Potzdamer Platz
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Corrispondenze

  Flash mob mania

  di Zaira Magliozzi

















Si chiamano così perchè brevi e a mobilitazione di massa. Il primo, nel 2003, fu organizzato a New York, mentre, uno degli ultimi, alla stazione Termini di Roma lo scorso 6 febbraio. Possono avere diversa natura, essere una coreografia di danza contemporanea, una installazione-performance che rasenta la body art, o addiruttura un’azione di protesta pacifica e ironica. Tutti con un filo conduttore che li lega: l’essere un raduno di persone, organizzato tramite web, che si ritrova in un luogo prestabilito per compiere una certa azione in un brevissimo lasso di tempo, per poi disperdersi come se nulla fosse successo.

Organizzarli è semplice: basta postare un video con tutte le istruzioni da seguire su social network (facebook su tutti), blog vari e il gioco è fatto, il tam tam è iniziato.

Ma cosa spinge centinaia di persone a riunirsi senza un vero scopo? Sicuramente dietro questo gesto di rottura della quotidianità c’è una forte spinta verso la condivisione di un momento unico in cui tutti si riconoscono nel medesimo gesto, nella stessa canzone, seguendo lo stesso ritmo, suscitando anche un certo stupore, tra gli ignari passanti, per il ribaltamento delle consuetudini sociali a cui siamo abituati. Ma molto evidente è anche il carattere liberatorio, perchè il flash mob permette a tutti di esprimersi senza la paura di un giudizio perchè, semmai, sarà l’evento a essere giudicato. Anche la scelta del luogo di incontro (sempre spazi pubblici conosciuti da tutti) suggerisce il carattere sociale di questi eventi che spingono, anche l’improvvisato pubblico, a riappropiarsi di questi pezzi di città per sottolineare e incrementare la loro importanza in materia di aggregazione.

Insomma, è vero che tutto parte dal web, ma infondo dietro al flash mob c’è la voglia di recuperare un aspetto sociale autentico che denuncia tutta la limitatezza dei più evoluti strumenti di comunicazione da cui, oggi, siamo irrimediabilmente tanto dipendenti.