebbe fatta una serena “rilettura” per verificare come il film Le mani sulla città del mio amico Francesco Rosi gli abbia attribuito più colpe di quante effettivamente commesse.
Tra gli uomini di pensiero, accademici e professionali, ricordo Francesco Giordani, ordinario di Fisica, l'unico italiano chiamato a far parte dei 5 saggi dell'Euratom; Gastone Lambertini, ordinario di Anatomia a Medicina, uomo di raffinate letture e dall'affascinante eloquio, che ebbi il privilegio di conoscere negli anni '60; la terribile Bakunin, cattedratica di Chimica e zia di Renato Caccioppoli; Adriano Galli e Luigi Tocchetti, i luminari della Facoltà di Ingegneria di via Mezzocannone prima del suo trasferimento a piazzale Tecchio; Edoardo Caianiello, pioniere della cibernetica.
Tra gli scrittori di fama ebbi il piacere di conoscere e di diventare amico di Domenico Rea.
E di conoscere, a casa del mio amico Paolo Ricci, pittore, scrittore, storico e critico d'arte, nonché comunista sanguigno, Renato Guttuso, Pablo Neruda, Vasco Pratolini, Giuseppe Marotta, Edoardo De Filippo, Pupella Maggio, Raf Vallone, Maurizio Valenzi, Gerardo Chiaromonte, Carlo Fermariello…
La mia stima profonda va a Renato De Fusco che è laureato in Architettura e che ha progettato alcune Case Popolari, ma che è uno storico, un critico di levatura internazionale e, soprattutto, un amico col quale ho frequenti e lunghissimi rapporti telefonici che hanno per oggetto la città di una volta e quella di oggi, la politica, l'arte contemporanea e, manco a dirlo, l'architettura.
Nell'attuale temperie di nani, anche nel campo dell'architettura, Renato è certamente un punto di riferimento per prendere coraggio e guardare al futuro con meno pessimismo.
Contro la tesi di certi architetti che annettono preminente se non esclusiva importanza ai parametri dell'utilità, della praticità, della funzionalità, dell'economicità e così via, sostengo che compito primario dell'architettura è trasmettere il messaggio della “bellezza” che rende possibile la vista spirituale. E che concorre al conseguimento della felicità. E uno dei modi per raggiungere la “bellezza” in architettura è il Modulor. Uno strumento di misura basato sulle proporzioni del corpo umano e sulla matematica: un uomo con il braccio alzato fornisce nei punti determinanti dello spazio tre intervalli che generano una serie di “sezioni auree”, dette di Fibonacci, il plesso solare = 113 cm, l'altezza fino alla testa = 183 cm, le estremità delle dita del braccio alzato = 226 cm. Goethe diceva che l'architettura è una musica pietrificata. Dal punto di vista del compositore di musica si potrebbe invertire la preposizione e dire che la musica è un'architettura udibile. Ed è all'assonanza tra le due arti che cerco di ispirare la mia attività professionale oltre che al principio fondante dell'architettura: coniugare etica ed estetica. Tutta la mia produzione architettonica è basata sul Modulor.
A differenza dei miei coetanei, liberi professionisti e universitari, ho prodotto poche opere perché sono stato docente universitario prima alla Facoltà di Architettura di Napoli e poi a Ingegneria di Salerno e, nel contempo, ho diretto i Servizi Tecnici dell'IACP di Napoli. Due compiti assolti fino al 3 gennaio 1989, giorno del “pensionamento”, che preferisco sostituire con “quiescenza”, perché gli architetti non vanno mai in pensione.
La mia generazione, quella che si è laureata negli anni '50, operò le sue scelte culturali e figurative sulla lettura delle opere e degli scritti dei maestri del Movimento Moderno, Le Corbusier, Wright, Asplund, Mies, Gropius. L'architettura contemporanea è articolata in numerose tendenze, hi-tech, decostruttivista, post-modern, minimalista, cheapscape, neogotico, neoclassico-moderno (che è poi un sesquipedale - alto un piede e mezzo - ossimoro) e altre tendenze di scarsissimo interesse. Ma tutte prive di regole in quanto basate sull'estro, sulla libera fantasia, sul capriccio e, soprattutto, sulla esaltazione della componente tecnologica.
La gran parte della produzione contemporanea impiega l'acciaio e il vetro, molto vetro, quasi esclusivamente vetro. Anche nei paesi compresi nella fascia del sole, commettendo un gravissimo errore funzionale. E, secondo me, questa non è architettura. è un'attività costruttiva in grado di soddisfare le finalità pratiche ma non certamente capace di esprimere valori. So benissimo che l'architettura e la pittura si sono sempre rinnovate nel corso dei millenni. E continueranno a rinnovarsi. Mai dimenticando però che “funzione dell'arte è quella di trasmettere emozioni, creare valori e garantire la vita spirituale”. Come diceva Hegel.
Non posso essere considerato tra i costruttori di questa città per il semplice fatto che vi ho costruito pochissimo. Un padiglione alla Mostra d'Oltremare e lo Stadio San Paolo cinquant'anni fa, quattro Torri di Case Popolari a Scampia e la macchina per studiare a Marianella trent'anni addietro. Non c'è un mio edificio a Posillipo, a Fuorigrotta, al Vomero, all'Arenella o in altri quartieri cittadini. Voglio dire che non ho contribuito al degrado architettonico della città. Ho operato, come dire, ai margini. E quando la città non aveva ancora imboccato il viale del tramonto. Una città che considera di vitale importanza che la squadra di calcio ritorni a giocare in A (lo ha detto la nostra Sindaca) piuttosto che mobilitarsi per risolvere i suoi problemi veri, quelli che concorrono a migliorare la qualità della vita, non ha alcun motivo di arrabbiarsi quando viene considerata, giustamente, meritatamente una città di retroguardia. Meglio, una città di serie C.
L'architettura è lo specchio della società che la esprime.
“Una società brutta produce un'architettura brutta”, ha detto Massimiliano Fuksas. Sbagliando. Perché se un'opera è brutta non è “architettura”. è un'altra cosa. Al massimo può essere ciò che si usa definire “edilizia”. Che può essere indifferentemente bella o brutta. E questa società confusa, frastornata, globalizzata, senza valori, cannibalesca, conflittuale, soggetta a una criminalità come non si era mai vista prima, non può che esprimere una “sua” architettura.
Ripeto: hi-tech, decostruttivista, postmoderna, minimalista e quant'altro, destinata a non lasciare traccia nei secoli a venire.
Diciamo, un'architettura “consumistica”. Se vogliamo continuare a chiamarla “architettura” e non “edilizia”.
Su incarico dell'amministrazione comunale di Procida ho progettato l'anno scorso la trasformazione della motonave statunitense Bannock in museo fisso. Questa motonave era stata costruita nel 1941 come rimorchiatore oceanico della UsNavy per la Seconda Guerra mondiale ed era stata donata dal governo americano nel 1962 all’Italia e successivamente, nel 2003, all’isola di Procida. Un'esperienza del tutto nuova e molto stimolante. Non mi ero mai occupato di lamiere, ponti, ancore e bitte…Il progetto di trasformazione prevede la realizzazione di una sala conferenze, di una stazione computer per la raccolta delle informazioni per l'area marina protetta “Regno di Nettuno”, e per la divulgazione delle notizie trasmesse dal “centro telematico” del Comune di Procida per il monitoraggio delle acque marine, e poi di una biblioteca specialistica con una sezione dedicata alla storia dell'isola di Procida, di un museo della pesca, di una caffetteria con una terrazza panoramica, dei servizi igienici del pubblico e del personale.
Sono convinto che estetica ed etica non si possano e non si debbano separare. Così come non si debbano più separare architettura e urbanistica a favore della “urbatettura”. Il rispetto del “Patto di Ictino” (il facitore del Partenone) sottoscritto, secondo Pausania, dagli architetti dell'antica Grecia, ha garantito la realizzazione di monumenti annoverati nel patrimonio artistico dell'umanità.
Lo stesso patto che, anche se non sottoscritto, ha informato l'opera degli architetti dei secoli successivi fino a quelli del Movimento Moderno e che ha concorso alla creazione di altri episodi di arte e di cultura. Lo stesso patto vorrei riproporre come codice di comportamento degli architetti di oggi e di domani. Una sorta di “giuramento” da fare al momento dell'abilitazione a esercitare l'arte dell'architettura, evocatorio del “giuramento di Ippocrate” richiesto ai medici.
Chissà che non sia questa la strada verso il ritorno dell'architettura ai fasti del passato.
Anche di quello recente.
INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
Un’altra modernità a Roma
Presentazione del libro, Un’altra modernità L'Ifhtp e la cultura urbanistica tra le due guerre 1923-1939 di Renzo Riboldazzi intervengono: Paolo Colarossi, Giorgio Piccinato, Elio Piroddi introduce e coordina: Giuseppe Imbesi lunedì 31 maggio 2010, ore 18 Casa dell’Architettura piazza Manfredo Fanti, 47 - 00185 Roma
The Pop Out Show a Roma
2A+P/A The Pop Out Show, Mostra di Architettura + Talk Show. A cura di Peter T. Lang e Patrizia Ferri Vernissage giovedì 3 giugno ore 18.00 dal 4 al 18 giugno 2010 da martedì a venerdì ore 17.00 - 20.00. Hyunnart studio, Viale Manzoni 85, Roma
EcoCittà a Roma
Al via da giovedì 27 maggio alle 18.00 il nuovo ciclo di ‘Conversazioni di architettura’ con la presentazione dell’ultimo libro di Diana Alessandrini EcoCittà. Ricette “verdi” per salvare le metropoli (Palombi Editori Roma). Casa dell’architettura. Piazza Manfredo Fanti 42. Roma
L’imagination est tout a Roma
Achille Perilli L’imagination est tout a cura di Nadja Perilli e Massimo Riposati, inaugurazione venerdì 28 maggio 2010 alle ore 18.30. Limenotto9cinque Arte Contemporanea. Via Tiburtina 141. Roma
Patrimoni urbani a Roma
Patrimoni urbani. Tecnologie per una rinascita sostenibile. 9 giugno 2010. Associazione Civita, Sala Gianfranco Imperatori. Piazza Venezia 11. Roma.
Laboratori per le città a Bari
Lab.I.City- laboratorio interattivo per la città, organizza il convegno Laboratori per le città, durante il quale si racconteranno alcune tra le più attive organizzazioni presenti in Italia impegnate nella ricerca sulla città contemporanea e le sue trasformazioni. Intervengono:Elena Carmagnani, Catia Mazzeri, Giorgio Baldisseri, Nicola Martinella. venerdì, 28 maggio 2010, Politecnico di Bari - Isolato 47 Strada Lamberti (Centro storico), ore 14.30
Mario Cucinella a Torino
Mario Cucinella Giovedì 10 giugno 2010, ore 19.00. Introducono: Luca Gibello, e Lorena Alessio. Dalle ore 18.00 alle ore 20.00 sarà possibile visitare la mostra d'arte contemporanea in corso al momento della conferenza.
Gli incontri si svolgeranno nell’auditorium della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, via Modane 16, Torino
William J. R. Curtis a Marsiglia
Abstraction et lumiere. Foto e disegni di William J. R. Curtis, Maison De L'architecture Et De La Ville Paca ,12 Bvd Theodore Thurner, Marseille, Mercoledì 2 giugno 2010 ore 19.00
MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci
Edward Hopper a Roma
Per la prima volta in Italia, Roma e Milano rendono omaggio all’intera carriera di Edward Hopper (1882-1967) il più popolare e noto artista americano del XX secolo, con una grande rassegna antologica senza precedenti nel nostro paese. Dal 16 febbraio al 13 giugno 2010. Museo Fondazione Roma, via del corso 320, Roma.
L’imagination est tout a Roma
Achille Perilli L’imagination est tout a cura di Nadja Perilli e Massimo Riposati, Dal 29 maggio al 2 luglio. Limenotto9cinque Arte Contemporanea. Via Tiburtina 141. Roma
La Biennale di Venezia 1979-1980 a Venezia
Il Presidente della Biennale di Venezia Paolo Baratta e il curatore della mostra Maurizio Scaparro invitano all’inaugurazione della mostra La Biennale di Venezia 1979-1980 Il Teatro del Mondo edificio singolare, omaggio ad Aldo Rossi. Venezia, Ca’ Giustinian Dal 10 febbraio al 31 luglio 2010
Aldo Rossi a Cesena
In occasione del decennale dalla fondazione della Facoltà di Architettura la facoltà organizza una mostra di disegni e plastici di architetture di Aldo Rossi relativi a due progetti Chiesa dello Spirito Santo, via Milani. Cesena Dal 28 aprile al 30 maggio 2010. Lunedì – Venerdì 16.30 – 19.30, Sabato e Domenica – 10.00 – 13.00/16.30 – 19.30
Equivivere a Cittadella
III rassegna nazionale Equivivere per un’Architettura sostenibile opere realizzate, ciclo di conferenze e rassegna di opere di Architettura. Cittadella (Padova) Palazzo Pretorio dal 22 Maggio al 04 Luglio 2010 a cura di Architettando. www.architettando.org
30 anni di Memphis a Napoli
Dal 6 maggio al 29 maggio 2010, la Fondazione Plart presenta “30 anni di Memphis” , un’ampia rassegna della produzione dello storico gruppo di creativi nato da un’intuizione di Ettore Sottsass. Fondazione Plart – via Martucci, 48 – Napoli
Mostra Pierluigi Nervi a Sondrio
Sondrio rende omaggio a Pierluigi Nervi con una mostra nel trentennale della morte dal 15 aprile al 20 giugno presso la Galleria Credito Valtelinese. La mostra mette in luce, attraverso fotografie e progetti, la complessa attività di Nervi che si manifesta in molteplici aspetti che vanno dall'ideazione alla realizzazione delle sue opere architettoniche.
Vetri di lauguna ad Altino (Ve)
Altino, vetri di laguna, mostra a cura di Rosa Barovier Mentasti e Margherita Tirelli. Dal 16 maggio al 30 novembre 2010. Museo Archeologico Nazionale di Altino (Venezia).
Archizoom Associati 1966-1974 a Mendrisio
Mostra Archizoom Associati 1966-1974. Dall’onda pop alla superficie neutra, da venerdì 7 maggio a domenica 6 giugno 2010 presso la Galleria dell’Accademia pianterreno di Palazzo Canavée, Via Canavée 5, Mendrisio, Svizzera, dal martedì alla domenica dalle ore 13.00 alle 18.00. L’ingresso è gratuito.
UNIVERSITA’ E DINTORNI di Ilenia Pizzico
La valle del Moderno a Venezia
Mercoledì 26 maggio 2010 si terrà l’inaugurazione della mostra La valle del Moderno, a cura di Fernanda De Maio e Carlo Palazzolo con il contributo di Maddalena Basso e Antonella Indrigo. 26 maggio-7 luglio 2010, ore 18.00, Sala espositiva Archivio Progetti, Cotonificio Santa Marta, Dorsoduro, Venezia
Densificazione urbana a Caserta
Venerdì 28 maggio si terrà la conferenza dal tema Costellazioni di città contro il piano casa e la densificazione urbana. Ore 17.00, Caserta_Sala del Consiglio Comunale, P.zza Vanvitelli. Sabato 29 maggio, invece, sarà la volta dei convegni Illustrazione grafica e multimediale del piano di densificazione urbana e Città o Metropoli? Ore 10.00, Chiostro di S. Agostino, Largo S. Sebastiano, Caserta. A seguire in piazza dalle 22 concerto con Malgrado Silvia.
Un’altra modernità a Roma
Lunedì 31 maggio 2010 si terrà la presentazione del libro Un’altra modernità, L'Ifhtp e la cultura urbanistica tra le due guerre 1923-1939, di Renzo Riboldazzi. Ore 18, Casa dell’Architettura, piazza Manfredo Fanti, 47, Roma.
CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi
Inaugurazioni mania
Nella capitale il tam-tam è iniziato già da un paio di settimane, la notizia è su tutti i giornali perchè, è vero, l’evento è soprattutto di portata nazionale. In realtà sono ben due le novità. Il 28 maggio apre definitivamente(...) al pubblico il Maxxi, inaugurando le sue quattro mostre: SPAZIO, Gino De Dominicis, Luigi Moretti architetto e Kutlug Ataman. Ma verranno aperti anche i nuovi spazi del Macro di Odile Decq negli stessi giorni e fino al 30 maggio perchè poi, come nel caso del Maxxi a Novembre dell’anno scorso, le porte si richiuderanno per permettere la prosecuzione dei lavori che si spera termineranno alla fine di quest’anno. Un copione che si ripete dunque, un film che sembra piacere molto alla bella società capitolina che coglie l’occasione per fare man bassa di cene, aperitivi, vernissage che fanno da contorno a i due eventi principali. Ma per il Maxxi si è fatto di più, infatti, per la conferenza stampa di apertura oltre alle solite onnipresenti cariche istituzionali (pare ci sarà anche il presidente Napolitano ma in visita privata) sono state chiamate all’appello anche attrici, stilisti, magnati del mondo della moda e del cinema che sfileranno indisturbati come fanno sui red carpet, trasformando così l’inaugurazione da un evento culturale a una ghiotta occasione per farsi vedere e attirare molto di più l’attenzione dei media. Niente di male certo, se non fosse che un dubbio ci viene: non è che per caso tutto questo clamore, spostando l’accento da ciò che si inaugura all’evento, debba sopperire alla mancanza di qualcos’altro, per esempio di contenuti, di scelte curatoriali forti, brillanti e prespicaci? Perchè si sa, quando c’è questo, tutto il resto diventa solo un futile contorno, a cui si fa presto a rinunciare.
Ma forse è giusto così, almeno nel caso del Maxxi è doveroso fare un’ apertura col botto... in fondo tutto deve essere all’altezza di quei 150 milioni di euro già spesi.
NOTIZIE DALLA SPAGNA di Graziella Trovato
Eventi
“La deriva es nuestra” seminario – taller associato alla mostra “Desvíos de la deriva”. Dal 30 giugno al 3 luglio. Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia. Madrid prenotazioni su: programasculturales2@mcu.es
“Descubre Madrid”. Si festeggiano i 100 anni della Gran Via madrilena. L’Instituto de Arquitectura del COAM (Ordine Architetti Madrid) organizza un ciclo di Conferenze con visite guidate. I prossimi appuntamenti sul sito:
La casa Encendida: Urbanacción. Istallazione. fino al 28 giugno.
Mostre
“Desvíos de la deriva”. 5 maggio – 23 agosto. Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia. Madrid. Sala de exposiciones temporales.
http://www.museoreinasofia.es/exposiciones/actuales/desvios-de-la-deriva.html
“ReHabitar 2” Arquería Nuevos Ministerios. Madrid. La mostra rappresenta il secondo di nove episodi che hanno come punto comune la riutilizzazione dell’esistente. Organizza il Ministero de la Vivienda con Habitar. Grupo de investigación della Universidad Politecnica de Cataluña
RESTAURO TIMIDO di Marco Ermentini
Poveri fiumi
“Nessun uomo può entrare due volte nello stesso fiume” perche' né il fiume, né lui stesso saranno mai uguali. Il vecchio detto di Eraclito, pronunciato più di 2500 anni fa, è sempre meravigliosamente vero. Il fiume muta volume, velocità, temperatura, trasparenza, colore e percorso pur rimanendo lo stesso. Analogamente noi cambiamo continuamente pur conservando la nostra identità. E' difficile oggi comprendere la fondamentale importanza dei fiumi nell' evoluzione del territorio. E' da un secolo che i fiumi sono stati isolati, segregati, dimenticati e ridotti a cloache urbane. Tuttavia un tempo le città venivano fondate sull'acqua. Era il bene primario per l'alimentazione, la coltivazione, il lavoro e i trasporti. Il nostro compito è ora quello di comprendere a fondo la formazione dell'identità paesaggistica per capire il passato e progettare il futuro. Così il legame fra il fiume e la città deve essere ripensato, dobbiamo lavorare per riconnettere le persone ai fiumi. Rompere l’isolamento cercando di progettare in modo diverso per favorire la vita anche delle piante, degli animali, per migliorare la qualità dell’acqua e dell’aria senza inquinare ulteriormente. Forse è meglio cambiare noi stessi e adattarci all’ambiente anziché provare ad adattare l’ambiente a noi.
OCCHIO ALL’ECOLOGIA a cura di Francesca Capobianco
Notizie post Copenhagen- Energia Nord-Sud e ritorno
I lavori del vertice di Copenhagen si sono chiusi in una atmosfera incerta e deprimente tra adesioni tiepide, carenza di soluzioni,
perplessità decisionali e scarso impegno programmatico: una uggiosa primavera in linea con le nostre condizioni climatiche, forse, ma pur sempre un preannuncio di risveglio perché si è fatta ragione dei termini realistici e della portata globale dei problemi ambientali che si propongono nell’immediato e della inevitabile e comune necessità di governare il cambiamento, o, per lo meno, di esplorarne una condizione controllabile. A partire da questo corollario Jeremy Rifkin nel suo recente saggio, “La civiltà dell’empatia, Mondadori 2010”, affida l’auspicio di un mondo nuovo all’idea di un rinnovamento della società globale fondato sulla solidarietà che nasce dal riconoscimento dei bisogni comuni, dove alla “rete” è assegnato il compito di regolare i necessari processi di conversione energetica e di distribuirne gli effetti, “l’energia distribuita e condivisa” producibile nelle interazioni delle fonti rinnovabili nei diversi territori a garanzia di un ritrovato equilibrio dell’ambiente, ma anche di una società più giusta.
Certo, oggi risulta difficile avvertire i segnali di cambiamento in direzioni che esulano dal calcolo utilitaristico, tuttavia una molla potente come l’interesse economico può mettere in moto un processo virtuoso, rimovendo barriere e pregiudizi, tracciando le coordinate di una nuova mappa geopolitica. A fronte dell’esaurimento delle risorse e dell’inquinamento del pianeta, la civiltà industriale guarda alle rinnovabili non più come ad una opzione ma come ad un percorso obbligatorio. Nell’attuale dibattito sulle energie pulite questa posizione emerge con chiarezza: non a caso uno studioso dello spessore di Eicke Weber del Fraunhofer di Friburgo, sottolinea: “Tra dieci anni l’energia solare costerà meno dell’energia tradizionale, il fotovoltaico avrà una grande diffusione. I Paesi che si occupano in modo positivo e aggressivo di questa tecnologia avranno un futuro migliore” (in D. Taino, “Il sole catturato nel deserto nei piani di Germania e Italia”, Corriere della Sera 28.06.09). A riscontro Rifkin polemizza con l’ipotesi del moltiplicarsi di nuove centrali nucleari in Italia “strumento obsoleto e insufficiente” e basato sull’uranio “risorsa anche essa destinata a finire” (intervista a Jeremy Rifkin, la Repubblica TV, venerdì 19.03.10).
Fino a poco tempo fa, circa solo un centinaio di paesi, su 192 partecipanti alla conferenza ONU di dicembre, avevano firmato l’Accordo di Copenhagen, una “lettera politica di intenti”, come l’ha definita Yvo de Boer, responsabile ONU per il clima e segretario dell’United Nation Framework Convention on Climate Change (vedi M. Ricci, “Clima, questo sconosciuto già disattesi gli impegni del vertice di Copenaghen”, la Repubblica 22.01.10) più che un accordo vero e proprio. Il documento prevede azioni coordinate “per limitare il surriscaldamento globale del clima a due gradi centigradi”, disponendo che “i paesi di vecchia industrializzazione stanzino 100 miliardi di dollari all’anno per finanziare la riconversione delle nazioni emergenti alle energie rinnovabili” (F. Rampini, “Clima, Cina e India firmano l’accordo”, la Repubblica 10.03.10; www.copenhagenclimatecouncil.com).
La settimana scorsa la Cina e l’India hanno comunicato all’ONU la loro adesione, gesto significativo questo poiché le maggiori economie mondiali insieme rappresentano l’80% delle emissioni carboniche come ha sottolineato Todd Stern, capo della delegazione americana a Copenhagen, e inoltre perché consentirà al presidente Obama di portare avanti la sua riforma energetica, l’Energy Bill, che ha incontrato diverse ostilità da parte dei repubblicani. La Cina da circa due anni è diventata una forte produttrice di CO2, candidandosi, per così dire, a superare in breve tempo gli Stati Uniti (che dovrebbero diminuire il livello assoluto delle loro emissioni del 17% nel 2020 rispetto al 2005), “si è impegnata a tagliare tra il 40 e il 45% il volume di emissioni di CO2 per ogni punto percentuale di aumento del Pil entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005” (cfr. F. Rampini, la Repubblica 10.03.10, cit.). L’India, d’altra parte, con un sviluppo dai ritmi veloci si sta difendendo piuttosto bene.
A dicembre del 2009 da ben nove paesi (Germania, Francia, Regno Unito, Svezia, Danimarca, Irlanda, Belgio, Olanda, Lussemburgo) è stata avanzata la possibilità di un progetto per la configurazione e l’attuazione della “Rete del Mare del Nord”, progetto assai affascinante e importante poiché propone la messa in rete dell’energia prodotta da fonti esclusivamente rinnovabili (vento, sole, mare) da ciascun paese consentendone la completa autosufficienza energetica con l’intenzione di produrre 100 gigawatt di potenza elettrica che servirebbero ad alimentare tra i 30 e i 40 milioni di abitazioni e ciò eviterebbe la costruzione di un centinaio di centrali a carbone di dimensioni medio-grandi (cfr. E. Dusi, “Ecco l’Europa unita dell’eco-energia”, la Repubblica 6.01.010, www.energy.eu; www.northsearegion.eu). Ci saranno circa seimila chilometri di cavi, per lo più sottomarini, che collegheranno pale eoliche, centrali a maree, centrali idroelettriche (la Svezia conta all’attivo una produzione di energia idroelettrica pari a 46,0%) e pannelli solari. Dal 2010 i piani effettivi dovrebbero avere inizio per terminare tra dieci anni, costo previsto 30 miliardi di euro. Il ragionamento fatto dai paesi del mare del Nord è “che se in Scozia dovesse mancare il vento, probabilmente le pale eoliche saranno in movimento in Olanda. E se la marea dovesse tardare in Francia o le onde deludere, si potrà sempre far ricorso all’affidabile flusso dalle dighe dei fiordi scandinavi […] ciascun paese se messo in rete avrà la sua quota di energia garantita dalla statistica. Con la sicurezza di un approvvigionamento costante che val bene il prezzo di migliaia di chilometri di cavi ad alta tensione posati su fondali tempestosi e della dispersione di corrente tutt’altro che trascurabile che il trasporto a così grandi distanze comporta” (cfr. E. Dusi, la Repubblica 6.01.010, cit.).
La Norvegia svolgerà il ruolo di accumulatore (batteria), l’energia in più (il surplus di energia) sarà utilizzata per alimentare gli impianti idroelettrici del Paese nel momento del bisogno la restituirà alla rete del Mare del Nord.
Dalle sponde di un altro mare, o meglio dal deserto del Nord Africa un’ipotesi analoga, il progetto Desertec (cfr. D. Taino, “Il sole catturato nel deserto nei piani di Germania e Italia”, cit.) per la produzione di energia affidata ad una rete di centrali fotovoltaiche ed esportata in Europa attraverso un sistema di cavi ad alta tensione. Le quantità di energia solare così distribuita saranno in grado di ricoprire il 15% dei consumi di energia del Vecchio Continente.
Il progetto, proposto dalla società di assicurazioni Munich Re e coordinato dalla Germania (la Germania produce il 14% dei suoi consumi elettrici da fonti rinnovabili e l’energia solare gioca un ruolo di primo piano nell’economia del Paese, “lo Stato compra dai privati l’energia solare prodotta con pannelli e non consumata ad un prezzo più alto di quello di mercato: un sussidio per incentivare le fonti rinnovabili”. Il paese è leader mondiale nella produzione di celle fotovoltaiche e conta all’attivo 160 istituti di ricerca nel campo del solare.), con il sostegno di diverse imprese quali Deutsche Bank, Siemens, Rwe, E.On e del governo di Berlino, del Club di Roma e della Lega Araba, di centri di studio tedeschi e di imprese italiane e spagnole, è stato lanciato il 13 luglio 2009 a Monaco con una previsione di costi pari a 400 miliardi di euro.
Di recente anche l’Italia ha dato segnali di serio interesse al mercato delle rinnovabili e al solare, promuovendo, ad esempio, il Conto Energia: un sistema simile a quello tedesco con sussidi piuttosto accattivanti, da 36 a 49 centesimi al chilowattora, tanto da attrarre investitori stranieri. Opinione diffusa nella comunità scientifica è che “l’Italia- grazie al rendimento dei sistemi fotovoltaici e al calo dei loro costi- diventi il primo Paese al mondo a raggiungere la parità dei prezzi di energia solare e energia tradizionale” (cfr. D. Taino, Corriere della Sera, cit.).
D’altra parte l’Italia, attraverso l’Eni, dovrebbe essere coinvolta nel progetto per l’installazione del fotovoltaico su parte del deserto libico meridionale: le trattative sono in corso. Ci sono, forse, gli elementi per il disegnarsi di un profilo che Jeremy Rifkin ha più volte illustrato: “l’energia viaggerà nella rete come le informazioni su Internet” (A. Cianciullo, “Rifkin: Occasione sprecata questo patto nasce vecchio”, la Repubblica 20.12.09).
MILLE COMIGNOLI a cura di Benedetta Stoppioni
C'est la vie! Vanités de Caravage à Damien Hirst _ Musée Maillol _ 61, rue de Grenelle - Paris www.museemaillol.com
Exposition _ 3 febbraio – 28 giugno 2010.
La mostra è organizzata dal Musée Maillol e dalla Fondation Dina Vierny. La morte ci fa paura ed al tempo stesso ci affascina. Sin dall'antichità il “memento mori” mette l'uomo di fronte alla precarietà della sua esistenza. Nel medioevo la morte è parte integrante del quotidiano. A partire dal XVII secolo, con la Riforma proveniente dal nord Europa, viene messo l'accento sulle vanità, i loro codici e simboli. Le vanità moderne e contemporanee rinnovano questa tradizione, bruciando le regole o trasgredendole, per evocare e stigmatizzare problematiche ed interrogativi sia individuali, sia collettivi: le dittature, i consumi, il lusso, l'identità. Partendo da produzioni artistiche contemporanee sino ad arrivare a quelle dell'antichità, la mostra “c'est la vie!”, propone un percorso a ritroso nel tempo, affinché, il visitatore, durante l'esposizione, possa familiarizzare, attraverso l'ironia e la sagacia degli artisti in mostra, con l'ineluttabile destino comune a tutti noi.
Alexandra Leykauf _ Musée d'Art moderne de la Ville de Paris _ 11, avenue du Président Wilson – Paris _ www.mam.paris.fr.
Exposition _ 25 marzo – 27 giugno 2010.
Il lavoro di Alessandra Leykauf si situa al crocevia della fotografia e del cinema, della storia dell'architettura moderna e dell'estetica delle rovine. Per l'artista, si tratta si stabilire delle relazioni tra spazi-tempi distinti, che fotografano e manipolano delle immagini – un appartamento abbandonato o vedute de l'Aubette a Strasburgo … Il passato modernista, tra Bauhaus e Merzbau, non è mai distante e l'artista sembra ricercare in particolare, quegli aspetti che ne costituiscono l'ambivalenza. Le proposte della Leykauf partono sempre da un luogo. A Parigi, dopo aver percorso e fotografato le sale e il sotto suolo del Musée d'Art moderne, dopo aver cercato si destrutturarne la “meccanica”, l'artista intraprende una ricostruzione, alla sua maniera, all'interno della Salle Noire, uno spazio di proiezione video che si trasforma in un luogo di proiezione mentale. I limiti tra esposizione ed installazione sono sistematicamente trapassati dall'artista, che tende a trasformare quello che si trova di fronte attraverso la sua personale percezione. I luoghi sono frammenti che si aprono su giochi di specchi ottenuti attraverso tutti gli strumenti possibili di riproduzione fotografica. Alexandra Leykauf non ha paura di definire i suoi interventi come una costruzione scenica, un dispositivo teatrale: ha saputo mettere in gioco l'espressionismo pittorico, cinematografico o architettonico, nello stesso modo in cui erano capaci di fare gli architetti moderni attraverso la fotografia, trasformando l'effetto ottico prodotto dai loro edifici. L'artista li sottomette a sua volta al proprio sguardo soggettivo.
Kawamata. Carton Workshop _ Centre Pompidou _ place Georges Pompidou _ Paris _ www.centrepompidou.fr.
Exposition _ 10 aprile – 23 agosto 2010.
Scultore ed installatore, Tadashoi Kawamata sceglie un elemento che diviene il modulo di base di una immensa costruzione. Egli elabora la sua installazione attraverso la moltiplicazione e l'assemblaggio dell'elemento scelto. Kawamata scolpisce l'architettura, lo spazio urbano, l'ambiente, attraverso materiali poveri e di recupero: legni di carpenteria, cartoni, vecchi giornali, divengono altrettanti moduli di base per formare volumi sconvolgenti in dialogo con i luoghi da essi investiti. L'artista modifica gli spazi sui quali interviene, creando passerelle sospese, punti di osservazione, che perturbano l'ordine stabilito e mettono in questione il nostro sguardo sull'ambiente che ci circonda. A partire dalla sua riflessione sull'architettura del Centre Pompidou, della sua posizione all'interno del tessuto urbano, della sua memoria intima, l'artista giapponese investe numerosi luoghi del Centre: la Galerie des enfants, il Forum e le facciate esterne. Come tutti i suoi progetti, anche questo è un “work in progress”, nel quale coinvolge studenti, équipe tecniche del Centre, genitori e bambini. Partecipando alla manifestazione “Kawamata Carton Workshop” del Centre Pompidou, i bambini possono scoprire che con quasi niente si può andare a toccare ed incidere l'essenziale. La Galerie des enfants concepita dall'artista è uno spazio tutto di cartone. Dalla “montagna muro”, alla “montagna in volume”, dal suolo alle cimase, sino al materiale proposto ai bambini per sperimentare, tutto è cartone! Di semplice manipolazione, il cartone di imballaggio è il materiale ideale affinché grandi e piccoli partecipino insieme all'opera dell'artista.
AFORISMI RISTRUTTURATI di Diego Lama
L’architettura è un metodo preciso per arrivare brillantemente a conclusioni sbagliate
Gli urbanisti che non sanno ridere progettano piani ridicoli
L’architettura salverà l’economia ma l’economia non salverà l’architettura
Il figlio di un grande architetto resterà sempre il figlio di un grande architetto
Il cliente migliore lo incontrano gli altri
INTERMEZZO di Edoardo Alamaro
Intenzioni in architettura Under 40 d’Italia
Domenica, 23 maggio. Festa di Pentecoste. Che lo Spirito Santo dell’Architettura ispiri la mia mano e la mia mente mentre apro dopopranzo abbondante la posta e-mail. Messaggio appena arrivato: "Tutte le recensioni sono positive e riportano solo apprezzamenti: gioca anche tu e sarai subito felice!" Caspita, ma chi è che mi scrive? Quello spiritoso santo di Lpp, X la PresS/Tletter? O il www.new-eldorado.na/it? No, è solo una reclame di qualcosa che non so. Elimino impietoso.
Padre nostro ascoltaci, ispirami in questo Intermezzo di vita che vado a scrivere! Preghiamo insieme e diciamo ‘e PresS/T: “Lo Spirito Santo dell’Architettura (di cui sopra) scenda sul Mondo nostro come vento impetuoso capace di rinnovare. Di far entrare aria fresca nelle case e nei palazzi, nelle chiese e nei negozi. Ci renda l’un l’altro dialoganti nel perdono reciproco, senza riserve di forma. Costruisca uno spazio amico ove si accoglie la vita e si viva nel nome del Padre. Abitare è essere ovunque a casa nostra. Preghiamo e scriviamo ‘e PresS/T. Amen. Coraggio fratelli dell’Intermezzo”.
Armato di questa chiave di lettura pentecostale apro la PresS/Tletter ultima, la n. 18. Apro la Brain Storming. Mi punisco, mi tempesto le cervella con parole e progetti d'architettura under 40. Un evento organizzato da presS/Tfactory il 13 aprile scorso a Roma, Casa dell’Architettura. 20 giovani studi italiani hanno sintetizzato in 10 minuti e 3 parole chiave la loro poetica progettuale e concettuale. Saranno famosi e non fumosi! “Guarda gli interventi, premi il link”, sta scritto. Guardo, premo, ascolto, giudico e metto il voto d’Eldorado. Per quel che vale, tra di noi.
Dal punto di vista dello Spirito Santo pentecostale odierno, il primo gruppo, il 2A+P/A (Arte, Architettura + Parole d’Amore) è assolutamente sulla retta via: un tipo occhialuto e professorale, un po’ vecchia maniera nella comunicazione, parla di architettura partecipata, inclusivista, sporca, formalmente pezzottata, contaminata col territorio, sollecitatrice di processi sociali e politici estesi, … spregiudicata, pregiudicata, schedata, politicamente schierata … spinta in avanti dall’uso e dalle relazioni e reazioni colte sul campo, … nemica giurata dei giardini ministeriali romani dove fioriscono anemoni e crisantemi nostrani. Insomma, vogliono fare una vita difficile professionale, questi del 2A+P/A. Speriamo che resistano, ne ho visti tanti di benintenzionati Under 40 … che lo Spirito Santo pop che li anima li assista nel loro periglioso cammino! Voto: 4 su 5.
Il gruppo “B4 Architects”, sempre di Roma, comunica meglio. E’ più sprint e tecnologico, più internazionale e attrezzato da concorso internazionale (Finlandia, Canada, Corea), … Parla di montaggio, di assemblaggio, di complessità delle forme, … di spazi spugnosi e porosi, cioccolata fondente, …. di tecnologie semplici facilmente assemblabili e non assemble-abili, … non propone quindi high-tech ma low tech, … hanno realizzato poco (mal comune, mezzo gaudio), una piccola villa in Toscana ove c’è concentrato dentro un micro paesaggio interiorizzato …. A occhio & croce santa pentecostale odierna non mi convincono molto …. voto brain storming: 3 su 5.
C+CO4 Studio (ma perché questa moda delle formule chimiche?) sono di Cagliari. Simpaticissimi, fanno di necessità virtù e sono discreti comunicatori del loro lavoro. Con i 4 edifici realizzati costituiscono una invidiata rara avis dell’architettura under 40 d’oggi italica.
Dichiarano una sana nostalgia di futuro possibile. Edilizia sostenibile e tracciabile. Con l’indicazione del produttore e la data di scadenza stampigliata sull’involucro. Guardano senza ideologismi il passato recente (gli anni ’50 sociali d’Italia) per incunearsi nella norma avvocatizia odierna. Sono quindi degli intelligenti giovani professionisti locali (è un complimento, nda). Pragmatici, sono spinti dalla necessità di fare (e far bene) per mantenere aperto lo studio e la speranza loro e nostra. Sono molto artigianali (nel senso alto e nobile, nda), lavorano perciò con piccole imprese dialoganti col e nel luogo. Che è condizione ideale, poco fumosa e molta concreta. Per una edilizia concretizzabile.
Sono quindi architetti traseticci e serpentini. Studiano i punti di debolezza dei sistemi, dei regolamenti, delle norme e delle procedure. Cercano discontinuità e presentano una giusta compatibilità qualità-affari edilizi. Furbe in tal senso le loro cosmesi (come per un edificio abusivo condonato). Dichiarano di aver avuto molto fattore C (fattore Cul, fortuna). Ma in realtà, parola di capo staff d’edilizia privata a Napoli, sembrano molto capaci di coltivare sanamente il cliente. Nonché il favore della signora e dei suoi gusti abitativi tradizionali. Che, parole loro, “accetta di abitare in un edificio un po’ bizzarro formalmente, ma … ma … ma con dentro la distribuzione semplice e collaudata della casa che conosce, …con il negozio sotto casa che apprezza …” Insomma, fanno simpatia questi sardi. Sono inclusi-visti e chi l’ha visti? convinti. Mi includo anch’io in loro, mi con vincono. Li voto (molto) generosamente: 5 su 5!
E’ la volta di un occhialuto metropolitano romano con il pizzetto e baffo alla Pecos Bill. Parla simpaticamente per la “Demo architects”. Tutti laureati a Roma 3 e oggi sparsi per l’Europa. Non hanno realizzato finora nulla, come da norma. Molti però i progetti e le idee: un parco a Madrid, case in Olanda, fattoria in Camerun, (più per convinzione che per remunerazione). La loro cosa più interessante pare la proposta di una Demoville, dove ci sono dentro tutti i tic e le fobie delle metropoli d’oggi. Quelle delle società individualiste, delle isole dei famosi e/o della penisola dei favori, bunker con parabolica compresi e a compresse. Poi il Nostro parla dell’Hotel Hilton ruinato, cioè la Pompei Hilton Hotel…. Il lavoro pare nel complesso simpatico, vivace, architettonicamente volutamente sloffeggiante, … ne ho visti tanti così leggerini et svolazzanti ….Voto: 2 su 5.
Segue il bel faccione di Giovanni Laganà di Reggio Calabria, architetto-paesaggista e ricercatore all’Università. Tranquillo, cordiale, espone la sua strategia di progetto aperto, essenziale, esistenziale. Un progetto che va per sottrazione, spirituale. … capace di ascoltare i contesti, i paesaggi umani, le emozioni, gli stati d’animo. I luoghi profondi. Di cogliere in esso indizi, tracce, … le pietre parlano… e al Laganà, occhio di lince & orecchio d’elefante, nulla-sfugge. O no?
Vende il suo come un progetto paziente, lento, implacabile. Capace di far da spugna ai luoghi, con sottrazione d’abusi e forme superflue. Fa l’elogio della chiarezza, dell’essenzialità della forma. Propone interventi minimi, spesso capaci di cambiare la percezione di un luogo, nei diversi mesi dell’anno, al variare del tempo e delle stagioni, degli stati d’animo ….. Che dire? Il Laganà ha tutta la mia simpatia filosofica di uomo del Sud, … il Signore che creò i paesaggi lo protegga … da parte mia d’Eldorado lo incoraggio… gli metto 4 su 5, ma …. ma i progetti addò stanno, Laganà?
Basta, mi son stancato, mi son sfottuto. Ne ho visto 5 su 20, è troppo per oggi. Magari ne vedo qualche altro la prossima settimana. Vado sulla rete 3 Rai, al “Che tempo che fa”. .. perché il tempo dell’Architettura Under 40 d’Italia mi pare segni bonaccia, navigazione a s/vista. Mie pagelle comprese, s’intende. Saluti, Eldorado
LIBRI a cura di Francesca Oddo
Ecostrutture. Forme di un'architettura sostenibile
"L’incremento delle emissioni inquinanti, l’esaurimento delle risorse energetiche e l’enorme produzione di rifiuti, da un lato, la continua richiesta di nuove costruzioni, dall’altro, hanno prodotto una crescente attenzione verso le tematiche ambientali e sostenibili. Le ‘ecostrutture’ sono la risposta che l`architettura e la città danno a tali questioni. Molti esempi sono già stati realizzati: strutture che autoproducono energia, architetture che utilizzano materiali locali, naturali o riciclati, edifici che assumono le forme della natura o la inglobano al loro interno, aree dismesse e spazi abbandonati che vengono reinseriti nel ciclo vitale delle metropoli contemporanee. Questo volume propone un affascinante viaggio illustrato attraverso le diverse forme dell’architettura sostenibile." (White Star)
A cura di: Gianpaola Spirito. Introduzione di: Antonino Terranova. Editore: White Star. Pagine: 304. Anno: 2009. Prezzo: € 35.00
Atlante dei musei contemporanei
"Questo volume analizza circa novanta progetti museali, principalmente opere costruite, realizzati nell’ultima decade, attraverso la lente di indagine di sette categorie critiche: Essenziale (museo come riduzione della complessità), Monolite (simbolo materico), Archeologico (memoria critica di un’identità), Innesto (un corpo antico che rivive di nuove funzioni), Intreccio (relazione dialettica tra diversi spazi e contrasti), Teatro (macchina scenica), Contesto (museo modulato sulle linee del paesaggio).
È un'indagine sui musei contemporanei, che oggi mettono in relazione lo spazio dell’arte, quello della cultura e quello della società. Alla sperimentazione della generazione dei maestri è affiancata quella sempre più interessante degli architetti che, seppure giovani, mostrano una notevole maturità di approccio. Quattro saggi critici innervano questa analisi e chiariscono la scelta delle opere e soprattutto il grado di mutazione della struttura-museo, in uno spazio sempre più complesso e articolato, che incorpora i diversi paesaggi, sia quelli naturali sia quelli esistenziali."
Autore: Antonello Marotta. Editore: Skira. Anno: 2010. Pagine: 350. Prezzo: € 33.00
RECENSIONI E COMMENTI
Gianpaola Spirito: Dal reale al surreale le figure di Antonino Terranova
E’ nel profondo guardare che le cose acquistano rilievo e profondità, che l’invisibile si rende visibile
M. Merleau-Ponty
Guardare non è solo un atto percettivo: si intreccia con il vissuto, la storia, la memoria dell’uomo dando luogo ad un’esperienza complessa, dove non esistono regole e dove vedere significa essere costantemente sorpresi da qualcosa”
John Berger
Forse l’osservazione è stata la mia più importante educazione formale; poi l’osservazione si è tramutata in memoria di queste cose. Ora mi sembra di vederle tutte disposte come utensili in bella fila, allineate come in un erbario, in un elenco in un dizionario
Aldo Rossi
Dalle figure del reale vuole significare che la prerogativa dell’architettura (è) di fornirci delle descrizioni e delle interpretazioni della realtà , che non si può che agire con i materiali fornitici dalla realtà , i quali, percepiti attraverso mediante l’osservazione e successivamente rielaborati per mezzo di testi critici e progetti, diventano poetici attraverso figure che attribuiscono loro nuovi significati: risignificazioni.
I migliori tra (gli architetti) oggi se lo guadagnano, il loro stile personale, mediante attraversamenti. Dei modelli o antecedenti logici cercati all’indietro nella storia disciplinare. Certo. Ma non solo. Anche nella vita. Dei materiali concreti della città chiamiamola così reale, da trasformare in materia poetica.
Quando mi concentro su un sito specifico per il quale devo ideare un progetto, cercando di scandagliarlo fino in fondo – di coglierne la configurazione, la storia e le sue proprietà sensuali – subentrano rapidamente immagini di altri luoghi che compenetrano questo processo di attenta indagine: immagini di luoghi quotidiani o particolari che custodisco dentro di me come incarnazioni di determinate atmosfere e qualità; immagini, anche di luoghi o situazioni architettoniche provenienti dal mondo dell’arte, del cinema, della letteratura, del teatro.
Osservare non è un operazione analitica, oggettiva, ma selettiva e personale, legata ai ricordi, alla memoria, ai rimandi che la nostra mente e il nostro inconscio riportano in superficie quando osserviamo la realtà. Questo processo di osservazione-selezione di un luogo, un oggetto, o di opera d’arte è quindi già un’operazione di reinterpretazione e risignificazione che segna il passaggio dal reale, all’immaginario, al surreale. L’architettura… è costruzione di mondi materiali…, e insieme creazione di sovramondi legati al reale … In questo rapporto singolare tra mondo delle cose e mondo immaginato, sta dunque l’architettura, la sua scienza e il suo problema. …distinguere, dentro tutto ciò che c’era sembrato realtà, l’unico reale possibile: ciò che è inventato .
Figurazione è ritrovare possibilità di narrazioni magiche , trasformare e rendere poetiche le figure del reale, comprendere la potenzialità, ancor prima che essere diventino figure artistiche, spostarle in una dimensione ‘altra’ che ne elabori il senso ibridando esteriore e interiore, razionale e irrazionale, reale e surreale-immaginato; è quindi, il mestiere dell’architetto e dell’artista. Questa aderenza al reale e alla vita è un metodo, una pratica artistica che si sta sempre più diffondendo che permette di coglierne i mutamenti e i caratteri (lo sporco, l’informe, il mostruoso, il banale), materie da interpretare e alle quali attribuire nuovi significati. Sopravvalutare l’esistente, … un bombardamento speculativo che, con cariche concettuali e ideologiche retroattive, investe anche la più assoluta mediocrità…Riflesso di questo lavoro è l’inventario quanto il più possibile clinico di ogni sito, per quanto mediocre, insieme alla volontà di sottolinearne la scandalosa semplicità: una semplicità che si oppone ad ogni pretestuoso contestualismo a vantaggio di una maggiore sottigliezza di interpretazione.
Antonino Terranova, osservatore non convenzionale e curioso, assume questo metodo e le risignificazioni operate nelle pratiche artistiche - nel cinema, nella letteratura, nel mondo del web e della comunicazione - per esplorare i fenomeni del reale, per descriverli, per porre questioni piuttosto che dare soluzioni. Gli scritti qui raccolti, redatti dal 1992 ad oggi, affrontano temi, scale, ambiti disciplinari diversi, nei quali ritorna il tema della figuratività, in quanto le figure sono ciò che produce senso, sono le re-interpretazioni e le risignificazioni del reale, sono lo scopo e il fine dell’architettura e dell’operare artistico in generale. Propria dell’architettura non è né solo la progettazione dei processi né solo la composizione di elementi, è fare metafora figurale di questa e quella mediante attraversamenti dei territori e delle culture della metropoli esprimendo, con una critica creativa ed una produzione di senso, una posizione su reale/irreale del corpo celeste o pianeta azzurro… Si tratta, né più né meno, dei perché e dei come l’architettura si costituisca come produttrice di servizi abitativi sì, … ma anche produttrice di senso circa le figure di quei servizi nel loro darsi - misure, materie, figure - come posizioni politiche, etiche, estetiche sul “poeticamente abitare” il mondo….
Gli scritti sono “ordinati” in tre sezioni tematiche all’interno delle quali il tema delle figure assume diverse declinazioni:
Rimesse in gioco sono le figure prelevate dalla realtà, ma appartenenti al passato, alla storia. Esse hanno un valore aggiunto in quanto sono legate ai luoghi, alla memoria delle persone, sono atipiche, ma il loro essere state prodotte in tempi lontani le rende inadeguate ad esprimere la reale attuale e i suoi mutamenti. Esse necessitano, quindi, di un progetto per essere rielaborate poeticamente, ricollocarle nella contemporaneità, mediante opportune operazioni di dislocazione-spaesamento decontestualizzazione-straniamento-astrazione e di riappaesamento , di contaminazione. Modalità sottili di risignificazione si possono identificare… tutte le volte che artisti si pongano di fronte alla permanenza storica o naturale non solo con intenzione di reinterpretare attualizzando, ma anche di risignificare mediante l’introduzione di un qualche senso non direttamente derivabile dalle medesime permanenze e dal loro trattamento….Vi è una produzione di senso solo in quanto il passato, permanente materiale poetico, venga messo a confronto-conflitto con un qualche significato nuovo, connesso ai fini dell’azione del riuso, del reperto e non alla sola sua conservazione come Valore dato, depositato, monumentale una volta per tutte”.
Le figure rimesse in gioco appartengono a campi disciplinari diversi, assumono scale diverse: dal territorio, alla città, all’architettura all’arte, possono essere parti di città come il centro storico, o manufatti territoriali come le mura - evocate come occasione per una struttura della forma urbana – ma anche architetture, statue, oggetti. Esse sono raccolte in questa sezione poiché uno dei temi sul quale Antonino Terranova insiste da anni è quello della necessità di una figura-significante, un’idea formale che guidi le scelte progettuali, che può essere rintracciata in processi di rammemorazione poetica, nella risignificazione di figure esistenti.
Giochi di figure sono quelli attraverso i quali gli artisti e gli architetti alterano l’ordinario, il reale, simulano nuovi mondi surreali e trans-reali, per dare figura, rappresentare i caratteri del reale, la condizione contemporanea: la “mutazione antropologica”, che contamina umano e extraumano, la “terza natura” che ibrida naturale e artificio, il “non luogo” che esprime l’assenza di identità del nostro “inautetico stare al mondo”.
Le figure di questa sezione non sono più quelle risignificate, prelevate dal passato, ma sono le figure emerse dalla lettura della realtà attuale. Esse rappresentano la condizione contemporanea facendo ricorso a nuove categorie estetiche - il mostruoso, il banale e il casuale, l’arbitrario - espressione di un rapporto modificato, non più armonico ma conflittuale, tra corpo architettonico e corpo umano, tra figura dell’uomo e misura dell’uomo, tra forma dell’architettura e forma della città, tra natura e artificio, tra realtà e virtuale, tra autenticità-identità e finzione-maschera.
I Corpi (1996) e i Mostri Metropolitani (2001) sono i termini attraverso i quali Antonino Terranova sottolinea questi mutamenti: da una parte l’artificializzazione del corpo umano, (niente è più naturale, autentico-incontaminato), dall’altra la naturalizzazione della casa; da una parte architetture, che per esprimere nuovi modi di sentire, non assumono le forme canoniche degli edifici, ma quelle prelevate dalla realtà, dalla natura, dalla topografia, dal paesaggio, dall’altra il proliferare di edifici senza progetto e senza firma, sporchi, arbitrario, abusivi.
I giochi di figure, sempre relativi e parziali, utilizzano l’assemblaggio e il montaggio di componenti seriali e di tipi eterogenei, la contaminazione e l’ibridazione, la distorsione, ma anche la riduzione concettuale e figurale per esprimere e rappresentare il mondo reale e quello interiore, “spirituale”.
Infine in Modernocontemporaneo Antonino Terranova ipotizza un filo rosso tra Modernità e Contemporaneo con l’obbiettivo di identificare l’intenzionalità all’interno della fenomenologia, sempre in crisi, dei significanti e significati di quella particolare forma di comunicazione che è costituita dal gioco delle figure artistiche, produttrici di senso, piuttosto o prima che al loro esterno e cioè nelle storie soi distant più strutturali e politiche delle antroposologie o delle socioeconomie. Si ripropone quindi la questione di un Paradigma, di un Codice e di un Canone, termini che appaiono oggi - nell’età del relativismo e del pluralismo - paradossali, ma che sono riproposti nel senso di crisi e criticità che essi ancora assumono per “ritessere la trama che si compone delle diverse figure architettoniche” per rendere manifesta la ricchezza delle opzioni presenti, la proteiformità e modificabilità più che dialettica dei significanti e dei significati, il pluralismo.”
Paesaggi di figure sono quelli osservati nella realtà. Essi esprimono i caratteri della città contemporanea, che non più chiusa, conclusa, definita da una figura unica, ma composta invece di frammenti e parti che non rinunciano alla volontà di essere figura. Il paesaggio è qualcosa di configurato, descrivibile e valutabile secondo le sue figure. E’ insieme di aperto, di continuamente trascolorante, di cangiante, di pezzo discreto in pezzo indiscreto, di ordinabile secondo categorie, prima che geometrico-compositive, topologiche e toponomastiche definenti i “luoghi.
La metropoli contemporanea è una città bolle e crepe dalla cui eterogeneità emergono forme eterogenee, misure, figure per parziali ordini emergenti e non sovrimposti (che credo)abbia un ruolo nelle ridefinizioni del progetto.
E’ un insieme, un collage di figure frammentarie, metafora fondante di un mondo a pezzi come per addivenire a nuovi modi di produzione di senso. … Di cui mi interessa che la messa in forma dei frammenti, ed anzi dei frantumi, diventi alla fine non frammento o frantume, ma figura del frammentario paradossalmente compiuta o meglio espressa in termini di formatività. Anche in questa sezione, che raccoglie saggi sulla città e i paesaggi, torna il tema della figuratività, della ricerca di un’idea di forma urbana, espressione del nostro modo di essere al mondo, di abitarlo. Una figuratività che va ricercata osservando il reale, attraversando, non dogmaticamente, questi territori per comprenderne le mutazioni, i modo di sentire, la molteplicità dei modi abitativi: la metropoli spontanea fatta di case transtipologiche e di strade senza marciapiede, i centri storici “della non alterazione” all’interno dei quali proliferano i media-store, gli shopping center come nuovi spazi pubblici della metropoli planetaria, ecc.. In questi paesaggi metropolitani, in cui sembra prevalere lo sporco, l’assenza di identità e autenticità, l’amorfo, il banale, il progetto urbano deve essere capace insieme di dimensione e di previsione estese, nonché di figure e di forme semanticamente significative e forti ed insieme capaci di reagire all’aleatorio, al meticcio urbano della città senza luoghi ; deve ripartire dai dati esistenti nella città, resti, memorie, frammenti, direttrici, scegliendoli in maniera selettiva quali vincoli del progetto ; deve utilizzare la discontinuità e la stratificazione come metodo per suscitare evoluzioni identitarie creative , nuove figure e strutture dell’immaginario.
IDEE
Benedetta Stoppioni: Alvaro Siza e le chiavi (inverno) _ 2
Allegro
Agghiacciato tremar tra nevi algenti
Al Severo Spirar d' orrido Vento,
Correr battendo i piedi ogni momento;
E pel Soverchio gel batter i denti;
Adagio
Passar al foco i dì quieti e contenti
Mentre la pioggia fuor bagna ben cento
Allegro
Caminar Sopra il ghiaccio, e a passo lento
Per timor di cader girsene intenti;
Gir forte Sdruzziolar, cader a terra
Di nuovo ir Sopra 'l giaccio e correr forte
Sin ch' il giaccio si rompe, e si disserra;
Sentir uscir dalle ferrate porte
Scirocco, Borea, e tutti i Venti in guerra
Quest' é 'l verno, ma tal, che gioia apporte.
Alla metà degli anni Cinquanta, quando Siza era uno studente della Scuola di Belle arti di Porto ed il paese era governato dal regime dittatoriale di Salazar, un gruppo di studenti e giovani architetti guidati da Fernando Távora, docente della medesima Scuola, lavora all'Inquerito, una ricerca condotta sull'”architettura senza architetti” della tradizione popolare portoghese, alla ricerca dei segni e delle forme depositate nel territorio, in risposta alla crisi della modernità, intesa non solo come crisi del linguaggio e delle forme espressive, ma anche come quella della legittimazione del sapere. La dittatura in quel periodo stava imponendo l'idea di uno stile nazionale e la pubblicazione, al contrario, intendeva mostrare la realtà del Portogallo, in cui si sentiva molto forte l'influenza della cultura araba, con un'architettura di mattoni prodotti artigianalmente al sud, e di granito al nord; mentre ad oriente, chiuso dal mare, si disvelava un paesaggio alquanto differente, dal punto di vista architettonico e culturale, un diverso modo di vivere in adattamento alle condizioni climatiche. Siza ricorda che all'epoca le strade all'interno del paese non erano tutte carrabili, e così lo spostamento da un luogo all'altro risultava molto difficoltoso, anche da qui la differenziazione talvolta sostanziale tra le varie regioni. Nel paese “vero” l'architettura non rispondeva certamente alla facciata uniforme imposta dal volere politico. Questa riscoperta fu molto significativa per gli architetti portoghesi della generazione di Siza, che poi, a seguito di un momento di apertura del regime alla fine degli anni Sessanta, poterono entrare in contatto con le realtà degli altri paesi: Italia, Inghilterra, nord Europa, Francia, ed ovviamente la Spagna. Le pubblicazioni straniere iniziavano a giungere in Portogallo e ad essere disponibili ai giovani architetti. Se quindi lo studio della tradizione vernacolare fu molto significativo nella formazione di Siza, lo fu altrettanto la conoscenza della produzione architettonica europea del periodo. E di certo l'influenza dell'esperienza de l'Inquerito sui suoi primi lavori – il Boa Nova Restaurant (1958-63) in primis – non si traduce in una ripresa a livello di stile, quanto piuttosto nella comprensione delle infinite variabili offerte da un sito, dalla sua cultura, dalla vita che vi si svolge, indagando la possibilità di un'architettura che, rifiutando un linguaggio prestabilito, sia la risposta concreta ad un problema, “una situazione in trasformazione” della quale l'architetto stesso è parte.
“Esiste una architettura che si impone immediatamente e a quasi tutti, piacendo o meno... Un fotografo abbastanza bravo capta quello che essa sembra essere. Può avere qualità o può essere gratuita. Possiamo apprezzarla profondamente, e in un'altra visita o in un altro tempo, non ci dice più nulla, o poco. Oppure dice altre cose, se non è gratuita – e allora attinge il silenzio della bellezza. Esiste una architettura che impressiona meno, e meno gente. Può essere di grande o di piccola dimensione. Si mette in relazione con tutto ciò che la circonda, anche quando ciò non sia apparente, o evidente, o per ragioni di forma. Può avere qualità oppure no; raramente è gratuita, o mai. Può essere modesta, se non esiste ragione di una diversa presenza; o ostica, ma non per immodestia. Questa Architettura abita il mondo di semplicità e di magia a cui appartiene una chiesa romanica, persa tra i campi del Minho; o le favelas nate dalla miseria; o la casa di Louís Barragán; o un monte alentegiano che nessuno conosce, o i grattacieli di New York mai studiati; o la casa Tzara di Loos; o il Cortile Rosso di Fernando Távora. Opere ugualmente d'Autore.”
In un'intervista, alla domanda di chi lo introdusse alla pratica del disegno, Alvaro Siza prende a raccontare dello zio Joaquim: “avevo uno zio che viveva in casa con noi; non era sposato. Egli incoraggiava la mia abilità al disegno. Quasi tutti i giorni dopo cena, come ricordo molto bene, mi prendeva e mi dava un foglio e una matita e mi spronava a disegnare. Mi insegnava a fare un cavallo. Non era molto bravo; era assolutamente incapace di disegnare, così tracciava un cavallo molto naif. [Il suo nome era] Joaquim. Come anche mio suocero. Anche nel mio nome c'è Joaquim: Alvaro... Joaquim. Alvaro è il nome di mio padre. Joaquim è il nome di mio zio e di mio suocero... E' così che iniziai a fare questi disegni.”
Mi sembra che questi due racconti abbiano qualcosa in comune. Il cavallo che Alvaro disegna con lo zio Joaquim non è di particolare bellezza. Ma al contempo non è di certo gratuito. Mira ad insegnare qualcosa. Non a convogliare un messaggio, né di certo a suggerire uno stile, ma a incidere sulla vita. Quel disegno sprona, incoraggia, accoglie... così come l'Architettura di Siza sulla lezione di Távora, “abita il mondo di semplicità e di magia”. Gli a-priori formali non devono imprigionare gli accadimenti, il continuo incedere della vita, solo svincolandosi da questi si può invece seguirla, la vita, aprirsi ad essa, adattarvisi, facilitarla, permetterla... abbandonarsi alla vita.
SGRUNT a cura di Marco Maria Sambo
Ci vuole ritmo - Simpson - Christmas Boogie
Ha ragione Renato Nicolini quando dice che ci vuole ritmo. Perché oggi –più che mai- c’è bisogno di un nuovo ritmo per la Cultura in Italia. C’è bisogno di proposte, dibattiti, nuovi punti di vista. C’è bisogno di nuove dinamiche di pensiero che guardino al domani per costruirlo -mattone dopo mattone- con il ritmo di un dibattito culturale aperto, leggero e frizzante, intelligente, senza chiusure.
Perché oggi abbiamo proprio bisogno di costruire una nuova musica per il nostro futuro. E dunque -anche se si avvicina l’estate- senza prenderci troppo sul serio, dissacrando per qualche secondo la realtà, con umiltà, un Boogie per tutti: ascoltiamo a tutto volume “Simpsons Christmas Boogie” e balliamo -con ritmo leggero- verso il nostro futuro.
Buon ascolto:
http://www.youtube.com/watch?v=gtAMN_RLQo4
MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi
La frontiera contro la metropoli
Il volume di Emiliano Ilardi, La frontiera contro la metropoli (Liguori, Napoli, 2010, pp. 106), è un rapido percorso nell’immaginario americano diretto a sostenere una tesi forte: in America non si è mai sviluppata una matura cultura urbana. Una tesi che potrebbe risultare un paradosso, se non una pura provocazione lì dove si prendesse in considerazione l’importanza globale di città statunitensi come New York e Los Angeles. Sennonché la tesi riceve un fondamentale sostegno nella capacità di argomentare cosa debba intendersi per cultura urbana. Sulla scorta di un pensiero politico continentale – dove il Continente in questo caso è la vecchia Europa – Ilardi sostiene che la città ha rappresentato un luogo di incontro tra diversi, tra estranei e nello stesso tempo un luogo di mediazione istituzionale e simbolica tra queste differenti soggettività. Insomma, la sfera pubblica e più in generale la politica sono nate e cresciute in città.
Negli Stati Uniti, al contrario, l’incontro tra estranei è stato poco agevolato dall’immenso territorio vergine a disposizione dei pionieri, dei coloni, dei cowboy. La possibilità di fuggire dalla città, di scoprire nuovi territori, di ripartire da capo ha reso difficile lo sviluppo della capacità di mediazione politica del conflitto tipica delle metropoli europee.
Le metropoli non hanno rappresentato mai per l’immaginario americano luoghi da abitare, bensì solo luoghi di passaggio, luoghi da cui partire per conquistare nuove dimensioni spaziali. Questo è valso per il tempo del West e continua a valere ai giorni nostri con la fuga nei sobborghi da parte della middle class.
Ilardi ricostruisce più di due secoli di storia americana attraverso la letteratura, il cinema, l’architettura e giunge al nostro tempo, a quell’ultima frontiera che sarebbe rappresentata dal Web. Proprio nel valutare quest’ultima frontiera, però, il lavoro di Ilardi mostra un suo limite generale: quello di prendere troppo sul serio la frontiera, nel senso di esplorare troppo il suo lato materiale (lo spazio fisicamente a disposizione dei primi coloni) e poco il suo lato immateriale (la possibilità di una frontiera immaginaria, fantasmagorica, ormai diciamo virtuale). Di questi tempi però, vivendo in una mixed reality dove materiale e immateriale si ibridano e si confondono, dobbiamo renderci conto che è possibile sviluppare uno spirito della frontiera, in definitiva della scoperta di sé e del mondo, anche senza necessariamente attraversare gli oceani e i deserti.
FRAME a cura di Channelbeta
Channelbeta: Sensational Park di Nabito Architettura S.L.
L’obiettivo del progetto è quello d’invitare gli utenti ad un percorso in cui gli scenari sono in continua evoluzione. La sensazione che si ha, attraversando il parco, è di continua sorpresa: di scoprire spazi sempre diversi ma con lo stesso tipo di caratteristiche. I cinque sensi dell’uomo sono il tema principale; i materiali e la vegetazione sono in continua relazione con essi. I visitatori non avranno mai la completa percezione di tutto il parco, ma ogni volta possono fare una serie di esperienze sempre differenti. La variazione di altezza, d’inclinazione e di dimensione dei giochi è tra le peculiarità del parco ludico. Qui i sensi sono usati come una grande metafora; essi permettono all’uomo di relazionarsi con l’ambiente e con le altre persone. Con questo progetto gli architetti si propongono di fare un regalo alla città: donarle uno spazio relazionale.
<http://www.b-e-t-a.net/%7Echannelb/> <http://www.b-e-t-a.net/%7Echannelb/projects/074roca/index.html> http://www.channelbeta.net/2010/05/entrollstigen-national-tourist-routereiulf-ramstad-architectsitpercorso-turistico-nazionale-di-trollstigenreiulf-ramstad-architects/
SEGNALAZIONI
Premio Ischia Internazionale di Architettura
il Premio Ischia Internazionale di Architettura 2010 è partito. Abbiamo pubblicato il Bando sul nostro sito www.pida.it <http://www.pida.it/>.
Bando: http://www.pida.it/images/stories/2010/Bando_ita.pdf
Programma: http://www.pida.it/images/stories/2010/Programma_pubblico_ita.pdf
Video promozionale: http://www.youtube.com/watch?v=QNcsArco0BQ
All'interno del PIDA - Premio Internazionale Ischia di Architettura è previsto un workshop che si articola come laboratorio di studio ed ecoprogettazione per la ristrutturazione e la riconversione in museo del complesso municipale del Comune di Forio “ex convento di San Francesco”.
L’approccio di tipo interdisciplinare prevede la presenza di tutor esperti nel campo, che interverranno con lezioni in restauro, risanamento, riqualificazione energetica, ecologia, e quant’altro concerne i vari aspetti del progetto.
Il workshop, supervisionato dagli architetti Peter Bohlin e Bernard Cywinski, si svolgerà nella villa La Colombaia di Luchino Visconti sita nel comune di Forio d’Ischia (Napoli) dal 19 al 24 luglio 2010. Le candidature vanno effettuate entro il 18 giugno. Maggiori dettagli sul sito www.pida.it
International Summer Workshop di Architettura
l'associazione ARCHIforum di Bergamo, con il patrocinio dell'Ordine degli Architetti e la direzione del Politecnico di Milano, organizza
il primo International Summer Workshop di Architettura che, con il titolo "Thinking the Edge",si svolgerà a Sarnico dal 26 Luglio al 7 Agosto 2010.
Aperto a studenti di tutto il mondo, avrà come docenti professori Frederic Levrat della Columbia University di New York, Manuel Gausa del Politecnico di Barcellona, Leslie Kavenaugh dello StudioKav di Amsterdam e Stefano Mirti della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Vi sarà inoltre la partecipazione di Sislej Xhafa, artista newyorkese e Luigi Prestinenza Puglisi in veste di relatore.
http://www.thinkingtheedge.org info@thinkingtheedge.org
Premio Tesi di Laurea “Paesaggio, architettura e design litici”
Prima edizione
Scadenza iscrizione: 30 giugno 2010
II Premio per le Tesi di Laurea “Paesaggio, architettura e design litici”, ideato e organizzato da Veronafiere, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Verona, si inserisce nelle attività culturali della 45a Marmomacc finalizzate a promuovere una consapevole cultura della pietra tra architetti, ingegneri, designer e produttori del settore marmifero.
In particolare il Premio intende contribuire all’approccio ai materiali litici, alla loro conoscenza e corretto impiego, nella fase formativa dei futuri professionisti.
Il concorso, a cadenza biennale, conferisce un premio in denaro a tesi di laurea (breve o specialistica) che abbiano come oggetto tematiche riguardanti l’utilizzo di materiali lapidei nel progetto di paesaggio, architettura e design.
Possono partecipare neo-laureati delle facoltà italiane di Architettura, Ingegneria, Design ed equivalenti.
La cerimonia di premiazione si svolgerà nell’ambito della 45a Marmomacc,
Mostra Internazionale di Marmi, Design e Tecnologie (Verona, 28 settembre - 2 ottobre 2010).
Con i migliori elaborati verrà organizzata una mostra e realizzata una pubblicazione.
Info:
Veronafiere, rif. Dott.ssa Monica Scappini, tel. 045 8298145
e-mail: scappini@veronafiere.it
Maggiori informazioni: www.marmomacc.it, www.vr.archiworld.it,
LETTERE
Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori rispondono a Emanuele Piccardo
Caro Emanuele Piccardo,
ci è sinceramente dispiaciuto leggere il tuo testo così poco profondo e pieno di tante piccole banalità, che siamo stati fortemente in dubbio se rispondere oppure no…. poi abbiamo ritenuto doveroso, visto che l’arringa proveniva da una sede “pubblica”, di illustrare altrettanto pubblicamente i motivi per tale dispiacere e dissenso.
Il primo e il più importante riguarda l’atteggiamento denigratorio tipicamente italiano, totalmente fine a se stesso, che si legge tra le righe del tuo testo. Parlare male senza un vero ragionamento critico, per il gusto di denigrare il lavoro degli altri.
Questo provincialismo è uno dei mali del nostro paese ed anche della nostra professione; lo è stato in passato, tra le generazioni precedenti alla nostra ed ha prodotto solo del male; questo atteggiamento è all’origine di quella atavica incapacità di creare uno spirito di ricerca condivisa; della incapacità di formare una vera scuola ed infine della debolezza della categoria professionale; questi e altri mali della nostra categoria derivano moltissimo da questa pochezza culturale.
Crediamo sia importante, da parte della critica e degli addetti ai lavori, sottolineare le differenze ed avere un atteggiamento severo nei confronti di chi si analizza ma sempre costruttivo, positivo, finalizzato ad un confronto serio e profondo; altrimenti è critica superficiale.
Entrando nello specifico, poiché ci hai chiamato in causa, ci sentiamo costretti a rispondere proprio perché pensiamo che questo atteggiamento vada estirpato e per farlo sia ormai necessario esporsi e dunque confrontarsi in modo serio e rigoroso.
Dal momento che ci liquidi, insieme ad altri nostri colleghi seri e responsabili professionisti come noi, come i “soliti noti”, ciò significa che non rintracci nel nostro lavoro “quella visione dell’architettura come arte civile, attenta alla realtà e alla gente, capace di produrre soluzioni per una società inquieta, in profonda trasformazione, spaventata dal futuro ma che dall’architettura dovrebbe essere provocata a vivere con più attenzione e coraggio gli spazi della contemporaneità”, ovvero il tema che il curatore ha rintracciato come portante per il progetto del Padiglione.
Anzi senza tante scorciatoie, e ad esclusione di quei pochi che ritieni di salvare, si rintraccia una considerazione del nostro lavoro come di chi si preoccupa della ribalta del palcoscenico, della lunghezza del passo e non della gamba, etc.
Bene, crediamo che il nostro lavoro, come quello di tutti o quasi i partecipanti al padiglione italiano della prossima biennale di Venezia sia perfettamente dentro quella “visione dell’architettura come arte civile, attenta alla realtà e alla gente…”
Se non sei convinto di ciò ti invitiamo a trascorrere con noi del tempo per conoscersi e conoscere il nostro lavoro; scoprirai il rigore intellettuale e professionale che mettiamo in tutto quello che facciamo; l’impegno, parola antica ma che rappresenta molto bene il nostro modo di lavorare. Potremmo passare una intera giornata a discutere dei contenuti dei nostri progetti, del poco protagonismo che hanno le nostre architetture, così preoccupate di appartenere allo sfondo del mondo e dunque alla vita delle persone; ti invitiamo a condividere con noi le mille battaglie quotidiane per fare delle architetture in cui le persone possano vivere bene, per costruire spazi pubblici per la collettività, porzioni di città in cui ci si possa sentire “a casa”; piccole battaglie e non tanti proclami, inutili, vacui e senza senso.
Battaglie per far diventare le utopie di cui parli - ma di cui forse dimentichi ingenuamente il contesto culturale – possano diventare realtà. Perché è nella realtà che le persone vivono; è la realtà la dimensione con cui bisogna confrontarsi; è la realtà che, in una visione di impegno serio e non snobistico, siamo chiamati a trasformare.
E’ troppo facile e troppo comodo chiudersi nella torre d’avorio delle belle parole e delle belle utopie del passato…. Architettura è impegno; impegno sul campo. Con uno sguardo proiettato verso un mondo ideale, ma con le mani impegnate nel fare di una semplice casa, una casa migliore… E’ li che vivono le persone!!
Ma evidentemente tutto ciò non ti interessa; altrimenti non ti permetteresti con tanta facilità e superficialità di criticare un progetto culturale che evidentemente non hai avuto interesse ad approfondire e che chiaramente conosci solo attraverso una lettura superficiale delle riviste patinate e delle immagini che circolano nel circo mediatico al quale tutti apparteniamo; te più di noi visto che lo alimenti con il tuo blog;
ma soprattutto non ti permetteresti con tanta facilità di criticare attraverso noi tutti, tranne i pochi noti che ritieni di salvare, il progetto del Padiglione invece di essere contento che il nostro Paese, per la prima volta forse dopo tanti anni, metta in mostra numerose architetture realizzate che consentiranno di avere una visione lucida di quello che sta accadendo veramente, nel bene e nel male, sul nostro territorio, attraverso una chiave non perdente e stupidamente critica………………….
Maria Claudia Clemente, Francesco Isidori
Labics
TESTIMONIANZE
Marcello Sèstito: I Ponti in tasca. Un punto sul ponte
“Ero rigido e freddo; ero un ponte gettato sopra un abisso. Da questa parte erano conficcate le punte dei piedi, dall'altra le mani: avevo i denti piantati in un'argilla friabile. Le falde della mia giacca svolazzavano ai miei fianchi … Una volta gettato, un ponte non può smettere di essere ponte senza precipitare … E mi volsi per vederlo. Il ponte che si volta! Non ero ancora voltato e già precipitavo … “
Questa sorprendente immedesimazione kafkiana sintetizza le vicende che riguardano la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, anticipandone, in chiave pessimistica, da scongiurare coi migliori auspici, persino un possibile crollo. Ma la figura di questo grande essere proiettato sulle sponde con la giacca svolazzante che pende sui lati ci pare metafora efficace visto che la medesima giacca viene tirata in più direzioni tanto da far traballare la struttura.
Si dice che i romani ne prospettassero uno e che Spartacus per sfuggire all’accerchiamento di Crasso che lo inseguiva ne avesse fatto costruire uno di botti legate assieme, come ora fa il genio militare con barche opportunamente affianchate tra loro. Si dice che Leonardo non si spinse fino alle coste calabre e sicule ma che attratto dalla richiesta del sultano Bayazid II propose, nel 1502, un ponte per congiungere Istanbul a Pera, un ponte che non seppe proporre il Michelangelo, tanto che chi vi saliva aveva paura a guardar nel basso. Nel 1870 un giovane studioso, Carlo Navone, deposita la sua tesi di diploma, presso la scuola di applicazione per ingegneri di Torino per un Passaggio Sottomarino attraverso allo Stretto di Messina che potesse congiungere le due sponde, e da allora come vedremo, da Archimede in poi, le ipotesi di collegamento tra la terraferma e l’isola Trinacria si sono susseguite ininterrottamente fino ad oggi in una moltitudine di ipotesi come quella singolare e utopistica di un certo Fichera, e le molte altre quasi tutte qui riprodotte, a partire dall’omerico ponte di Armando Brasini del 1957, sintetizzate nei due sistemi più consueti: il tunnel sottomarino o il ponte sospeso.
Una politica globalista, di chi guarda le carte dall’alto, sembra essere interessata ad un collegamento che avvicinerebbe Berlino alla Tunisia, avendo nello stretto una strozzatura, una sospensione di continuità da sanare con una ulteriore striscia di terra anche se sospesa. Questo tratto di mare conteso dalla mitologia, sintetizzato nei due mostri omerici di Scilla e Cariddi, genera uno iato, un vuoto che non è solo assenza del costruito ma un vuoto come attesa del probabile, dell’inconsueto, dell’inatteso.(1)
Intanto nel mondo, come si affrettano a enucleare gli ingegneri di spessore, si sono realizzati ponti di notevole fattezza e di alto rischio ambientale, dal dramma del Takoma Bridge, avvitatosi su se stesso, fino al ponte di Akashi in Giappone che si attesta nella dimensione di 1991 metri ad una unica campata.
Le due sponde che non dialogano affatto tra loro, tanto che Reggio deriva il suo nome da Rezzo: la divisa, la separata, tentano un ricongiungimento nell’ipotesi anch’essa vecchia, ma sempre riaggiornabile, di una Città dello stretto, una conurbazione urbana a scala geografica, la Città Rezzina degna di rapportarsi alla dimensione di esperienze urbane ragguardevoli per dimensione e per capacità attrattive, come dire alla Brodskji che è sempre la geografia che determina la storia.
Questo dialogo, in fondo mai avvenuto, per quanto le due città condividano l’effetto ottico della Fata Morgana: una terza città posta in mezzo alle altre due, ma evanescente, e improbabile perché riflessa, riflette a sua volta, in un gioco di specchi la condizione sospesa, di attesa di ogni possibile intervento che ne possa scongiurare l’ulteriore separatezza.
Un effetto virtuale che traspone, parallelamente all’esistente, le città in un altrove dove forze mitiche tentano un ricongiungimento.
Ma la separazione resiste per quanto il mare, come una piazza interna, deposito dello sguardo, venga solcato ininterrottamente da scafi in tutte le direzioni, tanto che questo andirivieni, una vera e propria naumachia, si presta ad un alto rischio di incidenti, come quello avvenuto di recente e destinato a crescere di numero. Un canale orizzontale attraversato ortogonalmente in più punti aumenta ovviamente il pericolo. Ma la grande nasse convoglia dentro se non solo le acque tumultuose nei refoli e garofali, o i resti di rotte ormai svanite nelle scie dei ricordi, solchi di imbarcazioni che come trame e fili hanno cercato di ritessere un legame tra le sponde come chi cuce e ricuce un stoffa pregiata, ma a tutt’oggi gli sforzi non vanno al di là di pochi rigurgiti politicizzanti quando basterebbe ad esempio ridurre i costi del biglietto per attraversare le sponde a cifre irrisorie tanto da consentire una mobilità più efficace al di là delle spese faraoniche previste per qualsiasi ricongiungimento.
Ma la separazione, che non è solo fisica ma anche concettuale, si pone come frattura ancestrale, geologica a cui i popoli anno opposto evidenti strategie di collegamento, ma che resiste nell’immaginario epico. Alcuni, nostalgici, sospettano persino che l’isola non sarebbe più tale se solo si costruisse questo cordone ombelicale tanto da legarla alle Calabrie. Per altri persino il mito perderebbe di fascino perché depotenziato dal faraonico progetto. Mentre ambientalisti retrò vedono nella costruzione possibili cambiamenti di rotte migratorie come se gli uccelli non sapessero adattarsi ai cambiamenti, o come se l’intelligenza dei delfini non sapesse sopportare il peso dell’ombra prodotta dalla struttura sulla acqua, peggio quelli che si appellano all’impatto ambientale, come se la buona architettura non lo facesse, ma che con la pretesa del danno ecologico non si avvedono che intere porzioni di paesaggio, soprattutto nei pianori di Sant. Elia di Palmi, a causa dei lavori autostradali, hanno cambiato i loro connotati, tanto da farci supporre che in futuro dovremmo ricorrere, con le dovute cautele a forme di protezione dei profili delle montagne come di chi protegge un volto noto e familiare.
Il ponte sembra così coagulare su di se tutte le aspettative del costruito e del non costruito, del possibile e del prevedibile, dell’astratto e del concreto, del rischio e dell’attesa, della paura e del cimento, della tecnica e dell’utopia.
Filo teso come corda di violino, linea retta che misura e incide, Il ponte è sempre un ponte del Diavolo, lo ricorda Omar Calabrese in un suo splendido saggio, affonda la sua presenza nel mito delle origini, si frappone tra due opposizioni duali e come vorrebbe Heidegger rivela, con la sua presenza, le sponde.
La letteratura se ne è ampiamente occupata così come la pittura e le arti in genere sia per interpretarlo come elemento di conflitto che di seduzione: “il ponte funge essenzialmente da operatore di trasformazioni … la funzione essenziale del ponte pertanto viene ad assomigliare a quella di un deittico, cioè di un indicatore di circostanze enunciative: il ponte serve per dire ‘tutto ciò (che io dico qui) avviene là”. (2) rappresenta il discontinuo di un sistema, un fenomeno qualitativo, visto nel suo punto critico, per questo è rapportato alla teoria delle catastrofi di Renè Thom, uno stato neutro, lo stato della totale imprevedibilità, dove si incontrano la dispersione e la speranza, la città e l’altrove, la conoscenza dell’ignoto e la vittoria dell’irrazionale.(3)
E il ponte sullo stretto, emblema di tutti ponti, sembra convogliare entro se quanto qui elencato.
La bufala
Tra le varie espressioni polemiche, di rigetto, o di contestazione all’opera, che riempierebbero scaffali, qualora un diligente studente intendesse recuperarli allo studio, una cartolina riproduce una bufala -nel doppio aspetto di frode e di animale- che scavalca come un ponte il canale. Sintesi assoluta delle molte promesse, mai mantenute, il ponte animato e animista, seppure bestiale, alimenta l’archetipo in una politica che nei suoi tentennamenti e ipocrisie, ha generato un fastidioso opportunismo, che serpeggia persino negli addetti ai lavori, e in coloro i quali, e parlo persino di amici, negli anni si sono posti in una posizione revisionista nei confronti dell’opera, attraversando tutte le ipotesi, dal rigetto del ponte, prima, poi dalla sua indifferenza realizzativa, e infine alla sua fattibilità. Essendo fuori da tale cambiamento di rotta, come sostenevamo tantissimi anni fa, con il solo plauso di Antonio Quistelli, fortemente convinto della sua validità, ci scontravamo con i nostri stessi amici (ideologici !), come se l’opera stessa potesse appartenere ad una ideologia. Ideologia che ha cavalcato l’onda sottostente la grande trave, per i suoi programmi a favore o contro. In sostanza generando un fastidioso rituale: Ponte si Ponte no, ora divenuto una melopea ripetitiva per congressi mirati, ove persino i politici nel dubbio della sua ipotetica costruzione sospendono il giudizio in un: non si sa mai lo facessero per davvero! Rivendicando ognuno primati e iniziative di fattibilità, mentre una Società ( nemmeno segreta!) Ponte sullo Stretto è costata allo stato una cifra, negli anni, vicina alla stessa realizzazione.
IL concorso del ‘69
Ideato e promosso in piena contestazione, ad un solo anno dalla data storica del ‘68, il ponte tentava di scavalcare nell’opera contraddizioni insite nel paese, come di chi scavalca con un solo gesto ostacoli presenti, i progetti si presentano pertanto come frutto dell’intelligenza ingegneristica e architettonica del momento. I progetti pluripremiati, tanto da non consentire neppure ora una valutazione oggettiva, rendono evidente il primato del progetto di Sergio Musmeci, Ludovico Quaroni, Antonio Quistelli e collaboratori che ci ragala la struttura indubbiamente più elegante dell’intero concorso. (4) Dall’altro lato Giuseppe Samonà, tra i partecipanti propone dei nuovi talamoni, con occhi ciclopici, alti e ritti come mollette ingigantite alla Claes Oldenburg (vedi il Clothespin del 1976) immagine pregevole, ma pochi si sono posti il problema di decifrare le opere infrastrutturali di completamento, alcune delle quali faraoniche e sproporzionate. Persino l’idea della conurbazione, a distanza di tempo, può essere assimilata ad una visione un po’ surrealista a tratti demiurgica che sulla scorta di un Plan voisin lecorbusiano stende sulle rive dello stretto la sua città doppiamente lineare, o il biporto con esiti non sempre convincenti, anche se indubbiamente apre la vertenza sull’ipotesi di attraversamenti multipli e pluridirezionti per l’intero bacino. Una storia lunga che ha visto susseguirsi tutti gli operatori di settore e no nelle più ardite sperimentazioni urbane legate all’area alla cui ampia letteratura rimandiamo il lettore. (5 )
Tra i tanti presentati ricordiamo l’anello improbabile del gruppo Perugini, il progetto di tunnel del gruppo Morabito con gli imbocchi progettati da Costantino Dardi che smembrano la linea costiera in una moltitudine di schegge edilizie pliridirezionate, o il ponte altrettanto magnifico di Pier Luigi Nervi con quattro ingranaggi a reggere i cavi distanziati e divaricati.
Il concorso ha un merito: l’immaginario investe soprattutto la definizione dei piloni reggenti sottoposti a multiple interpretazioni di cui non si conserva traccia intenzionale oggi.
Il ponte, tornando a Kafka, è un personaggio che si autodetermina, impone la sua volontà realizzativa perché ha da raggiungere le sponde come la celebre frase che Francesco Venezia riprende da un verso della poesia Vento sulla mezzaluna di Montale: “Il grande ponte non portava a te, ti avrei raggiunta anche navigando nelle chiaviche”.
In questa autodeterminazione realizzativa le ideologie hanno intravisto loro stesse possibilità di cooptazione, ed in questo hanno allontanato le sponde la destra e la sinitra, sintetizzando come se alla falce di Messina si fosse contrapposto un martello sulla costa calabra. Ma lui stava lì, in mezzo, sempre in attesa che si accorgessero di lui, sapeva perfettamente che tutti sarebbero passati da lì e che ne avrebbero valutato la sua assenza-presenza: le architetture sono come gli uomini, malgrado la democraticità auspicabile, alcuni sono più determinanti di altri. Ora non c’è passante che non lo intravede nella foschia e nei raggi di luce, divenuto mitologia del luogo, come glauco o cola pesce, sovrasta nell’immaginario, l’imbocco peloro. C’è chi lo ha visto innalzarsi tra Cannitello e Ganzirri, chi ancora spostarsi lungo l’asse parallelo in cerca di un guado migliore dove lanciarsi nel folle volo dei 3ooo metri, su un vuoto assoluto, dove solo le voci degli dei sembrano sostenerlo visto che ancora, per ora gli uomini non affrontano il grande rischio sempre più ridimensionato: la proposta di Calzona di ridurlo a 2000 metri di campata superando di pochi metri quello di Akashi di 1991 metri, suona come la scommessa di Sinan che per tutta la vita si adoperò a superare la cupola di Antemio di Tralle a Santa Sofia di Costantinopoli, di pochi metri. Ma lui esige di più non solo di bellezza, ma soprattutto di rischio, altrimenti perché la geografia si sarebbe predisposta in tale misura? Le coste nè tanto distanti, né tanto vicine, quanto basta, ed è molto, per il cimento (cemento!) umano.
Il concorso del 2007
Per dimostrare il suo effetto paradossale, a tratti fantasmagorico, il noto fumetto della Walt Disney: Topolino dedica al Ponte, con sorprendenti vignette, una sua storica avventura. La vicenda culmina con la proposta, non del tutto assurda, di un ponte di corallo a crescita continua, e vedendo quello che riescono a fare alcune radici di alberi e gli stessi coralli, la proposta si candida, forse per il prossimo millennio, ad apportare un contributo a quelle architetture organiche-naturalistiche, tanto i voga nel medioevo, riprese dal neoclassicismo illuminista ove rami intrecciati provenienti direttamente dal suolo si inerpicano fino a costituire, spesso, la capanna primordiale come archetipo dell’architettura.
Ed è proprio l’architettura che è assente dalla proposta di attraversamento, è dov’è finita l’architettura dell’ingegneria? I piloni dei progetti presentati sembrano esili bacchette da pasto giapponese, contestualizzabili in tutte le aree del mondo, come se il segno di questo gigante potesse trasferirsi nella globalità e nell’indiffernza dei luoghi. Dove sono i Giura, i Freyssinet, gli Zorzi, gli Hennebique, i Torroya o Candela, Dieste o Soleri che meritava, indubbiamente, di maggiore attenzione.
Il concorso da noi indetto è nato da tale assenza di bellezza con l’intento di spingere energie progettuali ad estendere l’immaginario oltre i ristretti limiti degli ambiti strettamente operativi. Spero di poter pubblicare gli esiti che i partecipanti ancora attendono, ma le soliti ragioni economiche per ora lo impediscono.
Segno Mediterraneo
Nalle carte di Ignazio Danti che affrescano le sale vaticane un raggio misuratore va a cadere nei pressi dello stretto come un ponte luminoso e irrealizzato, anticipazione casuale di un progetto millenario che lega nel Mediterraneo l’isola alla terraferma costituendo un frammento di un asse orizzontale che congiungerebbe idealmente lo stretto di Gibilterra al Bosforo, simbolo e segno Mediterraneo di una volontà di potenza per alcuni, per altri volontà di progresso, per altri ancora rischio o mito rinnovato.
Note
1-Dell’argomento ci siamo occupati ne: Il gorgo e la Rocca, Tra scilla e Cariddi territori della mente, Giuditta, Catanzaro, Roma, 1995, dove persino la figura del ponte veniva ad essere tracciata come esigenza di progetto, riportandone alcuni disegni, mentre nella conversazione con Pierre Restany, pubblicata in precedenza nella “Gazzetta delle Arti”, a.XX, novembre-dicembre 1990, col titolo: Mitizzando, e successivamente riportata nel testo gli facevo notare, a p.202, che avevo “concepito questo libro come una premessa promessa d’architettura. Non ti nascondo che da architetto sono stato tentato più volte di dare risposte concrete, progettuali ad alcuni problemi che questi luoghi presentano, a Scilla e all’area dello Stretto come viene, urbanisticamente definita. Ho un taccuino pieno di disegni e proposte, dal lungomare alla teleferica, al tempio votivo o casa dei venti sullo scoglio di Ulisse, ad alcuni schizzi per un probabile ponte etc. E c’è nell’aria l’idea di poter realizzare un simposio internazionale di studi e proposte progettuali su Scilla e su alcune aree limitrofe.” A p.204 la conversazione si incentra sulla tematica del ponte e Restany introduce la possibilità di un ponte abitato ricordando quello di Isfahan sul Rio Zenderoudi, un ponte che parla della condizione dell’essere in mezzo, il “da sein “ heideggeriano.
2-Ci riferiamo al testo di Omar Calabrese, Uno sguardo sul ponte, in “Casabella”, n.469, maggio 1981, p.55 e sgg.
3-Ibid., p.60.
4-La vicenda cronologica dell’esito del concorso è ben sintetizzata da Tullia Iori, Un sogno lungo tre chilometri, in ”Area” n.59,anno XII, novembre-dicembre 2001,p.9.
5-La bibliografia sullo stretto assume ormai dimensioni faraoniche.
Marcello Sèstito
Rc 2007.
ALLEGATI
Quadranti d’Architettura: Premio per la valorizzazione dell’architettura contemporanea in Sicilia
IV Edizione 24 e 25 settembre 2010
Nell’ambito delle proprie iniziative culturali il Comune di Pedara, organizza un evento, diretto agli operatori “della fabbrica d’architettura”. Promuove e istituisce quindi, un “ premio d’architettura contemporanea“, indirizzato a professionisti che si sono distinti, nella ricerca della qualità, nella realizzazione di opere d’ architettura in Sicilia, nelle diverse sezioni e discipline fissate dal regolamento.
L’evento è organizzato in collaborazione con l’Ordine degli Architetti della Provincia di Catania, e con l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Catania.
Il premio, denominato “Quadranti d’Architettura”, sarà articolato, in due giornate di confronto e di verifica sui temi dell’architettura contemporanea, fissando anche, al suo interno un momento di riconoscimento a quei professionisti che si sono distinti quali operatori d’architettura nelle diverse sezioni fissate. I premi saranno intitolati alla memoria dell’architetto Giovan Battista Vaccarini, massimo esponente del barocco Catanese e artefice dell’immagine della Catania ricostruita dopo il terremoto del 1693.
Il premio
Il premio è istituito dal Comune di Pedara che si avvale della collaborazione dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Catania e dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Catania.
La sua denominazione è: Quadranti d’Architettura ed è rivolto alla valorizzazione dell’architettura contemporanea in Sicilia.
Nel corso di ogni edizione viene ospitata una scuola d’architettura straniera per un momento di confronto con l’architettura contemporanea di quella nazione.
Quest’anno sarà ospite la University of Westminster - London.
Il premio si articola in sei differenti sezioni:
1 - Premio G.B.Vaccarini alla carriera;
destinato ad un architetto, la cui attività professionale e le cui opere prodotte in Sicilia rappresentano una distinta peculiarità e un evidente apporto alla qualità architettonica.
2 – Premio G.B. Vaccarini ad un architetto siciliano
destinato ad un architetto siciliano che ha realizzato opere di architettura significative su ambito Nazionale o Internazionale.
3 - Premio G.B.Vaccarini ad un’opera di architettura;
destinato ad un’ architettura, realizzata nell’ambito del territorio dell’isola d’ evidente qualità architettonica e che abbia contribuito a conferire dignità figurativa al contesto paesaggistico.
4 - Premio G.B.Vaccarini ad un opera prima;
Nell’intento di promuovere figure emergenti nel panorama professionale isolano, non adeguatamente valorizzate e conosciute, il premio è destinato ad un architetto o ad un gruppo d’architetti i cui componenti non superano il quarantesimo anno d’età, distintisi in special modo nella ricerca della qualità nella realizzazione di un’opera d’ architettura.
5 - Premio G.B.Vaccarini ad un’architettura d’interni;
Questo premio avrà per oggetto un allestimento d’interni, realizzato da un architetto o da un gruppo d’architetti. Il premio può avere per oggetto anche un semplice oggetto di design, purché questo sia stato prodotto e commercializzato in più copie.
6 - Premio G.B.Vaccarini ad una Scuola;
Premio destinato ad una Scuola, ad un Istituto Superiore, ad una Università siciliana , che si sia impegnata nella divulgazione e nella valorizzazione dell’architettura contemporanea.
Modalità di partecipazione:
La partecipazione al concorso prevede una quota di iscrizione di € 100,00 da effettuare tramite bonifico bancario sul conto IBAN: IT22K0513216901849570201485, presso “Banca Nuova”, causale “quota di partecipazione premio Quadranti d’Architettura”. Entro le ore 12 del 7 settembre dell’anno corrente deve pervenire in Pedara, presso la sede del premio, nel Palazzo Comunale Piazza Don Bosco 2, a mezzo raccomandata, corriere, etc. le segnalazioni e le candidature da parte delle figure interessate, accompagnate dalla ricevuta di versamento.
Riguardo alla sezione uno e cinque, premi alla carriera e alla scuola, le candidature devono essere corredate da una descrizione (al massimo due cartelle formato uni A4) del soggetto partecipante, o dell’attività svolta.
Riguardo ai premi di cui ai punti due tre e quattro, le candidature con i relativi elaborati devono essere corredate da un massimo di otto cartelle in formato UNI A3 contenenti foto e disegni dei progetti realizzati e di due cartelle formato uni A4 con la descrizione del progetto, con l’indicazione del progettista, dei collaboratori ed eventualmente, dell’impresa realizzatrice dell’opera.
In allegato occorre fare pervenire un cd contenente l’impaginazione del progetto con cui si partecipa al concorso in formato pdf e in dimensione A1, massimo 3 tavole, impaginate a scelta o in orizzontate o in verticale e ciò perché tutti i progetti concorrenti verranno stampati ed esposti in mostra e successivamente raccolti in catalogo.
Premiazione
La giuria delibererà l’assegnazione dei premi a proprio insindacabile giudizio. Per ogni categoria di premio può essere individuato un ex aequo e due segnalati.
Al vincitore di ciascuna categoria sarà consegnato il premio “G.B. Vaccarini“.
Giuria
La commissione giudicante, è così formata:
dal Sindaco del Comune di Pedara e da numero otto componenti, architetti, ingegneri, espressione delle categorie professionali o dell’ambito.
I componenti :
Avv. Anthony Barbagallo
Sindaco Comune di Pedara
Arch. Cesare Casati
Docente presso la Facoltà di Architettura Valle Giulia (Roma)
Prof. Arch. Giuseppe Dato
Preside Facoltà d’Architettura di Siracusa
Ing. Carmelo Grasso
Presidente Ordine Ingegneri Provincia di Catania
Arch. Antonella Greco
Docente presso l’Università La Sapienza di Roma
Arch. Luigi Longhitano
Presidente Ordine Architetti PP. AA Catania
Arch. Gaetano Pappalardo
Direttore Artistico
Arch. Luigi Prestinenza Puglisi
Critico d’Architettura
Prof. Giovanni Tesoriere
Preside Facoltà di Ingegneria e Architettura Università Kore
Prof. Arch. Laura Thermes
Docente presso la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria.
Arch. Maria Giulia Zunino Reggio
Redattore di “Abitare”
La giuria eleggerà, al proprio interno, un presidente ed un segretario con il compito di redigere i verbali e gli atti ufficiali della commissione nonché le delibere. Le riunioni della giuria saranno ritenute valide purché sia presente il cinquanta per cento più uno dei membri della giuria stessa. Alla fine dei lavori della commissione dovrà essere stilato apposito verbale da cui risulti il criterio e le motivazioni con cui sono stati scelti i vincitori ed i segnalati di ogni sezione del concorso, nonché il verbale di chiusura delle assemblee della commissione giudicante.
La giuria si riserva, inoltre, la possibilità di pubblicare i lavori premiati o ritenuti meritevoli, il materiale pervenuto non sarà restituito e resterà a disposizione della giuria e dell’ente patrocinante al fine di costituire un archivio permanente. La commissione di concerto con l’ente promotore si riserva la possibilità di utilizzare tale materiale per eventuali pubblicazioni e allestimenti di mostre ed eventi.
Comitato Organizzatore
Arch. Salvatore Chiarenza
Arch. Alfio Cristaudo
Arch. Angelo Cristaudo
Arch. Salvo Distefano
Arch. Gaetano Pappalardo
Coordinatrice della mostra
Arch. Eleonora Cacopardo
Per contatti:
Arch. Pappalardo Gaetano
C.so Sicilia 97 - 95131 Catania
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