(testo pubblicato su C3 MAgazine, n.306)
To make an extraordinary material special, is banal. To heighten one’s awareness of a humble material like brick, is poetic.
Adam Caruso, OASE (Amsterdam, Netherlands: 1997) Issue 45/46
Nel 1969 Claes Oldenburg espone a Yale quello che sarà il primo di una lunga serie di oggetti a grande scala: Lipstick, un gigantesco rossetto che sormonta un carro armato, come un grande fallo bellico pronto ad essere lanciato. Con un’ironia folle, l’artista presenta un totale rifiuto nei confronti della contemporanea guerra in Vietnam, con un oggetto di comune banalità, che però imprime nelle menti una fortissima sensazione di smarrimento, di incredula sorpresa. Ciò è dovuto al cambio di scala improvviso, alla trasformazione di un piccolo oggetto in un gigantesco monumento. Quel piccolo oggetto che fino a pochi minuti prima imbelliva le labbra di una donna, ora è qualcosa che ci ricorda la morte, la guerra tanto odiata, la distruzione di un paese.
Ciò che crea un semplice cambio di scala è un complesso meccanismo psicologico, uno spaesamento dovuto all’ambiguità delle dimensioni.
E’ un’ambiguità che si gioca su molteplici livelli: a prima vista, da lontano, l’edificio appare come un volume fortemente chiuso, volumetricamente semplice, una serie di container impilati uno sull’altro e abbarbicati a stretto contatto col centro cittadino. Eppure, avvicinandosi, l’universo che costruisce l’edificio inizia a modificarsi: le forme iniziano a spezzarsi e si comprende che la geometria del museo è diretta emanazione di una topografia difficoltosa: grazie a ciò, però, l’edificio inizia ad acquisire una ricchezza di “accidenti”, che accolgono i visitatori, quasi piegandosi al loro passaggio.
Poi, ancora, una lettura più attenta ci porta a scoprire il raffinato gioco di materiali usati: pochi, essenziali, ma contemporaneamente preziosi nel loro sovrapporsi: un calcestruzzo lucido nero alla base, dei pannelli di cemento verdi che racchiudono il volume principale, una copertura di pannelli in alluminio coloro oro. La geometria dell’edificio muta nuovamente: ora si fa più chiara, ben definita nei suoi tre materiali principali. Quelli che prima apparivano pareti di muti container divengono sinuose silouhette, che si ripetono, come in un mantra, nelle forme ondeggianti dei pannelli.
Ed ecco, ancora, un’immersione più profonda ci permette di leggere una scala minore e ci appare improvviso un motivo decorativo modellato su ogni singolo pannello: si tratta di un merletto, riprodotto sullo stampo che ha formato i pannelli di calcestruzzo verde. E, repentinamente, la piccola scala si ingigantisce e il merletto di un’elegante signora diventa il vestito di una nuova architettura. La dimensione perde di valore, ciò che pareva un dettaglio è ora l’edificio nella sua interezza.
Ogni zoom sul museo ci svela un nuovo mondo, più complesso del precedente, ma, quando ormai la mente si è abituata al gioco di svelare i dettagli dell’edificio, ecco l’ingrandimento di una piccola parte, il trucco che ci svela la sottile ironia del progetto.
Nottingham Contemporary si offre alla città come un racconto che si svolge su diversi livelli di lettura. Ogni cittadino può così riconoscere l’affinità ad una propria personale immagine: la fortezza chiusa, la sovrapposizione dei volumi, la geometria sghemba, la ricchezza della facciate cittadine, il merletto della gonna di una qualche parente.
Come il rossetto di Oldenburg, un oggetto che pare banale, nella sua semplicità, ma che colpisce profondamente l’animo di chi la osserva, l’opera di Caruso St John riesce a emozionare il visitatore, a portare nella città una nuova esperienza temporale e spaziale complessa.
diego_terna@hotmail.com
immagine tratta da www.carusostjohn.com
english version
To scale objects - Nottingham Contemporary
To make an extraordinary material special, is banal. To heighten one’s awareness of a humble material like brick, is poetic.
Adam Caruso, OASE (Amsterdam, Netherlands: 1997) Issue 45/46
In 1969 Claes Oldenburg exhibited at Yale what would be the first in a long series of large-scale objects: Lipstick, a giant lipstick above a tank, a large phallic weapon ready to be launched. With mad irony, the artist proposes a total rejection of war in
What creates a simple change of scale is a complex psychological mechanism, a displacement due to the ambiguity of the scale.
It is an ambiguity that is played on multiple levels: from afar, the building looks like a very closed volume, volumetrically simple, a stack of containers clinging closely to the city center. As the viewer approaches, the world that builds the building begins to change: the forms begin to break and we understand that the geometry of the museum is a direct emanation of a difficult topography; because of this, the building acquires a wealth of "accidents" which welcome visitors, almost leaning towards them.
Then, again, a closer examination leads us to discover the sophisticated interplay of materials used: few, essential, but valuable in their overlap: shiny black concrete at the base, green concrete panels that enclose the main volume, a cover made by gold-coloured aluminium panels. The geometry of the building sloughs again: now it becomes clearer, and its three component materials become better defined. What had first appeared to be mute container walls become sinuous silhouettes, which are repeated like a mantra, in the undulating shapes of the panels.
So there, again, a deeper inspection allows us to read a smaller scale. A decorative motif, modeled on each panel, suddenly appears: it’s a lace pattern, reproduced on the mold that formed the concrete green panels. This small scale is abruptly magnified and the lace on the dress of an elegant lady becomes the dress of a new architecture. The size loses value; what seemed a detail is now the building in its entirety.
Each zoom-in on the museum reveals a new world more complex than the previous one, but as soon as the mind has become accustomed to the game of unveiling details of the building, a small amount is magnified. This trick reveals the subtle irony of the project.
Nottingham Contemporary is offered to the city as a tale that can be read on different levels. Every citizen may well recognize the similarities to his own image: the closed fort, the overlapping volumes, the asymmetrical geometry, the richness of city facades, and the lace on a woman’s dress.
As the lipstick of

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